giovedì 7 agosto 2014

07.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 16 par. 5-7

5. Il fondamento saldo della Chiesa: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa
Gesù, all'elogio fatto a san Pietro, fece seguire la promessa di un regno di nuovo genere dicendogli: Ed io dico a te che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell 'inferno non prevarranno contro di lei.
Nell'aramaico, la lingua usata da Gesù Cristo, non c'è differenza di genere tra il nome proprio Pietro e il nome comune pietra, ma l'uno e l'altro si esprimono con la parola kefas che significa rupe, macigno, perciò è chiarissimo dal contesto medesimo che Gesù volle esplicitamente riferirsi a san Pietro come a fondamento della sua Chiesa. Egli non additò se stesso, come dicono i protestanti, perché questo gesto non risulta in nessun modo dal testo e dal contesto, ma parlò a san Pietro proprio come al futuro fondamento saldissimo della Chiesa. Le sue parole nella lingua nella quale furono pronunziate equivalgono a questo: Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa; non parlò, dunque, di altri che di Pietro e, promettendogli di farlo capo e fondamento del suo regno, gli promise la forza di soprannaturale difesa, la giurisdizione giudiziaria e il potere della sanzione.
Pietro, dunque, doveva essere il capo della Chiesa non per onore, ma il capo difeso da invisibili eserciti, il capo che
comanda e sanziona, ed alla cui voce risponde il cielo, cioè la potenza di Dio.
6. Il Papa, capo della Chiesa di Cristo
Gesù Cristo non poteva in una maniera più completa e sintetica annunziare e promettere la suprema autorità del Papa nella Chiesa.
Le porte dell'inferno cioè le potenze infernali, non potranno prevalere contro la Chiesa, che è il nuovo popolo di Dio, proprio perché Essa avrà un unico capo e sarà sorretta dalla compagine dell'unità. Dire che le porte dell'inferno non prevarranno è lo stesso che annunziare la guerra che le infernali potenze faranno alla Chiesa, e la vittoria sua in ogni tempo fino alla consumazione dei secoli, poiché essa non potrà mai morire.
Come è ammirabile la luminosa laconicità delle parole di Gesù Cristo e come sintetizzano la natura e la storia della sua Chiesa e della potestà del Papa! D'allora ad oggi nessuno potrà negare che esse si siano avverate, e che tra il fluttuare delle umane vicende siano rimasti sempre incrollabili la Chiesa e il suo Capo! Dopo la risurrezione Gesù donò a san Pietro ciò che gli aveva promesso (Gv 10 e 11), e i poteri che gli diede, riguardando un'istituzione immortale, dovevano di necessità trasmettersi ai successori.
San Pietro, nominato sempre il primo in tutti i Vangeli, esercitò difatti la sua supremazia, come si vede chiaro negli Atti degli Apostoli. Egli dunque è il capo incontrastato della vera Chiesa. Del resto sarebbe assurdo il pensare che Gesù Cristo avesse potuto istituire un organismo, che è una vera società visibile, senza un capo visibile; se l'avesse fatto, avrebbe creato un regno diviso, destinato a perire come si dividono e periscono le sette che si distaccano dal* vicario di Gesù Cristo.
Oggi che l'onda limacciosa dell'ateismo e quindi della violenza tenta cancellare dalla faccia della terra ogni culto e ogni idea di Dio, i poveri protestanti invece di farsi seminatori di scandali e di discordie, devono sinceramente convertirsi al Signore e riunirsi alla sua Chiesa.
Se non lo fanno diventano, come già è avvenuto dove ferve la persecuzione contro la Chiesa, i cooperatori degli empi scelleratissimi e i manutengoli dei loro tenebrosi disegni.
Niente può sostituirsi alla Chiesa e nessuno può soppiantare il suo Capo augusto; solo la Chiesa vive delle ammirabili ricchezze di Gesù Cristo, e solo il Papa le trasmette in Lei quasi cuore e cervello di quell'organismo meraviglioso.
Chi s'apparta dalla sua autorità perisce come un organismo che ha i centri vitali paralizzati. La Chiesa e il Papa sono mirabili frutti della redenzione dai quali sbocciano tutti gli altri; chi li disprezza raccoglie la zizzania credendola grano, anzi raccoglie la rovina temporale ed eterna.
7. Gesù Cristo rimprovera san Pietro tentato da satana
Dopo la confessione solenne che san Pietro fece della divinità di Gesù Cristo sarebbe sembrato logico che quella grande verità fosse stata divulgata in mezzo al popolo; invece il Redentore comandò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che Egli era il Cristo. Il dirlo avrebbe attratto su di essi l'ira degli scribi e dei farisei, la quale, cogliendoli ancora impreparati, li avrebbe travolti. D'altra parte essi in quel momento avrebbero travisato la verità, aspettando, come tutti gli Ebrei, il regno trionfante del Messia ed avrebbero potuto provocare un movimento politico nel popolo per far proclamare re temporale il Redentore. Gesù Cristo volle prepararli a concezioni diametralmente opposte a quelle che essi avevano su di Lui, e cominciò a parlare loro della sua Passione e della sua futura
risurrezione. Gli apostoli non badarono tanto all'annunzio della risurrezione, e si sgomentarono della profezia delle lotte e delle pene.
San Pietro, proprio come capo allora allora proclamato, credette di intervenire con autorità e, preso in disparte Gesù, cominciò a rimproverarlo del discorso fatto, e ad annunziargli con una presuntuosa sicurezza che ciò che Egli aveva detto non doveva avverarsi di Lui e non si sarebbe avverato.
Era lo stesso che volere sconvolgere i piani della provvidenza, era lo stesso che voler impedire la redenzione: quelle parole erano una tentazione. Satana indusse Pietro a pronunziarle quasi per vendicarsi della confessione solenne che aveva fatta della divinità del Redentore, e per questo Gesù lo chiamò satana e lo scacciò lontano da sé.
Il suo amore fu immenso nell'annunziare la sua Passione, poiché gli tardava il momento di dare la vita per noi, e le parole inconsiderate di san Pietro gli ferirono il Cuore acceso d'infinita carità.
Sac. Dolindo Ruotolo

mercoledì 6 agosto 2014

06.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 17 par. 2-3

2. Un saggio della divina gloria di Gesù Cristo
Il programma proposto da Gesù ai suoi seguaci: rinnegarsi e prendere la croce, aveva dovuto abbattere non poco gli apostoli, e perciò Egli, nella sua carità infinita, volle sollevarne lo
spirito, con una manifestazione gloriosa, che doveva imprimersi nella loro mente per i giorni tristi che sarebbero venuti.
Partendo dai pressi di Cesàrea di Filippo, giunse alle falde di un monte che la tradizione individua nel Tabor, e presi con sé i suoi apostoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ascese alla sua cima, elevata a 780 metri sul lago di Genesaret ed a 400 sulla pianura di Esdrelon. Non prese con sé tutti gli apostoli, perché avrebbero fatto pubblicità inopportuna, ma volle solo tre testimoni affinché avessero potuto sostenere la vacillante fede negli altri apostoli, scossa dalla continua propaganda ostile degli scribi e farisei.
Dal modo come san Luca narra l'avvenimento, si rileva che dovette avverarsi nella notte (Le 9), Gesù era infatti salito sul monte per pregare, ciò che faceva di notte, e ne discese il giorno dopo, passando la notte sull'altura. Le tenebre e la solitudine dettero all'avvenimento un maggiore risalto. Il Redentore si mise in orazione, e si raccolse tutto nella gloria del Padre. L'anima sua attratta dalla divinità si trovò in piena visione beatifica, ed il corpo fu reso glorioso dalla luce divina. L'ineffabile purezza di quel Corpo divino non offrì neppure il più piccolo ostacolo alla luce eterna che tutto l'avvolgeva, lo penetrava e lo rischiarava, di modo che fu tutto luce e splendore. Il volto divenne come sole, in un'ineffabile espressione di gloria e le vesti per la gran luce che emanava dal corpo, si fecero bianche come la neve, o come dice il testo greco, come la luce. Era uno spettacolo grandioso, ineffabile che rapiva l'anima, e la trasfondeva tutta di pace, di godimento e di amore.
I tre apostoli, come nota san Luca, prima aggravati dal sonno, si svegliarono certamente allo splendore di quella luce divina, videro due personaggi che discorrevano con Gesù e per divina ispirazione riconobbero in essi Mosè ed Elia.
Furono presi da timore e subito dopo da una gioia interiore così grande che non sapevano esprimerla.
Psicologicamente, nelle grandi gioie che danno all'anima un senso di riposo e di raccoglimento, la fantasia s'accende e fa progetti per conservare o accrescere il benessere che si prova. Gli apostoli si voltarono intorno, videro giù le oscure valli e d'ogni parte le tenebre, ebbero orrore del mondo nel quale vivevano e pensarono subito di voler rimanere sempre in quella felicità.
Si scambiarono certamente delle parole, perché nelle grandi sorprese, ognuno crede che chi gli sta vicino non se ne dia conto abbastanza, e ci tiene a manifestare le proprie impressioni, e a tener desta l'altrui attenzione.
Scambievolmente si additavano lo splendore di quella gloria, e scambievolmente si dicevano di non volere ad ogni costo staccarsene, perciò san Pietro, parlando a nome di tutti, si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, è buona cosa per noi lo stare qui; se vuoi, facciamo qui tre tende, una per Te, una per Mosè ed una per Elia.
Egli non sapeva quello che dicesse, dice san Luca, e difatti le sue parole erano povere ed inceppate, come lo sono sempre in una grande emozione di gioia, ed innanzi ad una grande maestà. San Pietro avrebbe voluto dire tante cose e non sapeva quello che dovesse dire, voleva esprimere tanti progetti di stabile felicità, e non seppe proporre che l'erezione di tre tende. È profondamente psicologico, poiché nelle grandi emozioni, i progetti della fantasia quando si esprimono sfumano e di tutta una ridda d'immagini che sembrano grandiose, non rimane che l'espressione di un semplice desiderio rozzamente manifestato. I progetti della fantasia sfornano come un sogno che si dilegua e la parola diventa anche più povera non sapendosi adeguare a ciò che è già di per sé inafferrabile.
3. Questo è il mio Figlio diletto: ascoltatelo
Mosè ed Elia conversavano con Gesù, e come dice san Luca, parlavano della sua dipartita dal mondo tra i dolori amarissimi della Passione. Essi rappresentavano la Legge ed i Profeti, e parlavano del compimento di ciò che avevano predetto e figurato. Non è detto nel Vangelo se gli apostoli ascoltarono questi discorsi; è possibile, e in questo caso può credersi che san Pietro abbia proposto di rimanere stabilmente su quel monte non solo per conservare quella felicità, ma anche per sfuggire alle insidie di morte che si preparavano a Gesù Cristo. Egli non sapeva quel che dicesse, non potendo penetrare nel disegno del Signore. Avrebbe voluto dirigere gli eventi e prevenire quelli futuri, senza capire che doveva farsi guidare dalla parola del Redentore. Dio stesso perciò si degnò rispondere alle ansietà degli apostoli; una nube luminosa avvolse Gesù, Mosè ed Elia, e dalla nube che era segno della presenza di Dio, si sentì la voce placida, solenne e grandiosa del Padre che disse: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo. Non si trattava dunque di fare progetti, ma di seguire il Figlio divino e ascoltarlo. Quelle parole furono piene di tanta maestà, che i tre apostoli caddero bocconi per terra e furono presi da un grande timore. La sublime visione era terminata, e Gesù li scosse e li esortò a non temere. Essi alzarono gli occhi e videro solo Gesù, ritornato come prima, nelle sue umili apparenze.
Albeggiava e cominciarono a scendere dal monte, sorse anche il sole, ma quella luce dovette loro sembrare un'ombra di fronte a quella che avevano vista. Ferveva in loro il desiderio di raccontare l'accaduto e può supporsi che facessero uno speciale progetto di confondere gli scribi e farisei.
La loro fede infatti si era accresciuta, ed essi nel loro cuore l'avevano ora ben salda; si stupivano come gli scribi dicessero che prima del Messia doveva venire Elia, e ne domandarono
spiegazione. Gli scribi per dimostrare alle turbe che Gesù Cristo non era il Cristo, affermavano recisamente che doveva essere preceduto da Elia, secondo le profezie. Gli apostoli, certi oramai della verità, domandarono come gli scribi avessero potuto fare quella affermazione. Gesù Cristo, leggendo nei loro cuori l'ansia di parlare dell'avvenimento grandioso della trasfigurazione, lo vietò loro fino a dopo la sua risurrezione. La divulgazione di un fatto così importante, per il malanimo degli scribi e farisei, sarebbe servita solo ad aumentarne l'ostilità e li avrebbe resi maggiormente rei.
Ad essi come a gran parte del popolo, ignorante e prevenuto, sarebbe apparsa una fiaba, e si sarebbe così svalutato un dono di Dio. La parte del popolo che ci avrebbe creduto, si sarebbe abbandonata a dimostrazioni politiche, rendendo vano in tante anime il disegno di Dio, e concentrandole in una falsa aspirazione temporale. Gesù dunque volle che non se ne parlasse se non quando la gloria inoppugnabile della risurrezione l'avesse reso non solo credibile ma salutare per le anime.
Rispondendo poi alla domanda degli apostoli riguardante Elia, Gesù Cristo distinse due venute del profeta: una alla fine del mondo per restaurare tutto e vincere l'anticristo, e una mistica e simbolica in un grande santo, che avrebbe preparato a Lui la strada nello spirito di Elia. Questa seconda venuta s'era già realizzata in san Giovanni Battista, austero e forte come Elia, e martire come lui. Il popolo non lo riconobbe, e gli scribi e farisei lo ostacolarono in tutti i modi, come ostacolavano Lui stesso, tendendogli insidie e desiderandone la morte. Se non avevano riconosciuto il Battista, e non avevano ascoltato la sua voce, pur avendo essa tanto prestigio, come avrebbero potuto credere alla gloria della trasfigurazione?
In quel momento non c'era da pensare che alla passione e morte, unica via scelta dalla provvidenza per la redenzione degli uomini.
Sac. Dolindo Ruotolo

martedì 5 agosto 2014

05.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 14 par. 2-3

2. Scribi e farisei ipocriti!
Dopo il miracolo della prima moltiplicazione dei pani, dovette spargersi largamente la notizia di quel prodigio, e le voci dovettero giungere sino a Gerusalemme, all'autorità centrale. Così si può spiegare la missione degli scribi e farisei venuti da Gerusalemme. L'autorità suprema aveva dovuto fare un'inchiesta tra alcuni di quelli che avevano partecipato al pane miracoloso e, non potendo negare il fatto, s'era appigliata alle circostanze, secondo essa fuori legge, per svalutarne la portata soprannaturale. Si era preoccupata sopra tutto della omissione della lavanda delle mani prima e dopo il pasto, lavanda creduta così importante da equipararne la mancanza alla fornicazione, se omessa prima del pasto, e all'omicidio se trascurata dopo. Così si spiega la domanda degli scribi e farisei, e la risposta sdegnata di Gesù innanzi a tanta ipocrisia, che da sola era sufficiente ad impedire ogni via di vera virtù e di salvezza.
Si può supporre che gli apostoli non avessero nelle loro abitudini di omettere la lavanda di uso, ma che nella solitudine soltanto non ne avessero potuto tener conto per necessità; essi, infatti, si mostrarono sconcertati dalla risposta di Gesù, come si vedrà. Gli scribi e farisei generalizzarono quella supposta trasgressione, con l'animo di mostrare a Gesù come fossero fuori legge quelli che lo seguivano e domandarono in generale perché non si lavavano le mani quando mangiavano il pane, cioè quando desinavano. Essi stessi capivano che sarebbero apparsi ridicoli a fare quell'appunto per il pane mangiato nella solitudine. Gesù Cristo, di rimando, per far loro riflettere sulle intenzioni subdole che avevano, domandò loro perché trasgredissero impunemente i precetti di Dio.
Gesù che leggeva nei cuori citò un esempio della ipocrita trasgressione della Legge di Dio, che doveva avere riscontro nell'animo dei suoi interlocutori; forse essi stessi erano colpevoli di gravi mancanze contro i loro genitori.
Gli scribi e farisei, per sfuggire al dovere di aiutare e assistere i genitori nella necessità, erano ricorsi al sotterfugio di includere nell'offerta fatta a Dio quello che avrebbero dovuto dare ad essi, esimendosi così da ogni dovere. L'offerta fatta a Dio non poteva essere adibita ad altro uso, ed essi così, con una minima offerta al tempio, presumevano non solo di aver fatto il loro dovere, ma di aver posto a parte dei loro meriti i genitori.
Questa ipocrisia rendeva praticamente nullo il precetto di aiutare i genitori, e spesso avveniva che i figli, proprio quando erano in disaccordo con essi, ricorrevano a questo sotterfugio; perciò Gesù ricorda il precetto di non maledire il padre e la madre.
Con un argomento così forte il Redentore voleva persuadere il popolo della falsità degl'insegnamenti degli scribi e farisei e scuotere la coscienza di quei poveri traviati; perciò citò un passo d'Isaia (29,13) nel quale è stigmatizzata l'ipocrisia di un culto esterno senza dedizione vera a Dio, e di un culto fondato su prescrizioni umane, create dal proprio capriccio. La così detta santità legale, fatta tutta di abluzioni, di vane pratiche esterne e di scrupoli senza fondamento, impediva l'impegno per la vera santificazione dell'anima, perciò Gesù, chiamate a sé le turbe, disse con insistenza che non contaminava l'uomo ciò che entrava per la bocca, ma quello che ne usciva, cioè le parole empie e calunniatrici, e in generale ogni manifestazione esterna della miseria interiore del cuore.
Com'è chiarissimo dal contesto, Gesù non voleva condannare i digiuni e le astinenze prescritte dalla Legge, ma voleva distruggere quelle introdotte dall'arbitrio personale, e imposte come se fossero state esse sole il mezzo sicuro per salvarsi. Specificamente Gesù parlava del lavarsi o meno le mani prima e dopo del pasto come lavanda sacra, e stigmatizzava la presunzione farisaica di credere indispensabile una lavanda che tutto al più poteva essere un atto d'igiene o di pulizia.
Alle parole di Gesù i farisei si adirarono fortemente e dovettero anche fare delle minacce agli apostoli, i quali, intimoriti, ne parlarono al loro Maestro. Questi li rincuorò esortandoli a non temerli e, con evidente rammarico del suo Cuore, fece loro capire che quelli erano incorreggibili ed incapaci d'intendere la verità, perché erano come piante selvatiche ed infruttifere, che non s'erano fatte piantare dal Padre celeste, e perciò capaci solo d'essere un giorno sradicate e gettate al fuoco; erano ciechi che presumevano guidare altri ciechi e cadevano insieme nella fossa.
3. Ipocrisia e santità
Il parlare di Gesù era sembrato ardito agli stessi apostoli, i quali dovettero pensare che egli non avesse tenuto conto dei precetti di Mosè, riguardanti la diversità dei cibi; perciò san Pietro, a nome di tutti, gliene domandò spiegazione. La domanda fu fatta con una certa politica, chiedendo spiegazione non tanto delle parole, che erano chiare, ma indirettamente del come conciliarle con la Legge.
Evidentemente gli apostoli avevano subito per poco l'influenza delle parole dei farisei ed erano scossi, perciò Gesù, addolorato, rispose con vivacità: Siete anche voi privi d'intelligenza? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa per il ventre e finisce nella fogna? E voleva dire: Io vi parlo di ciò che si mangia comunemente, poiché la questione dei farisei riguardava solo questo, e vi parlo di una pretesa legge, imposta dalla loro ipocrisia.
Essi badano a lavarsi le mani e non badano a purificarsi il cuore e la bocca, pieni di astio, di menzogne, di calunnie e di delitti.
Con le sue parole severe all'indirizzo di una giustizia superficiale ed ipocrita, Gesù apriva la via ad una nuova santità e perfezione, a quella interiore, frutto di amore vero verso Dio. Mettendo come fonte di ogni malvagità il cuore, Egli diceva indirettamente che il cuore doveva essere il centro di ogni perfezione per le ascensioni dell'amore. Il portamento esteriore doveva essere solo come lo splendore esterno della santità interna, frutto di grazia e non già frutto della preoccupazione orgogliosa di voler apparire santi al cospetto degli uomini.
Per questa nuova via sono passati tutti i santi della Chiesa; essi anzi ebbero premura di apparire poveri di ogni virtù e degni di disprezzo, e rifuggirono dalle lodi degli uomini come si rifugge da un'atmosfera appestata. È questo un fondamento importantissimo della vera perfezione, poiché è tanto facile nelle vie del bene che prenda il sopravvento la vanità spirituale, e che l'anima si preoccupi più di quello che è apparenza che di ciò che è sostanza. L'osservanza delle leggi esterne e delle restrizioni che esse ci pongono dev'essere esatta, ma non deve diventare l'unica meta del nostro dovere, poiché è il cuore principalmente che deve vivere di Dio.
Sac. Dolindo Ruotolo

lunedì 4 agosto 2014

04.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 14 par. 4-7

4. La tempesta del lago e la presenza di Cristo Gesù
Al miracolo grandioso della moltiplicazione dei pani, come si rileva da san Giovanni (6,15), il popolo fu preso da tale entusiasmo, che pensò di proclamare Re Gesù Cristo. L'idea di un Messia politicamente potente, radicata nella mente di tutti, e il pensiero di un Re che avrebbe potuto provvedere alle necessità temporali della vita senza sforzo, eccitarono il popolo a voler senza indugio inaugurare un regno di benessere materiale.
Il popolo in quel momento faceva capo agli apostoli, che allora non erano immuni dal comune pregiudizio di un Messia glorioso, e perciò Gesù ordinò loro di passare all'altra riva del lago, mentre Egli licenziava le turbe. L'amor suo non poteva non rispondere agli atti di fiducia e di riconoscenza delle turbe, e chi sa quante parole dolcissime dovette dire, e quante benedizioni dovette dare a ciascuno di quelli che gli tendevano le mani. Egli doveva anche sentire compassione per quella gente che si entusiasmava tanto per un beneficio temporale. Mai come in quel momento avevano avuto una manifestazione di fede più clamorosa, e mai questa fede era stata più meschina, tutta ristretta nelle cose fugaci della terra!
Licenziato il popolo, Gesù salì sopra di un monte per pregare, mentre annottava; era la seconda sera. Gli apostoli erano lontani nel lago e, poiché il vento era contrario, la loro barca, sbattuta dai flutti, non riusciva a prendere terra. Era la quarta vigilia della notte, cioè erano le tre del mattino.
Gli apostoli erano stati quasi tutta la notte alle prese con la tempesta, e forse avevano rivolto il pensiero a Gesù, per implorarne il soccorso. Gesù ascoltò il loro gemito e venne in loro soccorso camminando sulle acque. Discendeva dal monte dove aveva pregato tutta la notte e, in quella sublimissima orazione il suo corpo attratto dall'estasi dell'anima, s'era fatto leggerissimo, molto più di quello che non avvenga nei santi rapiti in alto. Scese dal monte dunque come in volo, e camminò sulle acque non già rendendole solide con un miracolo, ma sorvolandovi sopra per l'altissima estasi della sua orazione. La sua andatura veloce, quasi come nube che passa, giustificò l'impressione degli apostoli che lo credettero un fantasma. Essi gridarono per lo spavento, ma Gesù li rassicurò dicendo: «Abbiate fiducia, sono io, non temete». Era distante dalla barca, com'è chiaro dal contesto, e forse il medesimo vento contrario sospingeva lontano il suo corpo fatto leggero.
5. Lo slancio di san Pietro
Nell'impeto dell'amore san Pietro gridò: Signore, se sei tu, comandami di venire a Te sulle acque. Non voleva far saggio di un'acrobazia marina in quel momento di angosciosa tempesta; gridò per assicurarsi della verità, sentì che egli doveva confermare nella verità i suoi compagni. Gesù gli disse: Vieni. Pietro a quella parola di comando che ordinava il mare ai suoi passi e ne formava per lui una via, si gettò dalla barca senza pensare più a quel che faceva. L'impeto dell'amore lo aveva tratto in estasi, e il suo corpo s'era fatto leggero come quello di Gesù. Dio non fa opere superflue, e negli stessi miracoli usa un'economia mirabile utilizzando le cause seconde da Lui create. Non c'era bisogno di solidificare le acque, quando Gesù, attraendo l'anima di Pietro nel suo amore, poteva con un'estasi renderlo leggero. Il contesto medesimo ce lo fa arguire.
Nelle estasi, infatti, si sa che il corpo levato da terra è così leggera che un soffio può farlo dondolare nello spazio. San Pietro, fatto leggero dall'amore, si slanciò, ma vedendosi investito dal vento e come travolto proprio per la sua leggerezza, temette, si concentrò in sé, uscì dall'estasi di amore, ridiventò pesante, cominciò a sommergersi. Vedendosi nel pericolo, gridò a Gesù: Salvami! E Gesù, stesa la mano, lo prese, lo rimproverò dolcemente della poca sua fede, e con lui salì nella barca. Subito il vento si quietò e gli apostoli stupefatti adorarono Gesù confessandolo per vero Figlio di Dio. Approdarono così facilmente sul far del mattino alla terra di Genesar o Genesaret, dove concorse gran turba di ammalati che al solo toccare il lembo della sua veste, furono sanati.

6. Nel mirabile cammino della Chiesa e dell'anima
La Chiesa ha un cammino di angustie e di tempeste, e può dirsi che naviga di notte dopo che Gesù ascese al cielo dal monte degli Ulivi, per pregare per Lei. Ha il vento contrario, poiché tutte le forze umane e diaboliche le sono coalizzate contro, e sembra ad ogni momento che possa essere sommersa dalla tempesta. Ma quando la notte è profonda, quando ogni speranza di approdo alle rive della pace, all'orto del Principe, Genesaret, alla casa del suo Re trionfante sembra preclusa, Gesù viene a Lei camminando sulle acque, cioè nella medesima tempesta e in un apparato di tempesta da Lui dominata. Viene in una manifestazione straordinaria di amore, ed è scambiato per un fantasma, perché gli stessi elementi della Chiesa temono della sua manifestazione di amore. Questo avviene nella quarta vigilia, quando sta per terminare la notte del tempo, negli ultimi giorni della chiesa, quando la tempesta s'inasprisce contro la sua barca.
7. E Pietro riconosce il Signore
È Pietro che riconosce il Signore, è il Papa che in un atto di umile fiducia intende che non è un fantasma, cioè un frutto di pericolose fantasie l'opera dell'amore, e per primo si slancia verso Gesù, domandandogli il segno della verità nel poter Egli stesso superare la tempesta. Il Papa, benché con quell'esitanza che gli darà quasi l'impressione di inabissarsi in un gorgo d'illusioni, farà conoscere la grande manifestazione dell'amore di Gesù, ed allora la Chiesa approderà nel lido della pace, e i popoli infermi al contatto della sua vita, di Lei che è come l'inconsutile veste del Redentore, saranno risanati. Prima la moltiplicazione del Pane eucaristico, fatta dall'amore di Gesù, poi la tempesta spaventosa, poi il riconoscimento di Gesù da parte di san Pietro, e subito la tranquillità, il sereno, la guarigione delle infermità del mondo al contatto della Chiesa.
Gesù Cristo moltiplicò i pani dandoli agli apostoli perché li avessero distribuiti al popolo; era logico che avesse fatto così, data la grande calca di gente. Nella Chiesa Egli opera alla stessa maniera moltiplicando il Pane eucaristico: lo dà col suo amore, e ne affida ai sacerdoti la distribuzione. Dopo la moltiplicazione del pane materiale il popolo pensò di proclamare Re Gesù Cristo, ed Egli si appartò sul monte, solo; ma dopo la moltiplicazione del Pane eucaristico non si apparta, anzi si mostra e trionfa, perché allora è acclamato Re di tutte le genti. Nella tempesta la Chiesa griderà a Lui ed Egli, sedatane la furia, approderà a Genesar, all'orto del Prìncipe, cioè alle nazioni prima apostate da Lui, e le risanerà al contatto della sua vita eucaristica, attraverso le sante specie, che quasi vesti lo avvolgono e lo nascondono.
Giovanni fu decapitato da Erode, sobillato da Erodiade; Erode ed Erodiade, rappresentanze della carne che insorge contro lo spirito e perde la testa.
L'anima è decapitata, per così dire, dalla irruenza dei sensi e, per il diletto di un momento, perde la felicità della vera vita. Per vivere deve seguire Gesù nelle altezze e cibarsi del Pane di vita, per vincere nelle tempeste deve gridare a Gesù, e non crederlo un fantasma, ma correre a Lui anche tra i flutti delle più oscure tribolazioni.
Gesù è vita, fuori di Lui non si può avere che tempesta, spavento e orrore.
Andiamo dunque a Lui Sacramentato, noi che abbiamo la sorte di averlo vivo e vero fra noi, e gridiamogli con la voce di san Pietro e degli apostoli: Salvaci tu, o Signore!
8. Per il mondo, oggi, Gesù è un fantasma!
E triste il constatare che il mondo, agitato dalle tempeste formidabili dell'ora presente, stimi Gesù un fantasma, e lo rinneghi quando dovrebbe tendere a Lui le mani. Le aberrazioni del razionalismo, del razzismo e dell'apostasia atea tentano mostrare il Cristo come un fantasma, contro il quale alzano le grida i popoli oppressi dalle tenebre, quasi che Egli fosse un pericolo per la prosperità degli Stati. Eppure non c'è pane senza di Lui che lo dona con la sua provvidenza, non c'è pace senza di Lui che la ridona col comando della sua Legge, non c'è sanità senza di Lui che la ridona alle anime col contatto del suo Corpo e del suo Sangue, e col contatto con la sua Chiesa.
Nel vociare dell'apostasia che stima Gesù un fantasma, Pietro, il Papa, si slancia verso di Lui con la fede di chi crede alla sua parola, e in questo slancio di fiducia lo attira nuovamente nelle nazioni, lo introduce nella pericolante barca, e riconduce il mondo alla pace.
Questa è la nostra speranza, questa è la nostra sicura aspettativa!
Sac. Dolindo Ruotolo

domenica 3 agosto 2014

03.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 14 par. 3

3. La misericordia e la potenza di Gesù Cristo nella moltiplicazione dei pani
I discepoli di san Giovanni, saputo della morte del loro maestro, andarono a rilevarne il corpo per seppellirlo. Che impressione penosissima dovette loro fare quel tronco inanimato, che portava ancora le stimmate della penitenza e delle sofferenze della prigione! Col corpo raccolsero anche il sangue raggrumato sul pavimento; Napoli ne conserva un'ampolla che miracolosamente si liquefa nella festa del santo.
Erode aveva sentito parlare dei miracoli strepitosi che operava Gesù, e siccome, evidentemente, aveva ancora ne 11'animo il rimorso del delitto commesso, giacché in fondo stimava Giovanni, pensò che il Redentore fosse lo stesso Battista risuscitato da morte e dotato di un'arcana virtù. Quest'opinione correva anche sulla bocca del popolo e può credersi che Gesù, per evitare qualche dimostrazione, si sia ritirato in luogo appartato e deserto. Egli volle così togliere ad Erode e ad Erodiade ogni pretesto per impedirgli con la forza l'apostolato, e perciò, probabilmente, si ritirò sulla riva orientale del lago di Genesaret, nella tetrarchia di Filippo.
Il popolo, però, si accorse della direzione che prendeva la barca sulla quale Egli traghettava, e per terra, a piedi raggiunse di corsa quel luogo, richiamando altra gente col suo stesso affollamento. Gesù, smontato dalla barca, si vide d'intorno una grande moltitudine, e fra essi molti infermi; il suo cuore si commosse a quello spettacolo di fede, e guarì i loro infermi, annunziando poi la divina parola. La folla pendeva dal suo labbro, e non si curava della necessità di procacciarsi del cibo; quelle istruzioni di vita eterna la saziavano, e le ore si succedevano alle ore senza stancare.
Gli Ebrei distinguevano due sere: la prima dalle ore tre alle sei dopo mezzogiorno, e la seconda dal tramonto del sole agli ultimi bagliori del crepuscolo. Si era già nella prima sera, e gli apostoli si preoccuparono di quella gente che, venuta da città e paesi anche lontani, non avrebbe potuto trovare da mangiare se fosse sopravvenuta la seconda sera; perciò si avvicinarono a Gesù e lo pregarono di congedare le turbe.
Il Redentore rispose che non avevano bisogno di andarsene, e che essi stessi avessero dato loro da mangiare. Egli provava la loro fede, e voleva costringerli a constatare il miracolo che stava per operare. Essi, infatti, poterono vedere che non avevano che cinque pani e due pesci, provvista assolutamente irrisoria per quel popolo di cinquemila uomini, oltre le donne e i fanciulli.
Gesù Cristo ordinò che gli venisse portata quella modestissima provvista, ed esortò il popolo a sedere sull'erba come in convito. Con questi due gesti cominciava a porre quasi il fondamento remoto del miracolo; ordinando quel poco cibo a quella turba immensa, Egli, onnipotente Signore, già comandava indirettamente a quel cibo di crescere, come ordinando il granello al sostentamento degli uomini gli dà la forza di crescere e moltiplicarsi nella terra. Quando istituì l'Eucaristia, dicendo sul pane: Questo è il mio corpo, lo transustanziò nel suo corpo, non potendo la sostanza del pane reggere a quel comando di onnipotenza, e transustanziandolo lo moltiplicò mirabilmente, saziando le turbe di tutti i secoli.
Presi i cinque pani e i due pesci, Gesù alzò gli occhi al cielo, per mostrare con questo gesto che operava per virtù divina; benedisse i pani e i pesci con la sua mano per mostrare che Egli era la potenza divina che li moltiplicava; li spezzò per ordinare quel cibo alle turbe, e li diede ai discepoli, affinché essi li avessero dati alle turbe. Tutti mangiarono e furono saziati, e si raccolsero gli avanzi in dodici ceste piene. Dunque non poté essere una suggestione, giacché gli avanzi numerosi mostravano che il popolo aveva realmente mangiato.
Il miracolo si operò col crescere portentoso del pane e dei pesci a misura che erano spezzati, così come cresce il grano nella terra e crescendo si moltiplica. Nelle mani di Gesù quel cibo era come una semente, ed aveva una forza germinativa immediata. Si può domandare solo se questa forza fu comunicata ad un solo dei cinque pani o a tutti e cinque, cioè se Gesù spezzò prima i quattro pani integralmente e poi moltiplicò il quinto. Crediamo più probabile che li moltiplicò tutti e cinque, ordinandone ciascuno ad uno dei raggruppamenti di popolo, e così pure crediamo che sia avvenuto dei pesci.
Gesù guardava in quel momento un popolo più numeroso, il popolo delle cinque parti del mondo, che seguendolo avrebbe avuto fame di Lui; distribuendo il pane il suo Cuore amorosissimo pensava alla distribuzione Eucaristica che avrebbe riempito la terra, e nei due pesci guardava l'immagine di se stesso, immolato per saziarci e donarci la vita. Certo fin dal primo secolo della Chiesa le pitture catacombali identificarono il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci col miracolo eucaristico; questo ci farebbe supporre che Gesù Cristo stesso abbia allora manifestato il desiderio di voler compiere un miracolo più grande, donandosi come cibo. In quel momento donò il pane della sua benedizione; dopo nell'ultima cena, donò se stesso nel pane della benedizione.
Erode aveva dato la morte al Precursore, ed Egli, allontanandosi dal luogo della morte, aveva alimentato la vita ed aveva con ciò promesso la vita.
Erode aveva spento una vita santa ed Egli, dando al popolo la vita, aveva annunziato in un simbolo quella vita mirabile che avrebbe data alle anime, come capo della nuova umanità.
Noi facciamo delle congetture, ma non si può dubitare che Gesù nell'operare quel miracolo abbia avuto fini altissimi di amore. Egli nutrì il popolo con una potenza di amore immenso, più che mamma che allatta il suo piccino, e la sua carità avvolse tutta quella moltitudine. Era una lezione profonda che confermava le sue parole: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato per sovrappiù, era un avviso ai popoli che il loro benessere materiale non viene dalle ideologie fallaci dei mestatori, ma dalla Chiesa, che sola ne tutela le esigenze giuste e sobrie. Nella Chiesa vive e si dona Gesù, e solo seguendolo nelle altezze della fede si riceve quella benedizione che moltiplica quello che è necessario alla vita.
Sac. Dolindo Ruotolo

sabato 2 agosto 2014

02.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 14 par. 2

2. L'orribile delitto di Erode Antipa nella morte del Battista. La degradazione dei balli
Erode, detto anche Antipa, era figlio di Erode, detto il Grande, e fratello di Archelao e di Filippo. Nella divisione del regno paterno gli era toccata la Galilea e la Perea, che governò come tetrarca, cioè come principe. Sposò prima la figlia di Areta, re dei Nabatei, e poi, ripudiatala, prese in moglie, contro ogni legge, la consorte di suo fratello Filippo, chiamata Erodiade, la quale era anche sua nipote. Per questo incestuoso adulterio fu rimproverato più volte, pubblicamente, come può supporsi, da san Giovanni Battista, il quale gli disse apertamente che non gli era lecito avere la moglie del proprio fratello. Egli, sdegnato ed anche sobillato da Erodiade, imprigionò il Battista, e l'avrebbe ucciso se non avesse temuto l'ira del popolo che lo stimava come un profeta.
La prigione dove lo rinchiuse si trovava a Macheronte nella Perea, all'Est del Mar Morto, fortezza che si elevava su di un monte alto 764 metri sul Mediterraneo, e 1.150 sul Mar Morto, circondata all'intorno da profonde valli.
Nel giorno natalizio di Erode si tenne a corte una gran festa, e in questa si esibì a ballare la figlia di Erodiade, chiamata Salomè. La danza piacque ad Erode, già preso dai fumi del vino, ed egli promise alla giovane con giuramento di darle qualunque cosa gli avesse domandato. Salomè andò a consultarsi con la madre e, insinuata da lei, domandò di avere allora stesso in uno dei piatti della mensa, la testa di Giovanni Battista. E terribile il solo pensiero di una così crudele domanda, fatta, per di più, nell'esultanza di un banchetto regale. Erode medesimo, pur essendo abituato alla crudeltà, ne fu rattristato, ma credette doveroso per un re non ritirare il giuramento fatto, e temette scapitare di autorità innanzi ai convitati mostrandosi umano, di modo che mandò allora stesso a decapitare san Giovanni nella prigione, e ne fece portare il capo alla fanciulla, la quale lo diede alla madre.
In poche parole semplici il Vangelo racconta questo fatto oltremodo truce, perché la stessa semplicità del racconto ne mostra tutta l'efferatezza. La festa evidentemente si celebrava in Macheronte stesso, nel grande palazzo che Erode il grande aveva fatto edificare per sé; tripudiava la corte scellerata, e gemeva l'innocente nel tenebroso carcere; ballava la giovane lasciva, e come premio domandava la sanguinante testa del profeta; in mezzo all'esultanza di un giorno natalizio appariva la morte, e quel giorno che avrebbe dovuto essere di regali elargizioni divenne giorno dell'efferata ed ingiusta condanna di un santo!
La fanciulla che avrebbe dovuto portare fiori alla festa vi porta la testa sanguinante di un Martire, e l'offre alla madre quasi dono smagliante del regale banchetto.
Erode continua a gozzovigliare e i suoi cortigiani continuano ad abbrutirsi, eppure quelle sale erano macchiate del sangue di un giusto! È difficile immaginare in un solo delitto un cumulo di tante scelleratezze! Ecco dove può condurre l'impurità, ed ecco di quali eccessi può essere capace una donna precipitata negli abissi della colpa! Erode era pessimo, eppure non giunse ad uccidere il Battista se non quando una donna perversa, lo spinse al crudele delitto!
Nella via del cielo non c'è un ostacolo più terribile quanto la passione impura, perché l'impurità è il capovolgimento delle aspirazioni dell'uomo: invece di tendere in alto, l'uomo tende in basso, verso l'abisso della carne; invece di cercare l'amore eterno, cerca l'amore sensuale, e si abbrutisce nei suoi desideri insaziati; in luogo di cercare la luce della Verità eterna, cerca le tenebre delle illusioni; s'agita, si confonde, decade, perde ogni delicatezza, diventa duro di cuore, insensibile al bene, incapace di compassione e di carità, empio verso Dio dal quale rifugge, e verso il quale concepisce persino sentimenti di avversione. È necessario custodire la purezza con estrema delicatezza, se si vuol conservare all'anima lo slancio del suo volo verso Dio e i beni eterni; bisogna fuggire le crapule e gli spettacoli mondani, nei quali si annida tanto spesso la morte di ogni delicato desiderio.
Quelli che s'illudono che ogni ballo possa rappresentare un'arte e possa essere, praticamente, immune da degradazione, guardino nel piatto ferale la testa recisa del Battista, e pensino che quel capo sanguinante è anche un simbolo della diminuzione della propria dignità cristiana, e ricorda quasi, diremmo, agli incauti, che è proprio la testa equilibrata e santa che è colpita a morte in certi balli, dai quali non si esce mai col capo a posto. Se si pensa poi alla degradante miseria morale dei balli moderni, nessuno potrà sconvenire che essi sono tribunali di delitto, dove si condanna a morte la purezza e la santità e dove è proprio il piacere delle movenze lascive che pronunzia questa infame sentenza.
Certe cose non possono coonestarsi con pretesti artistici; se si potesse vedere la turpitudine interna che si genera nell'anima mentre s'impazzisce nei ritmi delle danze, se si potesse scorgere la rovina, diremmo, dell'estetica spirituale, nessuno oserebbe parlar bene dei balli in nome dell'estetica. A confessione di persone, per nulla sospette di scrupoli, il corpo umano diventa un richiamo di erotismo e di abbrutimento nelle sue movenze ritmiche anche moderate; figuriamoci che cosa diventa quando col pretesto ritmico si martellano i sensi perché s'accendano di fiamme invereconde!
Sac. Dolindo Ruotolo

venerdì 1 agosto 2014

01.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 13 par. 13-14

13. Gesù a Nazaret
Dopo aver terminato le sue istruzioni, Gesù se ne andò nella sua patria, cioè a Nazaret, dov'era stato cresciuto. Egli non aveva potuto ricevere a Cafarnao la Madre, come si disse nel capitolo precedente, ed andò a Nazaret per mostrarle il suo tenero amore. Il Vangelo non lo dice espressamente, ma si può rilevare dal contesto medesimo, giacché Gesù non avrebbe avuto ragione di andare a Nazaret, città nella quale sapeva che diventava inutile la sua predicazione, e dove non era solito recarsi. Forse fu la stessa sua Madre a pregarlo d'insegnare nelle sinagoghe, ed Egli lo fece, pur non potendo operarvi miracoli a causa dell'incredulità dei suoi concittadini. L'unico frutto che questi ricavarono dalla sua parola, fu una meraviglia grande per la dottrina che mostrava di possedere, pur non avendo studiato.
Erano abituati a conoscerlo nel suo nascondimento, come il figlio di falegname; Egli non aveva dovuto fare grandi opere esterne nella sua dimora in città, e perciò maggiormente si stupivano nel vederlo circondato da molti discepoli che pendevano dal suo labbro. La loro ammirazione però non era frutto di riconoscimento ma d'incredulità, giacché ad essi sembrava impossibile che il figlio del falegname avesse potuto elevarsi a tanta altezza; perciò ricordarono che Egli aveva per Madre Maria, umile e povera donna ai loro sguardi, e per parenti poveri operai e povere donne. Essi chiamavano a nome i suoi parenti, designandoli come fratelli, perché, come si disse, si usava chiamare fratelli e sorelle i parenti più prossimi. Li chiamarono per nome per dispregiarli: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, quasi per dire: Com'è possibile che faccia da maestro in Israele colui che è così insignificante, da avere simili parenti? E come potrebbe essere il Cristo, Re e dominatore, il figlio di un fabbro?
14. La questione dei parenti di Gesù
L'avere essi elencati per nome quelli che chiamavano fratelli del Signore tronca radicalmente l'empia supposizione dei protestanti e degli eretici, i quali si appellano in mala fede ai passi dei Vangeli nei quali si parla dei fratelli ossia parenti di Gesù, per bestemmiare contro l'intemerata verginità di Maria dopo il parto divino.
San Matteo nomina tra le donne che assistettero alla Passione di Gesù Cristo Maria madre di Giacomo, e di Giuseppe (27,56); questa da san Giovanni viene detta moglie di Cleofa e sorella della Madre di Gesù (19,25). Da questo appare chiarissimo che Giacomo detto da san Marco il minore (15,40) e Giuseppe ebbero una madre diversa da quella di Gesù. L'antichità, oltre Giacomo figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni, non ha conosciuto altro Giacomo che il figlio di Cleofa, detto anche Alfeo, e di Maria sorella di Maria Santissima sempre Vergine; egli quindi era cugino di Gesù come lo erano pure i suoi fratelli Giuseppe e Giuda (Gd 1,1) e Simone anch'egli figlio di Cleofa, secondo Egesippo. La lingua ebraica, poverissima di vocaboli esprimenti i vari gradi di parentela, non ha un termine corrispondente alla parola cugino, e per questo usa in senso più largo la parola fratello. Sono numerosi nella Sacra Scrittura simili esempi (Gen 13,8; 14,14-16; 19, 12-15; Nm 16,10, ecc.). La versione greca dei LXX ha tradotto quasi meccanicamente la parola ebraica ach per fratello, perché era quella usata per indicare i gradi più prossimi di parentela; né diversamente hanno fatto gli autori del Nuovo Testamento che, pur quando hanno scritto in greco, hanno pensato in aramaico e in ebraico.
Quello che si è detto relativamente a fratello, deve pure applicarsi a sorella, il che rende assai difficile determinare quale grado di parentela vi fosse tra Maria Santissima e la madre di Giacomo e dei suoi fratelli. Probabilmente le due madri erano semplici cognate, spose di due fratelli: Giuseppe e Cleofa. A Maria Santissima fu assegnato uno sposo nella sua parentela, proprio perché doveva essere unica figlia ed unica erede. Del resto Maria Santissima in nessun luogo è presentata come madre di Giacomo e dei fratelli di lui, ma sempre e solo come Madre di Gesù. Questi sulla croce l'affidò a Giovanni, il che sarebbe inconcepibile se Gesù avesse avuto dei fratelli veri e propri, ed affidò a Lei san Giovanni dicendole: Ecco il tuo figlio e non un tuo figlio, manifestando così chiaramente che non aveva altri figli (cf. Sales, San Matteo, pag. 63, nota).
È assurdo supporre che Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e vero Figlio di Maria Santissima abbia potuto avere altri fratelli; solo chi non intende il privilegio altissimo di Madre di Dio può farneticare in simili ipotesi sommamente blasfeme contro Maria Santissima e contro lo stesso Gesù Cristo. Se questi avesse avuto dei fratelli, essi avrebbero dovuto avere, diciamo così, una certa relazione con l'incomunicabile ed eterna generazione del Verbo, poiché Gesù Cristo, anche in quanto uomo, era unico Figlio di Dio, concepito per opera e virtù dello Spirito Santo. Egli venne in terra per renderci tutti figli di adozione del Padre, ma la sua dignità divina non avrebbe potuto essere condivisa da nessuno. Si può anche dire che la sua infinita delicatezza non avrebbe potuto permettere che la Vergine Santissima, arricchita di un Figlio Dio, avesse potuto avere un figlio puro uomo, infinitamente inferiore. Se Isacco ed Ismaele non poterono stare insieme, come avrebbero potuto stare insieme due figli infinitamente distanti? La figliolanza numerosa è onore della madre; Maria però, generando il Verbo Incarnato, aveva avuto tale onore, che non poteva essere accresciuto ma offuscato da altri figli. Essa ci ha accolti tutti come figli di adozione e lo ha fatto perché eravamo stati adottati dal suo divin Figlio, ed eravamo parte del suo Corpo mistico.
I poveri protestanti rinnegano la maternità universale di Maria e pretendono, senza il più piccolo fondamento, attribuirle una maternità che le riuscirebbe di obbrobrio. Sarebbe, infatti, obbrobrioso al sommo che la sposa del Re diventasse contemporaneamente la sposa del servo, o che la madre del Re fosse contemporaneamente la madre naturale dello schiavo o peggio del nemico del Re. Se una regina, dopo aver generato il principe glorioso, discendesse dal trono, ed avvilita fra le serve, generasse un mostriciattolo o addirittura un bruto, mostrerebbe in se stessa un'anormalità mille e mille volte inferiore a quella che sarebbe nella Madre di Dio la generazione di un uomo, o peggio quella di un uomo macchiato di colpa.
Tu, o Maria, Mamma nostra dolcissima, potevi avere solo noi, poveri peccatori, come tuoi figli di adozione, perché tu generasti e donasti al mondo il Redentore proprio per salvarci. Gesù Cristo, assegnandoti come Madre di noi tutti, ti diede nuovi tesori di grazie che ti elevarono, e ti sublimò fino all'altezza di corredentrice. Tu ci generasti come Gesù ci redense, e la tua figliolanza mistica non fu l'obbrobrio tuo ma il trofeo della tua grandezza. Solo chi non conosce la bellezza tua che è come sole che ti riveste, può immaginare che, dopo esserti ammantata di luce eterna, avessi potuto ammantarti contemporaneamente della fosforescenza fioca di una generazione naturale, che è più frutto di miseria putrescente anziché di vera grandezza e di vera luce!
Sac. Dolindo Ruotolo