mercoledì 21 maggio 2014

21/22.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 15, par. 2

2.  L'unione dell'anima a Gesù Cristo è segreto di fecondità, di amore, di carità e di apostolato
Gesù Cristo esortò gli apostoli ad alzarsi da tavola e andar via, come si accennò nel capitolo precedente, ma non uscirono immediatamente, perché dovettero rassettare la sala del banchetto. Mentre raccoglievano i residui della mensa Gesù continuò il suo discorso con loro. Egli che già si chiamò Pane di vita (6,35) e si paragonò al granello di frumento (11,24), vedendo gli apostoli che toglievano i vasi del vino, o forse anche vedendo qualche tralcio disseccato di vite che poteva essere nella sala per attizzare il fuoco esclamò: Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Gesù era il coltivatore divino della vigna novella che era venuto a piantare in mezzo al popolo eletto, ma in quel momento s'era donato vivo e vero come cibo e come bevanda, ed era Egli stesso la vite che dava il frutto soave, e lo dava perché le anime, congiunte a Lui, avessero prodotto anch'esse il loro frutto, in Lui e per Lui. Dandosi sacramentalmente Egli s'era come moltiplicato ed aveva promesso di darsi a tutti i suoi fedeli, unendoli a sé; era dunque, per l'Eucaristia, come una vite che doveva coprire dei suoi tralci tutto il mondo ed i fedeli erano i suoi tralci, congiunti a Lui, per attingere da Lui il succo vitale e produrre il frutto. Il Padre suo, sotto questo aspetto, era il vignaiolo ed il coltivatore di questa vite divina, poiché Egli aveva mandato il Piglio suo in terra perché salvando le anime le avesse congiunte a sé e le avesse rese come suoi tralci vivi e fecondi. Per mezzo dei Sacramenti, e soprattutto per l'Eucaristia, i fedeli, congiunti a Gesù Cristo come i tralci alla vite nel suo mistico Corpo, avrebbero attinto la sua vita e prodotto in Lui e per Lui frutti di eterna gloria.
L'espressione più bella della schiavitù di amore al Re divino sta proprio nel paragone della vite e del tralcio, simbolo del Corpo mistico unito al suo capo in una dedizione piena, che è in Lui legame di amore e libertà piena da ogni vincolo di morte. Il tralcio non è libero quando è congiunto alla vite, perché la sua vitalità dipende da essa; ma questa dipendenza non è oppressione o mancanza di proprie attività, è invece espansione di vita, fioritura e produzione di frutto. Se il tralcio si stacca dal ceppo e pretende di vivere da sé, muore, è reietto, è schiavo del terreno in cui giace inerte, è schiavo di chi lo raccoglie per gettarlo nel fuoco ed è schiavo del fuoco medesimo che lo consuma. L'anima che si dona interamente a Gesù, senza restrizioni, rinunzia alla propria inerzia e, per la dolce schiavitù d'amore è tutta vivificata da Lui. Essa, più che rinunziare alla propria libertà, dona a Lui l'intera libertà di elevarla e santificarla, e vive di una libertà divina, immensamente più vera e più bella della propria effimera libertà. Sta infatti nell'essenza della libertà non tanto il potere di operare il male o di degradarsi, ma la possibilità di elevarsi in Dio senza restrizione, in una continua ascesa verso le vette della perfezione e della santità.
La libertà del male è un difetto della libertà non un vantaggio, com'è un difetto il servirsi di una tastiera libera di pianoforte per strimpellarvi note confuse ed accordi stridenti.
Si è veramente liberi al pianoforte quando si è legati alla melodia ed al ritmo, e quando vi si suona ogni specie di musica, senza esser costretto da un diaframma ad una sola suonata o, peggio, senza esser costretto dalla paralisi del braccio o delle dita a percuotere i tasti senza nesso alcuno.
Gesù Cristo è la vera vite, cioè è il vero centro della vita delle anime, congiunte a Lui nella Chiesa e per la Chiesa. Ora come nella vigna l'agricoltore toglie via dalla vite quei tralci che non portano frutto e pota salutarmente quelli che ne portano poco, così Dio recide dal Corpo mistico del Redentore le anime che non portano frutto alcuno, perché non assorbono più la sua vita, e purifica con le tribolazioni, le prove e le tentazioni, le anime che danno con facilità corso alle proprie miserie, e si espandono nel mondo, come un povero tralcio che s'allunga lontano dal tronco, s'avvinghia agli sterili pali, e disperde tutto l'umore che dovrebbe farlo fiorire e fruttificare.
Se rimarrete in me e rimarranno in voi le mie parole, qualunque cosa vorrete e la domanderete vi sarà concessa
Gesù, rivolto agli apostoli, disse che essi erano già mondi per la parola che aveva loro annunziato, perché i loro pensieri e la loro anima per quella parola di vita erano orientati a
Dio. Tutto ciò che nell'antica Legge era simbolico e transitorio, era in loro già illuminato dalla realtà, e tutto quello che di arbitrario vi avevano frammischiato gli scribi e i farisei era stato illuminato in loro dalla luce della verità. Nel loro spirito Egli aveva come piantato il seme della carità e dell'universalità, di modo che non erano più isolati nella cerchia ristretta di una stirpe o di una nazione, né erano presi dal disprezzo verso gli altri e dall'aborrimento verso i peccatori; aveva dato loro il nuovo precetto della carità perché avessero amato tutti, e li aveva designati ad un apostolato universale, per conquistare al suo Cuore tutto il mondo. Benché conservassero ancora le loro idee e le loro debolezze, la sua parola aveva determinato nell'anima loro un mutamento radicale, che avrebbe portato il suo frutto, come lo porta un tralcio potato, al primo tepore della primavera. Non bastava però questo per portare il frutto che Egli voleva dal loro apostolato e dalla loro anima; essi dovevano rimanere in Lui ed accoglierlo in loro, dovevano attingere la sua vita e cedere la propria, dovevano essere come tralci uniti alla vite feconda, poiché senza di Lui nulla di buono o di utile per l'eterna vita potevano fare.
Evidentemente Gesù parlava dell'unione eucaristica di Lui negli apostoli, e degli apostoli in Lui. Lo stesso paragone della vite e dei tralci vi aveva relazione, poiché Egli aveva loro dato, sotto le specie del vino, il suo medesimo Sangue, quasi vite divina che aveva donato il suo grappolo d'uva e il vino generoso roborante le forze. E impossibile portare un vero frutto di opere buone e di apostolato senza unirsi a Gesù Sacramentato e vivere di Lui e per Lui. E questo il grande segreto della santità personale e dell'evangelizzazione del mondo. Ma per attingere la vita dall'Eucaristia non basta semplicemente riceverla, occorre rimanere in Gesù donandosi a Lui, e farlo rimanere nel proprio cuore accogliendolo come Re dell'anima. Ora non si può rimanere in Gesù senza donarsi né lo si può accogliere senza lasciargli la piena libertà di operare in noi, secondo i fini ineffabili del suo amore. Chi si comunica senza rinunziare a se stesso, ai suoi pensieri, alle sue idee, al mondo, allo spirito mondano ed a tutto ciò che lo attrae alla terra rimane un tralcio sterile, è gettato via, inaridisce ed è buono solo per il fuoco eterno.
Per questo Gesù, dopo aver parlato dell'unione eucaristica con Lui, parla della necessità di custodire la sua parola: Se rimarrete in me e le mie parole rimarranno in voi, qualunque cosa vorrete, la domanderete e vi sarà concessa. Qualunque cosa vorrete, cioè qualunque frutto vorrete raccogliere dall'anima vostra, lo otterrete rimanendo in me nella Comunione eucaristica, e facendo rimanere in voi le mie parole, nell'unione ai miei pensieri ed alla mia volontà. Questa duplice unione con Lui produce la vera ricchezza delle opere buone, rende l'anima vera sua discepola, e la rende glorificazione di Dio nella vita e nelle opere.
Anche in questo passo evangelico Gesù non promette l'esaudimento di qualunque preghiera, ma l'esaudimento delle preghiere fatte per ottenere la santificazione dell'anima e il frutto dell'apostolato, per la gloria di Dio. Ci lamentiamo della nostra miseria e della nostra debolezza; eppure, se ci uniamo veramente a Gesù Sacramentato rinnegando noi stessi, i nostri pensieri e la nostra volontà otterremo qualunque aiuto e potremo progredire nella via della santità e dell'apostolato, per la divina gloria, unica mèta della nostra vita in terra.
L'anima angustiata, provata, inaridita e il Sacramento dell'Amore
La dedizione piena di noi stessi a Gesù dev'essere fatta per amore, e deve essere corrispondenza piena e pratica al suo amore. Nell'Eucaristia infatti domina l'amore di Gesù per l'umanità, e per parteciparvi fruttuosamente è necessario che il nostro amore per Lui sia pieno. Non può concepirsi che si riceva senza amore il Sacramento dell'amore né che quest'amore si restringa ad uno sterile sentimento. Per questo Gesù, a completare la sua mirabile esortazione, soggiunse: Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nel mio amore. Se osservate i miei precetti rimarrete nel mìo amore, come anch'io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Il Padre ha amato il Figlio incarnato con un amore infinito e per glorificarlo non ha esitato a farlo camminare per la via del dolore. Il Figlio poi lo ha amato osservando i suoi comandamenti, cioè compiendo la sua volontà. Ora Gesù protesta di amare i suoi cari con lo stesso amore: dona loro la sua vita, li genera ad una vita superiore e soprannaturale e li porta per il cammino della croce in questa terra, perché possano conseguire l'eterna gioia del Cielo: Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la gioia vostra sia completa. Per rispondere a questo amore e conseguirne i frutti è necessario amare, camminando per la via del Calvario e compiendo la divina volontà nelle angustie della vita e nell'osservanza dei divini precetti. E questo l'amore che si deve portare all'Eucaristia.
Quando l'anima si sente angustiata, arida, provata, e va a Gesù con un pieno abbandono alla sua volontà, allora veramente ama, ed allora il Sacramento dell'amore la vivifica. Si può dire giustamente che si riceve l'Eucaristia per unirsi in Gesù e con Gesù alla divina volontà, nelle pene e nelle tenebre del nostro cammino. L'Eucaristia non è il Sacramento dei beati comprensori, ma dei viatori e delle vittime. All'altare del Sacrificio ci si va meglio con una veste di sacrificio, e con un pieno abbandono al Signore per tutto ciò che dispone nella nostra vita. La gioia che si raccoglie all'altare è proprio la gioia di una più completa unione alla divina volontà.
Non si raggiunge la gloria per la via della natura, ma per quella della grazia
L'Eucaristia non è il cibo della mensa eterna, è il cibo dei martiri; e noi nella vita spirituale e in quella corporale siamo tutti martiri, e dobbiamo essere martiri di amore e di piena unione alla divina volontà. La gioia che Gesù ci promette completa ci è riservata solo nell'eterna vita. Possiamo averne qui qualche piccolo assaggio, ma questo non è il conseguimento della gioia, è un conforto che Dio ci dà nel cammino doloroso, è come una stilla d'acqua che viene data sulla nostra croce. Bisogna rimanere nell'amore di Gesù, cioè essere costanti nel seguirlo nella via del sacrificio e persuaderci che immaginare un cammino diverso è un'illusione pericolosa e spesso esiziale per l'anima. Le migliori comunioni non sono quelle fatte tutte nel fervore ma quelle fatte nell'agonia; allora si raggiunge per così dire l'incandescenza dell'amore, che in Gesù Cristo fu l'ultimo atto di dedizione al Padre nell'abbandono e nella morte. Alla natura questo non piace ma non si raggiunge la gloria per le vie della natura, sebbene per quelle della grazia e dell'amore immolato. La gioia che Gesù volle trasfondere negli apostoli fu proprio la gioia purissima d'immolarsi, il più alto vertice della dolce schiavitù dell'amore, che nel Cielo diventa dedizione piena a Dio nella ineffabile e completa gioia della gloria.
Sac. Dolindo Ruotolo

martedì 20 maggio 2014

20.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 14, par. 5

5.  Nelle incomprensioni, affidarsi ai lumi dello Spirito Santo. Nei turbamenti, riposare nella pace di Dio. Nelle prove, guardare l'eternità. Marciare come militi di Dio alla conquista eterna
Gli apostoli si mostrarono un po' disorientati alle parole di Gesù; non le comprendevano appieno e non sapevano come metterle in pratica. Gesù però non parlava perché avessero praticato tutto ciò che diceva allora stesso né parlava solo per loro; si rivolgeva a tutti gli uomini ed alla sua Chiesa futura, della quale essi erano le primizie; non dovevano dunque turbarsi per la loro incomprensione attuale, ma aspettare con fiducia le illuminazioni dello Spirito Santo. La santità infatti non è un edificio morto che si eleva a via d'industrie, ma è come il germinare, il crescere, il fiorire e il fruttificare di una pianta, che si compie sotto i raggi del sole, per vita interna. L'anima è istruita da chi la guida, ed ha l'impressione di dimenticare tutto ciò che ascolta né sa vedere come possa metterlo in pratica. Ciò che ascolta però non è una lezione ma una semina, non è uno studio arido di problemi spirituali o psicologici, ma è come l'aprirsi di un orizzonte e il delinearsi di una strada, a percorrere la quale occorre poi la guida ed il veicolo.
L'anima quasi sempre, come avveniva anche agli apostoli, dimentica ciò che ascolta o ciò che legge e, povera com'è, non sa come cominciare e proseguire il suo cammino di perfezione. Essa non deve disorientarsi, o stillarsi il cervello, ma, offrendosi tutta a Dio, deve confidare nei lumi dello Spirito Santo. E proprio quello che Gesù disse agli apostoli: Queste cose vi ho detto mentre mi trovavo ancora in mezzo a voi; cioè, voleva dire: io vi ho detto molte cose per profittare del tempo nel quale sono con voi, ma voi non vi preoccupate di non ricordarle, o di ricordarle in parte; verrà poi lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, ed Egli vi insegnerà ogni cosa, spiegandovi quello che non avete capitole vi ricorderà, a mano a mano che vi occorrerà, tutto quello che vi ho detto, e che avete dimenticato.
Questa soave provvidenza nella formazione e nella perfezione dell'anima possiamo constatarla continuamente: noi ascoltiamo e leggiamo qualche cosa di vitale, ne esultiamo, e poi dimentichiamo tutto o quasi tutto. Quel nutrimento spirituale non è perduto, ma è come la concimazione o l'innaffiamento della pianta: rimane in noi e, ai raggi salutari dell'azione dello Spirito Santo, affiora nelle parti avvizzite del cuore, e le vivifica. A volte si trasforma, diventa un pensiero che par che nasca da noi, ed è invece l'elaborazione venuta dalla grazia di un pensiero vitale, rendendolo come linfa appropriata alle particolari nostre disposizioni, ed ai fini che il Signore vuol conseguire nella nostra vita. Quando l'anima si dona interamente a Dio nella soave schiavitù dell'amore, lungi dal preoccuparsi nel suo cammino di perfezione, deve rimettersi alla grazia dello Spirito Santo e confidare, con la ferma volontà di rispondere e di fare tutto ciò che Egli le ispira, nella luce di chi la guida nel cammino della santità.
Bando agli estetismi dello spirito!
La preoccupazione, in questa via di amore, può spegnere precisamente l'amore, diventare ansietà orgogliosa di vedersi buoni, diventare vanità di estetica spirituale, e togliere la pace dal cuore. E questa la ragione dell'agonia che tante anime hanno nel cammino spirituale; esse non si affidano alla grazia dello Spirito Santo ma alle loro attività, non cercano la gloria di Dio ma inconsciamente la loro gloria, e vanno cercando la pace nelle pieghe del loro cuore inquieto, anziché nel caldo soave e materno della divina volontà. Per questo Gesù, dopo aver parlato agli apostoli della futura azione dello Spirito Santo nella loro santificazione, soggiunge: Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non ve la do come la dà il mondo. Il vostro cuore non si turbi né si sgomenti. La pace che dona Gesù è la tranquillità dell'anima data interamente a Dio, è la calma nelle prove, che nasce dall'unione alla divina volontà, è l'intima gioia di sentirsi di Dio anche quando la povera natura agonizza, è il dolore stesso e la pena illuminati dalla luce della bontà divina, e dalla speranza dell'eterna gloria. Gli apostoli erano turbati e sgomenti perché Gesù aveva loro accennato alla sua prossima dipartita dal mondo; ebbene, neppure questo doveva turbarli, quando pensavano che Egli se ne andava al Padre, e che la sua umanità, minore del Padre, andava alla gloria. Come Dio Egli era nel Padre ed il Padre in Lui; era suo Verbo consustanziale e stava immutabilmente nella divina gloria; ma come uomo era minore del Padre, era pellegrino, angustiato, afflitto, e prossimo a subire l'estrema immolazione. Se essi l'amavano veramente, dovevano godere che la sua addolorata umanità andava ad immergersi nella gloria del Padre.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace
Dicendo questo Gesù apriva alle anime desolate l'orizzonte eterno, ed alle anime vittime la visuale della pace imperturbabile nell'eterna gloria. Certo le pene della vita sono gravi, ed a volte ci danno l'impressione di una fitta oscurità senza uscita e senza scampo. Ci accoriamo di noi, e ci sentiamo sgomenti; eppure basta pensare che l'angustia passa e che viene presto la pace eterna, per sentirsi rianimati. Basti a ciascun giorno il suo affanno; il domani mettiamolo interamente nelle mani di Dio, ed orientiamo l'anima nostra al domani eterno che ci attende. Quando ci uniamo alla divina volontà e viviamo in questa soave speranza, i giorni amari diventano come una spinta maggiore verso gli eterni orizzonti, ci astraggono dal mondo, ci appartano dalle umane cose, e ci uniscono a Dio in modo così profondo, ed in un abbandono così completo, che satana non può aver nulla di comune con noi né può esercitare in noi quel maligno dominio che ha sui peccatori, fonte di disperata agitazione.
Gesù accennò velatamente alla sua Passione e morte, riparlando della sua dipartita dal mondo, e l'accennò perché gli apostoli, vedendola avverata, non si fossero turbati; Egli però protestò che il principe di questo mondo, cioè satana, non aveva nulla in Lui, e che quello che avrebbe fatto contro di Lui Egli lo avrebbe permesso per dimostrare al mondo il suo amore al Padre nell'immolazione, e per compiere il suo grande disegno dell'umana redenzione. Non parlerò ancora molto con voi - soggiunse - perché me ne andrò vittima della macchinazione infernale di Giuda, mosso da satana; non vi turbate però né crediate che io sia sotto il suo dominio quando sarò tormentato e posto a morte. Satana non può nulla senza il mio permesso, e non ha nulla in me, perché non può colpirmi e raccogliere da me neppure un'impazienza; quello che avverrà, e di cui vi prevengo, avverrà per l'amore infinito che porto al Padre e per il quale m'immolo, e sarà da parte mia il compimento pieno della sua volontà.
Dicendo queste parole Gesù esortò gli apostoli ad alzarsi ed a disporsi ad andar via, perché Egli voleva recarsi all'orto a pregare, e iniziare così la sua Passione. Non disse loro di uscire immediatamente, perché continuò a parlare, né volle esortarli semplicemente a muoversi, ma, essendo essi afflitti e timorosi, volle dir loro: non vi accasciate, e non temete che uscendo di qui troviate subito qualche agguato; siate forti, seguitemi, ed unitevi a me come soldati coraggiosi, che seguono il capitano nel cammino della lotta. Siamo tutti di Dio, offriamoci a Lui come schiavi di amore, nel pieno abbandono della sua volontà, e satana non avrà nulla di noi, quantunque egli muova contro di noi lotte gravi ed atroci per sconcertarci.
Operiamo e soffriamo come vittime di amore e non come vittime di fatalità, come esecutori del piano ammirabile della divina volontà in noi, e non come schiavi di eventi crudeli. C'immoli l'amore, non satana, e ci metta in croce il Signore per i suoi fini di amore, non la perfidia diabolica per i suoi fini di rovina spirituale.
Come militi di Dio, pronti ai suoi amorosi ordini, marciamo verso le mete eterne, per conquistare l'eterna felicità. Quando si delineano nella nostra vita delle contrarietà, non ci scoraggiamo, né diamo luogo a satana impazientendoci. Sorgiamo, ed offrendoci a Dio in un pieno abbandono di amore diciamogli in unione a Gesù: voglio abbracciare la croce perché il mondo sappia che io ti amo sopra tutte le cose, e che compio la tua volontà; la volontà di Dio non è l'immolazione direttamente, ma la gloria ed il premio che consegue l'immolazione; la prova è solo un mezzo per guadagnarsi il premio, ed un breve cammino per giungere trionfanti alla Patria. Marciamo con coraggio verso l'eterna conquista, e pensiamo che il dolore di un giorno equivale alla gioia di una eternità.
Doniamoci a Dio, interamente, senza riserva e senza presumere di tracciare noi il cammino che deve condurci a Lui. Egli lo ha segnato con ammirabile precisione di amore e, come stratega divino, ha ponderato le nostre forze e la meta che ciascuno di noi deve raggiungere. Abbandoniamoci a Lui, seguiamo la sua via, nella luce della sua verità, sostenuti da Lui, nostra vita; doniamoci a Gesù Cristo, via, verità e vita nostra e raggiungeremo la gloria eterna.
Sac. Dolindo Ruotolo

lunedì 19 maggio 2014

19.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 14, par. 4

4. Credere attivamente osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo
Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime infatti la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica, o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso. La pietà vera è via, verità e vita', è via che ci conduce a Dio ed all'eternità, è fondata saldamente sulla verità divina, ed è vita di Gesù Cristo. La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, sebbene Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo.
Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi comandamenti, e per far questo è
necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro mediatore presso Dio come Verbo Incarnato, e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce; voi però lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi. Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l'impulso; ora Gesù Cristo era per gli apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana, l'avvocato come dice san Paolo perché mediatore loro presso Dio, il consolatore perché effondeva in loro il balsamo della sua carità, l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro, l 'esortatore come Maestro divino, l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli quindi, come primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo, e dovendo lasciare gli apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra persona della Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro intimamente, e nella Chiesa ch'Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene ed impulso di vita novella nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa ch'Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta
E questo quello che distinguerà la Chiesa dal mondo e i cristiani dai mondani: lo Spirito di verità che il mondo non
può ricevere. Il mondo è spirito di menzogna e di malvagità; odia la verità e non la vuole conoscere; appare per quello che è, ripieno dello spirito satanico aggressivo, violento, crudele, calunniatore, scandalizzatore, ossia diametralmente opposto allo Spirito Santo, e quindi è chiaro che non potrà né vederlo né conoscerlo.
I cosiddetti grandi della terra hanno tutti, più o meno, i caratteri opposti allo Spirito Santo, ed in realtà sono obbrobrio e miseria, nonostante le loro apparenze gloriose; i fedeli invece, i veri fedeli, dovranno essere contrassegnati dallo Spirito di Dio, ed esserne ripieni.
Perché Gesù promise un altro Consolatore?
A primo aspetto sembra quasi che Gesù Cristo prometta agli apostoli un altro Paraclito, per sostituire la sua presenza in mezzo a loro durante la sua assenza; Egli infatti soggiunge: Non vi lascerò orfani, tornerò a voi. Ancora un poco di tempo e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Intanto è certo che Gesù, anche senza la sua presenza visibile, rimase e rimane nella Chiesa; anzi Egli è in Essa vivo e vero nell'Eucaristia, ed Egli stesso dice: Io vivo e voi vivrete, vivo nell'Eucaristia, e voi vivrete di me in questo Sacramento di amore. Ora se Gesù rimase e rimane nella Chiesa, perché promise un altro Paraclito. E perché disse che non avrebbe lasciato orfani i suoi apostoli, ma sarebbe ritornato a loro?
Letteralmente Gesù alluse al suo ritorno visibile dopo la sua risurrezione ed alla fine del mondo; consolò gli apostoli della sua morte, dicendo che sarebbe ritornato, e consolò la Chiesa militante, che nelle sue lotte l'avrebbe visto quasi assente, dicendo che sarebbe ritornato vivente nella sua gloria, per darle il possesso solenne della eterna vita: Mi vedrete perché io vivo e voi vivrete. Nella gloria della sua risurrezione gli apostoli l'avrebbero riconosciuto meglio come Dio, ed avrebbero capito ch'Egli è nel Padre, come avrebbero capito che Egli è il Redentore, e gli uomini in Lui trovano la vita, ed Egli in loro dimora per donarla. Nell'ultimo giorno sarebbe apparso evidente il fulgore della sua divinità a tutte le genti, e la Chiesa, suo Corpo mistico, completa nella sua santità e nei suoi eletti, sarebbe apparsa congiunta a Lui come membro al corpo, ed Egli congiunto a Lei come capo al corpo.
Gesù Cristo doveva eclissarsi dagli apostoli con la sua morte e sepoltura, e doveva eclissarsi anche dopo la risurrezione con la sua ascensione al cielo. Gli apostoli non l'avrebbero più avuto come Maestro visibile, e non avrebbero più goduto della sua presenza sensibile, e perciò Egli promette loro lo Spirito Santo come maestro interiore di verità, e come consolatore intimo nel terreno cammino.
Egli parla ad essi e parla a tutta la Chiesa, promette loro il suo ritorno dopo la risurrezione, e promette alla Chiesa il suo ritorno non solo nel giudizio finale, ma in una novella effusione di misericordie e di grazie, in un trionfo grandioso che ne farà sentire la presenza, ne farà apprezzare la grandezza, e farà vivere talmente di Lui Sacramentato, da sentire che Egli è in noi e noi in Lui. In questa grande effusione di grazie e in questo trionfo Egli, sfigurato dagli errori del mondo persino nell'animo di tanti fedeli, sarà riconosciuto come Dio veramente: In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio; e sarà riconosciuto per la maggiore diffusione della vita eucaristica: Conoscerete che voi siete in me ed io in voi. Il trionfo sarà preparato dallo spirito di verità, in opposizione allo spirito del mondo, perché ci sarà grande luce di verità nella Chiesa, una maggiore comprensione della fede per i dottori che la illumineranno di nuovi fulgori, per la grazia dello Spirito Santo.
Una bella predizione?
Questo che diciamo risponde all'attesa della Chiesa fin dai suoi primordi.
La Chiesa, tra le sue pene e le sue prove, ha aspettato sempre ed attende tuttora un trionfo smagliante del suo Redentore anche nel mondo; Essa attende quasi una nuova Pentecoste, una nuova effusione di grazia e di amore, una clamorosa vittoria sul mondo, una grandiosa dilatazione del regno di Dio, che sia pratica glorificazione dei tesori della redenzione nelle anime, e soprattutto dell'Eucaristia. Questa vittoria non sarà un'affermazione di prestigio politico, non deriverà da onori e da beni temporali, ma sarà un'affermazione di vita interiore in unione con Gesù Sacramentato, una potente affermazione della forza che può dare lo Spirito Santo, nelle glorie della santità e del martirio, un fervore nuovo nell'osservanza dei precetti e dei consigli evangelici, uno splendore di smagliante purezza, di umiltà, di carità, di vita interiore e soprannaturale, un rifiorire mirabile della vita religiosa, un ripopolarsi dei chiostri deserti, diventati ora covi di profanatori ladri, di soldati, di uffici pubblici, di ritrovi e persino di case di peccato.
Sarà anche una rifioritura ammirabile della vita mistica, in elevazioni superiori a quelle avute in ogni tempo, e Gesù Cristo si manifesterà alle anime elevate così in uno splendore di luce tanto grande, da renderle monumento vivo di amore e tempio della Santissima Trinità.
E questo il trionfo che la Chiesa attende e che avrà dalla bontà di Dio in mezzo a lotte anche più aspre di quelle sostenute nel passato. Gesù lo espresse in poche parole dicendo: Chi ha i miei comandamenti e li osserva, mi ama. L'amore dunque dovrà essere pratico ed operativo per essere palpito vivo di santità. E chi mi ama sarà amato dal Padre mìo, cioè sarà oggetto di particolari grazie dello Spirito Santo, ch'è Amore infinito. Ed io lo amerò - soggiunse Gesù - e gli manifesterò me stesso; lo amerò comunicandomi a lui nella mia vita di amore eucaristico, e gli manifesterò me stesso nelle elevazioni dell'amore mistico.
Sugli errori circa la salvezza e la
santificazione
Gli apostoli credevano che Gesù dovesse invece manifestarsi gloriosamente e politicamente al mondo, in un'affermazione di dominio temporale, ed erano certi che tutta l'opposizione che gli faceva il sinedrio si sarebbe conclusa in uno smacco vergognoso. Ora, sentendo parlare di una manifestazione sua all'anima, nel misterioso silenzio dell'amore, se ne stupirono, e perciò Giuda, chiamato Taddeo o Sebbeo, gli domandò a nome di tutti: Signore, come avviene che manifesterai te stesso a noi e non al mondo? Questo apostolo capì che Gesù parlava di una manifestazione interiore alle anime, e non supponendo che potesse parlare di altri fuori che loro, chiese che cosa fosse avvenuto di nuovo per cui Egli riduceva il suo trionfo ad una semplice illuminazione fatta nell'intimità del loro piccolo gruppo.
Per questo Gesù ritornò sul grande concetto di un trionfo interiore di Dio nelle anime, e soggiunse: Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Ecco in sintesi luminosa l'essenza del trionfo di Dio: abitare da Re trionfante, con la magnificenza della sua gloria, Uno e Trino, nell'anima che amandolo compie la sua volontà e gli si dona.
Dicendo questo, Gesù guardò quegli eretici illusi, che avrebbero preteso di stabilire con Lui e con Dio un'intimità di grazia senza compiere il bene, e che avrebbero preteso glorificarlo con una sterile fede e con una tracotante fiducia; perciò, ad eliminare ogni equivoco soggiunse: Chi non m 'ama così, non osserva la mia parola, e quindi chi non osserva la mia parola non mi ama; ora la parola mia, che v'impone di amare osservando i miei comandamenti, non è mia ma del Padre che mi ha mandato', non è un modo di vedere qualunque o un'opinione, ma risponde al medesimo disegno di Dio nella salvezza delle anime; è un comando di Dio, una Legge che non può né avere eccezione né essere deformata da pensiero umano.
Rispondendo all'apostolo Giuda Taddeo, Gesù proclamò un grande principio, che da solo basta a dissipare le oscure nebbie degli errori protestanti sulla salvezza e sulla santificazione, e da solo c'impegna ad essere veramente anime amanti di Dio:
Il trionfo di Dio in noi non consiste in uno sterile trionfo di misericordia, che ci trascina, inerti e lerci come siamo, nel suo regno; ma è un trionfo di amore che risponde al nostro amore, e ci rende capaci di operare soprannaturalmente o, come dicono i Teologi, ci abilita a fare atti deiformi. Si noti l'abisso che corre tra la verità e l'errore; questo afferma l'inutilità di operare il bene, anzi l'utilità di operare il male, presumendo così di glorificare la grazia che salva, e la verità invece proclama che Dio, andando incontro all'anima che l'ama ed osserva fedelmente i suoi comandamenti, abita in lei nella gloria della sua Trinità, e produce in lei un organismo soprannaturale che, soprannaturalizzando l'anima, l'abilita a fare atti deiformi.
La vita cristiana, infatti, è una partecipazione alla vita stessa di Dio, ed è evidente che Egli solo la può conferire; ora Egli ce la conferisce venendo ad abitare nelle anime nostre e dandosi interamente a noi affinché possiamo rendergli i nostri ossequi e lasciarci docilmente guidare da Lui a praticare le disposizioni e le virtù di Gesù Cristo. Questa mirabile abitazione della Santissima Trinità in noi si attua quando noi amiamo Gesù, e noi lo amiamo principalmente quando gli chiediamo perdono dei nostri peccati attraverso il sacramento della Penitenza e quando ci comunichiamo eucaristicamente con Lui sacramentato. Andiamo a Lui per amore, e perché lo amiamo il Padre ci ama; siamo da Lui attivati soprannaturalmente, e diventiamo tempio vivo della Santissima Trinità che vivendo in noi rende deiformi le nostre azioni con la grazia. Dio ci adotta come figli, non per una semplice finzione giuridica, com'è l'adozione legale, ma elargendo a coloro che credono nel suo Verbo la divina filiazione: Dedìt eis potestatem fìlios Dei fieri, his qui credunt in nomine eius, diede il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome (Gv 1,12). Questa filiazione non è nominale ma effettiva: Ut fìlii Dei nominemur et simus, affinché siamo chiamati figli di Dio (1Gv 3,1) noi entriamo in possesso della divina natura: divinae consortes naturce. Questa vita divina è certamente in noi soltanto una partecipazione e una somiglianza, che fa di noi non degli dèi, ma degli esseri deiformi; ma è anche una realtà, una vita nuova, non uguale, ma simile a quella di Dio.
Dio ha per noi la premura e la tenerezza di un padre, e si dà a noi abitando nei nostri cuori. Dio ci si dà come amico, ci comunica i suoi segreti, e ci parla non solo per la Chiesa, ma anche interiormente per mezzo del suo Spirito; tutto sta, da parte nostra, nell'acconsentire ad aprire la porte all'Ospite divino.
È ciò che ci attesta l'Imitazione di Cristo, quando parla delle frequenti visite dello Spirito Santo alle anime interiori, le sue dolci conversazioni con loro, le consolazioni e le carezze di cui le colma; la pace che fa regnare in loro, e la stupenda familiarità con cui le tratta (Imitazione II libro 1,1). Dio rimane in noi come il più potente collaboratore', opera in noi e supplisce alla nostra impotenza per mezzo della grazia attuale; c'illumina sul nostro ultimo fine e sui mezzi per conseguirlo, ci suggerisce buoni pensieri, ispiratori di opere buone, ci dona la forza e ci rende capaci di volere e di eseguire le nostre risoluzioni, ci fortifica per renderci vittoriosi nelle tentazioni, ci sorregge nelle stanchezze della natura e ci aiuta a perseverare nel bene. Noi non siamo mai soli, anche quando, privi di consolazioni, ci crederemmo abbandonati; la grazia di Dio sarà sempre con noi, a patto che noi consentiamo a lavorare con lei. Appoggiati a Dio, onnipotente collaboratore in noi, saremo invincibili, perché tutto possiamo in Colui che ci conforta.
L'anima deve pregare con le voci liturgiche della Chiesa
Dio, venendo in noi e santificandoci, ci trasforma in un tempio santo, ornato di tutte le virtù. Egli, Uno e Trino, sorgente infinita di vita divina, vuol farci partecipare alla sua santità; l'anima diventa un sacro recinto riservato a Dio, e si santifica, sol che con umiltà e filiale abbandono si lasci portare dalla sua grazia, donandosi a Lui veramente. Essa deve donarsi a Dio in una piena e soave schiavitù di amore, che in realtà è somma libertà, perché infrange d'un colpo tutti i ceppi della natura; deve vivere in Dio adorandolo, umiliandosi e operando per suo amore nel pieno compimento della sua volontà; deve pregare per conversare con Lui, e pregare con le voci liturgiche della Chiesa, che sono come la lingua viva e particolarmente efficace di questa santa città dove abita Dio; deve proclamare il proprio nulla non per avvilirsi nelle opprimenti pene dell'agitato scoraggiamento, ma per abbandonarsi all'infinita misericordia di Dio confidando. L'amore dell'anima a Dio che abita in lei dev'essere penitente nel rammarico di averlo offeso, riconoscente nella gratitudine dei benefìci avuti, intimo nell'amicizia che fa riguardare più che propri gl'interessi della sua gloria, e generoso fino al sacrificio, fino all'oblio di sé ed alla rinunzia della propria volontà, per sottomettersi ai suoi precetti, ai suoi consigli, ed alle sue speciali disposizioni nella nostra vita. Chi pensa a questo solo, ossia che è tempio vivo della Santissima Trinità, veramente, e che ha Dio nel cuore, come può violare questo tempio e peccare? Come può profanare il proprio corpo ed abbrutirsi?
Siamo tempio vivo della Santissima Trinità
Non sapete - dice san Paolo (1Cor 3,16-17) - che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno violerà il tempio di Dio, Dio lo sperderà, poiché santo è il tempio di Dio che siete voi. Bastano queste parole a raccogliere in Dio la nostra vita, a farci desiderare la perfezione che è il decoro del nostro tempio vivo, ed a tenerci stretti nella carità, poiché tutti siamo come cappelle del tempio di Dio, uniti, per così dire, dalle linee d'una stessa architettura, dalle linee luminose dei disegni del suo amore. Che cosa orribile è un'anima in disgrazia di Dio, che cosa ripugnante è un tempio vivo insozzato dall'impurità!
Nessuno concepisce un tempio senza pulizia, senza decorazioni, senza altare, deserto, desolato, privo di campane, di organo, di voci osannanti nella preghiera, di lampade, di ceri, di fiori. Tanto meno può concepirsi un tempio diruto, sporco, profanato, dove risuonano frastuoni assordanti, bestemmie, ire, risse e dove si fa scempio della Legge di Dio.
Non sarebbe un tempio ma un covo.
Ora guardiamo l'anima nostra, tempio vivo della Santissima Trinità, e vediamo se possiamo macchiarla di peccato, tenerla muta nella preghiera, desolata nell'offerta quotidiana di quanto ha, senza fiori di virtù, senza cantici di amore a Dio, senza luce di fede e senza splendori di speranze eterne, che sono come le grandi finestre aperte in alto sul limpido azzurro del cielo. Basta questa sola considerazione per renderci vigilanti ed accorti, e per impedire qualunque profanazione volontaria dell'anima nostra. Se viene satana a tentarci di orgoglio, l'anima nostra pensi con amore alla preghiera del pubblicano, e dica dal fondo del suo tempio vivo: Sii propizio a me povero peccatore. Se satana ci tenta di avarizia, pensiamo che dobbiamo essere generosi con Dio nel tempio consacrato alla sua gloria. Se ci tenta d'impurità, consideriamo che siamo consacrati dal Battesimo e dai Sacramenti, e che ogni colpa è come un cumulo di lordure gettate nel luogo santo. Se ci scuote il sistema nervoso e ci spinge ad irrompere contro il prossimo, pensiamo al silenzio di pace e di carità che è richiesto dal luogo santo che è in noi. Se ci tenta di gola, consideriamo quale orrore sarebbe gozzovigliare nella casa di Dio, accanto all'altare. Se ci spinge all'invidia o cerca d'immobilizzarci nell'accidia, pensiamo che il tempio è luogo di carità e di preghiera, è luogo che unisce tutti innanzi a Dio col vincolo dell'amore, e che ci unisce al Signore col vincolo della religione. Il pensiero che siamo tempio di Dio può farci santi veramente, eliminando da noi il peccato, facendoci elevare in alto sino a Dio, e spingendoci nelle grandi vie della perfezione e dell'amore. Questo pensiero è il più atto ad offrirci a Dio in una perfetta schiavitù di amore, poiché niente è più direttamente e completamente dedicato a Lui quanto un tempio. Che cosa ammirabile potersi mettere la mano sul cuore e dire: sono tempio della Santissima Trinità, tutto dedicato alla sua gloria! Sono di Dio, debbo esserlo sempre, non posso dissacrare una volta sola il mio cuore dedicato a Lui! Egli è il mio dolce padrone, io sono il suo servo, io sono il suo schiavo d'amore, ma la mia servitù mi nobilita e la mia schiavitù mi rende figlio della piena libertà, e dà all'anima mia un volo grande di amore.
Sac. Dolindo Ruotolo

domenica 18 maggio 2014

18.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 14, par. 2-3

2. Il luogo di eterna pace che Gesù ci dona e la via per giungervi. Gesù è la via, la verità e la vita. Il vero cammino di santità e la schiavitù d'amore
Gli apostoli erano rimasti turbati e sconvolti da quello che Gesù aveva loro detto, che sarebbe stato con loro solo per poco, e che l'avrebbero cercato, ma non avrebbero potuto seguirlo dov'Egli sarebbe andato allora (13,33).
Il loro turbamento era tanto più profondo, in quanto che ad essi sembrava svanissero di un tratto tutte le speranze che avevano concepito, e gli ideali che avevano sognato. Speravano ancora che Gesù avesse dovuto trionfare clamorosamente e politicamente dei nemici d'Israele, e inaugurare un regno glorioso, nel quale essi avrebbero avuto posti eminenti; speravano che questo dovesse presto avverarsi, e pregustavano forse, fantasticamente, la confusione che avrebbero avuto i suoi nemici; ora il sentir parlare di tradimento, ed implicitamente di morte, li turbava e disorientava. Per questo Gesù rincuorandoli disse: Il vostro cuore non si turbi, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; cioè: abbiate fede in Dio che saprà compiere le sue promesse, ed abbiatela anche in me, che non vi lascerò delusi nella speranza che avete riposta in me.
Al dolore per la mancata realizzazione delle loro speranze e dei loro sogni si univa, negli apostoli, quello per essi anche più penoso della separazione dal loro amatissimo Maestro. Le sue parole, infatti, erano un annuncio di prossima morte, ed essi pensavano angosciati che non l'avrebbero più veduto. Per questo Gesù soggiunse che Egli se ne andava per preparare loro il posto, giacché nella Casa del Padre suo c'erano molte dimore. Se non fosse così - soggiunse - ve lo avrei detto, cioè mi sarei licenziato da voi definitivamente; ma io verrò di nuovo, vi prenderò con me, e sarete anche voi dove io sarò.
Come padre amoroso, per non scoraggiarli, prospettò l'epilogo del loro pellegrinaggio ed il premio che avrebber avuto un giorno, ma certo questo epilogo di gioia non sarebbe avvenuto né presto né senza lunghe e penose prove, delle quali tante volte aveva loro parlato, e delle quali dava l'esempio, e perciò soggiunse: Voi sapete dove io vado e ne sapete la via. Non volle parlar esplicitamente del cammino della croce, ma si richiamò con una sola espressione a quello che tante volte aveva detto, per non disorientarli in quel momento di angoscia. Tommaso prese l'espressione di Gesù in senso materialmente letterale e, immaginando che Gesù volesse fare un viaggio lontano, disse: Signore, noi non sappiamo dove tu vada, e come possiamo conoscerne la via? Con una parola sublime Gesù rispose a lui, aprendo all'umanità un orizzonte magnifico di ascensioni, e disse: Io sono la via la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Egli è la via, Tunica via di salvezza, perché coi suoi meriti riconcilia gli uomini con Dio, li muove con la sua grazia, li illumina e li dirige coi suoi esempi e con la sua dottrina.
Egli non traccia solo la via della salvezza, ma è la via della salvezza, di modo che nessuno può andare a Dio se non per Lui, incorporandosi a Lui, e lasciandosi portare da Lui.
La via è un tratto immobile, che congiunge due termini lontani. Napoli, per esempio, è lontana da Roma, e nessuno stando in questa città può trovarsi a Roma. La via congiunge questi due luoghi, e rappresenta il prolungamento dell'uno verso l'altro. La via partecipa quindi dei due luoghi che congiunge: Roma - Napoli e Napoli - Roma.
Gesù Cristo è Dio e uomo, e congiunge in sé questi due termini infinitamente distanti; chi va a Lui Redentore, si avanza verso Dio, ed a misura che più si stacca da sé e più si congiunge a Lui, più si trova vicino a Dio e più lo raggiunge. La perfezione è in fondo un progredire in questa unione di amore, un perdere di vista sempre più se stesso, ma congiungersi maggiormente a Lui, fino quasi a combaciare col punto di arrivo cui Egli ci porta.
Gesù Cristo è la verità prima ed essenziale, poiché è l'infinita ed eterna sapienza, conoscenza sostanziale ed infinita del Padre. Dio è colui che è; è la verità, l'unica verità dalla quale dipendono tutte le altre, l'unico assioma infinitamente vivente. Chi va a Dio deve conoscerlo per amarlo, e non può conoscerlo fuori di Gesù Cristo, che ce lo rivela in tutte le verità che ci annunzia. Noi non siamo capaci di conoscere l'eterna verità senza di Lui, e non possiamo quindi ascendere a Dio, conoscendolo ed apprezzandolo sopra tutte le cose, che unendoci a Gesù Cristo con una pienissima fede.
Gesù Cristo come Dio è la vita per essenza, e come uomo è la causa meritoria della vita soprannaturale che ci viene comunicata per mezzo della grazia e della gloria.
Egli ci vivifica, e da Lui dobbiamo attingere la vita, comunicandoci di Lui.
Gesù Cristo è la via che ci porta a Dio, la luce che illumina la via, la forza che la fa percorrere. E la vera via delle ascensioni umane, è la vera sapienza dell'intelletto nostro, ed è la vera vita delle nostre attività e del nostro cuore. Per Lui si nasce soprannaturalmente e si percorre la via dell'eternità; per Lui si ha, diremmo, l'uso della ragione soprannaturale, e si conosce la verità; per Lui e in Lui il cuore viene vivificato ed ama Dio sopra tutte le cose.
Invece di innestarci a Lui, spesso formiamo in noi una statua del Cristo, scolpita secondo il nostro criterio
Con la risposta data a Tommaso Gesù cominciò a manifestare al mondo un segreto di vera vita, e diciamo pure di vera civiltà, un segreto di santificazione che andò sviluppando negli altri discorsi di addio che fece agli apostoli. Questo ammirabile segreto sta nell'incorporarsi a Lui, nel vivere di Lui, nel farsi vivificare da Lui, nel donarsi quindi interamente a Lui. Qualunque sforzo fa l'anima, per ascendere in alto, perfezionarsi e raggiungere la vita eterna, è vano se essa non si appoggia a Gesù, se non è illuminata e non è vivificata da Lui. Egli è la via vera della santità, è la luce della contemplazione, è il calore vivificante dell'amore; incorporandoci a sé ci mette per il cammino della santità, nutrendoci della sua parola ci illumina e ci eleva, donandoci il suo Corpo e il suo Sangue ci vivifica.
Noi dobbiamo essere sua immagine e sua somiglianza, dobbiamo sbocciare quasi da Lui, e non possiamo farlo che innestandoci a Lui. Oh se l'anima sapesse donarsi a Lui ed accoglierlo, se sapesse mettersi nelle sue mani come schiava di amore, come troverebbe facilitato il cammino della santità, come vedrebbe illuminato il suo intelletto e vivificato il suo cuore! Siamo così fiacchi nelle vie di Dio perché non sappiamo e, dolorosamente, non vogliamo donarci a Gesù completamente, senz'alcuna riserva, in modo che Egli ci porti nel suo Cuore come membra sue, e ci vivifichi con la sua stessa vita.
Noi, tutt'al più, attingiamo da Lui ad intervalli, come si attinge con un secchiello l'acqua da una fonte.
Se l'avessimo in noi come acquedotto che fa rifluire in noi la sua vita, se fossimo pienamente innestati a Lui, e se gli donassimo interamente l'anima, il corpo, le potenze e le attività nostre, controlleremmo in noi stessi dei mirabili progressi di santificazione. Infatti, vivendo di noi smarriamo la via, ci facciamo sorprendere dalle tenebre e c'inaridiamo miseramente. Ci prefiggiamo con la nostra iniziativa umana un programma di vita, quasi sempre lontano dalle disposizioni della divina volontà, giudichiamo col nostro criterio oscuro ed errato ciò che dobbiamo fare, ci formiamo una dottrina tutta personale, cercando di trovare nella nostra ragione la giustificazione dei nostri capricci e della nostra volontà, e ci alimentiamo dei... surrogati della grazia soprannaturale, nutrendoci di devozioni che appagano i sensi più che l'anima, e fioriscono come erbe selvatiche che il Signore non ha seminate. È questa, dolorosamente, la pietà e la devozione delle anime che sono tutte prese dalle loro aspirazioni, dai loro criteri, dal loro giudizio, dalla loro volontà, e che, più che donarsi a Dio, desiderano adattare Dio a se stesse. Dimenticano che l'abnegazione è il fondamento di ogni cammino spirituale, dimenticano che la volontà di Dio deve esser l'unica luce intellettuale, l'unica ragione soprannaturale, dimenticano che la vera vita è Gesù Cristo, e si sforzano di formare in loro non la sua vita, ma un vano simulacro della sua vita.
Formano in loro una statua del Cristo, scolpita secondo il proprio criterio, simili a quei cinesi che non sanno effigiarlo che coi loro lineamenti, o a quegli artisti etiopi che lo fanno bruno perché essi sono bruni.
Gesù Cristo è la via la verità e la vita, e nessuno va al Padre se non per Lui.
Quando si è bigotti
La falsa devozione o perfezione, tutta soggettiva e personale, è in realtà sviamento, confusione e morte. È una devozione che non ha la via, ma un dedalo di labirinto, che stanca e non fa percorrere un vero cammino; è una devozione che non supera la meschinissima atmosfera naturale, e che dà come frutti lambrusche e spine. È la devozione che il popolo spontaneamente chiama bigotteria, e che ha sempre in sé qualche cosa di urtante e di ripugnante. È il dilettantismo spirituale, non l'arte vera; sa produrre, tutto al più, degli abbozzi, ma non può dare un vero lavoro di santificazione; è come un fiore artificiale che rimane quale l'ha formato la mano e, lungi dal mandare profumo, s'impolvera ogni giorno di più ed è completamente sterile. Non siamo cristiani così! Diciamo a Gesù piuttosto con tutta l'anima: eccomi, mi do a te interamente, guidami Tu in ogni passo, illuminami con la tua luce, e vivificami col tuo amore, perché non sia più io, ma sia vivo della tua vita, splendente della tua verità, e percorrente appresso a Te il cammino che mi conduce alla gloria.
3.  Se mi aveste conosciuto, dice Gesù, avreste conosciuto anche il Padre mio
La vita spirituale, in tutte le sue attività, si sintetizza in queste parole: Conoscere, amare e servire Dio. Ora per conoscere Dio, i suoi pensieri, la sua volontà, il suo amore, bisogna conoscere Gesù Cristo. È infatti da Lui e per Lui che ci viene la vera conoscenza di Dio. Anche la rivelazione dell'Antico Testamento, essendo ordinata all'incarnazione del Verbo, e concentrandosi in Lui per prometterlo, annunziarlo e figurarlo, si deve al Redentore. Senza il piano della discesa del Figlio di Dio in terra, l'Antico Testamento non avrebbe ragione di essere, anzi non ci sarebbe stato. In esso la figura centrale è Gesù Cristo, e da essa s'irradia la vivida luce che ci fa conoscere Dio. Per questo Gesù, dopo aver detto ai suoi apostoli che Egli era la via, la verità e la vita, e che nessuno poteva andare al Padre se non per Lui, soggiunse: Se voi m 'aveste conosciuto avreste conosciuto anche il Padre mio, e fin da ora lo conoscete e l 'avete veduto.
Gli apostoli non conoscevano ancora Gesù per quello che realmente era, Figlio di Dio, consustanziale al Padre; l'avevano qualche volta chiamato Figlio di Dio, ma non avevano ponderato il valore di questa espressione, ed avevano sempre finito per concentrarsi nella sua umanità, e considerarlo praticamente come uomo straordinario, e profeta singolare. Se l'avessero conosciuto come Dio, avrebbero capito che Egli era nel Padre e il Padre in Lui, ed attraverso la sua stessa umanità e la sua vita mortale avrebbero visto risplendere gli attributi di Dio. Egli infatti mostrava di conoscere tutto, passato, presente e futuro, era infinitamente buono, era padrone della creazione, che dominava come voleva, era infinitamente giusto e santo, penetrava il fondo dei cuori e li scrutava, rimetteva i peccati, ed aveva nel suo medesimo tratto una maestà che rivelava in Lui la divinità.
Gesù non aveva una fisionomia semplicemente umana, benché avesse un corpo reale come l'abbiamo noi; i suoi lineamenti rivelavano in Lui non un uomo eccezionale, ma qualche cosa di più grande, d'immensamente più grande, come possiamo controllare anche noi pallidamente sul volto e sul corpo effigiato nella santa Sindone. Ravvivando quei lineamenti statici nella morte, dando ad essi lo splendore dello spirito, rendendoli manifestazione della vita interiore, e dando a quelle labbra le parole della vita, non si ha il volto di un semplice uomo, ma un volto misterioso e divino. Certo nessun artista è stato capace di ravvivare quel volto, riconoscendolo divino anche nel gelo della morte che ne spense la vita umana, ma non poté separarlo dal Verbo che ancora lo terminava.
Gli apostoli per vedere Dio non avrebbero dovuto fare altro che fissare Gesù; ma essi convivevano con Lui senza quasi badarci, solleciti come erano delle loro attività temporali. Sentivano il Maestro divino che parlava del Padre, desideravano di conoscere il Padre, ma nel loro desiderio c'era più un senso di curiosità spirituale che un apprezzamento della consustanzialità del Padre con Lui; per questo essi lo vedevano e non si accorgevano dello splendore divino che rifulgeva da Lui e per questo Egli, leggendo nei loro cuori il desiderio di conoscere il Padre suo con una rivelazione esterna e manifesta ai sensi, disse: Fin da ora voi lo conoscete e l'avete veduto.
Quale manifestazione infatti più grande di Dio sulla terra, che il Verbo Incarnato? E quale grazia per essi il trattarlo da vicino, il conversare con Lui ed il vivere con Lui! Essi però non lo capivano, e le parole di Gesù acuivano la loro brama di avere una rivelazione di Dio; e perciò Filippo, in nome di tutti, disse con l'accento di chi esprime un desiderio che da lungo tempo gli ferveva nel cuore: Signore, facci vedere il Padre e ci basta. Faccelo vedere con gli occhi del corpo almeno una volta, e saremo appagati, anzi avremo un argomento pieno e definitivo sulla realtà della tua missione, e sulla verità di quello che tu dici ed operi. Evidentemente le parole di Filippo non erano un atto di fede, anzi svelavano, almeno inconsciamente, una piena incomprensione di ciò che era il Maestro divino; per questo Gesù con dolore rispose a lui per rispondere a tutti quelli che avevano la stessa incomprensione: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me vede anche il Padre. Ora come fai tu a dire: facci vedere il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Negli anni in cui gli apostoli avevano conversato con Gesù avrebbero dovuto accorgersi della sua divinità e capire che Egli era consustanziale al Padre; avrebbero dovuto capire che Egli era persona distinta dal Padre, ma della stessa natura e della stessa divinità; era Figlio di Dio, veramente Figlio e veramente Dio, e perciò il Padre era in Lui ed Egli era nel Padre, essendo le divine Persone strettissimamente presenti l'una all'altra, perché d'una stessa sostanza, e aventi la stessa operazione.
Per illuminarli maggiormente sulla sua unione sostanziale col Padre, Gesù soggiunse: Le parole che io dico non le dico da me stesso, ma il Padre, che è in me, Egli compie le opere. Non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me? Essendo una cosa sola col Padre per la natura e la sostanza divina, sono una cosa per l'operazione, e quindi voi, sentendomi parlare, sentite le parole dell'eterna sapienza del Padre, e vedendomi operare soprannaturalmente vedete l'onnipotenza divina che opera. Non avete bisogno perciò di ascoltare la voce del Padre o di vederlo, poiché la mia parola è sua, e le mie azioni sono sue, essendo parole ed operazioni divine. Che siano operazioni divine - soggiunse Gesù - non è difficile capirlo, essendo miracoli strepitosi; ora questi miracoli rivelano che opera Dio nella mia umanità, e che io sono Dio come il Padre, giacché le opere miracolose il Padre le compie per affermare la mia divinità e la mia missione.
Credere in Gesù com'Egli è veramente
Il discorso di Gesù Cristo certo era difficile per gli apostoli, ma non era per loro difficile il constatare la soprannaturalità delle opere che Egli compiva; essi dunque potevano capire che Egli era Dio e come tale era una cosa sola col Padre, consustanziale a Lui. Il ripetere Gesù due volte: Non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me? (versetti 10 e 11) mostra chiaro che Egli aveva loro dato tanta luce che avrebbero potuto e dovuto credere. Gesù Cristo stabiliva un fondamento indispensabile a chi vuole seguirlo, credergli ed essere vivificato da Lui, a chi vuole averlo come via, verità e vita, a chi gli si dona interamente perché Egli viva in lui ed operi in lui, e questo fondamento indispensabile è il credere in Gesù com'Egli è veramente, l'apprezzarlo come merita, e il riguardarlo non come il termine o l'oggetto di un sentimento naturale qualunque, ma come vero Dio, le cui parole sono divine, e divine le opere. E in questa luce soltanto che deve vedersi in Lui la via che ci conduce, la verità che ci illumina e la vita che ci vivifica.
Gesù non ci traccia solo un ideale, non ci parla come un maestro terreno, non appaga solo un nostro vago desiderio di elevazioni spirituali; Egli ci mostra la via dell'eternità, la via che ci porta a Dio, ci rivela le verità divine ed assolute, e ci vivifica con la sua stessa vita nei Sacramenti, e specie nell'Eucaristia. E solo così che Egli può vivere in noi e noi in Lui, e che la nostra miseria può essere come sostituita dalla sua ricchezza. Perciò, con mirabile e profondissimo nesso logico, nel suo stile divinamente sintetico, Egli soggiunse: In verità, in verità vi dico: chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio, e ne farà maggiori di queste, perché io vado al Padre. Io me ne vado, e continuo la mia azione in voi e nella Chiesa; voi, credendo in me, cioè uniti a me che vi vivifico, farete ciò che io ho fatto, ed opere anche maggiori, com'è maggiore la pianta che sboccia dalla semente e cresce in albero maestoso. Non sarete più di me, evidentemente, ma farete per me opere maggiori di quelle che ho fatto io, domandandole al Padre nel mio nome, cioè per la mia gloria. Voi le domanderete al Padre per glorificarmi, ed io opererò in voi per glorificare il Padre; e se voi domanderete a me qualche cosa in mio nome, per glorificarmi, io la farò per glorificare il Padre con la mia gloria che è sua gloria, perché io sono infinita ed eterna sua glorificazione.
Il discorso di Gesù, come si vede, raggiunge qui altissime vette, e ci apre un mirabile orizzonte di santità che solo i santi hanno intuito e seguito per sua grazia. Egli non parla di qualunque preghiera fatta al Padre o a Lui nel suo nome, cioè semplicemente invocandolo, per avere grazie temporali, o qualunque grazia spirituale; è importantissimo il capirlo. Egli parla di quelle grazie che ci uniscono a Lui e lo donano a noi, che lo rendono operante in noi e ci fanno dare a Lui come strumenti della gloria di Dio e della sua gloria; Egli ci dischiude l'orizzonte magnifico della soave schiavitù di amore che, dandoci a Gesù interamente, fa che Egli compia in noi opere maggiori di quelle fatte nella sua vita mortale, elevandoci ad altissima santità per la gloria di Dio, e compiendo in noi e per noi anche opere straordinarie, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Questo Egli l'ha fatto e lo fa nella Chiesa, organismo ammirabile, via degli uomini per la vita eterna, verità che li illumina, e vita che li vivifica per la gloria di Dio, di Gesù Cristo suo Figlio e dello Spirito Santo; questo Egli l'ha fatto nei santi e vuol farlo in ogni fedele; tutto sta da parte nostra, a crederlo per quello che è, e a donarci a Lui perché Egli ci guidi, c'illumini e ci vivifichi.
Gesù non è un mito da adattare alle nostre velleità
E questo un segreto ammirabile di santità ancora inesplorato, un segreto che dobbiamo raccogliere per inaugurare in noi il regno di Dio. Conosciamo Gesù per quello che è veramente, senza presumere di fame un mito, o di adattarlo alle nostre velleità, e diamoci a Lui domandandogli per la gloria di Dio e per la sua gloria che Egli viva in noi, e donandoci a Lui in una piena e soave schiavitù di amore, perché Egli si serva di noi e ci renda strumenti della gloria di Dio. Riconosciamoci nulla, poiché nell'umiltà è più facile che ci doniamo a Lui, e che Egli venga in noi e viva in noi. Comunichiamoci con questa principalissima intenzione ch'Egli sia in noi e noi in Lui; preghiamo con questo ardente desiderio, e toccheremo con mano che la nostra natura viziata e miserabile a mano a mano sparirà, come svapora l'acqua di un pantano ai raggi del sole, e vivrà in noi Gesù Cristo.
Sac. Dolindo Ruotolo

sabato 17 maggio 2014

17.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 14, par. 3

3.  Se mi aveste conosciuto, dice Gesù, avreste conosciuto anche il Padre mio
La vita spirituale, in tutte le sue attività, si sintetizza in queste parole: Conoscere, amare e servire Dio. Ora per conoscere Dio, i suoi pensieri, la sua volontà, il suo amore, bisogna conoscere Gesù Cristo. È infatti da Lui e per Lui che ci viene la vera conoscenza di Dio. Anche la rivelazione dell'Antico Testamento, essendo ordinata all'incarnazione del Verbo, e concentrandosi in Lui per prometterlo, annunziarlo e figurarlo, si deve al Redentore. Senza il piano della discesa del Figlio di Dio in terra, l'Antico Testamento non avrebbe ragione di essere, anzi non ci sarebbe stato. In esso la figura centrale è Gesù Cristo, e da essa s'irradia la vivida luce che ci fa conoscere Dio. Per questo Gesù, dopo aver detto ai suoi apostoli che Egli era la via, la verità e la vita, e che nessuno poteva andare al Padre se non per Lui, soggiunse: Se voi m 'aveste conosciuto avreste conosciuto anche il Padre mio, e fin da ora lo conoscete e l 'avete veduto.
Gli apostoli non conoscevano ancora Gesù per quello che realmente era, Figlio di Dio, consustanziale al Padre; l'avevano qualche volta chiamato Figlio di Dio, ma non avevano ponderato il valore di questa espressione, ed avevano sempre finito per concentrarsi nella sua umanità, e considerarlo praticamente come uomo straordinario, e profeta singolare. Se l'avessero conosciuto come Dio, avrebbero capito che Egli era nel Padre e il Padre in Lui, ed attraverso la sua stessa umanità e la sua vita mortale avrebbero visto risplendere gli attributi di Dio. Egli infatti mostrava di conoscere tutto, passato, presente e futuro, era infinitamente buono, era padrone della creazione, che dominava come voleva, era infinitamente giusto e santo, penetrava il fondo dei cuori e li scrutava, rimetteva i peccati, ed aveva nel suo medesimo tratto una maestà che rivelava in Lui la divinità.
Gesù non aveva una fisionomia semplicemente umana, benché avesse un corpo reale come l'abbiamo noi; i suoi lineamenti rivelavano in Lui non un uomo eccezionale, ma qualche cosa di più grande, d'immensamente più grande, come possiamo controllare anche noi pallidamente sul volto e sul corpo effigiato nella santa Sindone. Ravvivando quei lineamenti statici nella morte, dando ad essi lo splendore dello spirito, rendendoli manifestazione della vita interiore, e dando a quelle labbra le parole della vita, non si ha il volto di un semplice uomo, ma un volto misterioso e divino. Certo nessun artista è stato capace di ravvivare quel volto, riconoscendolo divino anche nel gelo della morte che ne spense la vita umana, ma non poté separarlo dal Verbo che ancora lo terminava.
Gli apostoli per vedere Dio non avrebbero dovuto fare altro che fissare Gesù; ma essi convivevano con Lui senza quasi badarci, solleciti come erano delle loro attività temporali. Sentivano il Maestro divino che parlava del Padre, desideravano di conoscere il Padre, ma nel loro desiderio c'era più un senso di curiosità spirituale che un apprezzamento della consustanzialità del Padre con Lui; per questo essi lo vedevano e non si accorgevano dello splendore divino che rifulgeva da Lui e per questo Egli, leggendo nei loro cuori il desiderio di conoscere il Padre suo con una rivelazione esterna e manifesta ai sensi, disse: Fin da ora voi lo conoscete e l'avete veduto.
Quale manifestazione infatti più grande di Dio sulla terra, che il Verbo Incarnato? E quale grazia per essi il trattarlo da vicino, il conversare con Lui ed il vivere con Lui! Essi però non lo capivano, e le parole di Gesù acuivano la loro brama di avere una rivelazione di Dio; e perciò Filippo, in nome di tutti, disse con l'accento di chi esprime un desiderio che da lungo tempo gli ferveva nel cuore: Signore, facci vedere il Padre e ci basta. Faccelo vedere con gli occhi del corpo almeno una volta, e saremo appagati, anzi avremo un argomento pieno e definitivo sulla realtà della tua missione, e sulla verità di quello che tu dici ed operi. Evidentemente le parole di Filippo non erano un atto di fede, anzi svelavano, almeno inconsciamente, una piena incomprensione di ciò che era il Maestro divino; per questo Gesù con dolore rispose a lui per rispondere a tutti quelli che avevano la stessa incomprensione: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me vede anche il Padre. Ora come fai tu a dire: facci vedere il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Negli anni in cui gli apostoli avevano conversato con Gesù avrebbero dovuto accorgersi della sua divinità e capire che Egli era consustanziale al Padre; avrebbero dovuto capire che Egli era persona distinta dal Padre, ma della stessa natura e della stessa divinità; era Figlio di Dio, veramente Figlio e veramente Dio, e perciò il Padre era in Lui ed Egli era nel Padre, essendo le divine Persone strettissimamente presenti l'una all'altra, perché d'una stessa sostanza, e aventi la stessa operazione.
Per illuminarli maggiormente sulla sua unione sostanziale col Padre, Gesù soggiunse: Le parole che io dico non le dico da me stesso, ma il Padre, che è in me, Egli compie le opere. Non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me? Essendo una cosa sola col Padre per la natura e la sostanza divina, sono una cosa per l'operazione, e quindi voi, sentendomi parlare, sentite le parole dell'eterna sapienza del Padre, e vedendomi operare soprannaturalmente vedete l'onnipotenza divina che opera. Non avete bisogno perciò di ascoltare la voce del Padre o di vederlo, poiché la mia parola è sua, e le mie azioni sono sue, essendo parole ed operazioni divine. Che siano operazioni divine - soggiunse Gesù - non è difficile capirlo, essendo miracoli strepitosi; ora questi miracoli rivelano che opera Dio nella mia umanità, e che io sono Dio come il Padre, giacché le opere miracolose il Padre le compie per affermare la mia divinità e la mia missione.
Credere in Gesù com'Egli è veramente
Il discorso di Gesù Cristo certo era difficile per gli apostoli, ma non era per loro difficile il constatare la soprannaturalità delle opere che Egli compiva; essi dunque potevano capire che Egli era Dio e come tale era una cosa sola col Padre, consustanziale a Lui. Il ripetere Gesù due volte: Non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me? (versetti 10 e 11) mostra chiaro che Egli aveva loro dato tanta luce che avrebbero potuto e dovuto credere. Gesù Cristo stabiliva un fondamento indispensabile a chi vuole seguirlo, credergli ed essere vivificato da Lui, a chi vuole averlo come via, verità e vita, a chi gli si dona interamente perché Egli viva in lui ed operi in lui, e questo fondamento indispensabile è il credere in Gesù com'Egli è veramente, l'apprezzarlo come merita, e il riguardarlo non come il termine o l'oggetto di un sentimento naturale qualunque, ma come vero Dio, le cui parole sono divine, e divine le opere. E in questa luce soltanto che deve vedersi in Lui la via che ci conduce, la verità che ci illumina e la vita che ci vivifica.
Gesù non ci traccia solo un ideale, non ci parla come un maestro terreno, non appaga solo un nostro vago desiderio di elevazioni spirituali; Egli ci mostra la via dell'eternità, la via che ci porta a Dio, ci rivela le verità divine ed assolute, e ci vivifica con la sua stessa vita nei Sacramenti, e specie nell'Eucaristia. E solo così che Egli può vivere in noi e noi in Lui, e che la nostra miseria può essere come sostituita dalla sua ricchezza. Perciò, con mirabile e profondissimo nesso logico, nel suo stile divinamente sintetico, Egli soggiunse: In verità, in verità vi dico: chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio, e ne farà maggiori di queste, perché io vado al Padre. Io me ne vado, e continuo la mia azione in voi e nella Chiesa; voi, credendo in me, cioè uniti a me che vi vivifico, farete ciò che io ho fatto, ed opere anche maggiori, com'è maggiore la pianta che sboccia dalla semente e cresce in albero maestoso. Non sarete più di me, evidentemente, ma farete per me opere maggiori di quelle che ho fatto io, domandandole al Padre nel mio nome, cioè per la mia gloria. Voi le domanderete al Padre per glorificarmi, ed io opererò in voi per glorificare il Padre; e se voi domanderete a me qualche cosa in mio nome, per glorificarmi, io la farò per glorificare il Padre con la mia gloria che è sua gloria, perché io sono infinita ed eterna sua glorificazione.
Il discorso di Gesù, come si vede, raggiunge qui altissime vette, e ci apre un mirabile orizzonte di santità che solo i santi hanno intuito e seguito per sua grazia. Egli non parla di qualunque preghiera fatta al Padre o a Lui nel suo nome, cioè semplicemente invocandolo, per avere grazie temporali, o qualunque grazia spirituale; è importantissimo il capirlo. Egli parla di quelle grazie che ci uniscono a Lui e lo donano a noi, che lo rendono operante in noi e ci fanno dare a Lui come strumenti della gloria di Dio e della sua gloria; Egli ci dischiude l'orizzonte magnifico della soave schiavitù di amore che, dandoci a Gesù interamente, fa che Egli compia in noi opere maggiori di quelle fatte nella sua vita mortale, elevandoci ad altissima santità per la gloria di Dio, e compiendo in noi e per noi anche opere straordinarie, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Questo Egli l'ha fatto e lo fa nella Chiesa, organismo ammirabile, via degli uomini per la vita eterna, verità che li illumina, e vita che li vivifica per la gloria di Dio, di Gesù Cristo suo Figlio e dello Spirito Santo; questo Egli l'ha fatto nei santi e vuol farlo in ogni fedele; tutto sta da parte nostra, a crederlo per quello che è, e a donarci a Lui perché Egli ci guidi, c'illumini e ci vivifichi.
Gesù non è un mito da adattare alle nostre velleità
E questo un segreto ammirabile di santità ancora inesplorato, un segreto che dobbiamo raccogliere per inaugurare in noi il regno di Dio. Conosciamo Gesù per quello che è veramente, senza presumere di fame un mito, o di adattarlo alle nostre velleità, e diamoci a Lui domandandogli per la gloria di Dio e per la sua gloria che Egli viva in noi, e donandoci a Lui in una piena e soave schiavitù di amore, perché Egli si serva di noi e ci renda strumenti della gloria di Dio. Riconosciamoci nulla, poiché nell'umiltà è più facile che ci doniamo a Lui, e che Egli venga in noi e viva in noi. Comunichiamoci con questa principalissima intenzione ch'Egli sia in noi e noi in Lui; preghiamo con questo ardente desiderio, e toccheremo con mano che la nostra natura viziata e miserabile a mano a mano sparirà, come svapora l'acqua di un pantano ai raggi del sole, e vivrà in noi Gesù Cristo.
Sac. Dolindo Ruotolo

venerdì 16 maggio 2014

16.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 14, par. 2

2. Il luogo di eterna pace che Gesù ci dona e la via per giungervi. Gesù è la via, la verità e la vita. Il vero cammino di santità e la schiavitù d'amore
Gli apostoli erano rimasti turbati e sconvolti da quello che Gesù aveva loro detto, che sarebbe stato con loro solo per poco, e che l'avrebbero cercato, ma non avrebbero potuto seguirlo dov'Egli sarebbe andato allora (13,33).
Il loro turbamento era tanto più profondo, in quanto che ad essi sembrava svanissero di un tratto tutte le speranze che avevano concepito, e gli ideali che avevano sognato. Speravano ancora che Gesù avesse dovuto trionfare clamorosamente e politicamente dei nemici d'Israele, e inaugurare un regno glorioso, nel quale essi avrebbero avuto posti eminenti; speravano che questo dovesse presto avverarsi, e pregustavano forse, fantasticamente, la confusione che avrebbero avuto i suoi nemici; ora il sentir parlare di tradimento, ed implicitamente di morte, li turbava e disorientava. Per questo Gesù rincuorandoli disse: Il vostro cuore non si turbi, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; cioè: abbiate fede in Dio che saprà compiere le sue promesse, ed abbiatela anche in me, che non vi lascerò delusi nella speranza che avete riposta in me.
Al dolore per la mancata realizzazione delle loro speranze e dei loro sogni si univa, negli apostoli, quello per essi anche più penoso della separazione dal loro amatissimo Maestro. Le sue parole, infatti, erano un annuncio di prossima morte, ed essi pensavano angosciati che non l'avrebbero più veduto. Per questo Gesù soggiunse che Egli se ne andava per preparare loro il posto, giacché nella Casa del Padre suo c'erano molte dimore. Se non fosse così - soggiunse - ve lo avrei detto, cioè mi sarei licenziato da voi definitivamente; ma io verrò di nuovo, vi prenderò con me, e sarete anche voi dove io sarò.
Come padre amoroso, per non scoraggiarli, prospettò l'epilogo del loro pellegrinaggio ed il premio che avrebber avuto un giorno, ma certo questo epilogo di gioia non sarebbe avvenuto né presto né senza lunghe e penose prove, delle quali tante volte aveva loro parlato, e delle quali dava l'esempio, e perciò soggiunse: Voi sapete dove io vado e ne sapete la via. Non volle parlar esplicitamente del cammino della croce, ma si richiamò con una sola espressione a quello che tante volte aveva detto, per non disorientarli in quel momento di angoscia. Tommaso prese l'espressione di Gesù in senso materialmente letterale e, immaginando che Gesù volesse fare un viaggio lontano, disse: Signore, noi non sappiamo dove tu vada, e come possiamo conoscerne la via? Con una parola sublime Gesù rispose a lui, aprendo all'umanità un orizzonte magnifico di ascensioni, e disse: Io sono la via la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Egli è la via, Tunica via di salvezza, perché coi suoi meriti riconcilia gli uomini con Dio, li muove con la sua grazia, li illumina e li dirige coi suoi esempi e con la sua dottrina.
Egli non traccia solo la via della salvezza, ma è la via della salvezza, di modo che nessuno può andare a Dio se non per Lui, incorporandosi a Lui, e lasciandosi portare da Lui.
La via è un tratto immobile, che congiunge due termini lontani. Napoli, per esempio, è lontana da Roma, e nessuno stando in questa città può trovarsi a Roma. La via congiunge questi due luoghi, e rappresenta il prolungamento dell'uno verso l'altro. La via partecipa quindi dei due luoghi che congiunge: Roma - Napoli e Napoli - Roma.
Gesù Cristo è Dio e uomo, e congiunge in sé questi due termini infinitamente distanti; chi va a Lui Redentore, si avanza verso Dio, ed a misura che più si stacca da sé e più si congiunge a Lui, più si trova vicino a Dio e più lo raggiunge. La perfezione è in fondo un progredire in questa unione di amore, un perdere di vista sempre più se stesso, ma congiungersi maggiormente a Lui, fino quasi a combaciare col punto di arrivo cui Egli ci porta.
Gesù Cristo è la verità prima ed essenziale, poiché è l'infinita ed eterna sapienza, conoscenza sostanziale ed infinita del Padre. Dio è colui che è; è la verità, l'unica verità dalla quale dipendono tutte le altre, l'unico assioma infinitamente vivente. Chi va a Dio deve conoscerlo per amarlo, e non può conoscerlo fuori di Gesù Cristo, che ce lo rivela in tutte le verità che ci annunzia. Noi non siamo capaci di conoscere l'eterna verità senza di Lui, e non possiamo quindi ascendere a Dio, conoscendolo ed apprezzandolo sopra tutte le cose, che unendoci a Gesù Cristo con una pienissima fede.
Gesù Cristo come Dio è la vita per essenza, e come uomo è la causa meritoria della vita soprannaturale che ci viene comunicata per mezzo della grazia e della gloria.
Egli ci vivifica, e da Lui dobbiamo attingere la vita, comunicandoci di Lui.
Gesù Cristo è la via che ci porta a Dio, la luce che illumina la via, la forza che la fa percorrere. E la vera via delle ascensioni umane, è la vera sapienza dell'intelletto nostro, ed è la vera vita delle nostre attività e del nostro cuore. Per Lui si nasce soprannaturalmente e si percorre la via dell'eternità; per Lui si ha, diremmo, l'uso della ragione soprannaturale, e si conosce la verità; per Lui e in Lui il cuore viene vivificato ed ama Dio sopra tutte le cose.
Invece di innestarci a Lui, spesso formiamo in noi una statua del Cristo, scolpita secondo il nostro criterio
Con la risposta data a Tommaso Gesù cominciò a manifestare al mondo un segreto di vera vita, e diciamo pure di vera civiltà, un segreto di santificazione che andò sviluppando negli altri discorsi di addio che fece agli apostoli. Questo ammirabile segreto sta nell'incorporarsi a Lui, nel vivere di Lui, nel farsi vivificare da Lui, nel donarsi quindi interamente a Lui. Qualunque sforzo fa l'anima, per ascendere in alto, perfezionarsi e raggiungere la vita eterna, è vano se essa non si appoggia a Gesù, se non è illuminata e non è vivificata da Lui. Egli è la via vera della santità, è la luce della contemplazione, è il calore vivificante dell'amore; incorporandoci a sé ci mette per il cammino della santità, nutrendoci della sua parola ci illumina e ci eleva, donandoci il suo Corpo e il suo Sangue ci vivifica.
Noi dobbiamo essere sua immagine e sua somiglianza, dobbiamo sbocciare quasi da Lui, e non possiamo farlo che innestandoci a Lui. Oh se l'anima sapesse donarsi a Lui ed accoglierlo, se sapesse mettersi nelle sue mani come schiava di amore, come troverebbe facilitato il cammino della santità, come vedrebbe illuminato il suo intelletto e vivificato il suo cuore! Siamo così fiacchi nelle vie di Dio perché non sappiamo e, dolorosamente, non vogliamo donarci a Gesù completamente, senz'alcuna riserva, in modo che Egli ci porti nel suo Cuore come membra sue, e ci vivifichi con la sua stessa vita.
Noi, tutt'al più, attingiamo da Lui ad intervalli, come si attinge con un secchiello l'acqua da una fonte.
Se l'avessimo in noi come acquedotto che fa rifluire in noi la sua vita, se fossimo pienamente innestati a Lui, e se gli donassimo interamente l'anima, il corpo, le potenze e le attività nostre, controlleremmo in noi stessi dei mirabili progressi di santificazione. Infatti, vivendo di noi smarriamo la via, ci facciamo sorprendere dalle tenebre e c'inaridiamo miseramente. Ci prefiggiamo con la nostra iniziativa umana un programma di vita, quasi sempre lontano dalle disposizioni della divina volontà, giudichiamo col nostro criterio oscuro ed errato ciò che dobbiamo fare, ci formiamo una dottrina tutta personale, cercando di trovare nella nostra ragione la giustificazione dei nostri capricci e della nostra volontà, e ci alimentiamo dei... surrogati della grazia soprannaturale, nutrendoci di devozioni che appagano i sensi più che l'anima, e fioriscono come erbe selvatiche che il Signore non ha seminate. È questa, dolorosamente, la pietà e la devozione delle anime che sono tutte prese dalle loro aspirazioni, dai loro criteri, dal loro giudizio, dalla loro volontà, e che, più che donarsi a Dio, desiderano adattare Dio a se stesse. Dimenticano che l'abnegazione è il fondamento di ogni cammino spirituale, dimenticano che la volontà di Dio deve esser l'unica luce intellettuale, l'unica ragione soprannaturale, dimenticano che la vera vita è Gesù Cristo, e si sforzano di formare in loro non la sua vita, ma un vano simulacro della sua vita.
Formano in loro una statua del Cristo, scolpita secondo il proprio criterio, simili a quei cinesi che non sanno effigiarlo che coi loro lineamenti, o a quegli artisti etiopi che lo fanno bruno perché essi sono bruni.
Gesù Cristo è la via la verità e la vita, e nessuno va al Padre se non per Lui.
Quando si è bigotti
La falsa devozione o perfezione, tutta soggettiva e personale, è in realtà sviamento, confusione e morte. È una devozione che non ha la via, ma un dedalo di labirinto, che stanca e non fa percorrere un vero cammino; è una devozione che non supera la meschinissima atmosfera naturale, e che dà come frutti lambrusche e spine. È la devozione che il popolo spontaneamente chiama bigotteria, e che ha sempre in sé qualche cosa di urtante e di ripugnante. È il dilettantismo spirituale, non l'arte vera; sa produrre, tutto al più, degli abbozzi, ma non può dare un vero lavoro di santificazione; è come un fiore artificiale che rimane quale l'ha formato la mano e, lungi dal mandare profumo, s'impolvera ogni giorno di più ed è completamente sterile. Non siamo cristiani così! Diciamo a Gesù piuttosto con tutta l'anima: eccomi, mi do a te interamente, guidami Tu in ogni passo, illuminami con la tua luce, e vivificami col tuo amore, perché non sia più io, ma sia vivo della tua vita, splendente della tua verità, e percorrente appresso a Te il cammino che mi conduce alla gloria.
Sac. Dolindo Ruotolo

giovedì 15 maggio 2014

15.05.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 13, par. 4

4.  Giuda, presente all'istituzione eucaristica, non tradì per destino ma per sua libera volontà
Chiamando beati gli apostoli se avessero seguito il suo esempio nella missione che loro assegnava, Gesù si commosse profondamente. Egli vedeva che uno di essi non solo non lo seguiva in quel ragionamento, ma si urtava internamente e contrastava con Lui, pur non manifestandosi apertamente. Perciò soggiunse: Io non parlo di tutti voi.
Poi si fermò un momento, e pensò che Egli stesso aveva eletto l'apostolo traditore, Egli stesso aveva chiamato nella santa compagnia colui che doveva essere un demonio, e se ne accorò, perché questo poteva essere di tenebre per tutti gli altri. Perciò, a diradare questa caligine di oscurità, disse: Conosco quelli che ho eletti, cioè sapevo bene nell'eleggere Giuda che sarebbe stato traditore, ma l'ho eletto lo stesso per utilizzare la sua perversità nel compimento del disegno di Dio. Nel Salmo 40,10, sotto la figura di Achitòfel traditore di Davide, era predetto il traditore del Messia, che mangiando il pane con Lui, cioè vivendo in sua compagnia, e determinatamente mangiando con Lui nella cena stessa dell'amore, avrebbe levato il calcagno contro di Lui, mostrandosi suo nemico e cercandolo a morte. Ora questa profezia annunziava il futuro, non lo determinava, quasi rendendo necessaria o fatale la colpa di Giuda, ed annunziava anche uno dei tratti del disegno divino nella Passione del Redentore, conseguenti la perversità del traditore.
Gesù non scelse Giuda perché fosse un traditore, ma perché fosse apostolo, e certamente scegliendolo volle migliorarlo; sapeva per divina prescienza che sarebbe stato traditore, e che questo sarebbe stato utilizzato da Dio per il compimento del suo disegno, e lo elesse col Cuore angosciato, in perfetta obbedienza al Padre.
Nella Passione, sintesi di tutti i dolori e raccolta di tutte le umane iniquità che sarebbero state addossate al Redentore, non poteva mancare la rappresentanza del traditore.
Come un pittore che raccoglie un bastoncino di carbonella...
Dio non annunziò il traditore per predeterminare uno ad esserlo, ma per dire quello che sarebbe avvenuto in una libera volontà umana, ingrata alla sua grazia, e che Egli avrebbe utilizzato, come un pittore che raccoglie un bastoncino di carbonella da un camino, residuo sporco della combustione delle legna, per tracciare nel suo quadro la linea oscura che gli serve nell'armonia delle ombre del suo disegno.
Era predetto un traditore, non quel traditore; ci voleva la rappresentanza del tradimento, e Dio la voleva ma non voleva che un uomo, e tanto meno che quell'uomo fosse stato traditore.
Gesù Cristo nell'eleggere Giuda non solo non gli tolse la libertà del bene perché fosse il traditore predetto, ma lo colmò di grazie e di misericordie specialissime perché non lo fosse. Egli però conosceva che lo sarebbe stato, e lo elesse perché si fosse compiuto il disegno divino preannunziato dalla profezia.
Se non l'avesse eletto, Giuda sarebbe stato certamente peggiore di quello che fu, e forse sarebbe stato tra i più feroci carnefici del Redentore. E assurdo pensare che la compagnia del Signore l'avesse peggiorato, poiché le grazie, anche mal ricevute, e gli esempi santi attenuano sempre l'empietà dei perversi. Può dirsi anche che Gesù per estrema carità verso gli uomini preferì che il traditore fosse uno dei suoi cari, e raccolse Egli quest'ignominiosa creatura, per non lasciarne ad altri l'obbrobrio. Non volle lasciare a nessuna categoria umana il tristissimo ricordo di aver avuto un traditore come Giuda, il più ripugnante dei suoi persecutori.
I sacerdoti, gli scribi, i farisei agirono da perversi, ma tentavano illudersi che lo facessero per amore della Legge e del popolo; i crocifissori stessi apparivano come esecutori di ordini legali; solo Giuda tradì per suo tornaconto e per vile moneta Colui che lo aveva amato e beneficato e che lo aveva accolto fra le persone a Lui più care. Ad ogni modo quello che è certissimo è che Giuda non tradì per destino ma per sua libera volontà, istigato da satana, e che la profezia che lo annunziò predisse ma non predeterminò il fatto. Gesù poi, prevedendo che Giuda, proprio Giuda l'avrebbe tradito, lo elesse, utilizzando quella perfida volontà per il compimento del disegno divino, e per mostrare col fatto che tutto ciò che era stato predetto del Messia si avverava in Lui.
Egli inoltre preannunziò agli apostoli il tradimento prima che si avverasse, quasi fosse stato una fatalità, per coprire col manto della bontà sua il povero Giuda, e non renderlo estremamente odioso ai compagni. Preferì che avessero pensato che così doveva avvenire perché così era stato predetto, anziché pensassero adirati che il perfido Giuda l'avesse tradito per pura sua malignità, e per ostacolare il compimento del piano di Dio, compromettendo per sempre l'avvento del suo regno. La sua infinita carità giunse a questo eccesso di delicatezza verso quel malvagio e scellerato suo apostolo!
E Gesù guardava con immenso dolore ai discendenti di Giuda: ai sacerdoti che avrebbero tradito la loro sacra missione
Dopo avere accennato alla profezia del tradimento, citando a senso le parole del Salmo 40, Gesù soggiunse alcune parole che nel contesto sono oscure e misteriose: In verità, in verità vi dico: Chi riceve colui che io manderò riceve me stesso, e chi riceve me riceve colui che mi ha mandato. I Padri si sforzano in vario modo di trovare il nesso di queste parole con quelle precedenti, ed alcuni le riferiscono alla lavanda dei piedi, spiegandole così: Chi lava i piedi a quelli che io mando non si avvilisce, ma presta omaggio a Colui che ha mandato me. Non sembra però dal contesto che possano riferirsi alla lavanda dei piedi, ma piuttosto alla profezia del tradimento:
Gesù tentò insinuare nell'animo degli apostoli la carità verso il medesimo Giuda, come si è detto e, per meglio tutelarlo contro l'ira dei compagni volle far riflettere che, quantunque traditore, era sempre uno di quelli che aveva mandato, e che aveva rivestiti del carattere sacerdotale.
Non dovevano dunque irrompere contro di lui quando si sarebbe avverato ciò che loro prediceva, riguardandolo sempre come uno dei suoi. È questa la spiegazione che più dipende dal contesto. Gesù, poi, parlando del tradimento, guardava tutti i ministri infedeli della sua Chiesa che, mangiando alla sua mensa eucaristica, avrebbero levato il calcagno contro di Lui tradendo le anime, discreditando la loro missione ed insozzando la loro dignità, e raccomandò a tutti i suoi fedeli di non irrompere contro di loro per la loro condotta privata, riguardandoli sempre come suoi ministri, e come inviati da Dio. Egli voleva dire: non sarà uno solo quegli che mangiando il pane con me leverà il calcagno contro di me, e ve lo dico prima, perché quando ciò si avvererà, vi ricordiate che sono io, che io solo sono che guido e salvo le anime. Voi allora perciò considerate che chi riceve colui che io manderò, perché rivestito del mio carattere, riceve me stesso, e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato.
In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà
Dopo queste considerazioni generali sul tradimento che Egli doveva soffrire, Gesù volse il Cuore determinatamente a Giuda, come suo discepolo, amato da Lui di amore misericordioso, e si commosse profondamente perché ne fu sommamente addolorato. Giuda, pur avendo già pattuito il tradimento, se ne stava impassibile, e non mostrava di preoccuparsi di ciò che Gesù aveva detto sul traditore. Credeva così di dissimulare il suo delitto, e ne soffocava il rimorso per non smascherarsi con un turbamento esterno; per questo Gesù, cercando di scuoterlo, protestò solennemente e con accento accoratissimo, dicendo: In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà.
Gli apostoli, ancora tardi nel capire, non avevano riflettuto che Gesù parlando del traditore alludesse ad uno di loro; perciò la sua esplicita dichiarazione fu per essi come un colpo di folgore, ed esterrefatti si guardavano l'un l'altro, interrogando poi Gesù ciascuno, per suo conto, per conoscere chi fosse (Mt 26,22; Me 14,19). Giuda stesso, come nota san Matteo, per non svelarsi interrogò Gesù se fosse proprio lui a tradirlo (Mt 26,25), e Gesù glielo fece intendere senza fame accorgere agli altri. Pietro, nel suo immenso amore per Gesù, era il più costernato di tutti, non perché temesse di essere lui, credendosi anzi troppo sicuro della sua fedeltà, ma perché voleva prendere misure contro il traditore; fece perciò cenno a Giovanni, a domandargli chi fosse.
I convitati stavano a mensa distesi sui divani che fiancheggiavano la tavola, ed appoggiandosi con la sinistra sui cuscini, mangiavano con la destra. Giovanni stava adagiato sui cuscini a destra di Gesù, ed aveva poggiato il capo con facilità sul petto di Lui durante l'istituzione eucaristica, che precedette la dichiarazione che Gesù fece del traditore. Al cenno di Pietro quindi gli fu facile domandare sommessamente al Signore chi l'avrebbe tradito. Gesù a lui non lo nascose, perché sapeva che aveva maggiore carità di tutti, e gli disse che era colui al quale avrebbe dato del pane intinto. Chi presiedeva un banchetto, soleva dare agli ospiti un pezzo di pane intinto, o un pezzo di carne, per testimoniare loro il suo amore; Gesù scelse questo segno per indicare a Giovanni il traditore, sia perché era il più adatto a non fame accorgere agli altri, e sia per dare a Giuda un'ultima testimonianza di amore per conquiderlo.
Giuda, sconvolto com'era della stessa istituzione eucaristica, che a lui dovette sembrare una stoltezza, in peccato mortale sia per lo stato della sua coscienza sia per l'indegna partecipazione al divino mistero di amore, pieno di avversione e di odio, ricevette quel segno di amore con un atto di disprezzo, e credendo forse che fosse un pezzo ancora di quel pane che Gesù aveva detto suo Corpo, rinnovò il suo disprezzo per l'Eucaristia.
Il suo odio per Gesù si accese più forte e, nel terribile turbamento nervoso che ne seguì, satana lo avvinghiò più fortemente e lo possedette. Non fu un ossesso, e rimase nel pieno possesso della ragione e della volontà, ma si dette interamente al diavolo, e ne fu dominato. Si alzò di scatto per andare via e consumare il suo tradimento. Era torvo, accigliato, contraffatto, e quel suo gesto improvviso non sarebbe potuto passare inosservato agli altri apostoli; Gesù con immensa carità prevenne la riflessione degli altri sul gesto di Giuda, e quasi che egli si muovesse ed uscisse per compiere un affare od una commissione, gli disse: Ciò che fai fallo presto.
Dicendo questo non usò di una finzione, perché in realtà Giuda usciva per compiere il suo tradimento, e Gesù, dato che vi si era già deciso, aveva quasi fretta, nel suo amore infinito, d'immolarsi, come appare chiaro dalle parole enfatiche che disse all'uscita di Giuda. Egli inoltre volle mostrare al traditore che senza il suo permesso non avrebbe potuto consumare il delitto, e dicendogli: Ciò che fai fallo presto, gli disse indirettamente che era Lui stesso che gli permetteva di agire in quel modo.
Da forte divino poi qual era, mentre Giuda nel suo odio credeva di sopraffarlo, Egli mostrava di non temere il pericolo, anzi di desiderarlo, per i fini del suo amore. Forse, stando a ciò che dice Origene, Gesù si rivolse anche a satana che era entrato in Giuda, e poiché era proprio satana che spingeva l'apostolo ingrato al tradimento, per provocare la catastrofe, Gesù, quasi forte che non teme l'avversario perché sa di vincerlo, e lo provoca per mostrargli la propria potenza, disse a satana che avesse pur dato corso alle sue macchinazioni, poiché Egli lo permetteva, e gli avrebbe subito mostrato la sua potenza. Ad ogni modo gli apostoli non capirono perché Gesù avesse parlato così a Giuda, e poiché questi aveva in custodia la borsa del denaro, credettero o che dovesse comprare qualche cosa per la festa, o che dovesse dare qualche elemosina ai poveri. Giuda uscì subito dopo aver preso li boccone, e Pietro non ebbe neppure il tempo di capire da Giovanni ciò che gli aveva detto Gesù. Forse Gesù stesso lo impedì per infinita carità, e se disse a Giuda di uscir presto, lo fece anche per metterlo al sicuro dalla reazione degli apostoli, che si sarebbero facilmente accorti del suo sconvolgimento, ed avrebbero fatto irruzione contro di lui.
La successione degli avvenimenti in breve sintesi e in relazione agli altri Vangeli
Sintetizziamo questi eventi per maggiore chiarezza, anche in armonia con quello che dicono gli altri Vangeli, come essi si successero. Gesù Cristo si raccolse con gli apostoli per la cena pasquale, e celebrò prima di tutto questa, ultimo simbolo della sua imminente immolazione cruenta, e figura splendida della mensa di amore che voleva istituire. Verso la fine della cena legale, Gesù lavò i piedi dei suoi discepoli (Gv 13,1-20) e cominciò ad accennare velatamente al traditore (Mt 26,21- 25; Mc 14,18-21; Lc 22,17-18; Gv 13,21-23). Dopo la lavanda dei piedi dette il precetto dell'amore, ed istituì l'Eucaristia, sacramento di amore, e il Sacerdozio, ministero di amore. Giuda fu presente, tanto alla cena legale e alla lavanda, quanto all'istituzione eucaristica. Dopo l'istituzione eucaristica, Giuda che ricevette sacrilegamente il Corpo e il Sangue del Signore, più si sconvolse, più si agitò, e nel suo interno decise di andare quella notte stessa a far catturare Gesù, secondo il patto già stipulato coi sacerdoti e col sinedrio. A lui l'Eucaristia, sembrò un eccesso di aberrazione e di innovazione fantastica, e poiché ricevendola si sentì profondamente turbato, si confermò nel malvagio proposito di far cessare, secondo lui, quelle turlupinature, e quegli scempi della Legge. Era mosso da satana e dall'odio, ma in quel momento satana stesso gli faceva intendere che fosse mosso da sdegno e da zelo. Gesù perciò, per scuoterlo e mostrargli che Egli conosceva tutto denunziò apertamente, che uno lo avrebbe tradito, lo disse a Giuda che gli aveva domandato se era lui, e lo indicò a san Giovanni, perché con l'ascendente della sua carità e con la forza della sua preghiera, avesse potuto giovargli. Giuda credeva di far cessare una turlupinatura ed un inganno, che secondo lui durava già da molto tempo, e Gesù mostrò invece che non aveva timore d'immolarsi, anzi lo bramava, e per questo permetteva che egli avesse consumato il suo tradimento.
Dopo di questo, Giuda uscì definitivamente dal cenacolo.
Riordinando gli avvenimenti così, come del resto è logico, rimane assodato senza alcun dubbio, che Giuda partecipò all'Eucaristia, e che ebbe anche il Sacerdozio benché, dolorosamente, sia stato sacrilego e profanatore.
L'unica difficoltà che si può opporre alla presenza di Giuda nell'istituzione dell'Eucaristia è il fatto che san Matteo premette ad essa la denunzia del traditore (26,22-25). Ma san Matteo suole raggruppare in uno i fatti e le circostanze dei fatti di una stessa natura e, parlando del primo accenno di Gesù ad un traditore, parla subito dopo della denunzia esplicita del traditore, che avvenne dopo l'istituzione eucaristica. E penosissimo certamente pensare che il banchetto dell'amore e della vita sia stato profanato dal traditore; il cuore desidererebbe quasi contorcere il cammino storico dei fatti per non ammetterlo, tanto ripugna; ma è un fatto innegabile che dolorosamente inaugurò la passione eucaristica di Gesù sugli altari, e la serie sterminata delle ingratitudini che avrebbe avuto dagli uomini. In quel sacro luogo dove era sintetizzata la storia del passato e quella futura, non mancò neppure la triste rappresentanza dei sacrileghi e dei sacerdoti indegni!
Don Dolindo Ruotolo