venerdì 25 dicembre 2015

25.12.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 2 par. 2

2. Il momento solenne e pacifico della nascita di Gesù Cristo

Era stato predetto dai profeti che il Redentore doveva nascere in Betlem, ed il Signore, che tutto dispone attraverso i medesimi eventi umani, utilizzò una circostanza della vita civile per far trovare Maria a Betlem.

Nazaret distava da questa città circa 120 chilometri; ora, senza una pressione legale, Maria Santissima giovane madre prossima al parto, non avrebbe creduto prudente fare un viaggio così lungo. Il Signore avrebbe potuto, è vero, rivelarlo a san Giuseppe, ed ottenere lo stesso risultato, ma Egli volle escludere dalla nascita di Gesù tutto ciò che poteva sembrare appositamente voluto per far verificare la profezia; gli eventi, indipendenti dalla volontà, anzi contro la volontà umana, mostravano meglio le disposizioni divine nella nascita del Redentore.

Cesare Augusto, primo imperatore romano, nel fasto della sua gloria ordinò parecchi censimenti per accertarsi della popolazione dell'impero e dell'obbligo del tributo per tutti i suoi sudditi. Il primo di questi censimenti, esteso anche alla Palestina, fu fatto sotto Publio Sulpizio Quirino, che al modo greco è chiamato nel Sacro Testo Cirino. Il censimento fu fatto non secondo l'uso romano, per il quale ciascuno si faceva iscrivere nei registri del luogo dove abitava, ma secondo l'uso ebraico, per il quale ognuno andava ad iscriversi nella sua città di origine. Era logico, del resto, perché gli Ebrei erano tenaci conservatori delle tribù e delle famiglie, ed un censimento di semplice domicilio non avrebbe dato la vera prospettiva demografica della nazione.

La legge umana è inesorabile e non ammette scuse; bisogna sottostarvi per forza, se non vi si vuole sottostare per amore. San Giuseppe, però, e Maria Santissima, abituati all'obbedienza alla divina volontà, accettarono l'ordine non come un'imposizione inopportuna per essi, subita per timore, ma come una disposizione indiretta del Signore, ed intrapresero subito il faticoso viaggio per recarsi a Betlem, loro città di origine perché discendenti di Davide.

E commovente il pensare a questo viaggio intrapreso quando la stagione era già fredda, giacché è tradizione costante nella Chiesa che Gesù sia nato nelFinvemo. Due creature ignote al mondo, ma immensamente privilegiate innanzi a Dio, camminavano portando con loro, nascosto nel seno materno, il Verbo di Dio! Camminavano in pace, nella povertà, lodando e benedicendo il Signore.

Un asinelio, com'è tradizione e com'è giusto pensare, serviva loro di cavalcatura e portava il loro piccolo bagaglio. Giuseppe lo guidava, e Maria vi sedeva sopra; erano tutti e due il quadro vivo della purezza, dell'amore e della pace. L'asinelio doveva sentire inconsciamente il benessere di avere dei padroni così sereni e, guidato dall'angelo di Dio, come potrebbe supporsi, prendeva il giusto cammino. Aveva quel portamento di sicurezza e di fedeltà che hanno gli animali vicino ai padroni benefìci e, senza ripugnare o recalcitrare, andava avanti mansueto. Maria tutta raccolta pregava. Era più bella nella sua avanzata gravidanza, aveva il volto soffuso di pace, e sembrava l'Arca di Dio, perché portava nel seno il suo Figlio divino. San Giuseppe andava avanti raccolto, con quel suo bel volto pieno di verginale fulgore, ingenuo, semplice, umile, servo fedele della divina volontà, col sensibile suo cuore pieno di angustia per il disagio della sua immacolata Sposa.

Nel silenzio della strada deserta, fra la solitudine degli alberi già spogli, risuonava lo scalpitare dell'asinelio ed echeggiavano gli ultimi canti sommessi degli uccelli... La natura sembrava un'immagine dell'uomo, intristito dalla colpa, ed il Verbo divino, fatto per amore pellegrino della terra, avanzava nel seno materno verso Betlem, per compiere le promesse della misericordia e salvarlo. Nessuno supponeva che si avverassero in quel momento tanti vaticini dei profeti, e che il Sole di giustizia cominciasse a sorgere dalle tenebre della povera terra brumosa, carica di colpe e di affanni.

Giunsero in Betlem dove, a causa del censimento, era un gran concorso di gente sia nei pubblici alberghi, sia nelle case ospitali, di modo che san Giuseppe non poté trovare chi lo accogliesse con la sua Vergine Sposa Immacolata. Dovette cercare rifugio in una grotta, adibita per ricoverarvi gli animali nelle notti fredde o tempestose, ed ivi procurò d'allestire un poverissimo alloggio, dato che per Maria si avvicinava il tempo del parto. Non può dirsi che fossero angosciati per quella povera dimora, giacché erano ambedue immersi nella divina volontà, ed amavano immensamente il nascondimento e la povertà; ma san Giuseppe, come custode di Maria, era afflitto dal disagio di Lei, e Maria pensava con immensa pena e tenerezza al suo Figlio che mancava di tutto nel venire alla luce. S'intrecciavano, per così dire, due rami fioriti di carità e di amore, e formavano essi soli l'ornamento fragrante di quella grotta desolata.

sabato 19 dicembre 2015

20.12.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 1 par. 3

3. L'annunzio della miracolosa concezione del Battista. La mancanza di fede che rende senza parola

Al tempo di Erode re della Giudea, dice san Luca, vivevano due santi personaggi, giusti innanzi a Dio ed irreprensibili in tutti i comandamenti ed i precetti del Signore. Erode, detto il grande per i lavori pubblici compiuti nella Giudea, soprattutto restaurando il tempio, era figlio di Antipatro, che, sotto il pontificato d'Ircano, fu nominato da Giulio Cesare procuratore della Giudea. A forza d'intrighi, Erode, succeduto al padre, ottenne dal senato romano il titolo di re, e regnò dal 714 al 750 di Roma.

Sanguinario criminale fino al delirio, regnò fra stragi ed oppressioni di ogni genere, e fu il terrore dei suoi sudditi. La sua vita fu un obbrobrio per i vizi, e sul trono fu più una belva che un uomo; fece uccidere tre dei suoi figli ed un suo fratello, e per i più piccoli sospetti condannò a morte i migliori suoi amici. Ad un tale mostro coronato fa contrasto nel Sacro Testo la pacifica coppia di due santi: Zaccaria ed Elisabetta.

Davide, nell'organizzare il servizio religioso del tempio, aveva diviso i sacerdoti in 24 classi denominate ciascuna dal suo capo. Ogni classe serviva da un sabato all'altro, ed in questo ministero ebdomadario offriva l'incenso ed immolava le vittime, trovando nel fabbricato del tempio medesimo l'alloggio.

sabato 5 dicembre 2015

06.12.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 3 par. 2

2. La condizione politica della Palestina al tempo del Battista

San Luca, da storico accurato qual'è, prima di parlare dell'apostolato di san Giovanni Battista, accenna alla situazione politica della Palestina, cioè a quelli che la governavano ed ai sommi sacerdoti che la reggevano nella parte religiosa. Non è a caso che lo Spirito Santo glielo fa fare, giacché i governanti stranieri ed il sommo sacerdozio, assoggettato alla politica e decaduto fino al punto da essere dominato da principi pagani e da essere esautorato a loro piacere, dimostravano la pienezza dei tempi predetti per la venuta del Messia, ossia la completa rovina del regno di Giuda.

Tiberio Cesare, figlio di Livia Drusilla e di Tiberio Claudio Nerone, adottato come figlio dall'imperatore Augusto dopo che questi sposò Livia sua madre, fu prima associato al governo dell'impero e preposto all'amministrazione delle province, e poi, alla morte di Augusto, gli successe e fu imperatore dal 767 al 791 di Roma. San Luca computa gli anni dell'impero di Tiberio non dalla morte di Augusto, ma dalla sua prima assunzione al governo nel 764-765 di Roma; essendo nato Gesù Cristo nel 748-749 di Roma, al quindicesimo anno del governo di Tiberio aveva circa trent'anni, come dice san Luca al versetto 23.

Il governo della Palestina era così costituito: la Giudea, annessa alla provincia della Siria dopo la deposizione e l'esilio di Archelao, era retta da governatori dipendenti dal Preside della provincia. Il primo governatore fu Coponio, il quinto fu Ponzio Pilato, il quale governò dal 26 di Gesù Cristo fino al 36-37. Alla morte di Erode, detto il grande, il suo regno fu diviso in 4 parti, ciascuna delle quali fu detta tetrarchia, cioè governo di 4 persone. La Giudea, la Samaria e l'Idumea toccarono ad Archelao, il quale fu poi deposto, come s'è detto, e la Galilea e la Perea toccarono ad Erode Antipa, il quale regnò dall'anno 4° prima di Gesù Cristo fino all'anno 39-40 di Gesù Cristo. Filippo, figlio di Erode, il grande, ebbe in eredità dal padre l'Iturea, che comprendeva la Bitinia, la Traconitide, l'Auranitide ecc. e sposò Salomè, figlia di Erodiade, moglie di un altro suo fratello, per parte di padre, chiamato anch'esso Filippo Erode, colui al quale Erode Antipa tolse la moglie. Filippo Erode fu diseredato dal padre e visse da privato. La moglie Erodiade, ambiziosissima, si fece sedurre da Erode Antipa e lo seguì sul regno, diventandone moglie adultera ed incestuosa; Filippo il tetrarca poi governò con una certa equità, e fu colui che edificò Cesarea di Filippo ai piedi dell'Ermon, e Betsaida Giulia sulla spiaggia Nord del lago di Tiberiade.

L'Abilene, regione situata tra il Libano e l'Ermon a nord-ovest di Damasco, era governata da un certo Lisania, del quale non si conoscono fatti particolari. Un'iscrizione, trovata recentemente ad Abila, capitale della regione, conferma ciò che dice san Luca, indicando chiaro che al tempo di Tiberio vi era un tetrarca di nome Lisania.

Per ciò che riguardava la religione, il Sacro Testo dice che a capo del Giudaismo v'erano i pontefici Anna e Caifa. Il pontefice presso gli Ebrei era uno solo ed a vita; ma i Romani non tollerarono questa legge e praticamente vollero un pontefice che dipendesse dalla loro autorità, tanto per la nomina quanto per la durata del pontificato. Anna aveva ottenuto il supremo potere religioso dal preside della Siria, Cirino, nell'anno 7 di Gesù Cristo, ma ne fu deposto nel 14 da Valerio Grato. Egli, però, benché deposto, continuò ad avere una grande autorità, ed era riguardato come pontefice insieme a Caifa, suo genero, nominato nell'anno 18 e rimasto pontefice fino al 36 di Gesù Cristo.

sabato 28 novembre 2015

29.11.2015 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 21 par. 4

4. Noi, nell'attesa delle grandi tribolazioni, del regno di Dio e del giudizio universale

Dopo il terribile annunzio della distruzione di Gerusalemme e della fine del mondo Gesù Cristo si rivolge ai suoi uditori ed agli uomini tutti del mondo, per indicare loro quale dev'essere l'atteggiamento che devono avere nelle grandi tribolazioni delle quali saranno testimoni. Il primo atto da compiere sarà quello di elevare gli occhi al cielo e confidare in Dio, aspettandosi le sue misericordie spirituali: Mirate in alto ed alzate le vostre teste perché si avvicina la vostra redenzione. Ogni castigo ha un fine di misericordia nelle vie di Dio e il castigo finale preluderà al regno del Signore ed al trionfo pieno della Chiesa; dunque, quando incominceranno a verificarsi le parole divine di Gesù l'anima deve confortarsi e sperare nel regno di Dio.

Quando germoglia il fico e produce il suo frutto e quando gli alberi sono carichi, si capisce che l'estate è vicina, ora quando vengono sulla terra le grandi tribolazioni predette è segno che si avvicina il regno di Dio.

La distruzione di Gerusalemme fu il preludio della diffusione del Vangelo nel mondo, prima tappa del regno di Dio; le tribolazioni terribili della conflagrazione universale sono il preludio del regno trionfante di Dio nelle nazioni; le tribolazioni della fine del mondo saranno il preludio del regno glorioso ed eterno di Dio coi suoi eletti del Paradiso.

Gesù Cristo parlò ai secoli di questi tre grandi eventi della storia della redenzione, ma poiché il suo discorso era rivolto agli Ebrei, le sue parole avevano per loro una particolare importanza. La distruzione di Gerusalemme era per gli stessi suoi discepoli una calamità spaventosa, che li ricolmava d'immensa amarezza, e perciò Gesù li confortò, dicendo che era non la distruzione della nazione ebraica, ma il primo principio della sua redenzione, cioè della sua salvezza nell'incorporamento alla Chiesa e nella partecipazione ai frutti della redenzione. E perché non avessero creduto che parlando di Gerusalemme Egli parlasse di eventi lontani, aggiunse, alludendo proprio alla rovina della città santa: Vi dico in verità che non passerà questa generazione prima che tutte queste cose non siano avvenute.

Sarebbe stato esiziale per i suoi discepoli il credere lontano l'evento, perché non avrebbero pensato a mettersi a tempo in salvo, com'Egli aveva loro suggerito, e perciò soggiunse con maggiore energia: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Non c'era dunque da illudersi; ciò che annunziava per Gerusalemme sarebbe avvenuto presto, l'avrebbero veduto essi stessi, ed ai primi segni precursori dell'evento avrebbero dovuto mettersi in salvo sollecitamente.

Rivolgendosi, poi, principalmente agli uomini che avrebbero sofferto nelle grandi tribolazioni del mondo, e per quelle degli ultimi tempi precedenti il giudizio, e parlando anche agli Ebrei che lo ascoltavano, Gesù soggiunse: Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non si aggravino per crapule, per ubriachezze, e per cure della vita presente, e perché quel giorno non vi colga all'improvviso, poiché come un laccio verrà sopra coloro che abitano sulla superficie della terra.

Sarà caratteristica, infatti, dei tempi che precederanno le grandi tribolazioni la ricerca dei piaceri e la preoccupazione assillante della vita presente, come noi già vediamo nella nostra generazione. Il mondo è diventato una bettola, un teatro ed un cantiere; si cerca il piacere dei sensi con le maggiori raffinatezze; si distrae la vita nell'ebbrezza del divertimento portato fino a domicilio con la radio e la televisione; si lavora, si lavora, in una preoccupazione così assillante della vita presente da dimenticare completamente quella spirituale. Per chi vive in questa maniera indegna la tribolazione sarà una sorpresa, com'è sorpresa il laccio per gli uccelli che vengono accalappiati.

Non penseranno che è voce di Dio, né penseranno a dover mutare la loro vita, attribuendo gli sconvolgimenti della natura a cause puramente naturali.

Eppure quei tempi dovranno essere tempi di intensa vigilanza e preghiera, perché non si tratterà di tribolazioni comuni, ma di disastri eccezionali, dai quali solo la preghiera ci potrà ottenere uno scampo, e per le tribolazioni degli ultimi tempi saranno cataclismi che preluderanno al giudizio. Chi pensa di dover comparire innanzi al Giudice eterno, come può riguardare con superficialità i terribili fenomeni che ne preannunziano la venuta? E come può esporsi al pericolo di andare impreparato alla sua presenza?

Gesù Cristo medesimo volle darci l'esempio della vigilanza nella preghiera e della preoccupazione di ciò che riguarda lo spirito, e perciò il Sacro Testo soggiunge, non senza una particolare intenzione, che Egli durante il giorno insegnava nel tempio, per guidare le anime al conseguimento dei beni eterni, e la notte usciva per ritirarsi a pregare sul monte Oliveto. La sua sollecitudine nelTistruire il popolo, poi, e la sua divina Parola attraevano talmente la moltitudine che ogni giorno andava di buon mattino al tempio per ascoltarlo.

Questa dev'essere la nostra vita nei momenti delle grandi tribolazioni che incombono già sulla terra e che incomberanno alla fine del mondo: dobbiamo levare lo sguardo a Dio, sospirando al suo regno; dobbiamo zelare la gloria del Signore e il bene delle anime e, senza farsi trascinare dai sensi, dobbiamo mortificarci e pregare. Non si può rimanere indifferenti quando Dio chiama, e se in ogni tempo, come disse Gesù, è necessario pregare, nel tempo della tribolazione è necessario farlo senza intermissione per il proprio bene e per quello degli altri.

Gesù disse di vigilare, pregando di essere fatti degni di schivare tutte le cose terribili che dovranno avvenire; dunque, certe tribolazioni possono evitarsi o per lo meno attenuarsi con la preghiera.

Se nei momenti di sconvolgimenti le nazioni pensassero a promuovere la pubblica preghiera, quanto gioverebbero di più ai popoli anziché con le loro preveggenze materiali, i loro armamenti e la loro tirannica disciplina!

E se le anime consacrate a Dio specialmente pensassero alla loro responsabilità innanzi al popolo, con quanta cura baderebbero a conservarsi sante, mortificate, ed in continua preghiera!

Non si provvede al bene comune con le chiacchiere, ma levando le mani supplichevoli a Dio ed implorando la sua misericordia.

Sac. Dolindo Ruotolo

 

sabato 21 novembre 2015

22.11.2015 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 18 par. 5

5. Gesù Cristo davanti a Pilato

Dopo il processo, diciamo così, religioso, fatto a Gesù in casa di Anna e di Caifa, e dopo averlo condannato a morte come bestemmiatore, i Giudei sul fare del mattino lo condussero da Pilato per far ratificare la sentenza. Essi infatti, dopo l'occupazione romana, non potevano eseguire nessuna sentenza capitale senza l'autorizzazione del preside o governatore della nazione. Andarono in massa a bella posta per impressionare Pilato, sicuri che non avrebbe rifiutato la ratifica che domandavano. Siccome per gli Ebrei entrare in una casa pagana era lo stesso che contrarre un'impurità legale, essi, dovendo ancora mangiare la Pasqua, per la quale si richiedeva una grande mondezza, non entrarono nel pretorio per non contaminarsi. Ipocriti e scellerati! Si facevano scrupolo di entrare nel pretorio, e non si facevano scrupolo di domandare la morte d'un innocente, anzi, la morte del Figlio di Dio!

Pilato era già informato del processo che s'era ordito contro Gesù e sapeva bene che il movente principale era stata l'invidia che avevano contro di Lui i sacerdoti, gli scribi e i farisei. Il tribuno poi che aveva accompagnato coi soldati I messi del Sommo sacerdote per catturare Gesù, aveva certamente riferito a Pilato lo scempio che ne avevano fatto, ed egli non era disposto a ratificare un'ingiustizia così manifesta. Egli inoltre aveva dovuto indispettirsi anche del gesto dei Giudei di non entrare nel pretorio come luogo immondo, e perciò uscì fuori, sulla loggia, pronto a dare una lezione a quella canaglia. Si potrebbe aggiungere a questo che, siccome i Romani amministravano la giustizia a prima mattina, Pilato era seccato anche d'essere disturbato dal sonno a quell'ora. Egli perciò con fare secco domandò quale accusa portassero contro Gesù, iniziando così il processo penale.

I Giudei, indispettiti di quella domanda che frustrava tutto il loro piano, risposero con rabbia, mostrandosi offesi: Se non fosse costui un malfattore, non te lo avremmo condotto. E volevano dire: potresti fidarti di noi e della nostra giustizia, poiché non saremmo capaci di presentarti come reo un innocente. Pilato, sapendo già che lo avevano condannato per loro beghe religiose che per lui non avevano alcun'importanza, colse subito l'occasione per liberarsi da quell'increscioso processo; la moglie, infatti, come narra san Matteo (27,19), gli mandò a dire che non s'impicciasse di quel giusto, perché essa era stata molto turbata in sogno a causa di lui. Quest'ambasciata gli mise nell'animo un timore grande, e perciò rispose ai Giudei: Prendetelo voi stessi e giudicatelo secondo la vostra legge. Egli voleva così mutare il processo penale in processo religioso, per il quale i Giudei avrebbero potuto solo scomunicare Gesù e farlo flagellare. Che, se Pilato avesse loro concesso la facoltà di procedere contro di Lui sino alla pena capitale, essi avrebbero potuto lapidarlo come bestemmiatore secondo la loro legge, ma non crocifiggerlo.

Alcuni suppongono che Pilato abbia detto per ironia: Giudicatelo voi secondo la vostra legge, ma dal contesto non appare; egli aveva veramente l'intenzione di liberarsi da quel processo.

I sacerdoti, gli scribi e i farisei, per il loro odio contro Gesù e per togliergli ogni prestigio sul popolo con una morte infamante, avevano deciso nel loro conciliabolo di farlo crocifiggere, e probabilmente avevano già dato ordine di apprestare lo strumento del supplizio. Ad essi non bastava neppure che Pilato desse loro l'autorizzazione di farlo morire; voleva che l'avesse fatto crocifiggere, e questo poteva farlo solo lui. Essi inoltre, con sottile malizia, non vollero addossarsi innanzi al popolo la responsabilità d'una così atroce condanna, perché sapevano quanto Gesù era amato e stimato per le sue grandi opere e per le sue parole; volevano mostrare al popolo che il potere civile l'aveva trovato tanto degno di condanna, da fargli subire il supplizio della croce, come si faceva coi ladroni e coi più grandi malfattori. Ebbero cura anzi, con la scusa dell'imminente ciclo di feste pasquali, di affrettare l'esecuzione capitale di due ladri condannati già alla croce, per accomunare Gesù ai malfattori più tristi. Perciò, alla proposta di Pilato di giudicarlo essi stessi secondo la Legge, risposero che a loro non era lecito di dar la morte a nessuno. Con questo, nota l'evangelista, si adempivano le parole di Gesù, che aveva predetto più volte che sarebbe stato crocifisso (3,14; 8,32; 12,33; Mt 20,19, ecc.). Reclamavano quindi ad ogni costo il giudizio di Pilato non solo perché Gesù fosse stato ucciso, ma perché fosse stato ucciso con la morte di croce.

sabato 14 novembre 2015

15.11.2015 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 5 par. 3-4

3. Non occorre sapere il tempo della fine del mondo: ma occorre vigilare ed essere pronti al giudizio di Dio

Gli apostoli avevano domandato a Gesù quando sarebbero avvenute la distruzione del tempio e la fine del mondo; ma il Redentore a questa domanda non rispose, dicendo che il giorno e l'ora di quelle catastrofi erano noti solo al Padre. È evidente che Egli come Dio lo sapeva, essendo una sola cosa col Padre, ma come uomo poteva dire d'ignorarlo, giacché il computo del tempo della giustizia finale non sta nelle possibilità umane, dipendendo dall'intreccio di tutte le responsabilità occulte dell'umana coscienza e dell'umana libertà. Solo Dio che guarda dall'alto, ed al quale tutto è manifesto, può valutare quando le umane iniquità raggiungono l'estremo limite, e fanno traboccare il peso della giustizia. L'umana libertà, infatti, può influire sugli eventi della storia e può affrettarli o ritardarli; una sola azione buona può arrestare un castigo, ed una sola iniquità può darvi l'ultima spinta; ciò che succederebbe in questo anno può essere trasportato in un altro o in tempi lontani per l'intreccio di un'azione libera che interferisce gli eventi.

Ora se si tiene presente il numero stragrande degli uomini dal principio del mondo ad oggi, e gl'innumerevoli intrecci delle loro azioni, delle loro responsabilità, e dei loro meriti, se si pensa al coordinamento di queste azioni con tutto l'ordine morale e fisico dell'universo, si capisce che il calcolo del giorno e dell'ora di avvenimenti definitivi nella storia di un popolo od in quella del mondo può farlo solo Dio.

I segni prossimi o remoti, della fine del mondo in particolare, possono distare anche secoli dall'evento, quando qualche anima privilegiata, controbilancia con azioni sante il tracollo della giustizia.

È uno dei tratti delicati della divina provvidenza. Così si spiega come in tante epoche della storia si è creduto di veder i segni della fine del mondo, senza che nulla sia avvenuto dopo. È impressionante che fin dai tempi di san Gregorio Magno si parlasse della fine del mondo come di evento vicino, ed è impressionante che lo stesso santo ne parlasse con convinzione; non è improbabile che allora gli eventi realmente precipitassero, e che le preghiere della Chiesa l'abbiano ritardato. Non è cosa che può sembrare strana, ma è cosa che deve farci essere pensosi, considerando che noi abbiamo sul capo questa spada di Damocle.

Gesù Cristo ci esorta ad essere attenti, a vigilare ed a pregare perché, questo interessa all'anima nostra. Gli eventi li regola il Signore, ed il conoscerli anticipatamente con certezza potrebbe anche essere per la nostra malizia un pretesto od un'occasione di maggiore spensieratezza. L'incertezza angosciosa che in ogni secolo può determinarsi sull'imminenza della fine può spingerci più facilmente a pensare ai beni eterni, ed a distaccare l'anima da tutto quello che è vana illusione della vita del mondo.

Chi può convergersi, fino a dimenticare l'anima nelle stesse discipline della vita presente che appaiono ideali? Arte, scienze, lettere, dominio, monumenti grandiosi, che cosa sono di fronte all'eternità?

Vale la pena di affannarsi tanto nelle cose della vita, quando si sa che esse periscono? Dobbiamo, sì, compiere la missione che Dio ci ha assegnato, dobbiamo operare per la sua gloria, ma non possiamo farci assorbire talmente dalle idealità terrene da trascurare quelle eterne.

Chi potrebbe essere così stolto da consumarsi per fare un'opera d'arte con una materia che si disfa? Le opere dello spirito rimangono in eterno; quelle della materia periscono, e quelle del tempo fugace sono vanità; dobbiamo, dunque, nell'operare tener presente la fine di tutto per fissare il nostro pensiero al fine ultimo della nostra vita.

Un uomo - disse Gesù - partito per lontano paese lasciò la casa, e diede ai suoi servi il potere di far tutto, ed ordinò al portinaio di vigilare. Ecco l'immagine del mondo: il Signore è il padrone di ogni cosa e, quasi fosse assente, lascia agli uomini la libertà di operare come vogliono, costituendo sulla loro vita un portinaio che vigila. Questi è il Papa ed il Sacerdozio, e la loro attività è preziosa per tutelare le anime. Occorre però che ciascuno vigili, affinché, al ritorno del Padrone, possa trovarsi pronto per dargli il rendiconto.

Non tutti ci troveremo presenti agli ultimi eventi del mondo, ma tutti compariremo innanzi a Gesù Cristo, giudice eterno; non si può dunque prendere alla leggera la vita, e bisogna vigilare per essere pronti alla chiamata di Dio.

sabato 7 novembre 2015

08.11.2015 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 12 par. 8

8. L'essenza dell'amore a Dio ed al prossimo


Gli Ebrei si riguardavano come popolo prediletto di Dio, e si gloriavano di appartenergli, ma il loro cuore, generalmente parlando, mancava di amore verso di Lui, e per questo era insensibile alla carità verso il prossimo. Deve notarsi che nelle epoche della loro storia più bella, quando i patriarchi elevavano a Dio un cuore infiammato e sincero, essi si distinguevano per gli uffici più delicati di ospitalità e di carità, e che quando le relazioni verso Dio si ridussero ad un formalismo senza spirito, il loro cuore s'agghiacciò nell'egoismo, a somiglianza dei pagani.

Amare Dio, infatti, non significa solo prestargli un omaggio di culto esterno, ma significa apprezzarlo sopra tutte le cose, orientando a Lui il cuore, donandogli l'anima, sottomettendogli la mente e la ragione, ed indirizzandogli tutte le attività della vita.

L'amore, quindi, è la forza che orienta l'anima a Dio, come l'ago magnetico della bussola si volge al polo. L'amore impone silenzio a tutte le pretese della propria natura, ed è innanzi a Dio come un olocausto del cuore, dell'anima, della mente, e delle forze; si apprezza Dio per donarglisi, e gli si dona tutto il proprio essere per operare secondo la sua volontà; è essenziale perciò alla pratica dell'amore l'osservanza della Legge, l'unione alla divina volontà, e l'ossequio pieno alla sua verità.

Chi lo ama vive di Lui, vive con Lui, vive per Lui, e non ha altro amore fuori di Lui. Non si contenta di dire con le labbra: Ti amo, ma glielo dice con la vita. Perciò teme di offenderlo, e fugge dal peccato come dalla morte più penosa, vigilando perché nulla nel cuore prenda il posto di Dio. È come l'amore della sposa per lo sposo, che non è solo attrazione ma è esclusione piena di tutto quello che disgusta lo sposo, ed è fusione profonda con la sua vita.