8. Non si può servire due padroni. Fiducia nella divina provvidenza
L'anima, che non cerca Dio solo sopra tutte le cose, è divisa dall'opportunismo, e facilmente accondiscende al mondo, pur pretendendo di conservarsi fedele al Signore. È questa la grande piaga che infetta il carattere cristiano, e che dà origine a quei fedeli smidollati, che, praticamente, si danno al male conservando solo la maschera del bene.Eppure sono così opposti i principi di Gesù Cristo e quelli del mondo, che non è possibile riconciliarli neppure coi ritrovati più o meno dissimulati della viltà e delle passioni, e perciò il Redentore ci ammonisce recisamente che non si può servire a due padroni. È impossibile ancora concentrare la vita tutta nelle cure materiali e nella preoccupazione delle ricchezze, e pretendere di concentrarla contemporaneamente nelle aspirazioni del cielo, poiché quello che ci lega alla terra ci distacca da Dio.Perciò Gesù Cristo soggiunge: Non potete servire a Dio e a mammona, cioè, secondo il significato caldaico della parola, a Dio ed alla ricchezza. Non dice: non potete avere Dio e la ricchezza, perché questo è stato possibile a tanti santi, ma non potete servire, cioè dedicarvi con l'anima e con le forze.La premura che hanno gli uomini di accumulare ricchezze è giustificata dalla necessità della vita, e da questo pretesto comincia in noi quella terribile passione delle cose terrene che degenera ben presto in avarizia. Perciò Gesù Cristo tronca alla radice la pessima pianta dicendoci di non prenderci affanno dell'alimento e del vestito. Non dice di non pensarci, ma di non preoccuparcene fino al punto da dimenticarci di Dio e della fiducia che dobbiamo avere in Lui come Padre di tutte le sue creature. Dio vuole che lavoriamo per provvederci di cibo ed il vestito; ma il lavoro non può e non deve diventare così assillante da troncare o danneggiare la vita dell'anima. Servendo Dio, il lavoro diventa una via di provvidenza; trascurando Dio, s'isterilisce miseramente e diventa fonte di assillanti preoccupazioni, come dolorosamente si vede nelle famiglie e nelle nazioni che hanno dimenticato il Signore.Gesù Cristo rafforza la nostra confidenza in Dio; richiamando la nostra attenzione su quelle creature che, pur non lavorando o non avendo cura delle loro necessità, sono soccorse dalla bontà divina. Gli uccelli non seminano, non mietono e non empiono granai, eppure trovano sempre il loro sostentamento; i gigli del campo, cioè quelli che crescono senza speciali cure del giardiniere, non lavorano e non filano, eppure Dio li veste così elegantemente, che neppure Salomone con tutta la sua gloria vestì come uno di essi.Il Signore che provvede con tanto amore a queste creature che passano dopo breve tempo, provvede con amore immensamente più grande a quelle che passano sulla terra per andare a Lui e per possederlo eternamente.Egli dunque vuole da noi questa testimonianza di filiale abbandono, e questa confessione della sua dolcissima padronanza, ed esige che mettiamo come fondamento della vita non già le preoccupazioni temporali, ma quelle spirituali, non già le nostre forze o la nostra abilità ma la benedizione divina, giacché noi, con tutta la nostra preoccupazione, non siamo capaci di aggiungere alla statura già sviluppata un cubito, cioè mezzo metro, od alla vita, secondo il testo greco, un tempo di più.Siamo nelle mani di Dio e sottoposti alle sue leggi nello sviluppo fisico, e siamo nelle sue braccia paterne per ciò che riguarda l'alimento e ciò che è necessario ai bisogni quotidiani. Egli sa ciò che ci occorre, e solo chi non crede in Lui vivente, come i pagani, ed ha come divinità degli idoli, può credere di doversene preoccupare fino a ridurre la vita a una ricerca assillante del mangiare, del bere e del vestire.Dio vive veramente, è veramente, e vuol dimostrare la sua realtà provvedendo a chi cerca prima il regno eterno e la sua giustizia, cioè la gloria divina e la santità della propria vita.Basta dunque pensare a quello che può servire ai bisogni quotidiani, basta a ciascun giorno il suo affanno, senza pretendere di dover assorbire tutte le attività per crearsi una posizione di sicurezza assoluta, che praticamente non raggiunge neppure lo scopo di privarci dell'affanno quotidiano della vita.L'insegnamento di Gesù Cristo è di una importanza grandissima e riguarda le basi medesime della vita cristiana e del carattere che deve distinguerla da quella dei pagani. Non si tratta soltanto di delicate esortazioni a confidare nella divina provvidenza, ma dell'indirizzo pratico della vita e della giornata, nel terreno pellegrinaggio; si tratta di porre come fondamento la vita dello spirito e come accessorio la vita del corpo, mentre il mondo o quelli che pretendono essere anche suoi servi, essendo servi di Dio, stabiliscono come accessorio ciò che è spirituale, credendo esagerato tutto quello che si fa per l'anima, e riducono la vita ad una preoccupazione assillante di guadagni, di ricchezze, di benessere, di divertimenti e di peccati, che sono la rovina della vita stessa. Potremmo dire che in questo problema e nella sua pratica risoluzione si vede qual è la bandiera dei figli di Dio, e perciò è necessario approfondirlo.Certamente la vita materiale con i suoi bisogni e le sue necessità ci trae, e tenta prendere il sopravvento sulla vita spirituale. Se si pensa solo a quello che occorre in una casa, al cibo, alla bevanda, alla biancheria, al vestito, all'arredamento, alle più piccole cose, c'è da credere che ne rimanga assorbita la giornata. Se si cucina, per esempio, occorre fare prima la spesa, con le relative contrattazioni; poi bisogna preparare il cibo, e questo spesso assorbe ore intere; poi cuocerlo con cura, per evitare le possibili recriminazioni. Quando è pronto e va al desco familiare, dopo poco occorre ripulire le stoviglie, rimettere tutto a posto, e poi ricominciare per la cena. Se viene la sarta o il sarto, il calzolaio, il barbiere, ecc., la giornata viene assorbita tutta e, se vengono occupazioni straordinarie, sembra insufficiente. A questo si aggiungano il lavoro, l'ufficio, l'impiego, il commercio, e la vita appare attanagliata dalle premure temporali.Che cosa si dà allo spirito e a Dio in tutto questo assillo quotidiano? Disgraziatamente nulla o quasi nulla, se non si crede addirittura la religione e la pietà una bega da teste vuote o da gente oziosa.
23. Il dominio dell'anima su se stessa e sul male, nella generosità e nella caritàL'uomo crede facilmente al dominio della forza brutale, ed all'efficacia della reazione per imporre agli altri il rispetto, senza sottostare a prepotenze o a violenze. La forza però non conquide lo spirito, anzi lo inasprisce, e perciò, praticamente, chi crede di dominare è dominato, e chi crede di aver vinto è sconfitto. La reazione violenta non annienta la reazione ma la ingigantisce, ed anche umanamente parlando, fa trovare l'aggredito in peggiori condizioni.Il cristiano è sempre un aviatore dello spirito; non sta nella carlinga per rimanere a terra ma per volare; è sempre un conquistatore di ricchezze eterne, e non si cura troppo di ciò che è materiale; cammina come pellegrino e come apostolo, aspirando a conquistare il Cielo ed a farlo conquistare agli altri; è membro vivo del Corpo mistico di Gesù Cristo e partecipa al suo Corpo ed al suo Sangue eucaristico desiderando, a somiglianza del suo Maestro, immolarsi per gli altri ed abbracciare tutti nella carità. Tutto questo lo rende talmente superiore alle beghe meschine della vita presente, che vi passa sopra come trionfatore. Gl'insegnamenti di Gesù Cristo mirano a questo scopo altissimo, e lungi dall'essere paradossali, guardano la vita per quello che è, senza illusioni irreali. Chi reagisce alla malvagità altrui per vincerla con la forza, può essere sopraffatto, e si trova in condizioni più gravi; chi la disarma con la dolcezza e con la carità, la riduce all'impotenza non con le armi ma con lo spirito, e chi prega per i cattivi attira su di loro quelle grazie celesti che li migliorano. Gesù Cristo non parla della reazione della legge, né di quelle forze legali che debbono ristabilire l'ordine per mandato divino; parla delle relazioni private tra gli uomini, e del modo migliore per eliminare i contrasti e le dissensioni.E spontaneo nel nostro cuore il voler rendere male per male, perché ci urta l'ingiustizia e ci soddisfa la giustizia. La legge penale antica, sostituendosi alla privata reazione, aveva stabilito la così detta pena del taglione, condannando il colpevole alla stessa sofferenza cagionata agli altri: Occhio per occhio, dente per dente (Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21); con questo dava soddisfazione al colpito ingiustamente, senza pericolo di eccessi personali. Più tardi, per le false interpretazioni dei dottori giudei, la legge aveva dato luogo a vere vendette private, a danno della pubblica quiete. Gesù Cristo taglia il male nella radice, inculca la pazienza e la bontà che disarmano l'anima e riconducono la pace.Non resistere al malvagio, cioè non venire con lui a contrasto, perché non lo vinci così e non ti rendi superiore a lui. Il contrasto è una diminuzione della propria dignità ed è una moltiplicazione delle ingiurie; tu invece passa sopra alle insolenze, e se uno ti percuote nella guancia destra presentagli anche l'altra. Presentala non tanto per essere percosso di nuovo, ma presentala nell'amorevolezza del compatimento e del perdono. Si schiaffeggia un volto che appare antipatico e provocante, e tu mostra subito l'altra faccia, quella che realmente sta in te: la bontà e la compassione. Se mostri questa guancia, cioè questo tuo aspetto benevolo, insospettato dal nemico, lo hai vinto e lo hai messo nella necessità di riflettere al suo atto brutale e di vergognarsene. Gesù Cristo non comanda letteralmente di farsi percuotere nell'altra guancia, come non comanda letteralmente di cavarsi l'occhio o recidersi la mano, ma comanda di mostrare l'altra guancia, dimostrando l'opposto di quello che appare al nemico e lo spinge a farsi violenza.Questo è tanto vero che Egli stesso nella Passione, percosso nella guancia, interrogò il malvagio servo per mostrargli che non aveva parlato male al sommo sacerdote, gli mostrò quindi l'altro aspetto della sua risposta, l'altra faccia della risposta che aveva provocato lo schiaffo. Nella Passione Gesù che ci dette esempi ineffabili di pazienza e offrì le sue membra ai flagelli ed alla croce, ci avrebbe dato certamente l'esempio di mostrare l'altra guancia se l'avesse inteso letteralmente. Gesù vuole che certe questioni si chiarifichino, e che, invece di reagire con la forza e con i gridi, si reagisca con l'evidenza della ragione in modo da troncare il dissidio nella radice. E un primo modo per conservare la pace.Un altro modo è quello di accondiscendere per carità, mostrando la propria superiorità di animo; così a chi vuole chiamarti in giudizio e vuol litigare per toglierti la tunica, ossia l'abito aderente al corpo, cedigli anche il mantello.Con questo parlare figurato Gesù vuole insegnarci ad evitare le liti giudiziarie che conducono sempre a rovine ed a perdite maggiori anche quando si vincono. È più nobile il cedere non per la forza, ma per la carità e la generosità; perciò Gesù Cristo non dice fatti togliere anche il mantello, ma cedigli anche il mantello, cioè mostrati generoso di tua volontà, e mostrati superiore ad una povera cosa terrena, che non vale quanto la conservazione della pace e l'evitare le noie e i fastidi del giudizio.Sac. Dolindo Ruotolo
19. Legge antica e Legge nuova. Svellere la radice dell'omicidio, dell'adulterio e della menzognaDi fronte ad un maestro che annunzia nuove dottrine, è profondamente psicologico che nella massa degli ascoltanti sorga un sentimento rivoluzionario, che trascende le idee del maestro. Nasce nell'anima un desiderio di novità che l'agita, un'insofferenza al giogo che la fa aspirare ad una libertà senza confine, ed essa sogna novelli orizzonti di felicità, spesso effimera.Gesù Cristo, da Dio qual è, scrutò il cuore dei suoi ascoltatori, e prevenne nell'anima loro questa mossa della natura, affermando solennemente che Egli non veniva a sciogliere la Legge o i Profeti, ma veniva a compirli, che neppure un jota (o jod) della Legge, o una virgola sola sarebbe stata mutata, ma solo essa sarebbe stata compiuta, e quindi sarebbero svanite da essa le figure ed i simboli per dar luogo alla realtà, ben più grande di qualunque simbolo.Chi si crederà autorizzato a violare anche il più piccolo precetto di Dio con la scusa del nuovo ordine, invece di parteciparvi sarà l'ultimo nel regno dei cieli; con queste parole Gesù Cristo annunzia le vie della santità e non solo di una santità esterna, come quella degli scribi e dei farisei, ma di una santità interiore, che tende alla perfezione dell'anima.Egli dunque non propone una rivoluzione, ma promulga una legge di santità; non vuole abolire le pratiche esterne dei precetti di Dio ma vuole che siano accompagnate dalla vita interiore, non si contenta dell'osservanza dei precetti più gravi, ma vuole la perfezione.
4. La beatitudine vera di chi peregrina in terraL'uomo tende alla beatitudine, alla piena felicità, alla gioia, perché fu creato da Dio per godere eternamente. L'essenza medesima del fine per cui viviamo è questa, poiché il Signore ci ha creati per la sua gloria; e per renderci sua voce di gloria ci riempie della sua grazia, nel compimento poi della sua volontà, che è sommo bene, ci comunica la sua felicità. La beatitudine quindi sta tutta in Dio, ed è da Lui solo che la si può attingere: sta nella conoscenza delle sue perfezioni e nel compimento della sua volontà.La beatitudine è un premio, e come tale suppone la prova; perciò prima di raggiungerla nel Cielo eternamente, noi subiamo la breve e passeggera angustia della vita presente. Quest'angustia tende ad addestrarci alla ricerca di Dio, alla sua conoscenza, al suo apprezzamento ed al compimento della sua volontà.La vita quindi è più gravosa quanto più è impigliata nell'ambito della terra, ed è più beata quanto più se ne distacca.Tutte le raffinatezze della vita del tempo non sono che fili di una rete che tarpa ogni volo dell'anima, e che rende più ardua la conoscenza di Dio e il compimento della sua volontà; esse perciò hanno un segreto di somma infelicità.E l'esperienza quotidiana che ce ne convince, e bisogna pure avere il coraggio di liberarsi da tutte le menzogne convenzionali, con le quali satana, il mondo e la carne ci trasportano sulle false altezze unicamente per farci precipitare o per farci adorare le brutture dello spirito maligno.E per convenzionalismo, bisogna riconoscerlo, che noi stimiamo grandi certe altezze della vita terrena, dicendo grande la filosofia, la scienza, la politica, le arti, la letteratura, ma in realtà nessuno oserebbe dire che queste cose rendono beata la vita. Sono alture sulle quali si ascende a grande fatica, e che, raggiunte, fanno scorgere solo i monti impervi che non si raggiungono, e gli abissi che ad ogni passo falso minacciano d'inghiottirci.Se si vuole essere giusti, bisogna confessare che nel mondo il reparto più colmo d'infelicità è proprio questo che appare come una mèta delle aspirazioni umane. Chi ha raggiunto una vetta scoscesa, strapiombante nell'abisso, sembra un dominatore a chi lo guarda da lontano, ma egli solo conosce le vertigini di quella posizione sulla quale non vorrebbe essere mai giunto. Da quelle altezze non si va oltre, si discende, e la discesa ha sempre le vertigini dell'abisso. Tutto è avvelenato d'assenzio e di amarezze indicibili in questa vita, anche le ricchezze, che sembrano i beni più immateriali e più semplici, mezzi infallibili di novelli beni; tutto come l'ortica, anche quando non appare, dà punture fastidiose. Noi infatti abbiamo, per così dire, due capacità nella vita: una materiale che è limitatissima, e che, ricolma, preme sulle pareti e le strazia, ed una spirituale che esige un vuoto sempre maggiore per essere riempita di ciò che viene da Dio.Tutto quello che è soverchiante nella materia dà la pena dell'indigestione, e tutto quello che pretende riempire la capacità dello spirito con la materia, dà lo spasimo dell'avvelenamento.Sono verità che magari non si ha il coraggio di sperimentare, perché si ha l'orecchio assordato dagli inviti del mondo, del demonio e della carne, ma sono verità che si controllano nostro malgrado nella vita quotidiana.Chi vive nella città, e specialmente nelle fragorose metropoli moderne, riguarda la pace della campagna come un'oasi nel deserto: è attratto dalla rude semplicità primitiva, gli sembrano poeticamente attraenti le pareti disadorne, i piatti di creta, gli orcioli che fanno da bottiglie; i piedi nudi sul terreno brullo sembrano più belli delle calzature eleganti, lo scialle, che incornicia il volto schiettamente sano di una contadina, sembra più attraente di tutte le eleganze mondane; si respira a pieni polmoni, si è come prigionieri liberati per un momento dai ceppi, o come uccelli fuori gabbia che raggiungono trillando i rami. È un momento di felicità relativa, dovuta alla semplicità di una povertà che non è miseria, ma è sazietà più proporzionata alla nostra capacità materiale. Il contadino non capirà magari la superiorità della sua condizione rispetto ai cittadini, come i bambini non intendono la felicità della loro spensierata età, ma non si può negare che quella vita ci fa invidia e fa invidia, molto più a chi è tutto irretito nelle cose del mondo. Non è la povertà vera dello spirito, per l'incosciente scontentezza che l'accompagna, ma in se stessa è un'immagine e, se è accompagnata dalla pienezza spirituale che trae l'anima alle altezze eterne, è un saggio di felicità vera.
8. La prima predicazione di Gesù e l'elezione dei primi apostoliDopo aver subito la prova nel deserto, Gesù Cristo cominciò la sua vita di apostolato. Giovanni era stato messo in prigione da Erode Antipa, a causa di Erodiade, come è detto al capitolo 14, e per questo vi era nella Giudea un grande fermento, data la stima che il popolo aveva del Battista. Il Testo dice che Gesù aveva udito che Giovanni era stato messo in carcere, proprio per indicare il fermento popolare che spargeva la notizia in ogni parte. Non volendo per delicatezza di carità verso san Giovanni prendere il suo posto in luoghi che risuonavano tuttora della predicazione di lui, si ritirò nella Galilea, e licenziatosi da Maria Santissima che abitava tuttora in Nazaret, andò ad abitare a Cafarnao, città a quei tempi abbastanza importante per il commercio, situata sulla riva occidentale del lago di Genesaret. L'apostolato che vi esercitò dovette essere così grande da far ricordare la profezia d'Isaia (9,1-2) nella quale era annunziata la voce del Messia risonante ai confini della terra di Zàbulon e di Néftali, sulla strada del mare di Genesaret, ad oriente del Giordano, cioè nella Perea, e fino alla parte della Galilea confinante con la Siria e con la Fenicia, chiamata Galilea delle genti perché abitata da molti pagani.Quei popoli giacevano nelle tenebre dell'errore e del peccato, e la voce di Gesù era per loro una grande luce, perché annunziava il regno di Dio ed il vicino compimento della redenzione, esortandoli a far penitenza dei loro peccati.Gesù Cristo era ancora solo, ma l'affluenza medesima del popolo che a Lui accorreva, attratto dalla sua parola e dai suoi prodigi, esigeva che Egli fosse aiutato nel suo ministero, e perciò cominciò a chiamare i primi apostoli.Non si rivolse ai grandi della terra, non scelse uomini di scienza e di prestigio, ma poveri ed ignoranti pescatori, semplici e schietti, come sono quelli che esercitano questo mestiere. Li chiamò non solo con la voce ma con la grazia interiore, ed essi, benché intenti al loro mestiere, lasciarono tutto e lo seguirono. Gesù Cristo scelse il momento opportuno per chiamarli, utilizzando le loro interne disposizioni naturali. Erano due coppie di fratelli: Simone, chiamato poi Pietro, ed Andrea suo fratello, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo; tutti e quattro avevano seguito il Battista (Gv l,35ss) ed erano stati presenti al battesimo del Redentore, imparando dal loro Maestro a riconoscerlo per Messia. Imprigionato Giovanni, erano ritornati al loro mestiere, certamente scoraggiati, e l'invito di Gesù li trovò perciò più disposti a seguirlo.Il Sacro Testo sintetizza l'apostolato di Gesù Cristo dicendo che Egli andava per tutta la Galilea, insegnando nelle sinagoghe, che erano edifici rettangolari dove il popolo si riuniva per pregare e per leggere i Libri Santi; andava predicando la nuova Legge e sanava le malattie di quanti venivano a Lui presentati; scacciava satana dagli ossessi; curava i lunatici, ossia gli epilettici, chiamati così per l'influenza che, secondo la comune credenza, esercitavano sui loro eccessi le fasi lunari, e risanava i paralitici. La fama di questi prodigi si sparse fin nella Siria, e gran turba di popolo cominciò a seguirlo dalla Galilea, dalle dieci città poste al di là del Giordano, chiamate perciò Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea, e dalla Perea, all'Oriente del Giordano.Giovanni fu messo in prigione, e sembrò una sventura, poiché si soffocava una voce potente di rinnovazione in mezzo al popolo. Eppure proprio allora Gesù intensificò il suo apostolato di verità e di carità. Il sacrificio non è mai infecondo nelle vie di Dio, e dall'immolazione nasce sempre un maggior bene in mezzo alle anime.Dalla regione più nobile Gesù si ritirò in quella più umile della Galilea, per ricercare le anime semplici, giacché è più facile che le parole veramente grandi siano ricevute dagli umili: i cosiddetti grandi del mondo in realtà sono materiati di miserie, e sono sordi alle voci della verità.Sac. Dolindo Ruotolo
7. La testimonianza di san Giovanni Battista
San Giovanni, dopo aver detto che il Verbo si è fatto carne, conferma la sua testimonianza con quella del Battista, prima di spiegare quale pienezza ha il Verbo Incarnato, e quale grazia e verità ci comunica. Il versetto 15 è come un inciso, una parentesi, una conferma dell'Incarnazione del Verbo, per la testimonianza di san Giovanni Battista, come i versetti 16, 17 e 18 sono la spiegazione della pienezza di grazia e di verità che il Verbo Incarnato ebbe e ci comunicò. San Giovanni Battista rese questa testimonianza solennemente, gridando alle turbe nell'additare Gesù Cristo: Questi è Colui del quale io dissi: Quegli che verrà dopo di me a predicare, è più di me per dignità e per dottrina, perché era prima di me, essendo vero Dio.Nella generazione secondo la carne san Giovanni era prima di Gesù, perchè concepito e nato sei mesi prima di Lui; con quelle solenni parole non poteva dunque alludere che alla preesistenza del Verbo nell'eternità, ossia alla sua divinità. Per quelli che ancora riguardavano il Battista come un prodigio di santità la testimonianza era di grandissimo valore. Gesù Cristo era stato come presentato al mondo da un grande profeta, e presentato come Dio; non era dunque un ignoto, come dicevano i farisei: Nescimus unde sit: non sappiamo da dove venga, ma era glorificato dalla testimonianza di uno, certamente mandato da Dio. Se era Dio, evidentemente noi abbiamo ricevuto e riceviamo dalla sua pienezza di grazia, grazia su grazia, e dalla sua pienezza di verità la grazia e la verità, cioè l'annunzio pieno della verità e la grazia per accoglierla e metterla in pratica.A Mosè fu data la Legge, ed egli è il fondamento dell'Antico Testamento; ma la Legge era piena di ombre e di figure, e non aveva valore che per il suo riferimento al Redentore che doveva venire, né giustificava che in vista di Lui. Era grazia divina e diffondeva grazia, ma non ne era pienezza, né poteva dirsi completa luce di verità, dato che annunziava la Luce vera che doveva un giorno illuminare ogni uomo.Nessuno, infatti, soggiunge san Giovanni, ha mai veduto Dio nella sua essenza, e nessuno ha potuto rivelarcene il mistero profondo; solo il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre, cioè a Lui consustanziale, ed infinita conoscenza di Lui, ha potuto rivelarcelo, annunziandoci la Santissima Trinità, e svelandoci il mistero della sua eterna generazione dal Padre e dell'eterna spirazione dello Spirito Santo.Con queste parole l'evangelista indica la fonte dalla quale egli ha attinto la verità che forma lo scopo del suo Vangelo: la divinità di Gesù Cristo. Egli non fa supposizioni, non esprime un'opinione, non propugna fantasie, attinge la sua dottrina dalla stessa rivelazione fattane da Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, e confermata dai suoi miracoli e dalla sua vita.I nemici di Gesù Cristo avrebbero potuto opporre a Lui il Battista, che con la sua austerità rispondeva di più alle idee che essi avevano del futuro Messia, ma san Giovanni, prevenendo l'obiezione, la sfata con la stessa testimonianza del Battista. I Giudei, infatti, cioè i capi del sinedrio di Gerusalemme, avendo saputo della predicazione di san Giovanni Battista e dell'entusiasmo che aveva suscitato nel popolo, sospettarono che potesse essere egli il Messia e vollero accertarsene con un'inchiesta. Siccome poi l'evangelista scriveva quando il popolo giudaico si era già posto in opposizione col cristianesimo, e designava per Giudei gli Ebrei traviati e i nemici di Gesù Cristo, si può supporre che l'ambasceria mandata al Battista, più che un'inchiesta per riconoscere il Messia, sia stata un'inquisizione per togliere di mezzo il Precursore ed impedirgli ogni forma di apostolato.
Mentre Giovanni parlava, ecco Gesù venire verso di Lui per essere battezzato; veniva ammantato di umiltà, e perché caricato dei peccati di tutti, veniva per accomunarsi ai peccatori, meritando loro il perdono, ma dalla sua persona traspariva un raggio della divina Maestà, ed il Battista si rifiutò di battezzarlo, dicendogli che egli aveva bisogno di essere battezzato da Lui. Ma Gesù insistette, volendo adempire ogni giustizia, cioè volendo compiere la divina volontà e desiderando dare al popolo l'esempio di ogni virtù; insistette con tanta risolutezza che Giovanni lo battezzò. Allora si aprirono i cieli, lo Spirito Santo discese sul capo di Gesù come colomba luminosa, e la voce del Padre lo proclamò Figlio suo prediletto; era la luce della Santissima Trinità che illuminava la terra; il Padre si manifestava nella voce solenne, il Figlio Incarnato, e lo Spirito Santo nella colomba. Giovanni aveva ricevuto il segno certissimo della divinità di Gesù, e quel segno forse riservato a Lui solo, infiammò la sua parola di novello zelo nell'additare al popolo il Salvatore del mondo.