Tratto dalla monumentale opera di dottrina esegetica di ben 30 volumi. Il frutto che si ricava da tale lettura è una maturazione profonda nella fede, una percezione della verità della Parola negli eventi del nostro tempo, una aspirazione santa alle promesse contenute nella Rivelazione.
sabato 7 marzo 2015
07.03.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 15 par. 3
I farisei si mostravano spietati contro i peccatori, perché la loro salvezza non li interessava. Amavano così poco Dio, che non importava loro delle perdite del suo amore, mentre erano estremamente interessati e venali per ciò che riguardava i loro averi ed il loro denaro.
Gesù, per rendere loro intelligibile la delicatezza della divina bontà, li richiama direttamente ai loro interessi materiali, ed in particolare alle pecorelle dei loro ovili, che erano la ricchezza di quei tempi. Psicologicamente c'è una ritorsione amorosissima nella stessa concisione con la quale Gesù risponde ai farisei: Chi di voi, avendo cento pecore e perdutane una, non lascia le altre novantanove nel deserto, e non va a cercare quella che si è smarrita, finché non l 'abbia trovata? Il suo Cuore divino è ferito dalla loro mormorazione, non forma un racconto, ma li investe toccandoli su ciò che poteva interessarli e commuoverli, per dire: Come, voi non sapete che i peccatori sono mie pecorelle e che io li amo quasi pastore dell'ovile? Voi avete care le pecorelle vostre e se ne smarrite una non vi date pace finché non l'abbiate ritrovata, ed io dovrei lasciar perire una pecorella mia, smarrita nei dirupi della colpa? È un'argomentazione veemente, che mostra tutto l'amore di Gesù per i poveri peccatori, e la pietà cristiana l'ha raccolta e diremmo l'ha sviluppata per fame uno dei più teneri simboli dell'amore misericordioso del Redentore.
giovedì 5 marzo 2015
05.03.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 16 par. 4
Per imprimere meglio nei cuori il capovolgimento che avviene innanzi a Dio di ciò che il mondo stima grandezza e ricchezza e per mostrare più efficacemente quale uso deve farsi delle ricchezze, Gesù raccontò una parabola bellissima che è una vera rivelazione sul mistero della vita futura in ordine alla vita che meniamo in terra.
C'era un uomo ricco, tanto ricco che vestiva come un re, di porpora e di finissimo lino di Egitto, chiamato bisso. Era un gaudente, ed ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla porta del suo sontuoso palazzo v'era un povero, chiamato Lazzaro, abbreviatura di Eleazaro, il quale era piagato, sfinito ed affamato e, sentendo il profumo delle vivande del ricco, desiderava almeno di averne i residui e nessuno gliene dava. Venivano a lui i cani a leccargli le piaghe, forse i cani del palazzo stesso del ricco, il che dimostra che vi erano riguardati più del povero. Lazzaro non aveva neppure la forza di allontanarli, e forse aveva da essi soltanto un sollievo al prurito delle sue piaghe.
Ecco una vita splendida ed una vita infelicissima innanzi al mondo; ma innanzi a Dio la cosa era immensamente diversa. Morì infatti il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, cioè nel Limbo, dove i giusti, in compagnia di Abramo, attendevano che il Redentore aprisse loro le porte del cielo. Era un luogo di felicità e di pace naturale, immensamente superiore a qualunque stato di terrena felicità. Dopo poco tempo morì anche il ricco e fu sepolto nell'inferno. La sua vita dissoluta aveva prodotto il suo frutto di morte, ed egli tra le fiamme dell'inferno soffriva orribili tormenti.
Dal luogo della sua perdizione, così permettendolo Dio, vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno, cioè in sua felice compagnia. Quale contrasto con la vita misera che quel povero aveva condotto, e con la vita tormentosa che il ricco attualmente viveva! Questi sperò almeno un minimo sollievo fra le pene che soffriva, e rivolgendosi ad Abramo, quale capo del popolo cui apparteneva, lo supplicò di mandargli Lazzaro perché avesse intinto la punta del dito nell'acqua e gli avesse refrigerato la lingua, giacché bruciava nelle fiamme. Abramo gli rispose con una sentenza che non ammetteva repliche: egli aveva ricevuto beni nella vita mortale e non aveva fatto opere sante; Lazzaro aveva ricevuto tribolazioni e le aveva sofferte in pace per amore di Dio. Ora la situazione s'era capovolta irrimediabilmente, perché lo stato dell'eternità è immutabile, e non poteva mai avvenire che Lazzaro avesse potuto sollevarlo, per l'abisso incolmabile che separava lo stato di salvezza e quello della perdizione.
Il povero ricco, non potendo avere egli un sollievo, si preoccupò di cinque fratelli che aveva e supplicò Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, giacché conducevano vita sontuosa pure essi, e non voleva che avessero la stessa sorte.
Abramo non disse che Lazzaro non sarebbe potuto andare da essi, ma replicò che avevano già Mosè ed i profeti, e potevano alla luce delle loro parole salvarsi. Il ricco insistette che se avessero avuto l'avviso salutare da un morto avrebbero fatto penitenza; Gli sembrò che l'apparizione di un'anima felice come quella di Lazzaro e l'avviso della propria perdizione li avrebbero scossi. Ma Abramo gli disse recisamente che se non credevano a Mosè ed ai profeti, non avrebbero prestato fede neppure ad un morto risuscitato.
domenica 1 marzo 2015
01.03.2015 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 2
La confessione solenne fatta da san Pietro, per lume divino, della divinità di Gesù Cristo, aveva bisogno di una conferma solenne almeno per gli apostoli che maggiormente avrebbero potuto un giorno illuminare gli altri, e Gesù volle darla con grande solennità, e nello stesso tempo con grande riserbo. Egli condusse con sé dopo sei giorni Pietro, Giacomo e Giovanni su di un monte che la tradizione identifica nel Tabor, e si trasfigurò innanzi ad essi. Era rivestito di umana carne e di umili vesti, ed apparve rifulgente essendo Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, e con le vestimenta, rese, per la luce medesima che le inondava, di un bianco così intenso, da non potersi paragonare con qualunque candore terreno. Erano poi con Lui Mosè ed Elia, che rappresentavano la Legge ed i Profeti, i quali discorrevano con Lui.
Quello spettacolo grandioso colmò di timore i tre apostoli, i quali non sapevano più dove fossero; era un timore però calmo e solenne, che dava loro nel medesimo tempo un senso di felicità incomparabile, per cui san Pietro esclamò che era buona cosa per loro lo stare in quella felicità immensa, e propose di elevare là tre tabernacoli, senza capire quel che dicesse. Egli era come trasognato; sentiva la maestà del Signore, e non avrebbe voluto più distaccarsi da Lui. Dio però, che è infinita bontà, raccolse anche quel desiderio e subito, rivelandosi da una nube, gli additò il cammino per il quale avrebbe potuto raggiungere eternamente la gloria del suo Figlio esclamando: Questi è il mio Figlio carissimo: ascoltatelo.
Era necessario non elevare su quel monte tre tabernacoli, ma elevarli nell'anima: al Padre al Figlio e allo Spirito Santo; era necessario trasfigurarsi sull'esempio del Redentore, rivestendosi di splendore con la grazia e di candore nel santo Battesimo, era necessario che si trasfigurasse la mente con la luce della fede, e il cuore con la rettitudine delle aspirazioni.
giovedì 26 febbraio 2015
26.02.2015 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 7 par. 4-5
Gesù Cristo, dicendo di non dare le cose sante ai cani, e le perle ai porci, non vuole affermare che gli uomini ridotti così debbono lasciarsi in abbandono, egli anzi ci esorta a pregare, a chiedere insistentemente e con ardore la conversione di queste anime, e in generale a domandare il bene per noi e per tutti quelli che ci possono sembrare difettosi. La sua bellissima esortazione alla preghiera è legata a quello che dice prima, e quantunque possa applicarsi a qualunque preghiera, riguarda principalmente quelle che si fanno per il proprio miglioramento e per quello degli altri.
giovedì 19 febbraio 2015
22.02.2015 - Commento al vangelo di S. Marco cap. 1 par. 3
3. La voce del Padre nel Giordano e la voce di satana nel deserto
San Marco sintetizza in brevi parole due grandi avvenimenti della vita di Gesù Cristo; il suo battesimo nel Giordano e la sua tentazione nel deserto. Avendo parlato della voce che gridava nel deserto per preparare la via del Signore, è attratto dal ricordo della voce del Padre che risuonò sul Giordano, ed accenna appena alla voce di satana che tentò troncare la missione del Redentore. Una voce la preparava, una voce la proclamava, una voce tentava arrestarla. Le circostanze di questi fatti sono quasi accidentali, e l'evangelista vi si trattiene poco.
Giovanni aveva detto che il Redentore avrebbe battezzato nello Spirito Santo, e Gesù Cristo volle consolarlo, iniziando quel battesimo proprio per le mani di lui. Andò a ricevere il battesimo della penitenza per accogliere su di sé i nostri peccati, ed andò a santificare le acque con la sua presenza e con quella del Padre e dello Spirito Santo, perché si fossero mutate in lavacro di rigenerazione e di grazia. Scese nelle acque come novello Mosè, ed aprì il mare della divina misericordia con la sua potenza d'amore, attraendo sulla terra lo sguardo del Padre; i cieli si aprirono e discese visibilmente lo Spirito Santo, come discese al principio del mondo sulle acque per fecondarle nella vita; si compiva solennemente quello che era stato un lontano e misterioso annunzio nella creazione, poiché il Verbo fatto uomo discendeva nell'acqua per rigenerare tutto in Lui, lo Spirito Santo discendeva sul Verbo fatto vittima, per fecondare l'opera sua, ed il Padre faceva sentire la sua voce, compiacendosi del Figlio divino che lo amava, ed amandolo nella fiamma dell'infinito Amore.
Fu un momento solenne nel quale la gloria della Santissima Trinità illuminò nuovamente la terra; il Redentore si umiliò discendendo nell'acqua, ed in quell'atto di umiliazione riconobbe la gloria di Dio, esaltandolo sopra tutte le cose; alla voce del suo amore si aprirono i cieli, cioè sparirono quasi nell'immensa luce che si diffondeva, e dalle profondità luminosissime venne come una candida fiamma che sembrava una colomba: era l'infinito Amore che rispondeva all'Amore del Verbo Incarnato; era la compiacenza del Padre che spirava col Verbo l'infinito Amore; era la testimonianza del cielo che si univa a quella della terra, e confermava la voce di Giovanni.
Si deve notare che l'evangelista descrive la scena in poche parole, perché essa fu quasi come un lampo di luce sfolgorante; in un attimo avvolse tutta la terra, poiché per tutta la terra si diffuse la voce placida e potente della divina Bontà, che abbracciò le sue creature, rappresentate dal Redentore, oggetto della sua infinita compiacenza.
Nel mondo, però, satana non era stato ancora sconfitto, e nella gloriosa manifestazione del Giordano aveva dovuto sogghignare beffardamente, perché aveva ancora la preda fra gli artigli, e si riprometteva nel suo orgoglio di non farsela sfuggire. Ecco perché subito lo Spirito Santo, che aveva santificato tutta l'umanità del Redentore con nuovi doni, lo spinse nel deserto perché avesse dato a satana la prima sconfitta digiunando e ricacciandolo nell'abisso.
San Marco non racconta minutamente la tentazione di satana, non aveva bisogno di farlo; gli importava opporre al primo Adamo il secondo, al peccatore il Riparatore, al ricercatore del godimento il Penitente divino, che, spinto dall'amore per il Padre, va nel deserto invece che nell'Eden; digiuna invece di appetire il frutto proibito; ricaccia satana che lo tenta invece di farsi lusingare dalla sua voce infernale; rimane con le fiere invece di cercare il seducente sorriso di Eva, come fece Adamo compiacendola, e fu servito dagli angeli, perché proprio in questo elevò l'umana natura, rendendola compagna degli angeli di Dio.
Ecco tracciato il nostro cammino di resistenza allo spirito infernale. Dobbiamo umiliarci riconoscendoci peccatori, sottomettendoci agli altri, e cercando unicamente la gloria di Dio. Dobbiamo offrire al Signore un cuore puro, perché la grazia dello Spirito Santo lo inondi e lo renda compiacenza di Dio.
Quello che impedisce l'effondersi della grazia in noi è proprio l'impurità, figlia di orgoglio e orgoglio maledetto della carne. Non è necessario il cadere nel baratro per essere chiusi alla grazia, bastano anche quelle miserie volontarie che distraggono l'anima vanamente nelle creature. La curiosità morbosa, che ci ferma esternamente nell'ammirazione della forma estetica, e che internamente ci attrae al senso con vane compiacenze e con desideri di male spesso inconsci, è una barriera che si frappone tra noi e la grazia, e può da sola renderci infecondi spiritualmente, e sospingerci verso gli abissi del male.
Ritiriamoci nel deserto con la modestia degli sguardi, e formiamo in noi la solitudine, impedendo che il mondo ci si avvicini attraverso quegli spettri che si formano in noi per gli sguardi dissipati. Non crediamo che sia poi un male, magari, il non vedere un oggetto che ci può sembrare di arte; non ci facciamo illudere dalla necessità di osservare o dal bisogno di ammirare ciò che è bello; tutte queste scuse non impediscono di respirare l'aria mefitica della carne, e ci attraggono pesantemente nelle sfere dei sensi.
Quando l'aeroplano gira su se stesso, s'avvita come si dice in termine tecnico, e quando s'avvita fa precipitare nel vortice della morte; similmente, quando ci rivolgiamo su di noi o sulle creature, la carne ci avvita, e precipitiamo facilmente nella mota, dove la divina Colomba non può fermarsi.
Andiamo nella solitudine appartandoci da tutto ciò che è vano e curioso, da tutto ciò che ci distrae nell'ansietà di voler vedere, osservare, ammirare; lo diciamo proprio per la salvezza e la santificazione delle anime, e per renderle oggetto di compiacenza innanzi a Dio; amiamo la solitudine interiore, facciamolo almeno per prova; rifuggiamo dagli sguardi che fanno giungere a noi le voci di satana, alimentiamo l'anima nelle placide visioni del cielo, e sentiremo nel cuore e nei sensi una libertà dolcissima che ci farà volare fino a Dio, e ci farà conversare con gli angeli.
Sac. Dolindo Ruotolo