domenica 2 agosto 2015

02.08.2015 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 6 par. 5

5. Gesù annunzia solennemente il Pane della vita. Il popolo non capisce


Il popolo, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, era deciso a proclamare Gesù re d'Israele, e perciò quando si accorse che Egli improvvisamente s'era appartato e che gli apostoli non c'erano più, rimase in attesa tutta la notte, nella speranza di rintracciarlo al mattino. Non deve stupire questo, poiché la turba, saziata da un cibo miracoloso, era anche fisicamente fortificata, ed entusiasmata com'era, non voleva farsi sfuggire l'occasione di farla finita con la propria miseria, e d'inaugurare un regno di benessere materiale e di prosperità. Essendo vicina la Pasqua non faceva eccessivamente freddo, ma, pur se il tempo fosse stato rigido, non sarebbe stato di ostacolo alla decisa volontà del popolo, che nei suoi impeti è irrefrenabile.

Fattosi giorno cominciarono le ricerche di Gesù su per il monte. Il popolo infatti aveva notato la sera che sulla riva v'era una sola barca, e che in essa erano entrati i soli apostoli quando s'erano allontanati; Gesù dunque, pensavano tutti, doveva essere in quei dintorni. Essendo riuscite vane le ricerche, ridiscesero alla riva, dove frattanto erano giunte molte barche da Tiberiade, e montati in esse s'avviarono verso Cafàrnào, dove supposero che Gesù fosse andato a loro insaputa. Infatti lo trovarono là, e sorpresi gli domandarono: Maestro quando sei venuto qui?

Evidentemente non tutte le turbe erano riuscite a pigliar posto nelle barche, e quindi il numero di quelli che giunsero a Cafàrnào fu ristretto. Attraversarono il lago i più audaci e i piùentusiasmati dal miracolo che avevano visto, e per questo domandarono a Gesù quando e come era giunto colà, supponendo che fosse stato per un altro miracolo.

In questa domanda, psicologicamente e sottilmente si manifestava il loro spirito interessato, giacché è spontaneo, in chi ha ricevuto un beneficio materiale e ne spera altri, interessarsi della persona che glielo ha fatto, ed avere per lei parole di complimento. In quella domanda: Quando sei venuto qui? C'era un senso di stupore, di premura, ed anche di subcosciente adulazione, un sentimento tutto materiale e naturale, che prescindeva da Gesù come vero Messia, e lo riguardava come uno capace di fare cose sorprendenti per iniziativa naturale.

Gesù rispose: Voi cercate di me non per i miracoli che avete veduti, ma perché avete mangiato dei pani e ve ne siete saziati. E voleva dire: voi non mi cercate per i miracoli, vedendo in essi un segno chiaro della mia missione, ma perché vedete in essi solo un mezzo per avere dei benefici corporali. Considerate il miracolo più come un prestigio, come un segno di attitudine nel governare il popolo, come una manifestazione di genialità, anziché come un segno divino di un'opera divina di redenzione. Procuratevi non quel cibo che passa, soggiunse Gesù, ma quello che dura sino alla vita eterna, il quale sarà dato a voi dal Figlio dell 'uomo, poiché in Lui impresse il suo sigillo il Padre Dio. Escludete da me che io sia venuto per occuparmi delle vostre necessità temporali; se vi ho nutriti non l'ho fatto per darvi un pane materiale, ma per attraivi al Pane spirituale che dona la vita eterna. Il miracolo fatto non è stato l'inizio di una serie di benefici corporali, ma un segno ed un sigillo di Dio Padre per confermare la mia missione redentrice.

Il popolo interpretò le sue parole come un rimprovero alla negligenza nell'osservanza dei riti legali, domandò che cosa dovesse fare per osservarli e compiere così le opere di Dio. Non capì che sorgeva un'era nuova di grazie, che i riti e le figure si compivano nella realtà, e che la realtà di tutta la Legge era Gesù stesso, Salvatore del mondo. Non capì che, per compiere davvero le opere di Dio, bisognava riguardare Lui solo che in esse era annunciato e figurato, e poiché Egli era venuto già e stava con loro, bisognava credere in Lui come il mandato da Dio. La Legge, infatti, anche prima della venuta di Gesù Cristo, non aveva valore che per la fede nel futuro Messia; ora che il Mandato da Dio era venuto, la Legge doveva mutarsi tutta in un atto di fede in Lui.

Il popolo capì che Gesù lo esortava a credere in Lui e, con incoscienza pari all'ingratitudine, gli disse: Quale miracolo fai tu perché noi vediamo e crediamo? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come sta scritto: diede loro a mangiare il pane del cielo. Non terminarono la frase, ma volevano dire: Tu che cosa ci dai di perenne nella nostra vita, come segno della tua missione? E stupefacente questa pretesa della turba! Non era essa andata con entusiasmo appresso a Gesù perché vedeva i miracoli che faceva per quelli che erano infermi? (versetto 2). E non aveva il giorno prima mangiato un pane miracoloso, tanto da correre a Lui per proclamarlo re?

L'ingratitudine e l'incoscienza di quella gente giungeva dunque a tanto da reclamare miracoli quando ne aveva visti e ne vedeva tanti?

È evidente da questo stesso che il popolo riguardava i miracoli veduti solo da un punto di vista utilitario, e non li approfondiva per quello che significavano; per esso quei prodigi erano fatti da un uomo e da un profeta singolare, ma non giungeva a persuadersi profondamente che quel profeta fosse il Messia; l'entusiasmo suscitato da un prodigio era superficiale, e la fede del cuore era come un fiocco di neve primaverile che cadendo si liquefa (16 febbraio... nevica anche qui a Napoli, ed i fiocchi cadendo si sciolgono).

Quando Gesù disse esplicitamente che si doveva credere in Lui come Colui che Dio aveva mandato, il popolo credette di trovarsi innanzi ad un fatto nuovo, ad un problema arduo, ad una proclamazione che non poteva accettare senza miracoli, fatti per dimostrarne la verità, sembrandogli che il Messia avesse dovuto mostrarsi almeno alla pari di Mosè, per condurre la nazione in una nuova via di gloria.

Anche in questa pretesa del popolo c'era una concezione tutta materiale del Messia, giacché esso credeva che il Messia dovesse essere un condottiero come Mosè, e dovesse guidarlo con prodigi continui alla riscossa dal giogo romano, come Mosè aveva guidato i suoi padri alla riscossa dal giogo egiziano. Gesù Cristo rispose con profondità degna di Lui, mostrando in sé il compimento della grande figura profetica di Mosè e della manna, ed esclamò: In verità, in verità vi dico: non Mosè diede a voi il pane del cielo, ma il Padre mio dà a voi il vero pane del cielo. Poiché pane di Dio è Colui che è disceso dal cielo e dà la vita al mondo.

La manna che aveva dato Mosè non era il vero pane del cielo, ma ne era solo una figura; non era nutrimento dell'anima ma del corpo, non donava la vita eterna, ma sosteneva per poco quella temporale. Gesù Cristo era venuto dal cielo in terra per sostenere la vita spirituale di quanti avrebbero creduto in Lui, e per sostenerla incorporandoli a sé e diventando loro vita soprannaturale. In questo senso Egli poteva chiamarsi loro pane, perché li nutriva con la parola della verità, e voleva diventare loro cibo vero col dono ineffabile dell'Eucaristia.

Adamo ed Èva erano stati nutriti dalla menzognera parola di satana, avevano colto e mangiato il frutto proibito, ed erano caduti nella morte spirituale ed in quella corporale; Gesù Cristo, novello Adamo, voleva nutrire i suoi figli novelli con la parola di verità, che doveva elevarli al Padre, e darsi come frutto di vita dall'albero della croce, dandosi come vittima immolata e come cibo di vera vita.

Sentendo parlare di pane di vita e di pane che dà la vita al mondo, il popolo, che aveva fresco il ricordo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, prese la frase in senso tutto materiale, e credette che Gesù volesse rinnovare quel miracolo; perciò esclamò con premura: Signore dacci sempre un tal pane.

Il Redentore li disingannò subito aggiungendo che il Pane di vita che voleva dare era Lui stesso, un pane che avrebbe saziato l'anima non il corpo, e che avrebbe estinto la sete della cupidigia e delle passioni con la prospettiva dei beni eterni, nella luce della fede; un pane che, essendo un mistero di fede, avrebbe nutrito l'anima con l'atto di fede più bello, quello di credere senza vedere. Voi poi, soggiunse Gesù, avete veduto i miracoli che ho fatti, e non mi credete, perché, come già vi ho detto (versetto 26), cercate il vostro benessere materiale; volete vedere per credere (versetto 30), e siete tanto lontani dal credere, perché il vedere non è più fede.

Gesù Cristo, dunque, come appare chiaro dal contesto, chiamandosi Pane del cielo e cominciando a parlare dell'ineffabile dono che voleva dare, vi mette come fondamento la fede, una fede che crede senza vedere, una fede non sostenuta dai miracoli esterni, ma piena e completa nel più grande miracolo di amore nascosto. Diremmo quasi che era la prova a cui Dio sottoponeva l'uomo nella nuova Legge.

Adamo ebbe come prova la proibizione di un frutto bellissimo, la cui privazione esigeva un atto pieno di fede alla Parola di Dio; quel frutto non manifestava nel suo aspetto e nel suo gusto nulla che fosse nocivo e mortale, anzi era bello e dilettevole; eppure l'uomo, credendo a Dio, doveva privarsene.

Il Signore diede all'uomo redento e rigenerato la prova opposta: un frutto di vita e di amore che non ha nessuna manifestazione esterna né di bellezza né di gusto, un frutto che dev'essere colto con un atto di fede piena nella parola del Redentore.

Adamo credette non a Dio ma alle apparenze del frutto, lo mangiò e cadde; l'anima nell'Eucaristia non crede alle apparenze ma alla parola di Gesù, crede e riceve la vita. La sua prova è quotidiana, il suo Eden è la Chiesa, il suo albero di vita è l'Eucaristia, il suo frutto è Gesù nascosto dai veli del pane e del vino.

Il discorso garba poco agli Ebrei...

Gli Ebrei alle parole di Gesù rimasero increduli. Erano andati a Lui con la pretesa di vedere dei miracoli, e credevano di poter essi disporre del suo potere; non ammettevano altro che quello che passava per la loro testa, ed avevano sempre la presunzione di dovére avere essi di diritto i doni del Signore, nel modo che a loro garbava; credevano quasi che il mondo si fermasse senza il loro volére. Per questo Gesù aggiunse: Tutto ciò che il Padre mio mi dà arriverà a me, ed io non respingerò chi viene a me, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato.

E voleva dire: la vostra mancanza di fede non distrugge il disegno di Dio, poiché il Signore, mandandomi in mezzo a voi, non ha ristretto l'opera mia a voi soltanto; Egli mi dona le anime di tutto il mondo, Egli le chiama, e quando esse vengono a me io non le caccio, benché non appartengano al vostro popolo. E questa la volontà del Padre mio, ed io la compio fedelmente: Egli vuole che io non perda tutti quelli che mi dona, ma li risusciti nell'ultimo giorno, e vuole che abbiano la vita in me e per me, credendo in me Io li accolgo, li alimento di me con un dono di fede, di pura fede, nel quale la vista, il tatto, il gusto s'ingannano, e nel quale si deve solo credere alla mia parola. Essi vengono, credono, si alimentano, vivono di me, risurrezione e vita, ed io li risuscito dalla morte nell'ultimo giorno. Gesù dunque, prima di annunziare e promettere formalmente il dono ineffabile dell'Eucaristia, ne pone i fondamenti e ne determina il carattere: Esso è la nuova manna del suo popolo peregrinante dall'esilio alla Patria; è Pane disceso dal cielo, è Lui stesso che è venuto in terra per alimentare le sue creature, per saziarle di amore divino, e spegnere in loro la sete delle passioni disordinate. L'Eucaristia non è un dono ristretto alla sola nazione ebraica, è un dono universale; dipende dalla volontà del Padre e non dal diritto di eredità; affratella tutti gli uomini senza distinzione di razza; li affratella perché Dio li chiama alla stessa fede nel Redentore, e questi li accoglie, li nutre, li santifica e, vincendo anche la morte corporale, li risuscita gloriosamente nell'ultimo giorno. Chi crede in Lui, cioè chi riceve il Pane della vita credendo che è Lui stesso vivo e vero, ha la vita eterna. Chi lo crede solo un simbolo, un segno, un pane comune e materiale, in realtà non crede in Lui, e perciò non ha la vita.

È evidente dal contesto che Gesù non parla della fede in Lui in un senso generale, e tanto meno parla della fede di semplice assentimento a Lui Salvatore, o di fiducia nei suoi meriti, senza curarsi delle opere buone; Egli parla del Pane di vita, dell'Eucaristia, ed asserisce che chiunque vede il Figlio e ; crede in Lui ha la vita eterna', vede il Pane di vita, lo crede sostanzialmente il Figlio di Dio Incarnato, crede in Lui ivi presente, se ne ciba, ed ha la vita eterna.

Tutte le volte che Gesù in questo capitolo parla della fede in Lui, parla della fede nella sua reale presenza nel Pane di vita; ed ogni volta che parla del Pane disceso dal cielo, parla di se stesso vivo e vero, fatto cibo delle anime. Non si può equivocare sulle sue parole, né si può dare ad esse un senso simbolico che non hanno.

Gesù Cristo parlava in senso tanto reale, chiamandosi Pane vìvo disceso dal cielo, che il popolo cominciò a mormorare di Lui dicendo: Non è forse costui Gesù, figlio di Giuseppe, di cui noi conosciamo il padre e la madre? Come dunque dice Costui: Io sono disceso dal cielo? San Giuseppe probabilmente era già morto quando Gesù cominciò la sua vita pubblica,

ma il popolo l'aveva conosciuto, e l'aveva sempre creduto padre vero di Gesù, ignorando il mistero delPIncamazione per opera dello Spirito Santo. Credendo dunque di conoscerne il padre e la madre, si stupivano che Egli si chiamasse Pane vivo disceso dal cielo, e mormoravano di questa espressione, come chi ascolta una cosa ardua, non assurda. Era tanto l'accento di verità che traspariva dalle parole di Gesù, che essi non osavano direttamente tacciarlo di dire una cosa assurda, come sarebbe stato naturale, ma s'interrogavano a vicenda per cercare di interpretare quello che diceva.

Nel dire Gesù: Io sono il Pane vivo disceso dal cielo, faceva sentire che Egli era la verità, che era per donarsi come pane, che questo pane doveva essere pane vivo, pane negli accidenti e vita nella sostanza, pane disceso dal cielo, perché era Lui stesso donato in cibo alle anime.

Gesù sapeva bene quanto gli sarebbero stati ingrati gli uomini

In questo mirabile discorso eucaristico Gesù fu di una recisione precisa, poiché l'amore del suo Cuore traboccava, ed Egli sapeva bene quanto gli sarebbe stato ingrato l'uomo. Non erano solo gli Ebrei i suoi oppositori, erano gli eretici di tutti i secoli, e specialmente i protestanti. Egli li vedeva con la sua divina prescienza, e poiché voleva darsi per amore, non tollerava che si fosse potuto dubitare di questo suo dono; preferiva che quelli che non volevano credergli se ne fossero andati, rinunziava alle anime loro, pur amandole infinitamente, ma non rinunziava ad essere esplicito e preciso in quello che voleva donare. Perciò, quando gli Ebrei cominciarono a mormorare perché s'era chiamato pane vivo disceso dal cielo, invece di rispondere alla loro obiezione, disse: Non mormorate fra voi; nessuno può venire a me se non lo attiri il Padre che mi ha mandato, ed io lo risusciterò nell 'ultimo giorno, e voleva dire: quello che io affermo può capirlo solo chi è attratto dal Padre mio, cioè chi ne riceve una grazia particolare, e questi avrà la vita gloriosa nelTultimo giorno. Voi non l'intendete perché non siete attratti dal Padre mio, per colpa vostra. Non crediate poi che chiunque, a suo arbitrio, potrà prendere il Pane di vita che io prometto; sarà necessaria una speciale attrazione di grazia, e questa attrazione sarà data a chi sarà ammaestrato da Dio, secondo il detto dei profeti (Is 54,13), cioè sarà preparata da una diffusione più viva della divina Parola, della mia parola, e chi l'ascolterà con docilità e con fede verrà a me, Pane di vita. Non parlerà direttamente il Padre, perché Dio è invisibile all'uomo, eccetto a Colui che è da Dio, cioè all'Uomo-Dio, ma parlerà per me, e per quelli che io manderò. In conclusione, soggiunse Gesù con decisione che non ammetteva repliche, qui non si tratta di discutere, perché il Pane di vita è un mistero di fede, chi crede in me vivo e vero nel Pane di vita, questi ha la vita eterna.

Gesù Cristo aveva presenti tutti i secoli, e guardava a quello nel quale il Pane di vita sarebbe stato distribuito e difftiso a piene mani, negli ultimi tempi, più prossimi alla fine del mondo ed alla risurrezione dell'ultimo giorno. Egli stabilì formalmente che questa diffusione eucaristica non sarebbe stata frutto di arbitrio personale, ma frutto di attrattiva divina, e ne diede come contrassegno specifico una diffusione così viva della divina Parola nella Chiesa e nel mondo, da potersi dire col profeta: Sono tutti ammaestrati da Dio.

La luce della verità sarà così viva, da sembrare quasi di vedere Dio, benché Egli sia invisibile all'uomo mortale.

Noi assistiamo già al preludio di questo tempo di vivissima vita eucaristica, ne abbiamo raccolto il segreto, e cominciamo ad usufruirne, benché fra tante nostre ingratitudini.

Ecco, la Parola di Dio, chiara e luminosa per tutte le menti, si diffonde già ed inonda la terra; ecco, non l'arbitrio ma l'attrazione del Padre celeste ci conduce a Gesù, Pane di vita, poiché è assurdo che si possa partecipare a questo dono ineffabile senza una particolare attrazione di Dio. I Congressi eucaristici medesimi, caratteristica del nostro tempo e prima preparazione alla diffusione del regno dell'amore eucaristico, non sono una diffusione luminosa della Parola di Dio nelle discussioni e nelle prediche, e una divina attrazione per le anime che si cibano del Pane di vita?

Crescerà la diffusione della Parola luminosa di Dio, e crescerà la diffusione del Pane di vita, fino a porre termine all'ingratitudine umana che ha dimenticato il dono ineffabile che ci fa vivere di Gesù Cristo, ci unisce in Lui in una sola famiglia e ci dona la pace nel fulgore della gloria di Dio per tutta la terra.

Stabiliti i fondamenti del dono ineffabile che voleva elargire agli uomini, Gesù Cristo ne parla più determinatamente, perché non si fosse potuto equivocare sulla sua reale natura, ed esclama: Io sono il pane della vita; non della vita materiale ma di quella spirituale; e poiché gli Ebrei avrebbero desiderato vedere un prodigio come quello della manna nel deserto, Gesù mostra la superiorità del Pane della vita sulla manna, soggiungendo: I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il Pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il Pane vivo che sono disceso dal cielo. Chi mangerà di questo Pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

La manna era un cibo che sosteneva la vita del corpo, ma non liberava dalla morte; il Pane vivo disceso dal cielo invece sostiene una vita immortale, quella dell'anima, e la libera dalla morte eterna, salvandola per sempre nell'eterna felicità; questo pane poi è la carne stessa del Redentore, quella che Egli darà per la vita del mondo sulla croce e che sarà data continuamente nel sacrificio dell'altare per la vita delle anime. Non si poteva dunque equivocare in nessun modo: Gesù parlava non di un simbolo della sua carne ma della sua vera carne, poiché Egli non la offrì simbolicamente ma veramente e sanguinosamente sulla croce. Gli Ebrei lo capirono perfettamente, e se ne stupirono discutendo fra loro e dicendo: Come mai può Costui darci a mangiare la sua carne? Se la divide fra noi muore, ed allora come può chiamarsi più un pane vivo? Come mai può darcela viva? Se le parole di Gesù non avessero avuto l'accento della verità, essi non avrebbero discusso animatamente fra loro, ma le avrebbero disprezzate come una pazzia; essi invece sentivano che erano vere ed assolute, e ne discutevano perché ne avrebbero voluto una spiegazione.

Com'era possibile una spiegazione naturale?

Ma in un mistero di fede e di amore così grande la spiegazione naturale non era possibile; Gesù Cristo esigeva solo la fede, poiché, mangiando il suo Corpo e bevendo il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, si sarebbe capito il mistero dai suoi mirabili effetti, vivendone. D'altra parte Egli non parlava per stabilire una discussione, possibilissima, ma sproporzionata alla mentalità di quelli che l'ascoltavano; il suo Cuore ardeva di amore, e l'amore anelava solo a donarsi; non ammetteva la discussione, voleva essere ricevuto e, promettendo un tanto dono di amore, voleva come risposta l'amore; perciò soggiunse, rivolgendosi agli Ebrei ed a tutto il mondo: Se non mangerete la carne del Figlio dell 'uomo e non berrete il suo sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell 'ultimo giorno. Egli non alludeva, come pretesero gli eretici, all'immolazione che avrebbe subito, né voleva dire che se non l'avessero ucciso non avrebbero avuto la vita, perché sarebbe empio ed assurdo il supporre che un delitto spaventoso, quale la morte che gli avrebbero dato, un delitto punito da Dio, poi, con la distruzione della nazione, avesse potuto portare la vita eterna e la risurrezione gloriosa a quelli che l'avrebbero consumato. Perciò Gesù Cristo, per evitare che si fosse frainteso, e per confermare che Egli parlava del suo Corpo e del suo Sangue come di vero alimento di vita spirituale, replicò: La mia Carne è veramente cibo ed il mio Sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in me ed io in lui. Con una sublime analogia poi mostrò in quale maniera chi mangiava della sua Carne e beveva del suo Sangue aveva la vita e rimaneva in Lui: Come il Padre, che ha la vita in sé, ha inviato me, ed io vivo per il Padre, così chi mangia di me vivrà anch 'egli per me.

Quando la corrente elettrica percorre un filo...

E un mistero altissimo che bisogna approfondire, per cercare di apprezzarne la magnificenza: La Carne di Gesù è veramente^ cibo dell'anima, ed il suo Sangue è veramente bevanda. E la sublime glorificazione del Corpo e del Sangue assunti dalla Persona del Verbo, è la carne veramente umana ed il sangue veramente umano, resi così santi, spirituali e vivificanti, da poter trasfondere la vita all'anima. La Persona divina che li termina li trasforma in spirito e vita, pur rimanendo essi vera carne e vero sangue.

Quando la corrente elettrica percorre un filo e si comunica, rende il filo non più un metallo inerte, ma un trasmettitore immediato dell'energia elettrica, che elettrizza, muove, accende, illumina. Quando una vasca di liquido per la galvanoplastica è percorsa ai due poli dalla corrente, l'oro che vi è contenuto si depone sul rozzo metallo che vi è immerso rendendolo poi come una massa splendente di oro.

Può dirsi così per intenderci, la carne di Gesù, divina per l'unione ipostatica, alimentando il nostro corpo informato dall'anima, trasmette attraverso di esso la divina corrente della grazia, ed il sangue, splendente per la vita divina che lo termina, investe l'anima, spirito limitato e poverello, e la riveste dei fulgori della divina santità, saturandola di vita soprannaturale.

Il nostro corpo influisce sull'anima, perché ne è strumento, ed il sangue, portando con sé le miserie o le buone qualità dell'atavismo, la trascina per così dire nella sua corrente limpida o limacciosa, salutare o avvelenata.

Il sangue porta nelle membra e negli organi, strumenti ed ambienti della vita dell'anima, i relitti della vita buona o cattiva che eredita, e l'anima è quasi naufraga tra questa impetuosa corrente che deposita sul suo percorso, nel cuore, nel cervello, nei nervi, negli organi i rifiuti o le ricchezze della vita, annebbiando o illuminando, deprimendo o elevando le potenze puramente spirituali che costituiscono la vita dell'anima: l'intelletto e la volontà.

Possiamo dirlo? È ardito ma è ancora una pallida idea di fronte alla realtà: il Corpo e il Sangue di Gesù, unendosi al corpo ed al sangue nostro per il contatto sacramentale, portano nell'anima l'atavismo divino della sua santità, del suo amore, dei suoi pensieri, della sua carità, della sua immolazione, della sua fortezza; l'anima è come innesto dell'olivastro sull'ulivo, come dice san Paolo, vive nuovamente, a poco a poco si trasforma, rimane in Gesùperché vive di Lui, e Gesù rimane in lei perché domina placidamente e sostituisce insensibilmente la sua vita, mutandola in vita soprannaturale, glorificante Dio.

Abbiamo quasi, come dicono i Padri, uno stesso corpo ed uno stesso sangue con Lui, e siamo quasi trasformati in Lui.

L'analogia portata da Gesù ci fa capire questo grande e profondissimo mistero anche meglio di qualunque analogia umana: il padre ha la vita in sé, e generando il Figlio ab aeterno gliela comunica, di modo che il Figlio vive per il Padre; è l'eterna comunione del Padre col Figlio, che fa vivere il Figlio della vita del Padre. Comunicandogli la vita, il Padre lo genera, ed il Figlio gli è consustanziale, Dio come il Padre. Nella stessa maniera, dice Gesù, chi lo riceve sacramentato riceve la sua vita, è generato ad una nuova vita, vive in Lui e per Lui, ed è come un altro Gesù. Rimanendo in Lui tutto Gesù, è evidente che col Corpo c'è il Sangue e col Sangue il Corpo, come col Corpo ed il Sangue c'è anche l'Anima e la Divinità; ossia che chi riceve anche una specie sola riceve il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità del Redentore.

Gesù Cristo, conchiudendo il suo mirabile discorso, soggiunse: Questo è il pane disceso dal cielo. Non come la manna che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Egli si chiamò pane disceso dal cielo, dunque, non in senso figurato, ma in senso proprio, tanto è vero che la vita eucaristica non è un simbolo, ma è una vita vera che si comunica sotto le specie del pane e del vino.

Gesù parla di un cibo che deve mangiarsi coi denti, secondo l'espressione del testo greco; quindi parla della comunione della sua vita alle anime attraverso il cibo eucaristico. Egli dona un cibo che non è, come la manna, sostentamento momentaneo della vita corporale, ma è sostentamento dell'anima, a cui dà la vita immortale, e la ricongiunge poi al corpo gloriosamente nell'ultimo giorno. Egli ci dona una vita deifica, come la chiamano i Padri, poiché ci fa vivere di Lui, vero uomo e vero Dio, che riceve la vita dal Padre per la comunione dell'eterna generazione, termina l'umana natura assunta e, comunicandosi a noi, ci dona la sua stessa vita.

Il dono che promette è ineffabile, divino, rifulgente di amore; non può ammettere le interpretazioni stiracchiate che ne fanno i protestanti per negarlo; è il vero cibo di vita, è Lui stesso che vuol donarsi, e che veramente si donò poi nell'ultima cena.

Se fosse un simbolo che cosa potrebbe produrre?

E non sarebbe strano l'aver dato come simbolo e memoria della sua dolorosa morte un banchetto di pane e di vino?

Qual padre, morendo, darebbe ai suoi figli come ricordo della morte un pezzo di pane ed una coppa di vino?

Ma non occorre discutere per capire l'assurdo dei protestanti; basta vedere la loro vita: lungi dal rimanere in Gesù essi se ne staccano sempre più, cadono miseramente nell'abisso della loro stolta e cieca ragione, diventano per necessità prima razionalisti che non ragionano, poi indifferenti che non hanno nessuna premura di vivere di un Redentore umanizzato e storicamente deformato, poi atei, perché il loro Cristo non li porta a Dio, non essendo più il Cristo Dio, e finalmente, vuoti di tutto, vanno riesumando i loro idoli, abbrutendosi nelle moderne eresie.

Noi lo vediamo nelle nazioni protestanti apostate dalla Chiesa; lo vediamo soprattutto nella Germania nazista, il cui processo di dissolvimento spirituale e morale è stato più rapido a causa del suo triste ed avvelenato patrimonio di falsa filosofia, informe massicciata di errori che l'ha divisa dagli ultimi raggi vivificanti del Pane della vita!

Sac. Dolindo Ruotolo



 

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