2. Pregare con costanza e con umiltà. Semplicità dei bambini
Avendo Gesù accennato nel capitolo precedente alle tribolazioni degli ultimi tempi del mondo, esorta i suoi alla preghiera continua, costante e quasi importuna, per ottenere la misericordiosa giustizia di Dio contro le ingiustizie dei persecutori. Negli ultimi tempi, infatti, sarà tanta l'iniquità degli uomini e così generale l'apostasia che qualunque rimedio o iniziativa umana sarà impossibile; rimarrà solo il grande mezzo della preghiera, e Gesù esorta tutti a fame uso, raccontando una parabola, nella quale caratterizza l'indole dei capi di Stato degli ultimi tempi.
C'era un giudice in una città, il quale non temeva Dio e non aveva riguardi per gli uomini. Era scettico, miscredente, privo di ogni concetto di superiore giustizia e per conseguenza non aveva alcun senso di rispetto o di carità per gli uomini.
Questa malvagia caratteristica noi la vediamo già nei capi atei o miscredenti di tanti Stati moderni, i quali non conoscono la giustizia ma il delitto o la sopraffazione.
C'era in quella città una vedova che aveva ricevuto qualche grave torto o danno, ed incapace di difendersi con le sue forze, perché vedova, ricorse al giudice iniquo. Ma inutilmente, giacché egli non se ne curò e la disprezzo. Essa però non si stancò di supplicarlo e si rese così importuna che il giudice, annoiato, per non essere tormentato dalle sue insistenze, la contentò.
Con questa parabola Gesù fece un argomento dal meno al più: se un giudice iniquo, al quale non importava nulla della giustizia, finì per cedere alle insistenti preghiere della vedova, Dio, che è giustizia per essenza, non ascolterà la preghiera di chi lo invoca giorno e notte contro le sopraffazioni degli empi?
La preghiera che può conquidere un uomo scellerato con l'importunità non conquiderà l'infinita bontà di Dio con l'amore? Egli ascolterà chi lo supplica, e non sarà lento, ma prontamente renderà giustizia.
Gesù dà la ragione di questa sua esortazione e dice chiaro per quali tempi principalmente la fa, soggiungendo: Quando il Figlio dell'uomo verrà, credete voi che troverà fede sopra la terra?
Ecco i tempi nei quali sarà più che mai urgente pregare. Verrà il Figlio dell'uomo in una straordinaria effusione di grazie nella Chiesa e per la Chiesa, ma troverà le anime senza fede ed estremamente rilassate; verrà negli ultimi tempi per giudicare tutti, ed apparirà glorioso quando l'apostasia sarà quasi completa sulla terra; in questi tempi i pochi fedeli superstiti, sbattuti da fierissime persecuzioni ed impossibilitati a difendersi, potranno trovare scampo solo in Dio, e lo troveranno pregando immediatamente.
Tratto dalla monumentale opera di dottrina esegetica di ben 30 volumi. Il frutto che si ricava da tale lettura è una maturazione profonda nella fede, una percezione della verità della Parola negli eventi del nostro tempo, una aspirazione santa alle promesse contenute nella Rivelazione.
sabato 15 ottobre 2016
sabato 8 ottobre 2016
09.10.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 17 par. 4
4. La guarigione dei lebbrosi
Si avvicinavano le feste pasquali, e Gesù intraprese l'ultimo suo viaggio a Gerusalemme per compiervi la sua divina missione. Passò in mezzo alla Samaria, ossia tra i confini della Samaria e della Galilea, avviandosi verso la Perea e, stando per entrare in un villaggio, ancora nell'aperta campagna, gli andarono incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano per non avere contatti col popolo, alzarono la voce implorando pietà. La loro fede in Gesù era in quel momento un atto di fiducia; essi lo sapevano potente e speravano che avrebbe potuto alleviare le loro pene; non era ancora una fede di pieno abbandono, e Gesù volle suscitarla in loro con un comando al quale potevano obbedire solo con una fede piena. Andate, Egli dissq, fatevi vedere dai sacerdoti.
Si andava dai sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l'offerta al tempio (Lv 14,10-21); ora essi erano ancora infermi, e solo con un atto di viva fede e di obbedienza poterono avviarsi a Gerusalemme. Mentre andavano si sentirono sani, e continuarono il loro viaggio; solo uno di essi, un Samaritano, accortosi d'essere guarito, ritornò sui suoi passi e, glorificando Dio ad alta voce, si prostrò ai piedi del Redentore ringraziandolo. Gli altri nove, nell'esultanza della riacquistata salute, preoccupati com'erano di rientrare subito nel consorzio umano, dal quale la terribile malattia li escludeva, non pensarono di andare a ringraziare Gesù glorificando Dio. Era questo un atto d'ingratitudine del quale Gesù si lamentò, sia per far rimarcare a tutti la loro guarigione, sia per esortarli alla gratitudine nei benefizi divini, facendo rilevare che questo dovere l'aveva sentito solo un Samaritano da essi sprezzato come eretico e scismatico.
Si avvicinavano le feste pasquali, e Gesù intraprese l'ultimo suo viaggio a Gerusalemme per compiervi la sua divina missione. Passò in mezzo alla Samaria, ossia tra i confini della Samaria e della Galilea, avviandosi verso la Perea e, stando per entrare in un villaggio, ancora nell'aperta campagna, gli andarono incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano per non avere contatti col popolo, alzarono la voce implorando pietà. La loro fede in Gesù era in quel momento un atto di fiducia; essi lo sapevano potente e speravano che avrebbe potuto alleviare le loro pene; non era ancora una fede di pieno abbandono, e Gesù volle suscitarla in loro con un comando al quale potevano obbedire solo con una fede piena. Andate, Egli dissq, fatevi vedere dai sacerdoti.
Si andava dai sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l'offerta al tempio (Lv 14,10-21); ora essi erano ancora infermi, e solo con un atto di viva fede e di obbedienza poterono avviarsi a Gerusalemme. Mentre andavano si sentirono sani, e continuarono il loro viaggio; solo uno di essi, un Samaritano, accortosi d'essere guarito, ritornò sui suoi passi e, glorificando Dio ad alta voce, si prostrò ai piedi del Redentore ringraziandolo. Gli altri nove, nell'esultanza della riacquistata salute, preoccupati com'erano di rientrare subito nel consorzio umano, dal quale la terribile malattia li escludeva, non pensarono di andare a ringraziare Gesù glorificando Dio. Era questo un atto d'ingratitudine del quale Gesù si lamentò, sia per far rimarcare a tutti la loro guarigione, sia per esortarli alla gratitudine nei benefizi divini, facendo rilevare che questo dovere l'aveva sentito solo un Samaritano da essi sprezzato come eretico e scismatico.
sabato 1 ottobre 2016
02.10.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 17 par. 3
3. La potenza della fede ed il dovere di servire Dio
Parlando degli scandali, Gesù Cristo alludeva principalmente ai farisei che allontanavano le anime dalla fede nel regno di Dio; e parlando del perdono, evitava negli apostoli un risentimento inesorabile contro di loro. Egli voleva che aborrissero dal male ma non che si isolassero in loro stessi quasi fossero un partito od una setta. La Chiesa è universale anche quando discaccia gli erranti dal suo seno, perché li vuole salvi e perdona loro con generosità.
Gli apostoli capirono che Gesù li premuniva contro gli scandali che li scuotevano nella fede e, riscontrando in loro effettivamente una diminuzione di fede, lo pregarono ad accrescerla nei loro cuori. Tra gli scandali, infatti, il più spaventoso è quello che scalza dall'anima la fede; è un vero assassinio interiore, poiché un'anima senza la fede è oscurata, è confusa, è disperata, è morta.
A volte una sola parola stolta o sprezzante può gettare l'anima nel dubbio, e un dubbio positivo e volontario sulle verità eterne è già la perdita della fede.
Anche un sogghigno può disorientare un'anima dalla verità e può produrre in lei una grande rovina. Se si ponderasse la natura di questa rovina non si sarebbe così facili a riportare gli errori dei perversi, né si oserebbe fare una stupidissima ed insulsa propaganda contro tutto quello che è soprannaturale, con la scusa di precisione critica e storica. Anche se si avesse ragione per farla, non si dovrebbero gettare nell'anima dei piccoli quei dubbi che essi poi allargano a tutta l'universalità della fede, naufragando miseramente nei gorghi dell'errore e perdendo la grazia di Dio.
La fede è un tesoro immensamente prezioso per l'anima e per la medesima vita presente, poiché è faro di luce e consolazione immensa nelle sue angustie; bisogna, dunque, custodirla gelosamente nel cuore proprio ed in quello degli altri.
Gli apostoli, domandando l'accrescimento della loro fede, desiderarono vedere compiute opere meravigliose per confusione dei farisei e probabilmente desiderarono compierle essi stessi. Per questo Gesù rispose che se ne avessero avuto quanto un granello di senapa, cioè anche poca, ma viva e capace di accrescersi, avrebbero potuto con un comando far trapiantare nel mare un albero di sicomoro.
Col suo sguardo divino Gesù vide le opere grandi e miracolose che gli apostoli avrebbero fatto per la diffusione della fede nel mondo e, per prevenire in loro e nei loro successori qualunque atto di vanità o di presunzione soggiunse, col suo stile divinamente sintetico, che essi avrebbero un giórno lavorato molto, ma che non avrebbero avuto mai motivo di invanirsi e dovevano riguardarsi come servi inutili, cioè non necessari a Dio, dato che i miracoli li avrebbe operati Lui con la sua onnipotenza.
Parlando degli scandali, Gesù Cristo alludeva principalmente ai farisei che allontanavano le anime dalla fede nel regno di Dio; e parlando del perdono, evitava negli apostoli un risentimento inesorabile contro di loro. Egli voleva che aborrissero dal male ma non che si isolassero in loro stessi quasi fossero un partito od una setta. La Chiesa è universale anche quando discaccia gli erranti dal suo seno, perché li vuole salvi e perdona loro con generosità.
Gli apostoli capirono che Gesù li premuniva contro gli scandali che li scuotevano nella fede e, riscontrando in loro effettivamente una diminuzione di fede, lo pregarono ad accrescerla nei loro cuori. Tra gli scandali, infatti, il più spaventoso è quello che scalza dall'anima la fede; è un vero assassinio interiore, poiché un'anima senza la fede è oscurata, è confusa, è disperata, è morta.
A volte una sola parola stolta o sprezzante può gettare l'anima nel dubbio, e un dubbio positivo e volontario sulle verità eterne è già la perdita della fede.
Anche un sogghigno può disorientare un'anima dalla verità e può produrre in lei una grande rovina. Se si ponderasse la natura di questa rovina non si sarebbe così facili a riportare gli errori dei perversi, né si oserebbe fare una stupidissima ed insulsa propaganda contro tutto quello che è soprannaturale, con la scusa di precisione critica e storica. Anche se si avesse ragione per farla, non si dovrebbero gettare nell'anima dei piccoli quei dubbi che essi poi allargano a tutta l'universalità della fede, naufragando miseramente nei gorghi dell'errore e perdendo la grazia di Dio.
La fede è un tesoro immensamente prezioso per l'anima e per la medesima vita presente, poiché è faro di luce e consolazione immensa nelle sue angustie; bisogna, dunque, custodirla gelosamente nel cuore proprio ed in quello degli altri.
Gli apostoli, domandando l'accrescimento della loro fede, desiderarono vedere compiute opere meravigliose per confusione dei farisei e probabilmente desiderarono compierle essi stessi. Per questo Gesù rispose che se ne avessero avuto quanto un granello di senapa, cioè anche poca, ma viva e capace di accrescersi, avrebbero potuto con un comando far trapiantare nel mare un albero di sicomoro.
Col suo sguardo divino Gesù vide le opere grandi e miracolose che gli apostoli avrebbero fatto per la diffusione della fede nel mondo e, per prevenire in loro e nei loro successori qualunque atto di vanità o di presunzione soggiunse, col suo stile divinamente sintetico, che essi avrebbero un giórno lavorato molto, ma che non avrebbero avuto mai motivo di invanirsi e dovevano riguardarsi come servi inutili, cioè non necessari a Dio, dato che i miracoli li avrebbe operati Lui con la sua onnipotenza.
sabato 24 settembre 2016
25.09.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 16 par. 4
4. La parabola del ricco epulone
Per imprimere meglio nei cuori il capovolgimento che avviene innanzi a Dio di ciò che il mondo stima grandezza e ricchezza e per mostrare più efficacemente quale uso deve farsi delle ricchezze, Gesù raccontò una parabola bellissima che è una vera rivelazione sul mistero della vita futura in ordine alla vita che meniamo in terra.
C'era un uomo ricco, tanto ricco che vestiva come un re, di porpora e di finissimo lino di Egitto, chiamato bisso. Era un gaudente, ed ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla porta del suo sontuoso palazzo v'era un povero, chiamato Lazzaro, abbreviatura di Eleazaro, il quale era piagato, sfinito ed affamato e, sentendo il profumo delle vivande del ricco, desiderava almeno di averne i residui e nessuno gliene dava. Venivano a lui i cani a leccargli le piaghe, forse i cani del palazzo stesso del ricco, il che dimostra che vi erano riguardati più del povero. Lazzaro non aveva neppure la forza di allontanarli, e forse aveva da essi soltanto un sollievo al prurito delle sue piaghe.
Ecco una vita splendida ed una vita infelicissima innanzi al mondo; ma innanzi a Dio la cosa era immensamente diversa. Morì infatti il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, cioè nel Limbo, dove i giusti, in compagnia di Abramo, attendevano che il Redentore aprisse loro le porte del cielo. Era un luogo di felicità e di pace naturale, immensamente superiore a qualunque stato di terrena felicità. Dopo poco tempo morì anche il ricco e fu sepolto nell'inferno. La sua vita dissoluta aveva prodotto il suo frutto di morte, ed egli tra le fiamme dell'inferno soffriva orribili tormenti.
Dal luogo della sua perdizione, così permettendolo Dio, vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno, cioè in sua felice compagnia. Quale contrasto con la vita misera che quel povero aveva condotto, e con la vita tormentosa che il ricco attualmente viveva! Questi sperò almeno un minimo sollievo fra le pene che soffriva, e rivolgendosi ad Abramo, quale capo del popolo cui apparteneva, lo supplicò di mandargli Lazzaro perché avesse intinto la punta del dito nell'acqua e gli avesse refrigerato la lingua, giacché bruciava nelle fiamme. Abramo gli rispose con una sentenza che non ammetteva repliche: egli aveva ricevuto beni nella vita mortale e non aveva fatto opere sante; Lazzaro aveva ricevuto tribolazioni e le aveva sofferte in pace per amore di Dio. Ora la situazione s'era capovolta irrimediabilmente, perché lo stato dell'eternità è immutabile, e non poteva mai avvenire che Lazzaro avesse potuto sollevarlo, per l'abisso incolmabile che separava lo stato di salvezza e quello della perdizione.
Il povero ricco, non potendo avere egli un sollievo, si preoccupò di cinque fratelli che aveva e supplicò Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, giacché conducevano vita sontuosa pure essi, e non voleva che avessero la stessa sorte.
Abramo non disse che Lazzaro non sarebbe potuto andare da essi, ma replicò che avevano già Mosè ed i profeti, e potevano alla luce delle loro parole salvarsi. Il ricco insistette che se avessero avuto l'avviso salutare da un morto avrebbero fatto penitenza; Gli sembrò che l'apparizione di un'anima felice come quella di Lazzaro e l'avviso della propria perdizione li avrebbero scossi. Ma Abramo gli disse recisamente che se non credevano a Mosè ed ai profeti, non avrebbero prestato fede neppure ad un morto risuscitato.
Per imprimere meglio nei cuori il capovolgimento che avviene innanzi a Dio di ciò che il mondo stima grandezza e ricchezza e per mostrare più efficacemente quale uso deve farsi delle ricchezze, Gesù raccontò una parabola bellissima che è una vera rivelazione sul mistero della vita futura in ordine alla vita che meniamo in terra.
C'era un uomo ricco, tanto ricco che vestiva come un re, di porpora e di finissimo lino di Egitto, chiamato bisso. Era un gaudente, ed ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla porta del suo sontuoso palazzo v'era un povero, chiamato Lazzaro, abbreviatura di Eleazaro, il quale era piagato, sfinito ed affamato e, sentendo il profumo delle vivande del ricco, desiderava almeno di averne i residui e nessuno gliene dava. Venivano a lui i cani a leccargli le piaghe, forse i cani del palazzo stesso del ricco, il che dimostra che vi erano riguardati più del povero. Lazzaro non aveva neppure la forza di allontanarli, e forse aveva da essi soltanto un sollievo al prurito delle sue piaghe.
Ecco una vita splendida ed una vita infelicissima innanzi al mondo; ma innanzi a Dio la cosa era immensamente diversa. Morì infatti il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, cioè nel Limbo, dove i giusti, in compagnia di Abramo, attendevano che il Redentore aprisse loro le porte del cielo. Era un luogo di felicità e di pace naturale, immensamente superiore a qualunque stato di terrena felicità. Dopo poco tempo morì anche il ricco e fu sepolto nell'inferno. La sua vita dissoluta aveva prodotto il suo frutto di morte, ed egli tra le fiamme dell'inferno soffriva orribili tormenti.
Dal luogo della sua perdizione, così permettendolo Dio, vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno, cioè in sua felice compagnia. Quale contrasto con la vita misera che quel povero aveva condotto, e con la vita tormentosa che il ricco attualmente viveva! Questi sperò almeno un minimo sollievo fra le pene che soffriva, e rivolgendosi ad Abramo, quale capo del popolo cui apparteneva, lo supplicò di mandargli Lazzaro perché avesse intinto la punta del dito nell'acqua e gli avesse refrigerato la lingua, giacché bruciava nelle fiamme. Abramo gli rispose con una sentenza che non ammetteva repliche: egli aveva ricevuto beni nella vita mortale e non aveva fatto opere sante; Lazzaro aveva ricevuto tribolazioni e le aveva sofferte in pace per amore di Dio. Ora la situazione s'era capovolta irrimediabilmente, perché lo stato dell'eternità è immutabile, e non poteva mai avvenire che Lazzaro avesse potuto sollevarlo, per l'abisso incolmabile che separava lo stato di salvezza e quello della perdizione.
Il povero ricco, non potendo avere egli un sollievo, si preoccupò di cinque fratelli che aveva e supplicò Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, giacché conducevano vita sontuosa pure essi, e non voleva che avessero la stessa sorte.
Abramo non disse che Lazzaro non sarebbe potuto andare da essi, ma replicò che avevano già Mosè ed i profeti, e potevano alla luce delle loro parole salvarsi. Il ricco insistette che se avessero avuto l'avviso salutare da un morto avrebbero fatto penitenza; Gli sembrò che l'apparizione di un'anima felice come quella di Lazzaro e l'avviso della propria perdizione li avrebbero scossi. Ma Abramo gli disse recisamente che se non credevano a Mosè ed ai profeti, non avrebbero prestato fede neppure ad un morto risuscitato.
sabato 17 settembre 2016
18.09.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 16 par. 2
2. Il fattore infedele ed il buon uso che si deve fare delle ricchezze per la vita eterna
Con la parabola del fìgliol prodigo Gesù aveva mostrato quale rovina morale e materiale poteva produrre l'abuso delle ricchezze; con questa del fattore infedele mostra come esse possano utilizzarsi in bene. L'argomento del Signore è dal meno al più: se un fattore infedele, con una ricchezza che gli era stata solo affidata, poté provvedere al suo avvenire con un poco di accortezza e di generosità, benché fatta fraudolentemente, quanto più può provvedere al proprio eterno avvenire chi si serve delle ricchezze ricevute dal Signore per formarsi degli amici nell'eternità per mezzo delle opere di carità!
Gesù non volle proporre come modello un'azione ingiusta, com'è evidente, ma, raccontando la bella parabola, volle indirettamente mostrare anche che le ricchezze portano quasi sempre il marchio dell'ingiustizia e dell'iniquità, perché o sono frutto o strumento di iniquità. Per questo le chiamò mammona iniquitatis, e non fece distinzione fra ricchezze giuste od ingiuste. Se si facesse la genealogia del denaro, infatti, si troverebbero sempre sulle sue linee ascendenti o discendenti dei delitti. Noi non pensiamo che quel denaro che abbiamo in tasca forse è stato il prezzo di un peccato o di amarissime lacrime, e che per non farlo essere pestifero dobbiamo sempre quasi riconsacrarlo con la carità. Potremmo portare in tasca anche il prezzo di un'impurità o di un omicidio, e quel denaro, pur passato a noi lecitamente, porta una terribile infezione con sé. Quanti si lavano le mani quando maneggiano il denaro, e fanno bene, perché è la cosa fisicamente più sporca che vi sia, passando per tante mani; ma prendendo il denaro dovrebbero anche fare un atto di riparazione a Dio, e serbarne una percentuale, sia pur minima, alla carità, per disinfettarlo spiritualmente.
Con la parabola del fìgliol prodigo Gesù aveva mostrato quale rovina morale e materiale poteva produrre l'abuso delle ricchezze; con questa del fattore infedele mostra come esse possano utilizzarsi in bene. L'argomento del Signore è dal meno al più: se un fattore infedele, con una ricchezza che gli era stata solo affidata, poté provvedere al suo avvenire con un poco di accortezza e di generosità, benché fatta fraudolentemente, quanto più può provvedere al proprio eterno avvenire chi si serve delle ricchezze ricevute dal Signore per formarsi degli amici nell'eternità per mezzo delle opere di carità!
Gesù non volle proporre come modello un'azione ingiusta, com'è evidente, ma, raccontando la bella parabola, volle indirettamente mostrare anche che le ricchezze portano quasi sempre il marchio dell'ingiustizia e dell'iniquità, perché o sono frutto o strumento di iniquità. Per questo le chiamò mammona iniquitatis, e non fece distinzione fra ricchezze giuste od ingiuste. Se si facesse la genealogia del denaro, infatti, si troverebbero sempre sulle sue linee ascendenti o discendenti dei delitti. Noi non pensiamo che quel denaro che abbiamo in tasca forse è stato il prezzo di un peccato o di amarissime lacrime, e che per non farlo essere pestifero dobbiamo sempre quasi riconsacrarlo con la carità. Potremmo portare in tasca anche il prezzo di un'impurità o di un omicidio, e quel denaro, pur passato a noi lecitamente, porta una terribile infezione con sé. Quanti si lavano le mani quando maneggiano il denaro, e fanno bene, perché è la cosa fisicamente più sporca che vi sia, passando per tante mani; ma prendendo il denaro dovrebbero anche fare un atto di riparazione a Dio, e serbarne una percentuale, sia pur minima, alla carità, per disinfettarlo spiritualmente.
sabato 10 settembre 2016
11.09.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 15 par. 2
2. L'infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell'accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù
Si avvicinavano a Gesù i peccatori e i pubblicani per ascoltarlo. Il testo greco dice che gli si avvicinavano tutti i peccatori ed i pubblicani, per far rilevare che tutti erano attratti dalla bontà di Gesù, anche quelli che poi non si convertivano per loro colpa.
C'era, infatti, nel Redentore una potente attrattiva, perché Egli era venuto in terra per rigenerarli ed aveva in sé la delicatezza di una mamma, la premura di un pastore e l'espansione di un affettuosissimo padre. I peccatori, poi, standogli vicino, si sentivano migliori, perché in quell'immensa luce di santità l'anima loro spontaneamente si umiliava.
I farisei e gli scribi non potevano tollerare la bontà di Gesù, perché contrastava troppo con la loro durezza; premurosi com'erano della loro fama e della loro gloria, disprezzavano i peccatori per ostentare anche così la loro pretesa giustizia e riprovavano l'atteggiamento di Gesù, non tanto perché loro dispiacesse, ma per far rimarcare al popolo che Egli non era giusto come loro. Credevano che la sua familiarità coi peccatori dipendesse per lo meno da superficialità e volevano far rilevare che Egli non sapeva conoscerli, e quindi non era profeta.
Si avvicinavano a Gesù i peccatori e i pubblicani per ascoltarlo. Il testo greco dice che gli si avvicinavano tutti i peccatori ed i pubblicani, per far rilevare che tutti erano attratti dalla bontà di Gesù, anche quelli che poi non si convertivano per loro colpa.
C'era, infatti, nel Redentore una potente attrattiva, perché Egli era venuto in terra per rigenerarli ed aveva in sé la delicatezza di una mamma, la premura di un pastore e l'espansione di un affettuosissimo padre. I peccatori, poi, standogli vicino, si sentivano migliori, perché in quell'immensa luce di santità l'anima loro spontaneamente si umiliava.
I farisei e gli scribi non potevano tollerare la bontà di Gesù, perché contrastava troppo con la loro durezza; premurosi com'erano della loro fama e della loro gloria, disprezzavano i peccatori per ostentare anche così la loro pretesa giustizia e riprovavano l'atteggiamento di Gesù, non tanto perché loro dispiacesse, ma per far rimarcare al popolo che Egli non era giusto come loro. Credevano che la sua familiarità coi peccatori dipendesse per lo meno da superficialità e volevano far rilevare che Egli non sapeva conoscerli, e quindi non era profeta.
domenica 4 settembre 2016
04.09.2016 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 14 par. 3
3. La grande cena preparata da Dio alle sue creature nella redenzione e la via per giungervi
Quando Gesù esortò il fariseo a invitare a pranzo i poveri, gli storpi, gli zoppi ed i ciechi, pensò certamente al grande invito del Padre celeste alle sue creature nella redenzione, e parlò con tanta profonda tenerezza che uno dei commensali ne fu colpito, intuì il suo pensiero ed esclamò: Beato colui che mangerà il pane nel regno di Dio.
Egli aveva dovuto sentire altre volte Gesù parlare del regno eterno come di un convito (Mt 22,1-14), ed ascoltandolo ora, se ne ricordò, e con quella esclamazione glielo ricordò per ascoltare ancora dalle sue labbra una bella parabola. È profondamente psicologico, giacché noi amiamo sentir ripetere da quelli che sanno parlare i discorsi nei quali trasfondono maggiormente la loro vita, e quelli che più li interessano. Gesù che sapeva d'essere venuto a dare agli uomini un banchetto celeste, non poteva parlare di questo soggetto senza sentire nel Cuore e trasfondere nelle parole tutta la sua tenerezza.
Egli lesse nel cuore del commensale il desiderio di riascoltare il racconto, ed esclamò: Un uomo fece una grande cena ed invitò molti. Stando a tavolar la parabola prendeva un carattere più vivo e Gesù la raccontò volentieri per trarre da quel banchetto un insegnamento salutare.
Gl'inviti ad un pranzo, presso gli Ebrei, si facevano molto tempo prima; quando, poi, si avvicinava l'ora del convito e tutto era pronto, si mandavano i servi ad avvertire e ad accompagnare i commensali. Perciò Gesù soggiunse che il padrone della casa all'ora della cena mandò un servo a chiamare gl'invitati, dicendo loro che il desinare era pronto. Tutti però molto scortesemente cominciarono a scusarsi; s'erano così poco dato pensiero del banchetto, che avevano proprio in quel giorno stabilito di dar corso ai loro affari, e uno di essi addirittura di sposare.
Uno disse che aveva comprato un podere e doveva andare a vederlo, un altro che aveva comprato cinque paia di buoi ed aveva necessità di provarli, un terzo disse più recisamente e più scortesemente che aveva preso moglie e perciò non poteva venire. Gli altri usarono una certa forma nel rifiutare, e dissero al servo: Di grazia, abbimi per scusato, ma chi aveva preso moglie, frastornato come era ed impegnato al suo banchetto nuziale, disse recisamente che non poteva venire.
Il padrone ne fu sdegnato. Chi prepara con amore un banchetto fa spese insolite e si stanca in un maggior lavoro, ha quindi piacere che si mangi. A volte prepara anche qualche sorpresa, qualche cibo ricercato, e sta tutto preoccupato di riceverne gli elogi e di vederlo gustare. Nel suo dispiacere, non volendo che si perdesse ciò che aveva preparato, disse al servo di andare per le piazze e per le contrade della città e raccogliere i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi, invitandoli a venire essi a mangiare; solo questi infelici, infatti, all'ora di pranzo potevano trovarsi in bisogno a trattenersi sulle pubbliche vie in cerca di carità.
Il servo li chiamò, ma, essendovi ancora posto, il padrone gli ordinò di andare a raccogliere per le strade di campagna, fiancheggiate dalle siepi, altri poveri abbandonati, e forzarli con modi affettuosi a venire al banchetto. Lungo le siepi, infatti, ci potevano essere solo i poveri più abbandonati, i quali avevano vergogna di comparire in pubblico, o temevano di essere vessati per qualche loro malanno, ed essi dovevano essere sforzati ad entrare.
Così si riempì la sala del banchetto, e il padrone protestò che nessuno di quelli che avevano rifiutato l'invito avrebbe assaggiato la sua cena.
Questa sua protesta potrebbe apparire inutile dato che essi avevano già rifiutato, ma Gesù volle dire che chi rifiuta il banchetto della vita, nel giudizio universale si accorge di avere errato, inutilmente desidera allora di prendervi parte, giacché allora sarà per sempre finito il tempo della prova.
La chiusa della parabola riguarda la sua applicazione spirituale, e l'applicazione Gesù non la fece, perché altre volte l'aveva fatta, e per non urtare i farisei che erano presenti.
L'uomo che fece la grande cena è il Dio che preparò grandi grazie ai suoi fedeli con la redenzione, e v'invitò prima di tutto il popolo eletto. Ma Israele, distratto dalle sue aspirazioni materiali, dai beni terreni e dalle aspirazioni sensuali, non ricevette l'invito e rifiutò le grazie. Dio allora mandò i suoi apostoli per tutta la terra tra i pagani, poveri di grazie, storpi nella vita, ciechi perché privi della verità, e zoppi perché incapaci di muoversi soprannaturalmente, a raccogliere fra essi i novelli invitati alla grande cena.
I pagani risposero all'invito, ma, poiché vi sarà ancora luogo per completare il numero degli eletti, Dio manderà i suoi servi negli ultimi tempi a chiamare alla fede i popoli più poveri e più lontani, i selvaggi che abitano nelle foreste e le genti più abbandonate, e li raccoglierà nella Chiesa, banchetto di vita, e nel suo regno, banchetto di eterna Gloria. Dio li sforzerà ad entrare non con la violenza ma con grandi grazie, e li farà entrare non contro la loro volontà, ma conquidendoli con la misericordia e con la carità.
Quando Gesù esortò il fariseo a invitare a pranzo i poveri, gli storpi, gli zoppi ed i ciechi, pensò certamente al grande invito del Padre celeste alle sue creature nella redenzione, e parlò con tanta profonda tenerezza che uno dei commensali ne fu colpito, intuì il suo pensiero ed esclamò: Beato colui che mangerà il pane nel regno di Dio.
Egli aveva dovuto sentire altre volte Gesù parlare del regno eterno come di un convito (Mt 22,1-14), ed ascoltandolo ora, se ne ricordò, e con quella esclamazione glielo ricordò per ascoltare ancora dalle sue labbra una bella parabola. È profondamente psicologico, giacché noi amiamo sentir ripetere da quelli che sanno parlare i discorsi nei quali trasfondono maggiormente la loro vita, e quelli che più li interessano. Gesù che sapeva d'essere venuto a dare agli uomini un banchetto celeste, non poteva parlare di questo soggetto senza sentire nel Cuore e trasfondere nelle parole tutta la sua tenerezza.
Egli lesse nel cuore del commensale il desiderio di riascoltare il racconto, ed esclamò: Un uomo fece una grande cena ed invitò molti. Stando a tavolar la parabola prendeva un carattere più vivo e Gesù la raccontò volentieri per trarre da quel banchetto un insegnamento salutare.
Gl'inviti ad un pranzo, presso gli Ebrei, si facevano molto tempo prima; quando, poi, si avvicinava l'ora del convito e tutto era pronto, si mandavano i servi ad avvertire e ad accompagnare i commensali. Perciò Gesù soggiunse che il padrone della casa all'ora della cena mandò un servo a chiamare gl'invitati, dicendo loro che il desinare era pronto. Tutti però molto scortesemente cominciarono a scusarsi; s'erano così poco dato pensiero del banchetto, che avevano proprio in quel giorno stabilito di dar corso ai loro affari, e uno di essi addirittura di sposare.
Uno disse che aveva comprato un podere e doveva andare a vederlo, un altro che aveva comprato cinque paia di buoi ed aveva necessità di provarli, un terzo disse più recisamente e più scortesemente che aveva preso moglie e perciò non poteva venire. Gli altri usarono una certa forma nel rifiutare, e dissero al servo: Di grazia, abbimi per scusato, ma chi aveva preso moglie, frastornato come era ed impegnato al suo banchetto nuziale, disse recisamente che non poteva venire.
Il padrone ne fu sdegnato. Chi prepara con amore un banchetto fa spese insolite e si stanca in un maggior lavoro, ha quindi piacere che si mangi. A volte prepara anche qualche sorpresa, qualche cibo ricercato, e sta tutto preoccupato di riceverne gli elogi e di vederlo gustare. Nel suo dispiacere, non volendo che si perdesse ciò che aveva preparato, disse al servo di andare per le piazze e per le contrade della città e raccogliere i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi, invitandoli a venire essi a mangiare; solo questi infelici, infatti, all'ora di pranzo potevano trovarsi in bisogno a trattenersi sulle pubbliche vie in cerca di carità.
Il servo li chiamò, ma, essendovi ancora posto, il padrone gli ordinò di andare a raccogliere per le strade di campagna, fiancheggiate dalle siepi, altri poveri abbandonati, e forzarli con modi affettuosi a venire al banchetto. Lungo le siepi, infatti, ci potevano essere solo i poveri più abbandonati, i quali avevano vergogna di comparire in pubblico, o temevano di essere vessati per qualche loro malanno, ed essi dovevano essere sforzati ad entrare.
Così si riempì la sala del banchetto, e il padrone protestò che nessuno di quelli che avevano rifiutato l'invito avrebbe assaggiato la sua cena.
Questa sua protesta potrebbe apparire inutile dato che essi avevano già rifiutato, ma Gesù volle dire che chi rifiuta il banchetto della vita, nel giudizio universale si accorge di avere errato, inutilmente desidera allora di prendervi parte, giacché allora sarà per sempre finito il tempo della prova.
La chiusa della parabola riguarda la sua applicazione spirituale, e l'applicazione Gesù non la fece, perché altre volte l'aveva fatta, e per non urtare i farisei che erano presenti.
L'uomo che fece la grande cena è il Dio che preparò grandi grazie ai suoi fedeli con la redenzione, e v'invitò prima di tutto il popolo eletto. Ma Israele, distratto dalle sue aspirazioni materiali, dai beni terreni e dalle aspirazioni sensuali, non ricevette l'invito e rifiutò le grazie. Dio allora mandò i suoi apostoli per tutta la terra tra i pagani, poveri di grazie, storpi nella vita, ciechi perché privi della verità, e zoppi perché incapaci di muoversi soprannaturalmente, a raccogliere fra essi i novelli invitati alla grande cena.
I pagani risposero all'invito, ma, poiché vi sarà ancora luogo per completare il numero degli eletti, Dio manderà i suoi servi negli ultimi tempi a chiamare alla fede i popoli più poveri e più lontani, i selvaggi che abitano nelle foreste e le genti più abbandonate, e li raccoglierà nella Chiesa, banchetto di vita, e nel suo regno, banchetto di eterna Gloria. Dio li sforzerà ad entrare non con la violenza ma con grandi grazie, e li farà entrare non contro la loro volontà, ma conquidendoli con la misericordia e con la carità.
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