2. La guarigione del cieco nato, le indagini e gli interrogatori del sinedrio
Dopo la discussione avuta coi farisei nel recinto del tempio, e dopo essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi discepoli, e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano i poveri e gl'infelici per domandare l'elemosina.
L'essersi trovato là coi suoi discepoli e l'esservisi fermato conferma che Egli s'eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale per essere portato là ogni giorno dall'infanzia a cercarvi l'elemosina, era conosciuto da tutti, ed era una di quelle figure che nella loro medesima piccolezza finiscono per interessare il pubblico, e per essere quasi come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal contesto del racconto si rileva l'indole di questo cieco: di facile parola, affettuoso, riflessivo e un po' psicologo o conoscitore dell'ambiente del tempio; abituato a raccogliere tanti discorsi che facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano addetti al sacro luogo, s'era formato un concetto abbastanza chiaro di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s'informano di tutto nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo giovane doveva pur sapere che quasi mai i sacerdoti, gli scribi e i farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo sommamente venali; questo doveva aver disposto l'anima sua a diffidenza e disistima per essi; perciò, quando fu interrogato da loro, si mostrò franco, e non mancò di ribatterli con una certa vivezza, che rivela questo suo stato di animo.
La sua vita era monotona; al mattino era accompagnato al tempio, e vi rimaneva a cercare l'elemosina; a sera era riaccompagnato a casa. Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini, o gl'insegnamenti dei dottori della Legge, ed aveva una certa cultura religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare ed anche l'ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di carattere espansivo, e timorato di Dio.
Passando vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l'infelicità ed attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbi, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, per nascere cieco? Era infatti persuasione comune tra i Giudei che i mali fisici fossero mandati da Dio in punizione di peccati commessi, o che fossero castigo dei peccati dei genitori; ma i discepoli facevano una domanda insulsa chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, giacché questo sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero, e nel domandare se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata disposta e permessa da Dio per manifestare in quell'infelice la sua potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù infatti soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo aveva mandato, e con questo mostrò chiara l'intenzione di guarire quel cieco.
Nonostante le minacce dei suoi nemici, e nonostante che quel miracolo li avrebbe più malignamente aizzati contro di Lui, Egli non avrebbe mancato di compiere quell'opera buona, e di dare un nuovo argomento della verità della sua missione. Era per Lui ancora giorno, cioè non era ancora giunta l'ora oscura della sua Passione, quando non avrebbe potuto compiere miracoli, volendo subirla fino all'estrema immolazione. Egli doveva ancora per poco rimanere nel mondo, e finché vi dimorava, voleva dare argomenti di luce a tutti i secoli, nonostante che i malvagi ne avrebbero preso motivo per odiarlo e per irrompere contro di Lui.
Gli scribi e farisei avrebbero voluto che Egli avesse taciuto per sempre e si fosse eclissato, rinunziando alla sua missione; ma Egli questo non poteva farlo, perché era la luce delle anime e la luce dei secoli. Aveva detto poco prima: Io sono la luce del mondo, e volle confermare questa grande e fondamentale verità con un miracolo d'illuminazione materiale, simbolo dell'illuminazione spirituale. Volle donare la vista a quel povero cieco, per significare la vista che voleva dare e che avrebbe dato alle anime; compì esternamente il miracolo che voleva compiere internamente, e si servì di un mezzo inadeguato, anzi contrario, perché si fosse capita l'importanza del mezzo del quale voleva servirsi per redimere il mondo, cioè la umiltà e l'obbrobrio della croce.
Gesù non domandò al cieco se voleva essere guarito né il cieco lo supplicò di guarirlo; andò Egli stesso incontro al povero infelice, come Egli stesso veniva incontro all'uomo peccatore e, sputato in terra, fece con lo sputo un po' di fango, impastando la polvere della strada, lo spalmò sugli occhi del cieco e gli comandò d'andarsi a lavare alla piscina di Siloe.
Il Sacro Testo fa notare che Siloe significa mandato, perché questo nome aveva un mistico significato che ricordava precisamente Colui che doveva essere mandato, ossia il Messia.
La piscina o fontana di Siloe si trovava nella parte Sud-Est di Gerusalemme, fuori delle mura, tra il monte Ofel ed il Sion; il cieco per recarvisi dovette essere accompagnato da qualcuno. Andò, si lavò ed acquistò subito la vista.
Tratto dalla monumentale opera di dottrina esegetica di ben 30 volumi. Il frutto che si ricava da tale lettura è una maturazione profonda nella fede, una percezione della verità della Parola negli eventi del nostro tempo, una aspirazione santa alle promesse contenute nella Rivelazione.
sabato 25 marzo 2017
sabato 18 marzo 2017
19.03.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. IV par. 2-3
2. II colloquio di Gesù con la Samaritana e la sua esplicita dichiarazione di essere Lui il Messia
Al principio della sua grande missione Gesù Cristo evitava tutto quello che avesse potuto comprometterne il normale sviluppo. Egli avrebbe potuto superare ogni ostacolo con la sua onnipotenza, ma preferiva le vie normali della mitezza e della prudenza, per istruzione dei suoi apostoli, e di quanti avrebbero un giorno continuato nel mondo l'apostolato. Fu per questa regola di prudenza che, avendo saputo che i farisei già si allarmavano perché Egli faceva maggior numero di discepoli e battezzava più di Giovanni, benché non lo facesse Lui direttamente ma per mezzo dei suoi discepoli, lasciò la Giudea e si avviò verso la Galilea.
L'allarme dei farisei costituiva in realtà una grave minaccia; essi, che mal tolleravano Giovanni e già brigavano presso Erode per farlo togliere di mezzo, non volevano ad ogni costo che quell'apostolato, da essi stimato arbitrario, si rinnovasse in altri, e che, soppresso il Battista, ne sorgesse un altro. Giovanni aveva già un grande prestigio nel popolo, ed essi non osavano opporglisi direttamente, ma non erano affatto disposti a tollerare che altri ne pigliasse il posto, e si perpetuasse così un ministero extralegale; erano decisi perciò a tutto pur di stroncare al principio ogni tentativo.
L'uomo, dolorosamente, non capisce quasi mai i disegni di Dio, e mentre lascia correre il male autentico senza protestare, si allarma poi e prende posizione di combattimento contro il bene.
Il male è violento ed audace, ed egli non osa opporvisi, il bene è modesto e pacifico, e vi s'irrompe contro con tutte le forze.
Gesù Cristo nell'andare dalla Giudea verso la Galilea scelse la via più breve attraversando la Samaria che stava fra le due regioni.
La Samaria, abitata in prevalenza da pagani di origine, era considerata dagli Ebrei come una terra scismatica, poiché aveva sul Garizim, che è una montagna che la domina, un tempio rivale di quello di Gerusalemme, ed aveva una religione tutta propria, mista a superstizioni di ogni genere. I Samaritani a loro volta avversavano gli Ebrei propriamente detti, e non lasciavano di ingiuriarli e maltrattarli quando passavano per la loro terra per recarsi al tempio di Gerusalemme. Per questa ragione gli Ebrei evitavano la Samaria allungando notevolmente i loro viaggi. Gesù Cristo stesso aveva vietato ai suoi apostoli di andare nella Samaria a predicare, per non comprometterne il ministero innanzi agli Israeliti, che li avrebbero considerati come scismatici, e non avrebbero accettato la loro parola. Questa Volta però volle andarvi personalmente per convertirvi una peccatrice, e gettarvi il primo germe del regno di Dio.
Al principio della sua grande missione Gesù Cristo evitava tutto quello che avesse potuto comprometterne il normale sviluppo. Egli avrebbe potuto superare ogni ostacolo con la sua onnipotenza, ma preferiva le vie normali della mitezza e della prudenza, per istruzione dei suoi apostoli, e di quanti avrebbero un giorno continuato nel mondo l'apostolato. Fu per questa regola di prudenza che, avendo saputo che i farisei già si allarmavano perché Egli faceva maggior numero di discepoli e battezzava più di Giovanni, benché non lo facesse Lui direttamente ma per mezzo dei suoi discepoli, lasciò la Giudea e si avviò verso la Galilea.
L'allarme dei farisei costituiva in realtà una grave minaccia; essi, che mal tolleravano Giovanni e già brigavano presso Erode per farlo togliere di mezzo, non volevano ad ogni costo che quell'apostolato, da essi stimato arbitrario, si rinnovasse in altri, e che, soppresso il Battista, ne sorgesse un altro. Giovanni aveva già un grande prestigio nel popolo, ed essi non osavano opporglisi direttamente, ma non erano affatto disposti a tollerare che altri ne pigliasse il posto, e si perpetuasse così un ministero extralegale; erano decisi perciò a tutto pur di stroncare al principio ogni tentativo.
L'uomo, dolorosamente, non capisce quasi mai i disegni di Dio, e mentre lascia correre il male autentico senza protestare, si allarma poi e prende posizione di combattimento contro il bene.
Il male è violento ed audace, ed egli non osa opporvisi, il bene è modesto e pacifico, e vi s'irrompe contro con tutte le forze.
Gesù Cristo nell'andare dalla Giudea verso la Galilea scelse la via più breve attraversando la Samaria che stava fra le due regioni.
La Samaria, abitata in prevalenza da pagani di origine, era considerata dagli Ebrei come una terra scismatica, poiché aveva sul Garizim, che è una montagna che la domina, un tempio rivale di quello di Gerusalemme, ed aveva una religione tutta propria, mista a superstizioni di ogni genere. I Samaritani a loro volta avversavano gli Ebrei propriamente detti, e non lasciavano di ingiuriarli e maltrattarli quando passavano per la loro terra per recarsi al tempio di Gerusalemme. Per questa ragione gli Ebrei evitavano la Samaria allungando notevolmente i loro viaggi. Gesù Cristo stesso aveva vietato ai suoi apostoli di andare nella Samaria a predicare, per non comprometterne il ministero innanzi agli Israeliti, che li avrebbero considerati come scismatici, e non avrebbero accettato la loro parola. Questa Volta però volle andarvi personalmente per convertirvi una peccatrice, e gettarvi il primo germe del regno di Dio.
sabato 11 marzo 2017
12.03.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. XVII par. 2-3
2. Un saggio della divina gloria di Gesù Cristo
Il programma proposto da Gesù ai suoi seguaci: rinnegarsi e prendere la croce, aveva dovuto abbattere non poco gli apostoli, e perciò Egli, nella sua carità infinita, volle sollevarne lo spirito, con una manifestazione gloriosa, che doveva imprimersi nella loro mente per i giorni tristi che sarebbero venuti.
Partendo dai pressi di Cesàrea di Filippo, giunse alle falde di un monte che la tradizione individua nel Tabor, e presi con sé i suoi apostoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ascese alla sua cima, elevata a 780 metri sul lago di Genesaret ed a 400 sulla pianura di Esdrelon. Non prese con sé tutti gli apostoli, perché avrebbero fatto pubblicità inopportuna, ma volle solo tre testimoni affinché avessero potuto sostenere la vacillante fede negli altri apostoli, scossa dalla continua propaganda ostile degli scribi e farisei.
Dal modo come san Luca narra l'avvenimento, si rileva che dovette avverarsi nella notte (Le 9), Gesù era infatti salito sul monte per pregare, ciò che faceva di notte, e ne discese il giorno dopo, passando la notte sull'altura. Le tenebre e la solitudine dettero all'avvenimento un maggiore risalto. Il Redentore si mise in orazione, e si raccolse tutto nella gloria del Padre. L'anima sua attratta dalla divinità si trovò in piena visione beatifica, ed il corpo fu reso glorioso dalla luce divina. L'ineffabile purezza di quel Corpo divino non offrì neppure il più piccolo ostacolo alla luce eterna che tutto l'avvolgeva, lo penetrava e lo rischiarava, di modo che fu tutto luce e splendore. Il volto divenne come sole, in un'ineffabile espressione di gloria e le vesti per la gran luce che emanava dal corpo, si fecero bianche come la neve, o come dice il testo greco, come la luce. Era uno spettacolo grandioso, ineffabile che rapiva l'anima, e la trasfondeva tutta di pace, di godimento e di amore.
I tre apostoli, come nota san Luca, prima aggravati dal sonno, si svegliarono certamente allo splendore di quella luce divina, videro due personaggi che discorrevano con Gesù e per divina ispirazione riconobbero in essi Mosè ed Elia.
Furono presi da timore e subito dopo da una gioia interiore così grande che non sapevano esprimerla.
Psicologicamente, nelle grandi gioie che danno all'anima un senso di riposo e di raccoglimento, la fantasia s'accende e fa progetti per conservare o accrescere il benessere che si prova. Gli apostoli si voltarono intorno, videro giù le oscure valli e d'ogni parte le tenebre, ebbero orrore del mondo nel quale vivevano e pensarono subito di voler rimanere sempre in quella felicità.
Si scambiarono certamente delle parole, perché nelle grandi sorprese, ognuno crede che chi gli sta vicino non se ne dia conto abbastanza, e ci tiene a manifestare le proprie impressioni, e a tener desta l'altrui attenzione.
Scambievolmente si additavano lo splendore di quella gloria, e scambievolmente si dicevano di non volere ad ogni costo staccarsene, perciò san Pietro, parlando a nome di tutti, si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, è buona cosa per noi lo stare qui; se vuoi, facciamo qui tre tende, una per Te, una per Mosè ed una per Elia.
Egli non sapeva quello che dicesse, dice san Luca, e difatti le sue parole erano povere ed inceppate, come lo sono sempre in una grande emozione di gioia, ed innanzi ad una grande maestà. San Pietro avrebbe voluto dire tante cose e non sapeva quello che dovesse dire, voleva esprimere tanti progetti di stabile felicità, e non seppe proporre che l'erezione di tre tende. È profondamente psicologico, poiché nelle grandi emozioni, i progetti della fantasia quando si esprimono sfumano e di tutta una ridda d'immagini che sembrano grandiose, non rimane che l'espressione di un semplice desiderio rozzamente manifestato. I progetti della fantasia sfornano come un sogno che si dilegua e la parola diventa anche più povera non sapendosi adeguare a ciò che è già di per sé inafferrabile.
Il programma proposto da Gesù ai suoi seguaci: rinnegarsi e prendere la croce, aveva dovuto abbattere non poco gli apostoli, e perciò Egli, nella sua carità infinita, volle sollevarne lo spirito, con una manifestazione gloriosa, che doveva imprimersi nella loro mente per i giorni tristi che sarebbero venuti.
Partendo dai pressi di Cesàrea di Filippo, giunse alle falde di un monte che la tradizione individua nel Tabor, e presi con sé i suoi apostoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ascese alla sua cima, elevata a 780 metri sul lago di Genesaret ed a 400 sulla pianura di Esdrelon. Non prese con sé tutti gli apostoli, perché avrebbero fatto pubblicità inopportuna, ma volle solo tre testimoni affinché avessero potuto sostenere la vacillante fede negli altri apostoli, scossa dalla continua propaganda ostile degli scribi e farisei.
Dal modo come san Luca narra l'avvenimento, si rileva che dovette avverarsi nella notte (Le 9), Gesù era infatti salito sul monte per pregare, ciò che faceva di notte, e ne discese il giorno dopo, passando la notte sull'altura. Le tenebre e la solitudine dettero all'avvenimento un maggiore risalto. Il Redentore si mise in orazione, e si raccolse tutto nella gloria del Padre. L'anima sua attratta dalla divinità si trovò in piena visione beatifica, ed il corpo fu reso glorioso dalla luce divina. L'ineffabile purezza di quel Corpo divino non offrì neppure il più piccolo ostacolo alla luce eterna che tutto l'avvolgeva, lo penetrava e lo rischiarava, di modo che fu tutto luce e splendore. Il volto divenne come sole, in un'ineffabile espressione di gloria e le vesti per la gran luce che emanava dal corpo, si fecero bianche come la neve, o come dice il testo greco, come la luce. Era uno spettacolo grandioso, ineffabile che rapiva l'anima, e la trasfondeva tutta di pace, di godimento e di amore.
I tre apostoli, come nota san Luca, prima aggravati dal sonno, si svegliarono certamente allo splendore di quella luce divina, videro due personaggi che discorrevano con Gesù e per divina ispirazione riconobbero in essi Mosè ed Elia.
Furono presi da timore e subito dopo da una gioia interiore così grande che non sapevano esprimerla.
Psicologicamente, nelle grandi gioie che danno all'anima un senso di riposo e di raccoglimento, la fantasia s'accende e fa progetti per conservare o accrescere il benessere che si prova. Gli apostoli si voltarono intorno, videro giù le oscure valli e d'ogni parte le tenebre, ebbero orrore del mondo nel quale vivevano e pensarono subito di voler rimanere sempre in quella felicità.
Si scambiarono certamente delle parole, perché nelle grandi sorprese, ognuno crede che chi gli sta vicino non se ne dia conto abbastanza, e ci tiene a manifestare le proprie impressioni, e a tener desta l'altrui attenzione.
Scambievolmente si additavano lo splendore di quella gloria, e scambievolmente si dicevano di non volere ad ogni costo staccarsene, perciò san Pietro, parlando a nome di tutti, si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, è buona cosa per noi lo stare qui; se vuoi, facciamo qui tre tende, una per Te, una per Mosè ed una per Elia.
Egli non sapeva quello che dicesse, dice san Luca, e difatti le sue parole erano povere ed inceppate, come lo sono sempre in una grande emozione di gioia, ed innanzi ad una grande maestà. San Pietro avrebbe voluto dire tante cose e non sapeva quello che dovesse dire, voleva esprimere tanti progetti di stabile felicità, e non seppe proporre che l'erezione di tre tende. È profondamente psicologico, poiché nelle grandi emozioni, i progetti della fantasia quando si esprimono sfumano e di tutta una ridda d'immagini che sembrano grandiose, non rimane che l'espressione di un semplice desiderio rozzamente manifestato. I progetti della fantasia sfornano come un sogno che si dilegua e la parola diventa anche più povera non sapendosi adeguare a ciò che è già di per sé inafferrabile.
sabato 4 marzo 2017
05.03.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. IV par. 2-7
2. Il primo scontro tra il Redentore e satana
Gesù Cristo, venuto dal Cielo per liberarci dalla schiavitù e dalle insidie di satana, e per tracciarci il cammino della vita, volle affrontare il maligno per smascherarlo innanzi alle anime, per confonderne la tracotanza, e glorificare Dio con atti di dedizione e di amore, che dovevano riparare le nostre deficienze. La tentazione che Egli volle subire è certamente un altissimo mistero, così ricco di verità e d'insegnamenti, che l'anima vi si smarrisce.
Prima di tutto è misteriosissimo il fatto stesso della tentazione, giacché il Redentore era perfettissimamente ordinato in tutte le sue potenze ed era la stessa sapienza, l'ordine, la santità, l'armonia; non poteva dunque subire una tentazione, che importa per necessità o un turbamento nelle potenze, o un'illusione di falsa luce. Anche noi, pur potendo essere tentati in tanti modi, non potremmo essere tentati, per esempio sulla inesistenza del sole, quando esso ci riscalda e ci illumina.
La tentazione suppone nell'anima o nella natura fisica una debolezza che satana sfrutta, perché, in fondo, la tentazione è un'insidia che potremmo chiamare anche una feroce irrisione. Ora su quale debolezza del Redentore satana avrebbe potuto montare la sua tentazione? Fu Gesù stesso, nel suo amore e nella sua carità, a mettersi nelle condizioni di avvertire una debolezza, e non potendola sentire nell'anima perché perfettissima, la sentì nel corpo digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. Il novello Adamo aveva un contatto col primo, al quale, innocente e santo, satana non poté dare altra tentazione che sfruttando la necessità naturale che egli aveva di cibarsi. Non poteva penetrare l'anima, non poteva agitarne le potenze armonizzate e sottomesse alla ragione, e tentò penetrarvi attraverso la necessità del cibo, e turbarne così le aspirazioni.
Gesù Cristo, subito dopo il battesimo di Giovanni, fu condotto dallo Spirito Santo, disceso in forma di colomba su di Lui, fin nelle aspre regioni deserte che si stendono ad Ovest di Gerico, su di una squallida montagna alta 473 metri, chiamata anche oggi montagna della Quarantena; vi fu condotto per esservi tentato dal diavolo.
Il primo Adamo fu messo nell'Eden, giardino delizioso, per subirvi la prova e meritarsi il premio; il secondo Adamo, che doveva riparare le colpe del primo, fu condotto in un'orrida solitudine per subirvi una prova. Il primo Adamo ebbe ogni abbondanza di frutti prelibati, e gliene fu proibito uno solo, il novello Adamo digiunò completamente, e stette fra aride ed infeconde pietre. Digiunò nel corpo ed espanse nel Padre tutta l'anima sua con tale veemenza di amore, da non avvertire la fame che quando ritornò a quella vita normale di terreno pellegrinaggio da Lui stesso accettata ed abbracciata. Strettamente parlando potrebbe dirsi anche naturale il suo lungo digiuno, perché, quando l'anima è quasi tratta fuori del corpo in un'estasi di pacifico amore, le necessità fisiche sono minime, ed il corpo potrebbe anche conservarsi in vita, nutrendo i suoi organi a spese delle riserve accumulate prima.
Era logico che il novello Adamo opponesse al primo un pieno digiuno, e l'opponesse contemplando le divine grandezze; Egli additò così all'uomo la via per essere simile a Dio nei riflessi della sua gloria e del suo amore, la via maestra delle rinunzie generose per le conquiste del divino.
Satana aveva detto che il segreto per essere simile a Dio era il non rinunziare neppure all'unico frutto proibito, il ribellarsi, il dare il sopravvento ai sensi, Gesù Cristo additò la via opposta, e lungi dall'andare presso l'albero della proibizione, come Adamo, andò in mezzo alle pietre.
Anche questo è sublime! Le pietre, il deserto, lo squallore non potevano avere attrattive per i sensi, spingevano l'anima al cielo, l'anima che cerca solo ciò che è grande. Il Redentore cercò l'arida solitudine per insegnare alle anime nostre a non fermarsi alle piccole cose della terra, ed a tendere a Dio attraverso le stesse privazioni delle quali la vita ci dà occasione.
Gesù Cristo, venuto dal Cielo per liberarci dalla schiavitù e dalle insidie di satana, e per tracciarci il cammino della vita, volle affrontare il maligno per smascherarlo innanzi alle anime, per confonderne la tracotanza, e glorificare Dio con atti di dedizione e di amore, che dovevano riparare le nostre deficienze. La tentazione che Egli volle subire è certamente un altissimo mistero, così ricco di verità e d'insegnamenti, che l'anima vi si smarrisce.
Prima di tutto è misteriosissimo il fatto stesso della tentazione, giacché il Redentore era perfettissimamente ordinato in tutte le sue potenze ed era la stessa sapienza, l'ordine, la santità, l'armonia; non poteva dunque subire una tentazione, che importa per necessità o un turbamento nelle potenze, o un'illusione di falsa luce. Anche noi, pur potendo essere tentati in tanti modi, non potremmo essere tentati, per esempio sulla inesistenza del sole, quando esso ci riscalda e ci illumina.
La tentazione suppone nell'anima o nella natura fisica una debolezza che satana sfrutta, perché, in fondo, la tentazione è un'insidia che potremmo chiamare anche una feroce irrisione. Ora su quale debolezza del Redentore satana avrebbe potuto montare la sua tentazione? Fu Gesù stesso, nel suo amore e nella sua carità, a mettersi nelle condizioni di avvertire una debolezza, e non potendola sentire nell'anima perché perfettissima, la sentì nel corpo digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. Il novello Adamo aveva un contatto col primo, al quale, innocente e santo, satana non poté dare altra tentazione che sfruttando la necessità naturale che egli aveva di cibarsi. Non poteva penetrare l'anima, non poteva agitarne le potenze armonizzate e sottomesse alla ragione, e tentò penetrarvi attraverso la necessità del cibo, e turbarne così le aspirazioni.
Gesù Cristo, subito dopo il battesimo di Giovanni, fu condotto dallo Spirito Santo, disceso in forma di colomba su di Lui, fin nelle aspre regioni deserte che si stendono ad Ovest di Gerico, su di una squallida montagna alta 473 metri, chiamata anche oggi montagna della Quarantena; vi fu condotto per esservi tentato dal diavolo.
Il primo Adamo fu messo nell'Eden, giardino delizioso, per subirvi la prova e meritarsi il premio; il secondo Adamo, che doveva riparare le colpe del primo, fu condotto in un'orrida solitudine per subirvi una prova. Il primo Adamo ebbe ogni abbondanza di frutti prelibati, e gliene fu proibito uno solo, il novello Adamo digiunò completamente, e stette fra aride ed infeconde pietre. Digiunò nel corpo ed espanse nel Padre tutta l'anima sua con tale veemenza di amore, da non avvertire la fame che quando ritornò a quella vita normale di terreno pellegrinaggio da Lui stesso accettata ed abbracciata. Strettamente parlando potrebbe dirsi anche naturale il suo lungo digiuno, perché, quando l'anima è quasi tratta fuori del corpo in un'estasi di pacifico amore, le necessità fisiche sono minime, ed il corpo potrebbe anche conservarsi in vita, nutrendo i suoi organi a spese delle riserve accumulate prima.
Era logico che il novello Adamo opponesse al primo un pieno digiuno, e l'opponesse contemplando le divine grandezze; Egli additò così all'uomo la via per essere simile a Dio nei riflessi della sua gloria e del suo amore, la via maestra delle rinunzie generose per le conquiste del divino.
Satana aveva detto che il segreto per essere simile a Dio era il non rinunziare neppure all'unico frutto proibito, il ribellarsi, il dare il sopravvento ai sensi, Gesù Cristo additò la via opposta, e lungi dall'andare presso l'albero della proibizione, come Adamo, andò in mezzo alle pietre.
Anche questo è sublime! Le pietre, il deserto, lo squallore non potevano avere attrattive per i sensi, spingevano l'anima al cielo, l'anima che cerca solo ciò che è grande. Il Redentore cercò l'arida solitudine per insegnare alle anime nostre a non fermarsi alle piccole cose della terra, ed a tendere a Dio attraverso le stesse privazioni delle quali la vita ci dà occasione.
sabato 25 febbraio 2017
26.02.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. VI par. 8-10
8. Non si può servire due padroni. Fiducia nella divina provvidenza
Eppure sono così opposti i principi di Gesù Cristo e quelli del mondo, che non è possibile riconciliarli neppure coi ritrovati più o meno dissimulati della viltà e delle passioni, e perciò il Redentore ci ammonisce recisamente che non si può servire a due padroni. È impossibile ancora concentrare la vita tutta nelle cure materiali e nella preoccupazione delle ricchezze, e pretendere di concentrarla contemporaneamente nelle aspirazioni del cielo, poiché quello che ci lega alla terra ci distacca da Dio.
Perciò Gesù Cristo soggiunge: Non potete servire a Dio e a mammona, cioè, secondo il significato caldaico della parola, a Dio ed alla ricchezza. Non dice: non potete avere Dio e la ricchezza, perché questo è stato possibile a tanti santi, ma non potete servire, cioè dedicarvi con l'anima e con le forze.
La premura che hanno gli uomini di accumulare ricchezze è giustificata dalla necessità della vita, e da questo pretesto comincia in noi quella terribile passione delle cose terrene che degenera ben presto in avarizia. Perciò Gesù Cristo tronca alla radice la pessima pianta dicendoci di non prenderci affanno dell'alimento e del vestito. Non dice di non pensarci, ma di non preoccuparcene fino al punto da dimenticarci di Dio e della fiducia che dobbiamo avere in Lui come Padre di tutte le sue creature. Dio vuole che lavoriamo per provvederci di cibo ed il vestito; ma il lavoro non può e non deve diventare così assillante da troncare o danneggiare la vita dell'anima. Servendo Dio, il lavoro diventa una via di provvidenza; trascurando Dio, s'isterilisce miseramente e diventa fonte di assillanti preoccupazioni, come dolorosamente si vede nelle famiglie e nelle nazioni che hanno dimenticato il Signore.
Gesù Cristo rafforza la nostra confidenza in Dio; richiamando la nostra attenzione su quelle creature che, pur non lavorando o non avendo cura delle loro necessità, sono soccorse dalla bontà divina. Gli uccelli non seminano, non mietono e non empiono granai, eppure trovano sempre il loro sostentamento; i gigli del campo, cioè quelli che crescono senza speciali cure del giardiniere, non lavorano e non filano, eppure Dio li veste così elegantemente, che neppure Salomone con tutta la sua gloria vestì come uno di essi.
Il Signore che provvede con tanto amore a queste creature che passano dopo breve tempo, provvede con amore immensamente più grande a quelle che passano sulla terra per andare a Lui e per possederlo eternamente.
Egli dunque vuole da noi questa testimonianza di filiale abbandono, e questa confessione della sua dolcissima padronanza, ed esige che mettiamo come fondamento della vita non già le preoccupazioni temporali, ma quelle spirituali, non già le nostre forze o la nostra abilità ma la benedizione divina, giacché noi, con tutta la nostra preoccupazione, non siamo capaci di aggiungere alla statura già sviluppata un cubito, cioè mezzo metro, od alla vita, secondo il testo greco, un tempo di più.
Siamo nelle mani di Dio e sottoposti alle sue leggi nello sviluppo fisico, e siamo nelle sue braccia paterne per ciò che riguarda l'alimento e ciò che è necessario ai bisogni quotidiani. Egli sa ciò che ci occorre, e solo chi non crede in Lui vivente, come i pagani, ed ha come divinità degli idoli, può credere di doversene preoccupare fino a ridurre la vita a una ricerca assillante del mangiare, del bere e del vestire.
Dio vive veramente, è veramente, e vuol dimostrare la sua realtà provvedendo a chi cerca prima il regno eterno e la sua giustizia, cioè la gloria divina e la santità della propria vita.
Basta dunque pensare a quello che può servire ai bisogni quotidiani, basta a ciascun giorno il suo affanno, senza pretendere di dover assorbire tutte le attività per crearsi una posizione di sicurezza assoluta, che praticamente non raggiunge neppure lo scopo di privarci dell'affanno quotidiano della vita.
L'insegnamento di Gesù Cristo è di una importanza grandissima e riguarda le basi medesime della vita cristiana e del carattere che deve distinguerla da quella dei pagani. Non si tratta soltanto di delicate esortazioni a confidare nella divina provvidenza, ma dell'indirizzo pratico della vita e della giornata, nel terreno pellegrinaggio; si tratta di porre come fondamento la vita dello spirito e come accessorio la vita del corpo, mentre il mondo o quelli che pretendono essere anche suoi servi, essendo servi di Dio, stabiliscono come accessorio ciò che è spirituale, credendo esagerato tutto quello che si fa per l'anima, e riducono la vita ad una preoccupazione assillante di guadagni, di ricchezze, di benessere, di divertimenti e di peccati, che sono la rovina della vita stessa. Potremmo dire che in questo problema e nella sua pratica risoluzione si vede qual è la bandiera dei figli di Dio, e perciò è necessario approfondirlo.
Certamente la vita materiale con i suoi bisogni e le sue necessità ci trae, e tenta prendere il sopravvento sulla vita spirituale. Se si pensa solo a quello che occorre in una casa, al cibo, alla bevanda, alla biancheria, al vestito, all'arredamento, alle più piccole cose, c'è da credere che ne rimanga assorbita la giornata. Se si cucina, per esempio, occorre fare prima la spesa, con le relative contrattazioni; poi bisogna preparare il cibo, e questo spesso assorbe ore intere; poi cuocerlo con cura, per evitare le possibili recriminazioni. Quando è pronto e va al desco familiare, dopo poco occorre ripulire le stoviglie, rimettere tutto a posto, e poi ricominciare per la cena. Se viene la sarta o il sarto, il calzolaio, il barbiere, ecc., la giornata viene assorbita tutta e, se vengono occupazioni straordinarie, sembra insufficiente. A questo si aggiungano il lavoro, l'ufficio, l'impiego, il commercio, e la vita appare attanagliata dalle premure temporali.
Che cosa si dà allo spirito e a Dio in tutto questo assillo quotidiano? Disgraziatamente nulla o quasi nulla, se non si crede addirittura la religione e la pietà una bega da teste vuote o da gente oziosa.
sabato 18 febbraio 2017
19.02.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. V par. 23
23. Il dominio dell'anima su se stessa e sul male, nella generosità e nella carità
L'uomo crede facilmente al dominio della forza brutale, ed all'efficacia della reazione per imporre agli altri il rispetto, senza sottostare a prepotenze o a violenze. La forza però non conquide lo spirito, anzi lo inasprisce, e perciò, praticamente, chi crede di dominare è dominato, e chi crede di aver vinto è sconfitto. La reazione violenta non annienta la reazione ma la ingigantisce, ed anche umanamente parlando, fa trovare l'aggredito in peggiori condizioni.
Il cristiano è sempre un aviatore dello spirito; non sta nella carlinga per rimanere a terra ma per volare; è sempre un conquistatore di ricchezze eterne, e non si cura troppo di ciò che è materiale; cammina come pellegrino e come apostolo, aspirando a conquistare il Cielo ed a farlo conquistare agli altri; è membro vivo del Corpo mistico di Gesù Cristo e partecipa al suo Corpo ed al suo Sangue eucaristico desiderando, a somiglianza del suo Maestro, immolarsi per gli altri ed abbracciare tutti nella carità. Tutto questo lo rende talmente superiore alle beghe meschine della vita presente, che vi passa sopra come trionfatore. Gl'insegnamenti di Gesù Cristo mirano a questo scopo altissimo, e lungi dall'essere paradossali, guardano la vita per quello che è, senza illusioni irreali. Chi reagisce alla malvagità altrui per vincerla con la forza, può essere sopraffatto, e si trova in condizioni più gravi; chi la disarma con la dolcezza e con la carità, la riduce all'impotenza non con le armi ma con lo spirito, e chi prega per i cattivi attira su di loro quelle grazie celesti che li migliorano. Gesù Cristo non parla della reazione della legge, né di quelle forze legali che debbono ristabilire l'ordine per mandato divino; parla delle relazioni private tra gli uomini, e del modo migliore per eliminare i contrasti e le dissensioni.
E spontaneo nel nostro cuore il voler rendere male per male, perché ci urta l'ingiustizia e ci soddisfa la giustizia. La legge penale antica, sostituendosi alla privata reazione, aveva stabilito la così detta pena del taglione, condannando il colpevole alla stessa sofferenza cagionata agli altri: Occhio per occhio, dente per dente (Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21); con questo dava soddisfazione al colpito ingiustamente, senza pericolo di eccessi personali. Più tardi, per le false interpretazioni dei dottori giudei, la legge aveva dato luogo a vere vendette private, a danno della pubblica quiete. Gesù Cristo taglia il male nella radice, inculca la pazienza e la bontà che disarmano l'anima e riconducono la pace.
Non resistere al malvagio, cioè non venire con lui a contrasto, perché non lo vinci così e non ti rendi superiore a lui. Il contrasto è una diminuzione della propria dignità ed è una moltiplicazione delle ingiurie; tu invece passa sopra alle insolenze, e se uno ti percuote nella guancia destra presentagli anche l'altra. Presentala non tanto per essere percosso di nuovo, ma presentala nell'amorevolezza del compatimento e del perdono. Si schiaffeggia un volto che appare antipatico e provocante, e tu mostra subito l'altra faccia, quella che realmente sta in te: la bontà e la compassione. Se mostri questa guancia, cioè questo tuo aspetto benevolo, insospettato dal nemico, lo hai vinto e lo hai messo nella necessità di riflettere al suo atto brutale e di vergognarsene. Gesù Cristo non comanda letteralmente di farsi percuotere nell'altra guancia, come non comanda letteralmente di cavarsi l'occhio o recidersi la mano, ma comanda di mostrare l'altra guancia, dimostrando l'opposto di quello che appare al nemico e lo spinge a farsi violenza.
Questo è tanto vero che Egli stesso nella Passione, percosso nella guancia, interrogò il malvagio servo per mostrargli che non aveva parlato male al sommo sacerdote, gli mostrò quindi l'altro aspetto della sua risposta, l'altra faccia della risposta che aveva provocato lo schiaffo. Nella Passione Gesù che ci dette esempi ineffabili di pazienza e offrì le sue membra ai flagelli ed alla croce, ci avrebbe dato certamente l'esempio di mostrare l'altra guancia se l'avesse inteso letteralmente. Gesù vuole che certe questioni si chiarifichino, e che, invece di reagire con la forza e con i gridi, si reagisca con l'evidenza della ragione in modo da troncare il dissidio nella radice. E un primo modo per conservare la pace.
Un altro modo è quello di accondiscendere per carità, mostrando la propria superiorità di animo; così a chi vuole chiamarti in giudizio e vuol litigare per toglierti la tunica, ossia l'abito aderente al corpo, cedigli anche il mantello.
Con questo parlare figurato Gesù vuole insegnarci ad evitare le liti giudiziarie che conducono sempre a rovine ed a perdite maggiori anche quando si vincono. È più nobile il cedere non per la forza, ma per la carità e la generosità; perciò Gesù Cristo non dice fatti togliere anche il mantello, ma cedigli anche il mantello, cioè mostrati generoso di tua volontà, e mostrati superiore ad una povera cosa terrena, che non vale quanto la conservazione della pace e l'evitare le noie e i fastidi del giudizio.
Sac. Dolindo Ruotolo
L'uomo crede facilmente al dominio della forza brutale, ed all'efficacia della reazione per imporre agli altri il rispetto, senza sottostare a prepotenze o a violenze. La forza però non conquide lo spirito, anzi lo inasprisce, e perciò, praticamente, chi crede di dominare è dominato, e chi crede di aver vinto è sconfitto. La reazione violenta non annienta la reazione ma la ingigantisce, ed anche umanamente parlando, fa trovare l'aggredito in peggiori condizioni.
Il cristiano è sempre un aviatore dello spirito; non sta nella carlinga per rimanere a terra ma per volare; è sempre un conquistatore di ricchezze eterne, e non si cura troppo di ciò che è materiale; cammina come pellegrino e come apostolo, aspirando a conquistare il Cielo ed a farlo conquistare agli altri; è membro vivo del Corpo mistico di Gesù Cristo e partecipa al suo Corpo ed al suo Sangue eucaristico desiderando, a somiglianza del suo Maestro, immolarsi per gli altri ed abbracciare tutti nella carità. Tutto questo lo rende talmente superiore alle beghe meschine della vita presente, che vi passa sopra come trionfatore. Gl'insegnamenti di Gesù Cristo mirano a questo scopo altissimo, e lungi dall'essere paradossali, guardano la vita per quello che è, senza illusioni irreali. Chi reagisce alla malvagità altrui per vincerla con la forza, può essere sopraffatto, e si trova in condizioni più gravi; chi la disarma con la dolcezza e con la carità, la riduce all'impotenza non con le armi ma con lo spirito, e chi prega per i cattivi attira su di loro quelle grazie celesti che li migliorano. Gesù Cristo non parla della reazione della legge, né di quelle forze legali che debbono ristabilire l'ordine per mandato divino; parla delle relazioni private tra gli uomini, e del modo migliore per eliminare i contrasti e le dissensioni.
E spontaneo nel nostro cuore il voler rendere male per male, perché ci urta l'ingiustizia e ci soddisfa la giustizia. La legge penale antica, sostituendosi alla privata reazione, aveva stabilito la così detta pena del taglione, condannando il colpevole alla stessa sofferenza cagionata agli altri: Occhio per occhio, dente per dente (Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21); con questo dava soddisfazione al colpito ingiustamente, senza pericolo di eccessi personali. Più tardi, per le false interpretazioni dei dottori giudei, la legge aveva dato luogo a vere vendette private, a danno della pubblica quiete. Gesù Cristo taglia il male nella radice, inculca la pazienza e la bontà che disarmano l'anima e riconducono la pace.
Non resistere al malvagio, cioè non venire con lui a contrasto, perché non lo vinci così e non ti rendi superiore a lui. Il contrasto è una diminuzione della propria dignità ed è una moltiplicazione delle ingiurie; tu invece passa sopra alle insolenze, e se uno ti percuote nella guancia destra presentagli anche l'altra. Presentala non tanto per essere percosso di nuovo, ma presentala nell'amorevolezza del compatimento e del perdono. Si schiaffeggia un volto che appare antipatico e provocante, e tu mostra subito l'altra faccia, quella che realmente sta in te: la bontà e la compassione. Se mostri questa guancia, cioè questo tuo aspetto benevolo, insospettato dal nemico, lo hai vinto e lo hai messo nella necessità di riflettere al suo atto brutale e di vergognarsene. Gesù Cristo non comanda letteralmente di farsi percuotere nell'altra guancia, come non comanda letteralmente di cavarsi l'occhio o recidersi la mano, ma comanda di mostrare l'altra guancia, dimostrando l'opposto di quello che appare al nemico e lo spinge a farsi violenza.
Questo è tanto vero che Egli stesso nella Passione, percosso nella guancia, interrogò il malvagio servo per mostrargli che non aveva parlato male al sommo sacerdote, gli mostrò quindi l'altro aspetto della sua risposta, l'altra faccia della risposta che aveva provocato lo schiaffo. Nella Passione Gesù che ci dette esempi ineffabili di pazienza e offrì le sue membra ai flagelli ed alla croce, ci avrebbe dato certamente l'esempio di mostrare l'altra guancia se l'avesse inteso letteralmente. Gesù vuole che certe questioni si chiarifichino, e che, invece di reagire con la forza e con i gridi, si reagisca con l'evidenza della ragione in modo da troncare il dissidio nella radice. E un primo modo per conservare la pace.
Un altro modo è quello di accondiscendere per carità, mostrando la propria superiorità di animo; così a chi vuole chiamarti in giudizio e vuol litigare per toglierti la tunica, ossia l'abito aderente al corpo, cedigli anche il mantello.
Con questo parlare figurato Gesù vuole insegnarci ad evitare le liti giudiziarie che conducono sempre a rovine ed a perdite maggiori anche quando si vincono. È più nobile il cedere non per la forza, ma per la carità e la generosità; perciò Gesù Cristo non dice fatti togliere anche il mantello, ma cedigli anche il mantello, cioè mostrati generoso di tua volontà, e mostrati superiore ad una povera cosa terrena, che non vale quanto la conservazione della pace e l'evitare le noie e i fastidi del giudizio.
Sac. Dolindo Ruotolo
sabato 11 febbraio 2017
12.02.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. V par. 19-22
19. Legge antica e Legge nuova. Svellere la radice dell'omicidio, dell'adulterio e della menzogna
Di fronte ad un maestro che annunzia nuove dottrine, è profondamente psicologico che nella massa degli ascoltanti sorga un sentimento rivoluzionario, che trascende le idee del maestro. Nasce nell'anima un desiderio di novità che l'agita, un'insofferenza al giogo che la fa aspirare ad una libertà senza confine, ed essa sogna novelli orizzonti di felicità, spesso effimera.
Gesù Cristo, da Dio qual è, scrutò il cuore dei suoi ascoltatori, e prevenne nell'anima loro questa mossa della natura, affermando solennemente che Egli non veniva a sciogliere la Legge o i Profeti, ma veniva a compirli, che neppure un jota (o jod) della Legge, o una virgola sola sarebbe stata mutata, ma solo essa sarebbe stata compiuta, e quindi sarebbero svanite da essa le figure ed i simboli per dar luogo alla realtà, ben più grande di qualunque simbolo.
Chi si crederà autorizzato a violare anche il più piccolo precetto di Dio con la scusa del nuovo ordine, invece di parteciparvi sarà l'ultimo nel regno dei cieli; con queste parole Gesù Cristo annunzia le vie della santità e non solo di una santità esterna, come quella degli scribi e dei farisei, ma di una santità interiore, che tende alla perfezione dell'anima.
Egli dunque non propone una rivoluzione, ma promulga una legge di santità; non vuole abolire le pratiche esterne dei precetti di Dio ma vuole che siano accompagnate dalla vita interiore, non si contenta dell'osservanza dei precetti più gravi, ma vuole la perfezione.
Di fronte ad un maestro che annunzia nuove dottrine, è profondamente psicologico che nella massa degli ascoltanti sorga un sentimento rivoluzionario, che trascende le idee del maestro. Nasce nell'anima un desiderio di novità che l'agita, un'insofferenza al giogo che la fa aspirare ad una libertà senza confine, ed essa sogna novelli orizzonti di felicità, spesso effimera.
Gesù Cristo, da Dio qual è, scrutò il cuore dei suoi ascoltatori, e prevenne nell'anima loro questa mossa della natura, affermando solennemente che Egli non veniva a sciogliere la Legge o i Profeti, ma veniva a compirli, che neppure un jota (o jod) della Legge, o una virgola sola sarebbe stata mutata, ma solo essa sarebbe stata compiuta, e quindi sarebbero svanite da essa le figure ed i simboli per dar luogo alla realtà, ben più grande di qualunque simbolo.
Chi si crederà autorizzato a violare anche il più piccolo precetto di Dio con la scusa del nuovo ordine, invece di parteciparvi sarà l'ultimo nel regno dei cieli; con queste parole Gesù Cristo annunzia le vie della santità e non solo di una santità esterna, come quella degli scribi e dei farisei, ma di una santità interiore, che tende alla perfezione dell'anima.
Egli dunque non propone una rivoluzione, ma promulga una legge di santità; non vuole abolire le pratiche esterne dei precetti di Dio ma vuole che siano accompagnate dalla vita interiore, non si contenta dell'osservanza dei precetti più gravi, ma vuole la perfezione.
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