5. La crocifissione, l'agonia, la morte e la sepoltura di Gesù
Giunti che furono sul monte Calvario, cioè del teschio, chiamato in ebraico Golgota, i carnefici prescelti crocifissero Gesù e i due ladroni, elevandoli uno a destra ed uno a sinistra di Lui. Con queste poche parole di una terribile concisione, l'evangelista accenna alla scena spaventosa di quell'immane supplizio. Lo crocifissero perforandogli le mani con lungo chiodo, ed i piedi sovrapposti con un chiodo ancora più lungo. Non è possibile immaginare lo spasimo che davano quei chiodi all'adorabile nostro Redentore. La scienza medica oggi ne ha potuto studiare le vestigia sulla santa Sindone, cioè sul lenzuolo che lo avvolse cadavere. Si contrasse tutto alFindietro, e per questo movimento brusco le spine della nuca gli si conficcarono dentro più profondamente. Il suo dolore fu immenso, ma Egli nella sua misericordia si preoccupò di quelli che glielo cagionavano, e rivolto al Padre esclamò: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Non aveva bisogno Egli di perdonarli, perché dava la vita per essi, ma aveva necessità d'implorare perdono dal Padre, perché il delitto che commettevano era spaventoso. La sua parola fu esaudita dal Padre?Apparentemente sembrerebbe di no, poiché Gerusalemme fu distrutta, ed il popolo fu massacrato o portato in cattività; ma Gesù pregò per l'anima di quelli che avevano concorso alla sua crocifissione, e principalmente per gli Ebrei, e questo ci fa intendere che per la sua divina preghiera Egli raccolse quelle anime quale messe dei suoi dolori. Come poteva Egli pregare per la loro salvezza temporale, che li avrebbe sempre più ostinati nel peccato? Anche al buon ladro, infatti, Egli donò la salvezza eterna, ma non lo strappò dalla croce, perché il tormento che vi subiva era l'espiazione dei delitti che aveva commessi.Gesù soffriva e perdonava, e quelli che assistevano alla sua morte lo deridevano e lo insultavano!I soldati al principio si preoccuparono solo di dividersi le sue vesti, sperando di realizzare un grande guadagno rivendendole ai a discepoli del Crocifisso, e siccome la tunica era inconsutile, per non dividerla se la sorteggiarono; dopo si unirono anche essi a quelli che lo insultavano. I sacerdoti sopra tutti e gli scribi ci tenevano a sfatarne il prestigio innanzi al popolo, e coi loro insulti volevano fame rimarcare l'impotenza: Ha salvato gli altri, salvi se stesso se Egli è il Cristo, l 'eletto di Dio. Ad essi facevano eco i soldati, i quali, vedendo sulla croce la scritta postavi da Pilato, dicevano: Se Tu sei il re dei Giudei salva Te stesso. Lo dicevano per pigliarsi beffe non solo di Lui, che s'era dichiarato re innanzi a Pilato, ma anche per insultare il popolo ebreo in Lui.Se Pilato aveva messo quella scritta, era per essi evidente che il Crocifisso era veramente il re spodestato; insultandolo e sfidandone la potenza, volevano far constatare lo stato di soggezione piena nel quale era ridotto il popolo, che aveva il suo re in croce, senza dire neppure una parola di protesta, anzi approvandone la condanna e la morte.I biechi sacerdoti del tempio non s'erano accorti che con quel delitto spaventoso avevano stretto di più le catene della loro schiavitù a Roma.
3. La rovina di Gerusalemme, il regno di Dio sulla terra e la fine del mondoGesù Cristo insegnava ogni giorno nel tempio ed i discepoli ebbero occasione così di osservarne la magnificenza. Nei primi giorni non vi badarono troppo, perché attratti dalle parole del Maestro divino; ma, rivedendo il maestoso edificio e stando naturalmente un poco più distratti dalla divina Parola per l'abitudine quotidiana di ascoltarla, ne notarono la bellezza e la segnalarono al Maestro con quel senso naturale di compiacenza e di orgoglio che si ha per una gloria nazionale.Gesù Cristo, lungi dal fermarsi sulla magnificenza dell'edificio, col suo sguardo divino ne guardò il dissolvimento e la rovina che l'avrebbero colpito a causa dei peccati del popolo e del delitto immane del deicidio che si accingeva già a consumare. Vide in quel tempio l'immagine del suo Corpo, che sarebbe stato colpito dalla morte violenta e vide il castigo che avrebbe colpito il popolo con la rovina della città e del grandioso edificio; vide in questa rovina la figura e l'immagine della catastrofica fine del mondo, a causa dei delitti consumati nei secoli contro Dio, il suo Cristo e la Chiesa, suo Corpo mistico, e rispose annunziando le due catastrofi ed esortando i discepoli ed i popoli sull' atteggiamento che dovevano avere in quelle immani sventure. Cominciando dal tempio ed annunziando nella sua rovina quella di Gerusalemme, esclamò: Giorno verrà che di tutto questo che vedete non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta.Disse queste parole con tale accento di verità che nessuno di quelli che le ascoltarono osò dubitarne, e perciò gli domandarono quando sarebbe avvenuta quella rovina e da quali segni sarebbe stata preceduta. Facendo questa domanda vollero inconsciamente assicurarsi se essi sarebbero stati travolti dalla catastrofe e sperarono di non esserne testimoni. Era troppo vivo il loro amore per la patria e per il tempio per non riguardare come suprema sventura il vederne la rovina; Gesù rispose a questa intima preoccupazione, disingannando essi e quelli che sarebbero venuti dopo di loro, giacché la Chiesa che Egli fondava sarebbe stata esposta in ogni tempo alle persecuzioni, e nel mondo sarebbero successe in ogni tempo rovine.Pensare di non trovarsi presenti ad un cataclisma era speranza inattuabile per quelli che dovevano peregrinare combattendo e che in ogni tempo si sarebbero trovati di fronte ai disseminatori di errori, causa vera e prossima delle persecuzioni e dei castighi che ne sarebbero stati conseguenza.Perciò col suo parlare divinamente sintetico, rispose: Badate di non essere sedotti, poiché molti verranno sotto il mio nome, cioè come messia e come realizzatori di una rinnovazione universale, e diranno sono io, ed il tempo è vicino.Molti falsi profeti crederanno di essere essi i dominatori universali, ed annunzieranno il tempo della prosperità del mondo, come anche molti, di fronte ai mali incalzanti in ciascun secolo, crederanno prossima la fine del mondo. Ma erreranno e saranno solo annunziatori di errori.Tanto il regno di Dio quanto la fine del mondo saranno preceduti da guerre e da rivoluzioni, ma queste non saranno un segno immediatamente prossimo, tanto della fine del dominio degli empi, quanto della fine del mondo; ne saranno solo una preparazione ed avverranno per purificare la terra e raccogliere gli eletti. Non saranno segni esclusivi di questi due grandissimi eventi della storia del mondo, perché in ogni tempo vi saranno guerre e sedizioni. La caratteristica delle guerre e delle rivoluzioni del tempo precedente il regno di Dio e la fine del mondo sarà la universalità del flagello, accompagnato da pestilenze, carestie, segni spaventevoli nel cielo, e grandi prodigi sulla terra; cioè, probabilmente, grandi invenzioni che stupiranno il mondo. Perciò Gesù, dopo aver detto che vi saranno sempre guerre e sommosse, pur non essendo ancora la fine, accenna specificatamente ai caratteri di quelle che preluderanno alla fine dell'iniquità ed alla fine del mondo: Si solleverà nazione contro nazione, e regno contro regno, cioè vi sarà una conflagrazione universale, una guerra universale, caratteristicamente tale per lo schieramento simultaneo di gruppi di nazioni contro gruppi di nazioni, e di gruppi di regni contro regni, coinvolgendo, quindi, repubbliche e monarchie.Questo cataclisma sociale sarà accompagnato da grandi terremoti, da pestilenze e da carestie. In ogni tempo vi sono stati terremoti, pestilenze e carestie, ma questi flagelli nella grande conflagrazione saranno simultanei alla spaventosa guerra universale.È una caratteristica che non potrà essere confusa con le solite perturbazioni del mondo e sarà tale da fare capire che qualche cosa di eccezionale sopravverrà alla terra.Gesù determina anche meglio la natura delle due conflagrazioni finali, annunziando grandi persecuzioni contro la sua Chiesa e grande messe di martiri. E poiché Egli parlava ai suoi apostoli e discepoli, che sarebbero stati i primi ad incontrare la persecuzione, trascinati avanti alle sinagoghe ed ai re della paganità, li esorta a non temere e ad affidarsi compietamente allo Spirito Santo nelle contese che avrebbero avuto nei tribunali.Gesù Cristo promette loro una sua assistenza particolare specialmente nelle discussioni, assistenza che si è constatata sempre nella passione dei martiri, a cominciare dai primi fino a quelli gloriosissimi della Spagna, dei quali, può dirsi, siamo stati testimoni noi stessi.Gesù Cristo accenna alle persecuzioni che i suoi seguaci avrebbero subito persino da parte delle persone più care della famiglia, i genitori, i fratelli, i parenti e gli amici, a causa del suo Nome, e soggiunge che neppure un capello del loro capo sarebbe perito.L'espressione sembra a primo aspetto che contraddica quello che dice al versetto 16, poiché è evidente che, se dovevano essere uccisi, sarebbe perita tutta la loro vita corporale. Gesù, però, voleva dire che ogni tormento avrebbe prodotto un frutto di eterna vita e che neppure un capello del capo sarebbe perito inutilmente. I suoi martiri avrebbero poi riacquistato il loro corpo nella risurrezione ed avrebbero riavuto tutto quello che avrebbero perduto per rendere testimonianza alla verità, e perciò soggiunse: Con la vostra pazienza salverete le anime vostre. La costanza nel patire per Dio, la pazienza nelle sofferenze, il sacrificio generoso di ciò che avevano di più caro avrebbe loro dato un godimento eterno nel cielo, ed allora tutte le pene sofferte sarebbero sembrate nulla, e tutto ciò che avrebbero perduto sarebbe sembrato un guadagno inestimabile.
... Le aberrazioni della statolatriaPresumere che lo Stato sia tutto, asservirvi gl'individui e riguardare la Chiesa poco meno che un'infima sua serva è errore carico di conseguenze disastrose per il mondo e per la sua stessa prosperità materiale. Le nazioni hanno molto dell'infantile nelle loro attività; passano dall'amicizia all'odio, dall'armonia alle guerre, dagli elogi scambievoli ai vituperi, con la più grande facilità, e si lasciano trascinare dall'opportunità del momento; non hanno né sapienza, né stabilità, né equilibrio nella loro vita, e vanno da un eccesso all'altro per le esigenze di quella sporchissima cosa che si chiama politica. Non possono dunque essere l'oggetto di una illimitata fiducia, tanto meno di un'idolatria, che, per la stessa forza materiale della quale dispongono, diventa oppressione esosa della coscienza, del pensiero e della libertà, e la conduce a rovina sicura.Si rende a Cesare ciò che è di Cesare solo quando si dà a Dio ciò che è di Dio, perché è impossibile riguardare Cesare come un re indipendente ed assoluto, essendo anche egli figlio della Chiesa. Quando la Chiesa con la sua materna influenza non regola le nazioni, esse cadono nello stato nel quale le vediamo oggi, stato di abiezione che le rende tiranne coi sudditi anche il dominatore ingiusto col tributo che riceve concorre all'amministrazione pubblica, chi sottostà non compie opera illecita dando il tributo, ma vi è obbligato, pur essendovi costretto. La questione era questa dunque: chi dominava di fatto la terra d'Israele? E chi, dominandola, provvedeva alla sua amministrazione? Erano i Romani. Dunque, ai Romani si doveva il tributo. Le gabelle si pagavano in moneta romana, ed i contributi al tempio in moneta sacra; la moneta romana che si dava per tributo era in fondo una parte della moneta posta in circolazione dagli stessi dominatori; dunque, pagandola, si dava quello che era dell'impero romano, come dando al tempio la moneta sacra, si dava a Dio quello che da Lui era stato ordinato come riconoscimento del suo dominio.Riferendosi a questi altissimi principi, per rendere più incisiva la sua risposta, Gesù si fece mostrare un denaro, che era la moneta delle gabelle, e domandò: Di chi è l'immagine e l'iscrizione che porta? Gli risposero: Di Cesare. Egli soggiunse: Rendete dunque a Cesare quello che è dì Cesare, e a Dio quello che è di Dio.Gesù non volle creare un dualismo tra Cesare e Dio, né tanto meno porre Cesare alla pari con Dio; sarebbe una stoltezza immensa il supporlo; volle solo dire che bisognava rendere a Cesare il tributo amministrativo per dovere di giustizia sociale, come si dava a Dio il tributo sacro del tempio, quale dovere religioso per l'amministrazione del culto; Cesare non rappresenta un potere indipendente da Dio, né ciò che ha relazione allo Stato può rappresentarlo; tutto è sottomesso al Signore, re del cielo e della terra, ed è sottomesso alla Chiesa che ne rappresenta l'autorità; nessun governo può ardire di riguardarsi indipendente dalla verità e dalla morale che la Chiesa insegna, né può credere la Chiesa inferiore a quel tempo. Come materialisti disprezzavano profondamente l'insegnamento di Gesù, e prendevano innanzi a tutti un atteggiamento da superuomini e spregiudicati.E l'atteggiamento di tutti quelli che hanno poca testa e presumono di averne molta.Ora vedendo che gli scribi e farisei erano confusi innanzi a Gesù, credettero, come superuomini... da strapazzo, di poterlo essi confondere, e con alterigia, come si rileva dal contesto, gli proposero il caso di una donna che aveva avuto l'uno dopo l'altro sette mariti.Nella risurrezione, esclamarono in tono da trionfatori, quella donna di quale dei sette sarà la moglie? Giudicando materialmente, essi supponevano che la risurrezione fosse un ritorno alla vita terrena con tutte le sue miserie e tutte le sue esigenze, e siccome non avevano visto mai un morto sorgere dalla tomba, negavano che la risurrezione potesse avvenire in futuro e che l'anima sopravvivesse al corpo. Perciò Gesù, rispondendo loro, distinse prima di tutto la vita di questo secolo da quella del secolo futuro dicendo: Ifigli di questo mondo si sposano e si maritano perché essendo mortali vogliono perpetuare la loro specie; ma quando passano all'altra vita e sono giudicati degni del cielo e della finale gloriosa risurrezione, non si sposano né si maritano perché sono immortali. Vivendo gloriosamente nel Paradiso, sono come gli angeli, sono figli di Dio adottivi, essendo figli della risurrezione, ossia figli di Colui che risorgerà dalla morte e darà ai fedeli, incorporati a sé, la grazia di una risurrezione gloriosa.C'è un'allusione nascosta a se stesso in quelle parole: i risorti sono figli della risurrezione', Egli, infatti, era la risurrezione e la vita, e da Lui dovevano aspettare la risurrezione gloriosa i suoi fedeli. Gesù non parlò della risurrezione dei cattivi, che pure avverrà, perché essa rappresenta per loro una seconda morte, più terribile della prima, andando in perdizione anche col corpo; Egli, poi, rispose direttamente alla parabola proposta propri e prepotenti con le altre, fino a produrre le tristissime conflagrazioni sociali, delle quali siamo spettatori e vittime....Sac. Dolindo Ruotolo
2. ZaccheoPer andare verso Gerusalemme, Gesù, continuando nel suo cammino, attraversò Gerico. La fama dei miracoli da Lui operati, e specialmente quella dei ciechi ai quali aveva ridonato la vista, suscitò grande entusiasmo nella città, ed il popolo gli si affollò straordinariamente intorno. Ora, vi era in Gerico un capo dei pubblici doganieri, il quale, sentendo che passava Gesù, corse e si mescolò prima tra la folla nella speranza di vedere chi fosse.Egli era Ebreo, come si rileva dal suo stesso nome ebraico Zakkai, che significa puro, giusto, e come Ebreo aveva anch'egli la speranza del Redentore futuro; volle vedere Gesù, dunque non per una semplice curiosità, ma per osservare chi fosse, cioè se avesse qualche cosa di straordinario che potesse farlo riconoscere per il Messia promesso.Zaccheo, capo dei doganieri o pubblicano, esosi esattori delle gabelle romane, che facevano mille soprusi al popolo, era riguardato come un peccatore più degli altri. Piccolo di statura, doveva essere molto scaltro ed intelligente per stare ad un posto di responsabilità che faceva correre anche rischi di aggressioni da parte degli angariati, e richiedeva una mano ferma per tenere disciplinati i suoi subalterni. Doveva avere, però, un buon fondo di rettitudine, come appare dal modo col quale accolse la grazia di Dio, ed un'anima semplice, come può rilevarsi dal gesto che fece per vedere Gesù.Piccolo di statura ma svelto e nel pieno vigore delle forze come si rileva dal suo gesto, non potendo in nessun modo farsi largo tra la folla, né scorgere Gesù da lontano, da uomo pratico com'era, ebbe un'idea geniale: corse avanti per dove doveva passare Gesù e, visto un albero di sicomoro, vi si arrampicò e vi stette per osservare a suo agio il Maestro divino.Il sicomoro si prestava a fargli da stazione di osservazione, perché ha i rami quasi orizzontali e non è molto alto; egli, dunque, si appoggiò comodamente ai rami ed attese. Notò l'ondeggiare della folla e dall'alto, forse, non gli sfuggì la miseria di quel popolo angariato; ciò può supporsi dalla risoluzione che prese, sotto l'influsso della grazia, di dare ai poveri metà dei suoi beni.La grazia non opera mai a salti nell'anima nostra e poté utilizzare l'ispezione che Zaccheo fece del popolo dall'alto dell'albero.Appena Gesù passò per quel luogo, alzò gli occhi e, visto Zaccheo, si fermò e lo invitò a scendere, dicendogli che gli occorreva fermarsi nella sua casa. Zaccheo apprezzò l'onore altissimo che gli veniva fatto e, scendendo in fretta, lo accolse con grande gioia. La sua dimora non doveva essere molto lontano, e tutto il popolo, vedendo che Gesù era andato da un uomo peccatore, cominciò a mormorare. Eppure avrebbe dovuto esaltare Gesù e ringraziarlo, perché la conversione di Zaccheo fu di immediato vantaggio per i poveri e per tutti quelli che erano stati angariati da lui. E evidente che Gesù andò da quel peccatore per convertirlo e disse che gli occorreva fermarsi in casa sua, perché voleva spingerlo a regolare le ingiustizie che aveva commesse.Non ebbe bisogno di parlargli; gli bastò visitarlo e, poiché Zaccheo aveva accolto il suo primo invito, accolse con prontezza anche quello che gli faceva dell'anima, e disse: Ecco, o Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno gli rendo il quadruplo. Al contatto con Gesù sentì una grande carità per i poveri, e poiché Gesù era andato da lui per perorare la causa dei diseredati e degli angariati, egli sentì nel suo cuore il calore di quella fiamma di bontà e si sentì tutto trasformato. Diventò prodigo nella carità ed esuberante nella giustizia; dette metà di quello che gli apparteneva e riparò al quadruplo quello che aveva frodato.Con questo, Zaccheo si mostrò pentito non solo dei peccati contro la giustizia, ma di tutti quelli che aveva fatto; col suo esempio trasse tutta la sua famiglia a seguire Gesù, riconoscendolo per Messia, accettò la salvezza che veniva da Lui, e perciò Gesù disse con accento di grande soddisfazione che la salvezza era venuta per quella casa, formando del suo capo un vero figlio di Abramo. Era venuto a cercare e salvare ciò che era perduto, ed il suo Cuore divino esultava accogliendo un'intera famiglia a salvezza.
2. Pregare con costanza e con umiltà. Semplicità dei bambiniAvendo Gesù accennato nel capitolo precedente alle tribolazioni degli ultimi tempi del mondo, esorta i suoi alla preghiera continua, costante e quasi importuna, per ottenere la misericordiosa giustizia di Dio contro le ingiustizie dei persecutori. Negli ultimi tempi, infatti, sarà tanta l'iniquità degli uomini e così generale l'apostasia che qualunque rimedio o iniziativa umana sarà impossibile; rimarrà solo il grande mezzo della preghiera, e Gesù esorta tutti a fame uso, raccontando una parabola, nella quale caratterizza l'indole dei capi di Stato degli ultimi tempi.C'era un giudice in una città, il quale non temeva Dio e non aveva riguardi per gli uomini. Era scettico, miscredente, privo di ogni concetto di superiore giustizia e per conseguenza non aveva alcun senso di rispetto o di carità per gli uomini.Questa malvagia caratteristica noi la vediamo già nei capi atei o miscredenti di tanti Stati moderni, i quali non conoscono la giustizia ma il delitto o la sopraffazione.C'era in quella città una vedova che aveva ricevuto qualche grave torto o danno, ed incapace di difendersi con le sue forze, perché vedova, ricorse al giudice iniquo. Ma inutilmente, giacché egli non se ne curò e la disprezzo. Essa però non si stancò di supplicarlo e si rese così importuna che il giudice, annoiato, per non essere tormentato dalle sue insistenze, la contentò.Con questa parabola Gesù fece un argomento dal meno al più: se un giudice iniquo, al quale non importava nulla della giustizia, finì per cedere alle insistenti preghiere della vedova, Dio, che è giustizia per essenza, non ascolterà la preghiera di chi lo invoca giorno e notte contro le sopraffazioni degli empi?La preghiera che può conquidere un uomo scellerato con l'importunità non conquiderà l'infinita bontà di Dio con l'amore? Egli ascolterà chi lo supplica, e non sarà lento, ma prontamente renderà giustizia.Gesù dà la ragione di questa sua esortazione e dice chiaro per quali tempi principalmente la fa, soggiungendo: Quando il Figlio dell'uomo verrà, credete voi che troverà fede sopra la terra?Ecco i tempi nei quali sarà più che mai urgente pregare. Verrà il Figlio dell'uomo in una straordinaria effusione di grazie nella Chiesa e per la Chiesa, ma troverà le anime senza fede ed estremamente rilassate; verrà negli ultimi tempi per giudicare tutti, ed apparirà glorioso quando l'apostasia sarà quasi completa sulla terra; in questi tempi i pochi fedeli superstiti, sbattuti da fierissime persecuzioni ed impossibilitati a difendersi, potranno trovare scampo solo in Dio, e lo troveranno pregando immediatamente.
4. La guarigione dei lebbrosiSi avvicinavano le feste pasquali, e Gesù intraprese l'ultimo suo viaggio a Gerusalemme per compiervi la sua divina missione. Passò in mezzo alla Samaria, ossia tra i confini della Samaria e della Galilea, avviandosi verso la Perea e, stando per entrare in un villaggio, ancora nell'aperta campagna, gli andarono incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano per non avere contatti col popolo, alzarono la voce implorando pietà. La loro fede in Gesù era in quel momento un atto di fiducia; essi lo sapevano potente e speravano che avrebbe potuto alleviare le loro pene; non era ancora una fede di pieno abbandono, e Gesù volle suscitarla in loro con un comando al quale potevano obbedire solo con una fede piena. Andate, Egli dissq, fatevi vedere dai sacerdoti.Si andava dai sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l'offerta al tempio (Lv 14,10-21); ora essi erano ancora infermi, e solo con un atto di viva fede e di obbedienza poterono avviarsi a Gerusalemme. Mentre andavano si sentirono sani, e continuarono il loro viaggio; solo uno di essi, un Samaritano, accortosi d'essere guarito, ritornò sui suoi passi e, glorificando Dio ad alta voce, si prostrò ai piedi del Redentore ringraziandolo. Gli altri nove, nell'esultanza della riacquistata salute, preoccupati com'erano di rientrare subito nel consorzio umano, dal quale la terribile malattia li escludeva, non pensarono di andare a ringraziare Gesù glorificando Dio. Era questo un atto d'ingratitudine del quale Gesù si lamentò, sia per far rimarcare a tutti la loro guarigione, sia per esortarli alla gratitudine nei benefizi divini, facendo rilevare che questo dovere l'aveva sentito solo un Samaritano da essi sprezzato come eretico e scismatico.
3. La potenza della fede ed il dovere di servire DioParlando degli scandali, Gesù Cristo alludeva principalmente ai farisei che allontanavano le anime dalla fede nel regno di Dio; e parlando del perdono, evitava negli apostoli un risentimento inesorabile contro di loro. Egli voleva che aborrissero dal male ma non che si isolassero in loro stessi quasi fossero un partito od una setta. La Chiesa è universale anche quando discaccia gli erranti dal suo seno, perché li vuole salvi e perdona loro con generosità.Gli apostoli capirono che Gesù li premuniva contro gli scandali che li scuotevano nella fede e, riscontrando in loro effettivamente una diminuzione di fede, lo pregarono ad accrescerla nei loro cuori. Tra gli scandali, infatti, il più spaventoso è quello che scalza dall'anima la fede; è un vero assassinio interiore, poiché un'anima senza la fede è oscurata, è confusa, è disperata, è morta.A volte una sola parola stolta o sprezzante può gettare l'anima nel dubbio, e un dubbio positivo e volontario sulle verità eterne è già la perdita della fede.Anche un sogghigno può disorientare un'anima dalla verità e può produrre in lei una grande rovina. Se si ponderasse la natura di questa rovina non si sarebbe così facili a riportare gli errori dei perversi, né si oserebbe fare una stupidissima ed insulsa propaganda contro tutto quello che è soprannaturale, con la scusa di precisione critica e storica. Anche se si avesse ragione per farla, non si dovrebbero gettare nell'anima dei piccoli quei dubbi che essi poi allargano a tutta l'universalità della fede, naufragando miseramente nei gorghi dell'errore e perdendo la grazia di Dio.La fede è un tesoro immensamente prezioso per l'anima e per la medesima vita presente, poiché è faro di luce e consolazione immensa nelle sue angustie; bisogna, dunque, custodirla gelosamente nel cuore proprio ed in quello degli altri.Gli apostoli, domandando l'accrescimento della loro fede, desiderarono vedere compiute opere meravigliose per confusione dei farisei e probabilmente desiderarono compierle essi stessi. Per questo Gesù rispose che se ne avessero avuto quanto un granello di senapa, cioè anche poca, ma viva e capace di accrescersi, avrebbero potuto con un comando far trapiantare nel mare un albero di sicomoro.Col suo sguardo divino Gesù vide le opere grandi e miracolose che gli apostoli avrebbero fatto per la diffusione della fede nel mondo e, per prevenire in loro e nei loro successori qualunque atto di vanità o di presunzione soggiunse, col suo stile divinamente sintetico, che essi avrebbero un giórno lavorato molto, ma che non avrebbero avuto mai motivo di invanirsi e dovevano riguardarsi come servi inutili, cioè non necessari a Dio, dato che i miracoli li avrebbe operati Lui con la sua onnipotenza.