4. Credere attivamente osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo
Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime infatti la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica, o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso. La pietà vera è via, verità e vita', è via che ci conduce a Dio ed all'eternità, è fondata saldamente sulla verità divina, ed è vita di Gesù Cristo. La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, sebbene Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo.
Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi comandamenti, e per far questo è necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro mediatore presso Dio come Verbo Incarnato, e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce; voi però lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi. Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore,colui che dà l'impulso; ora Gesù Cristo era per gli apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana, l'avvocato come dice san Paolo perché mediatore loro presso Dio, il consolatore perché effondeva in loro il balsamo della sua carità, l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro, l 'esortatore come Maestro divino, l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli quindi, come primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo, e dovendo lasciare gli apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra persona della Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro intimamente, e nella Chiesa ch'Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene ed impulso di vita novella nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa ch'Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta
E questo quello che distinguerà la Chiesa dal mondo e i cristiani dai mondani: lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere. Il mondo è spirito di menzogna e di malvagità; odia la verità e non la vuole conoscere; appare per quello che è, ripieno dello spirito satanico aggressivo, violento, crudele, calunniatore, scandalizzatore, ossia diametralmente opposto allo Spirito Santo, e quindi è chiaro che non potrà né vederlo né conoscerlo.
I cosiddetti grandi della terra hanno tutti, più o meno, i caratteri opposti allo Spirito Santo, ed in realtà sono obbrobrio e miseria, nonostante le loro apparenze gloriose; i fedeli invece, i veri fedeli, dovranno essere contrassegnati dallo Spirito di Dio, ed esserne ripieni.
Tratto dalla monumentale opera di dottrina esegetica di ben 30 volumi. Il frutto che si ricava da tale lettura è una maturazione profonda nella fede, una percezione della verità della Parola negli eventi del nostro tempo, una aspirazione santa alle promesse contenute nella Rivelazione.
sabato 20 maggio 2017
sabato 13 maggio 2017
14.05.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. XIV par. 2
2. Il luogo di eterna pace che Gesù ci dona e la via per giungervi. Gesù è la via, la verità e la vita. Il vero cammino di santità e la schiavitù d'amore
Gli apostoli erano rimasti turbati e sconvolti da quello che Gesù aveva loro detto, che sarebbe stato con loro solo per poco, e che l'avrebbero cercato, ma non avrebbero potuto seguirlo dov'Egli sarebbe andato allora (13,33).
Il loro turbamento era tanto più profondo, in quanto che ad essi sembrava svanissero di un tratto tutte le speranze che avevano concepito, e gli ideali che avevano sognato. Speravano ancora che Gesù avesse dovuto trionfare clamorosamente e politicamente dei nemici d'Israele, e inaugurare un regno glorioso, nel quale essi avrebbero avuto posti eminenti; speravano che questo dovesse presto avverarsi, e pregustavano forse, fantasticamente, la confusione che avrebbero avuto i suoi nemici; ora il sentir parlare di tradimento, ed implicitamente di morte, li turbava e disorientava. Per questo Gesù rincuorandoli disse: Il vostro cuore non si turbi, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; cioè: abbiate fede in Dio che saprà compiere le sue promesse, ed abbiatela anche in me, che non vi lascerò delusi nella speranza che avete riposta in me.
Al dolore per la mancata realizzazione delle loro speranze e dei loro sogni si univa, negli apostoli, quello per essi anche più penoso della separazione dal loro amatissimo Maestro. Le sue parole, infatti, erano un annuncio di prossima morte, ed essi pensavano angosciati che non l'avrebbero più veduto. Per questo Gesù soggiunse che Egli se ne andava per preparare loro il posto, giacché nella Casa del Padre suo c'erano molte dimore. Se non fosse così - soggiunse - ve lo avrei detto, cioè mi sarei licenziato da voi definitivamente; ma io verrò di nuovo, vi prenderò con me, e sarete anche voi dove io sarò.
Come padre amoroso, per non scoraggiarli, prospettò l'epilogo del loro pellegrinaggio ed il premio che avrebbero avuto un giorno, ma certo questo epilogo di gioia non sarebbe avvenuto né presto né senza lunghe e penose prove, delle quali tante volte aveva loro parlato, e delle quali dava l'esempio, e perciò soggiunse: Voi sapete dove io vado e ne sapete la via. Non volle parlar esplicitamente del cammino della croce, ma si richiamò con una sola espressione a quello che tante volte aveva detto, per non disorientarli in quel momento di angoscia. Tommaso prese l'espressione di Gesù in senso materialmente letterale e, immaginando che Gesù volesse fare un viaggio lontano, disse: Signore, noi non sappiamo dove tu vada, e come possiamo conoscerne la via? Con una parola sublime Gesù rispose a lui, aprendo all'umanità un orizzonte magnifico di ascensioni, e disse: Io sono la via la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Egli è la via, l'unica via di salvezza, perché coi suoi meriti riconcilia gli uomini con Dio, li muove con la sua grazia, li illumina e li dirige coi suoi esempi e con la sua dottrina.
Egli non traccia solo la via della salvezza, ma è la via della salvezza, di modo che nessuno può andare a Dio se non per Lui, incorporandosi a Lui, e lasciandosi portare da Lui.
La via è un tratto immobile, che congiunge due termini lontani. Napoli, per esempio, è lontana da Roma, e nessuno stando in questa città può trovarsi a Roma. La via congiunge questi due luoghi, e rappresenta il prolungamento dell'uno verso l'altro. La via partecipa quindi dei due luoghi che congiunge: Roma - Napoli e Napoli - Roma.
Gesù Cristo è Dio e uomo, e congiunge in sé questi due termini infinitamente distanti; chi va a Lui Redentore, si avanza verso Dio, ed a misura che più si stacca da sé e più si congiunge a Lui, più si trova vicino a Dio e più lo raggiunge. La perfezione è in fondo un progredire in questa unione di amore, un perdere di vista sempre più se stesso, ma congiungersi maggiormente a Lui, fino quasi a combaciare col punto di arrivo cui Egli ci porta.
Gesù Cristo è la verità prima ed essenziale, poiché è l'infinita ed eterna sapienza, conoscenza sostanziale ed infinita del Padre. Dio è colui che è; è la verità, l'unica verità dalla quale dipendono tutte le altre, l'unico assioma infinitamente vivente. Chi va a Dio deve conoscerlo per amarlo, e non può conoscerlo fuori di Gesù Cristo, che ce lo rivela in tutte le verità che ci annunzia. Noi non siamo capaci di conoscere l'eterna verità senza di Lui, e non possiamo quindi ascendere a Dio, conoscendolo ed apprezzandolo sopra tutte le cose, che unendoci a Gesù Cristo con una pienissima fede.
Gesù Cristo come Dio è la vita per essenza, e come uomo è la causa meritoria della vita soprannaturale che ci viene comunicata per mezzo della grazia e della gloria.
Egli ci vivifica, e da Lui dobbiamo attingere la vita, comunicandoci di Lui.
Gli apostoli erano rimasti turbati e sconvolti da quello che Gesù aveva loro detto, che sarebbe stato con loro solo per poco, e che l'avrebbero cercato, ma non avrebbero potuto seguirlo dov'Egli sarebbe andato allora (13,33).
Il loro turbamento era tanto più profondo, in quanto che ad essi sembrava svanissero di un tratto tutte le speranze che avevano concepito, e gli ideali che avevano sognato. Speravano ancora che Gesù avesse dovuto trionfare clamorosamente e politicamente dei nemici d'Israele, e inaugurare un regno glorioso, nel quale essi avrebbero avuto posti eminenti; speravano che questo dovesse presto avverarsi, e pregustavano forse, fantasticamente, la confusione che avrebbero avuto i suoi nemici; ora il sentir parlare di tradimento, ed implicitamente di morte, li turbava e disorientava. Per questo Gesù rincuorandoli disse: Il vostro cuore non si turbi, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; cioè: abbiate fede in Dio che saprà compiere le sue promesse, ed abbiatela anche in me, che non vi lascerò delusi nella speranza che avete riposta in me.
Al dolore per la mancata realizzazione delle loro speranze e dei loro sogni si univa, negli apostoli, quello per essi anche più penoso della separazione dal loro amatissimo Maestro. Le sue parole, infatti, erano un annuncio di prossima morte, ed essi pensavano angosciati che non l'avrebbero più veduto. Per questo Gesù soggiunse che Egli se ne andava per preparare loro il posto, giacché nella Casa del Padre suo c'erano molte dimore. Se non fosse così - soggiunse - ve lo avrei detto, cioè mi sarei licenziato da voi definitivamente; ma io verrò di nuovo, vi prenderò con me, e sarete anche voi dove io sarò.
Come padre amoroso, per non scoraggiarli, prospettò l'epilogo del loro pellegrinaggio ed il premio che avrebbero avuto un giorno, ma certo questo epilogo di gioia non sarebbe avvenuto né presto né senza lunghe e penose prove, delle quali tante volte aveva loro parlato, e delle quali dava l'esempio, e perciò soggiunse: Voi sapete dove io vado e ne sapete la via. Non volle parlar esplicitamente del cammino della croce, ma si richiamò con una sola espressione a quello che tante volte aveva detto, per non disorientarli in quel momento di angoscia. Tommaso prese l'espressione di Gesù in senso materialmente letterale e, immaginando che Gesù volesse fare un viaggio lontano, disse: Signore, noi non sappiamo dove tu vada, e come possiamo conoscerne la via? Con una parola sublime Gesù rispose a lui, aprendo all'umanità un orizzonte magnifico di ascensioni, e disse: Io sono la via la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Egli è la via, l'unica via di salvezza, perché coi suoi meriti riconcilia gli uomini con Dio, li muove con la sua grazia, li illumina e li dirige coi suoi esempi e con la sua dottrina.
Egli non traccia solo la via della salvezza, ma è la via della salvezza, di modo che nessuno può andare a Dio se non per Lui, incorporandosi a Lui, e lasciandosi portare da Lui.
La via è un tratto immobile, che congiunge due termini lontani. Napoli, per esempio, è lontana da Roma, e nessuno stando in questa città può trovarsi a Roma. La via congiunge questi due luoghi, e rappresenta il prolungamento dell'uno verso l'altro. La via partecipa quindi dei due luoghi che congiunge: Roma - Napoli e Napoli - Roma.
Gesù Cristo è Dio e uomo, e congiunge in sé questi due termini infinitamente distanti; chi va a Lui Redentore, si avanza verso Dio, ed a misura che più si stacca da sé e più si congiunge a Lui, più si trova vicino a Dio e più lo raggiunge. La perfezione è in fondo un progredire in questa unione di amore, un perdere di vista sempre più se stesso, ma congiungersi maggiormente a Lui, fino quasi a combaciare col punto di arrivo cui Egli ci porta.
Gesù Cristo è la verità prima ed essenziale, poiché è l'infinita ed eterna sapienza, conoscenza sostanziale ed infinita del Padre. Dio è colui che è; è la verità, l'unica verità dalla quale dipendono tutte le altre, l'unico assioma infinitamente vivente. Chi va a Dio deve conoscerlo per amarlo, e non può conoscerlo fuori di Gesù Cristo, che ce lo rivela in tutte le verità che ci annunzia. Noi non siamo capaci di conoscere l'eterna verità senza di Lui, e non possiamo quindi ascendere a Dio, conoscendolo ed apprezzandolo sopra tutte le cose, che unendoci a Gesù Cristo con una pienissima fede.
Gesù Cristo come Dio è la vita per essenza, e come uomo è la causa meritoria della vita soprannaturale che ci viene comunicata per mezzo della grazia e della gloria.
Egli ci vivifica, e da Lui dobbiamo attingere la vita, comunicandoci di Lui.
sabato 6 maggio 2017
07.05.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. X par. 2
2. La soave parabola dell'ovile è della pecorella. Gesù Cristo è la porta
Gesù Cristo, addoloratissimo perché i capi del sinedrio avevano cacciato fuori della sinagoga il cieco nato da Lui guarito, volle mettere in guardia il popolo contro quelli che si arrogavano il diritto di guidarlo, non per nutrirlo spiritualmente, ma per sfruttarlo ed allontanarlo dalle fonti della grazia.
Era infatti terribile la situazione delle anime proprio in quel tempo nel quale il Signore compiva le promesse fatte nel corso di tanti secoli, e nel quale si apprestavano loro i pascoli abbondanti della verità e della grazia. Quelli che avrebbero dovuto condurle a questi pascoli, e Che avrebbero dovuto far loro riconoscere il Redentore alla luce delle profezie, delle promesse e delle figure che in Lui si compivano, le allontanavano da Lui con tutte le arti più scellerate, tradendo così il mandato avuto da Dio. Essi attribuivano a fanatismo il movimento del popolo verso Gesù, e credevano che Egli lo sobillasse; rifiutavano qualunque luce e, lungi dal commuoversi di fronte a miracoli strepitosi, ne pigliavano occasione per invelenire di più contro il Redentore, e per bistrattare quelli che lo seguivano. Avrebbero dovuto per i primi accoglierlo, ricevere da Lui il mandato di pascolare il gregge e condurlo nelle vie della salvezza ai pascoli eterni; invece lo rinnegavano, e perciò stesso rappresentavano degl'intrusi.
Essi non avevano più il mandato da Dio di guidare le anime, dal momento che rifiutavano di ricevere Colui del quale avrebbero dovuto essere come i precursori ed i rappresentanti, e poiché cercavano di conquistare le loro cariche con intrighi, anche per questo erano degl'intrusi, e rappresentavano per le anime un pericolo.
Gli scribi e i farisei avevano cacciato il cieco guarito dalla sinagoga, solo perché non si era prestato a svalutare il miracolo ricevuto, ed aveva proclamato Gesù un profeta, cercando di dimostrarlo proprio col miracolo ricevuto; avevano preteso con questo di esercitare la loro autorità, senza pensare che dal momento che s'erano compiute le promesse, le figure e le profezie in Gesù, essi non avevano più il diritto di pascolare le anime se non per suo mandato. Qualunque autorità che non faceva capo a Lui, pastore divino del popolo, era un'intrusione e si riduceva ad un massacro di anime. Questa grande e scottante verità Gesù Cristo la espresse con una parabola tratta dagli usi che i pastori avevano nel custodire e pascolare le pecorelle.
In Oriente gli ovili erano dei vasti recinti chiusi o da palizzate o da mura rozzamente elevate, che servivano a difendere il gregge dagli animali feroci o dai ladri. Una porta immetteva in questi recinti, dove la sera si radunavano le pecorelle di vari pastori, i quali, andando a dormire, vi lasciavano un vigilante custode per la notte. Al mattino ciascuno ritornava a rilevare le proprie pecorelle, ed esse, riconoscendo la voce del proprio pastore, lo seguivano, ed uscivano con lui per andare ai pascoli. Un ladro, che avesse voluto rubare una pecorella, non entrava certo dalla porta, ma scavalcava il muro o la palizzata, e le pecorelle, non riconoscendone la voce, lungi dal seguirlo se ne spaventavano e lo fuggivano. Gesù perciò disse: Chi non entra per la porta dell'ovile, ma vi sale per un 'altra parte, è ladro ed assassino. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il guardiano, e le pecorelle ne ascoltano la voce, ed egli chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori. E quando ha fatto uscire le proprie pecorelle cammina innanzi ad esse, e le pecorelle lo seguono perché ne conoscono la voce. Ma non vanno dietro a uno straniero, anzi lo figgono, perché non conoscono la voce degli estranei.
Gli scribi e farisei che lo ascoltavano non compresero di che cosa parlasse loro, perché erano tanto lontani dal considerarsi come pastori delle anime, ed ancora più lontani dall'intendere che da allora nessuno poteva più pascolare le anime senza riceverne da Gesù il mandato. Perciò Gesù soggiunse: In verità, in verità vi dico che io sono la porta delle pecorelle. Quanti sono venuti prima di me sono tutti ladri ed assassini e le pecorelle non li hanno ascoltati. E voleva dire: Io sono la porta che introduce le pecorelle nell'eterno ovile, e che per introdurvele le conduco ai pascoli salutari; tutti quelli che sono venuti a reggere le anime senza guardare a me, promesso da Dio come salvezza o a me venuto in terra come Redentore, non sono stati pastori, ma ladri ed assassini di anime. Quanti sono venuti, e il greco aggiunge: prima di me, cioè senza sospirare a me o credere in me, hanno strappato alle anime la fede, hanno fatto loro sognare un regno temporale, e perciò le hanno uccise eternamente, allontanandole dai pascoli della vita. Per insistere sul suo concetto e per estenderlo agli uomini di tutti i tempi, Gesù Cristo soggiunse: Io sono la porta. Chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà ed uscirà e troverà pascoli. Entrerà nel mio ovile trovandovi il riposo, uscirà ai pascoli nella mia Chiesa, e li troverà abbondanti, entrerà nel regno eterno, e si dilaterà nell'eterna felicità, trovando ogni diletto.
Ritornando ai pastori che entrano nell'ovile non per condurre al pascolo le pecorelle ma per sfruttarle, Gesù soggiunse che essi sono ladri e vengono per rubare, uccidere e disperdere il gregge. Rubano loro la fede, ne uccidono l'anima, e le disperdono nella via dell'eterna rovina. Egli invece è porta delle pecorelle e porta per la quale entrano i veri pastori, perché unico supremo pastore delle anime, è venuto in terra perché esse abbiano la vita e l'abbiano abbondantemente.
Gesù Cristo, addoloratissimo perché i capi del sinedrio avevano cacciato fuori della sinagoga il cieco nato da Lui guarito, volle mettere in guardia il popolo contro quelli che si arrogavano il diritto di guidarlo, non per nutrirlo spiritualmente, ma per sfruttarlo ed allontanarlo dalle fonti della grazia.
Era infatti terribile la situazione delle anime proprio in quel tempo nel quale il Signore compiva le promesse fatte nel corso di tanti secoli, e nel quale si apprestavano loro i pascoli abbondanti della verità e della grazia. Quelli che avrebbero dovuto condurle a questi pascoli, e Che avrebbero dovuto far loro riconoscere il Redentore alla luce delle profezie, delle promesse e delle figure che in Lui si compivano, le allontanavano da Lui con tutte le arti più scellerate, tradendo così il mandato avuto da Dio. Essi attribuivano a fanatismo il movimento del popolo verso Gesù, e credevano che Egli lo sobillasse; rifiutavano qualunque luce e, lungi dal commuoversi di fronte a miracoli strepitosi, ne pigliavano occasione per invelenire di più contro il Redentore, e per bistrattare quelli che lo seguivano. Avrebbero dovuto per i primi accoglierlo, ricevere da Lui il mandato di pascolare il gregge e condurlo nelle vie della salvezza ai pascoli eterni; invece lo rinnegavano, e perciò stesso rappresentavano degl'intrusi.
Essi non avevano più il mandato da Dio di guidare le anime, dal momento che rifiutavano di ricevere Colui del quale avrebbero dovuto essere come i precursori ed i rappresentanti, e poiché cercavano di conquistare le loro cariche con intrighi, anche per questo erano degl'intrusi, e rappresentavano per le anime un pericolo.
Gli scribi e i farisei avevano cacciato il cieco guarito dalla sinagoga, solo perché non si era prestato a svalutare il miracolo ricevuto, ed aveva proclamato Gesù un profeta, cercando di dimostrarlo proprio col miracolo ricevuto; avevano preteso con questo di esercitare la loro autorità, senza pensare che dal momento che s'erano compiute le promesse, le figure e le profezie in Gesù, essi non avevano più il diritto di pascolare le anime se non per suo mandato. Qualunque autorità che non faceva capo a Lui, pastore divino del popolo, era un'intrusione e si riduceva ad un massacro di anime. Questa grande e scottante verità Gesù Cristo la espresse con una parabola tratta dagli usi che i pastori avevano nel custodire e pascolare le pecorelle.
In Oriente gli ovili erano dei vasti recinti chiusi o da palizzate o da mura rozzamente elevate, che servivano a difendere il gregge dagli animali feroci o dai ladri. Una porta immetteva in questi recinti, dove la sera si radunavano le pecorelle di vari pastori, i quali, andando a dormire, vi lasciavano un vigilante custode per la notte. Al mattino ciascuno ritornava a rilevare le proprie pecorelle, ed esse, riconoscendo la voce del proprio pastore, lo seguivano, ed uscivano con lui per andare ai pascoli. Un ladro, che avesse voluto rubare una pecorella, non entrava certo dalla porta, ma scavalcava il muro o la palizzata, e le pecorelle, non riconoscendone la voce, lungi dal seguirlo se ne spaventavano e lo fuggivano. Gesù perciò disse: Chi non entra per la porta dell'ovile, ma vi sale per un 'altra parte, è ladro ed assassino. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il guardiano, e le pecorelle ne ascoltano la voce, ed egli chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori. E quando ha fatto uscire le proprie pecorelle cammina innanzi ad esse, e le pecorelle lo seguono perché ne conoscono la voce. Ma non vanno dietro a uno straniero, anzi lo figgono, perché non conoscono la voce degli estranei.
Gli scribi e farisei che lo ascoltavano non compresero di che cosa parlasse loro, perché erano tanto lontani dal considerarsi come pastori delle anime, ed ancora più lontani dall'intendere che da allora nessuno poteva più pascolare le anime senza riceverne da Gesù il mandato. Perciò Gesù soggiunse: In verità, in verità vi dico che io sono la porta delle pecorelle. Quanti sono venuti prima di me sono tutti ladri ed assassini e le pecorelle non li hanno ascoltati. E voleva dire: Io sono la porta che introduce le pecorelle nell'eterno ovile, e che per introdurvele le conduco ai pascoli salutari; tutti quelli che sono venuti a reggere le anime senza guardare a me, promesso da Dio come salvezza o a me venuto in terra come Redentore, non sono stati pastori, ma ladri ed assassini di anime. Quanti sono venuti, e il greco aggiunge: prima di me, cioè senza sospirare a me o credere in me, hanno strappato alle anime la fede, hanno fatto loro sognare un regno temporale, e perciò le hanno uccise eternamente, allontanandole dai pascoli della vita. Per insistere sul suo concetto e per estenderlo agli uomini di tutti i tempi, Gesù Cristo soggiunse: Io sono la porta. Chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà ed uscirà e troverà pascoli. Entrerà nel mio ovile trovandovi il riposo, uscirà ai pascoli nella mia Chiesa, e li troverà abbondanti, entrerà nel regno eterno, e si dilaterà nell'eterna felicità, trovando ogni diletto.
Ritornando ai pastori che entrano nell'ovile non per condurre al pascolo le pecorelle ma per sfruttarle, Gesù soggiunse che essi sono ladri e vengono per rubare, uccidere e disperdere il gregge. Rubano loro la fede, ne uccidono l'anima, e le disperdono nella via dell'eterna rovina. Egli invece è porta delle pecorelle e porta per la quale entrano i veri pastori, perché unico supremo pastore delle anime, è venuto in terra perché esse abbiano la vita e l'abbiano abbondantemente.
sabato 22 aprile 2017
23.04.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. XX par. 4-5
4. Gesù Cristo appare agli apostoli
Dopo che Pietro e Giovanni tornarono dal sepolcro, e dopo il messaggio delle pie donne e della Maddalena, cominciò a nascere negli apostoli un po' di fede. Non era la fede profonda e completa di chi crede a Dio che rivela, riguardando come somma ragione la sua autorità, ma era come l'alba di questa fede, era come il rinascere di una speranza che sembrava già morta, era come il primo rinverdirsi d'un ramo spezzato dalla tempesta. Questo po' di fede, più naturale che soprannaturale in quel momento, fu la disposizione che rese loro possibile la grazia della rivelazione del Signore.
Essi erano in buona fede, in fondo, poiché non avevano capito i tratti della Scrittura che parlavano della risurrezione né ricordavano ciò che in proposito aveva loro detto Gesù; non rifiutavano di credere alla Parola di Dio positivamente, ma s'erano come smarriti nel labirinto delle loro idee e delle loro aspirazioni.
Il timore poi dei Giudei aveva fatto nascere in loro inconsciamente quasi il desiderio di sottrarsi, se fosse stato possibile, all'incanto ed al fascino di ciò che in tre anni avevano visto ed ascoltato.
La paura è sempre una pessima consigliera, e quando diventa panico cerca ogni scappatoia per sottrarsi al pericolo; se non in tutti gli apostoli e discepoli, almeno in alcuni subentrò un desiderio occulto di non pensare più al passato, di abbracciare un tenore comune di vita, e ritornare alle loro occupazioni; ne abbiamo un esempio nell'episodio dei discepoli di Emmaus, del quale parla san Luca (23,13-35). Il timore s'accrebbe negli apostoli per le stesse notizie che riguardavano la risurrezione. Certamente il Corpo di Gesù non c'era più nel sepolcro, e questo fece loro temere che le autorità li accusassero di averlo essi sottratto, iniziando contro di loro una persecuzione; perciò stavano guardinghi e tenevano ben chiuse le porte dove erano congregati. Ora mentre erano insieme, nella sera della stessa domenica della risurrezione, Gesù Cristo, senza bisogno di farsi aprire, entrò improvvisamente in mezzo a loro, e fermatosi disse: La pace sia con voi.
Nella sua misericordia e nel suo amore veniva per troncare la loro diffidenza, e per mostrare la realtà della sua risurrezione. Perciò, passato il primo momento di sbigottimento che si generò in essi a quella vista, li invitò ad avvicinarsi a Lui, e mostrò loro le mani piagate ed il costato aperto, affinché avessero avuto un argomento sensibile della realtà del suo Corpo, ed avessero constatato che quello era proprio il Corpo crocifisso tre giorni prima sul Calvario.
Dopo che Pietro e Giovanni tornarono dal sepolcro, e dopo il messaggio delle pie donne e della Maddalena, cominciò a nascere negli apostoli un po' di fede. Non era la fede profonda e completa di chi crede a Dio che rivela, riguardando come somma ragione la sua autorità, ma era come l'alba di questa fede, era come il rinascere di una speranza che sembrava già morta, era come il primo rinverdirsi d'un ramo spezzato dalla tempesta. Questo po' di fede, più naturale che soprannaturale in quel momento, fu la disposizione che rese loro possibile la grazia della rivelazione del Signore.
Essi erano in buona fede, in fondo, poiché non avevano capito i tratti della Scrittura che parlavano della risurrezione né ricordavano ciò che in proposito aveva loro detto Gesù; non rifiutavano di credere alla Parola di Dio positivamente, ma s'erano come smarriti nel labirinto delle loro idee e delle loro aspirazioni.
Il timore poi dei Giudei aveva fatto nascere in loro inconsciamente quasi il desiderio di sottrarsi, se fosse stato possibile, all'incanto ed al fascino di ciò che in tre anni avevano visto ed ascoltato.
La paura è sempre una pessima consigliera, e quando diventa panico cerca ogni scappatoia per sottrarsi al pericolo; se non in tutti gli apostoli e discepoli, almeno in alcuni subentrò un desiderio occulto di non pensare più al passato, di abbracciare un tenore comune di vita, e ritornare alle loro occupazioni; ne abbiamo un esempio nell'episodio dei discepoli di Emmaus, del quale parla san Luca (23,13-35). Il timore s'accrebbe negli apostoli per le stesse notizie che riguardavano la risurrezione. Certamente il Corpo di Gesù non c'era più nel sepolcro, e questo fece loro temere che le autorità li accusassero di averlo essi sottratto, iniziando contro di loro una persecuzione; perciò stavano guardinghi e tenevano ben chiuse le porte dove erano congregati. Ora mentre erano insieme, nella sera della stessa domenica della risurrezione, Gesù Cristo, senza bisogno di farsi aprire, entrò improvvisamente in mezzo a loro, e fermatosi disse: La pace sia con voi.
Nella sua misericordia e nel suo amore veniva per troncare la loro diffidenza, e per mostrare la realtà della sua risurrezione. Perciò, passato il primo momento di sbigottimento che si generò in essi a quella vista, li invitò ad avvicinarsi a Lui, e mostrò loro le mani piagate ed il costato aperto, affinché avessero avuto un argomento sensibile della realtà del suo Corpo, ed avessero constatato che quello era proprio il Corpo crocifisso tre giorni prima sul Calvario.
domenica 16 aprile 2017
16.04.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. XX par. 2
Il primo giorno dopo il sabato, cioè la Domenica, Maria Maddalena si recò al sepolcro all'alba mentre era ancora buio. Era partita dalla sua casa o dal luogo dov'erano chiusi gli apostoli, ch'era quasi notte ancora e non era sola ma accompagnata dalle pie donne (Mt 28,1; Me 16,1-2; Le 24,1) con le quali giunse al sepolcro allo spuntare del sole (Me 16,2). San Giovanni nomina solo Maria Maddalena, sia perché completa le narrazioni dei Sinottici, e sia perché essa, più ardente di tutte, pigliò l'iniziativa e raccolse le altre donne. Essa poi fu quella che corse per prima ad avvisare Pietro e Giovanni dello stato in cui aveva trovato la tomba.
Mentre le donne camminavano avvenne la risurrezione, ed esse avvertirono il terremoto che la seguì allorché l'angelo discendendo dal cielo, rovesciò la pietra. Maria Maddalena, nel vedere di lontano il sepolcro aperto, ben lungi com'era dal credere alla risurrezione, suppose che avessero rubato il Corpo di Gesù, e corse per avvertirne gli apostoli più rappresentativi, Pietro e Giovanni; le altre pie donne giunsero fino alla tomba ed ebbero la visione degli angeli; Maria Maddalena poi tornò di nuovo sola al sepolcro per tentare di rintracciare essa il sacro Corpo. Non sapeva credere che fosse risorto, e non sapeva rassegnarsi che l'avessero rubato; voleva ad ogni costo rendergli gli ultimi attestati di venerazione ed era desolata di non poterlo fare. Ella era stata più vicina al Signore nella Passione, ed aveva constatato l'odio dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei, ed appena vide la pietra del sepolcro ribaltata pensò che avessero voluto fare al suo Signore l'ultimo oltraggio, e corse per vedere che cosa si fosse potuto fare per impedirlo o ripararlo.
Mentre le donne camminavano avvenne la risurrezione, ed esse avvertirono il terremoto che la seguì allorché l'angelo discendendo dal cielo, rovesciò la pietra. Maria Maddalena, nel vedere di lontano il sepolcro aperto, ben lungi com'era dal credere alla risurrezione, suppose che avessero rubato il Corpo di Gesù, e corse per avvertirne gli apostoli più rappresentativi, Pietro e Giovanni; le altre pie donne giunsero fino alla tomba ed ebbero la visione degli angeli; Maria Maddalena poi tornò di nuovo sola al sepolcro per tentare di rintracciare essa il sacro Corpo. Non sapeva credere che fosse risorto, e non sapeva rassegnarsi che l'avessero rubato; voleva ad ogni costo rendergli gli ultimi attestati di venerazione ed era desolata di non poterlo fare. Ella era stata più vicina al Signore nella Passione, ed aveva constatato l'odio dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei, ed appena vide la pietra del sepolcro ribaltata pensò che avessero voluto fare al suo Signore l'ultimo oltraggio, e corse per vedere che cosa si fosse potuto fare per impedirlo o ripararlo.
sabato 8 aprile 2017
09.04.2017 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. XXVI par. 2-10
2. L'annunzio della prossima morte del Redentore, dato da Lui stesso, dal sinedrio e dall'atto di pietà della Maddalena
Si avvicinava la Pasqua solenne, nella quale dovevano compirsi i simboli, le figure e le profezie del passato, la Pasqua nella quale doveva essere immolato il vero Agnello, e proclamarsi la nuova alleanza tra Dio e l'uomo. Gesù stesso volle darne avviso ai suoi apostoli perché si fossero predisposti al momento solenne, che doveva essere per loro di suprema prova; il suo avviso era profetico, perché riguardava un futuro che umanamente non poteva sapersi, ed Egli nel darlo mostrava non solo di conoscerlo ma di dominarlo.
La Passione e la Morte non lo colpirono all'improvviso, ma Egli che tutto prevedeva, liberamente l'accoglieva per compiere la volontà del Padre e i disegni ammirabili della sua misericordia.
La Pasqua era la principale solennità degli Ebrei, la quale ricordava la liberazione dall'Egitto, figura a sua volta della liberazione dal peccato. Le si dava principio la sera del 14 di Nisan, cioè verso i primi giorni di aprile, con la cena dell'agnello, e durava otto giorni. Quando il 14 cadeva di venerdì, la sera della cena veniva a coincidere col principio del sabato, ed allora si anticipava l'immolazione e la cottura dell'agnello al giorno 13, non potendosi fare questo in giorno di sabato.
Gesù Cristo annunziò la sua imminente morte due giorni prima della grande solennità, e quasi contemporaneamente al suo annunzio si adunò il sinedrio per decidere come catturarlo con inganno ed ucciderlo. Per mantenere il segreto fu scelto come luogo dell'adunanza non la solita sala dei consigli, ma l'atrio della casa di Caifa, principe dei sacerdoti. Data poi l'affluenza dei pellegrini, si stabilì di catturarlo dopo i giorni di festa, per evitare una possibile sollevazione popolare.
Due annunzi della Passione del Signore, uno dato da Lui stesso che volontariamente si offriva come vittima, un altro dato dal sinedrio che malignamente ne tramava la morte; uno dato dall'amore l'altro dall'odio implacabile.
L'evangelista aggiunge a questi annunzi quello dato misticamente da una donna in casa di Simone il lebbroso, quasi inconsciamente. Questa donna, identificata generalmente per Maria Maddalena, entrò nella stanza dove si tratteneva Gesù, e gli versò sul capo un prezioso unguento di nardo, in segno di rispetto e di amore. Era costume di ungere con unguenti il capo e la barba degli ospiti, per testimoniare loro rispetto e deferenza, ma l'atto della Maddalena trascendeva quello di una semplice considerazione, era fatto per una particolare mozione di grazia che la spinse, per delicatezza, ad anticipare al Corpo del Redentore quegli uffici di rispetto e di venerazione che non potè rendergli dopo la morte. Lo disse Gesù Cristo medesimo, difendendola contro le mormorazioni degli apostoli, i quali videro in quella effusione un vano sciupio di denaro; Egli anzi affermò categoricamente che quell'atto sarebbe stato ricordato in tutti i secoli, nella predicazione del Vangelo.
Gesù Cristo annunziò la sua Passione e Morte per stabilire implicitamente questa verità fondamentale nel grande dramma che stava per svolgersi, e proclamare che nessuno avrebbe potuto togliergli la vita, senza che Egli l'avesse voluto. Il sinedrio manifestò tutta la propria malignità nel congiurare, e la Maddalena l'amore immenso che le ardeva nel cuore. Erano i tre capisaldi della Passione: l'amore che si dona, la perversità che lo immola, l'amore che risponde all'amore.
Quale potenza avrebbe potuto sopraffare l'Onnipotente?
Potrebbe mai un fiotto di acqua spegnere il sole? Se per ipotesi potesse raggiungerlo, sarebbe all'istante svaporizzato dall'immensa fiamma. L'atomo non potrebbe neppure lontanamente pensare di poter abbattere la salda roccia, né l'insettuccio di conquidere il gigante.
Ci volle tutta l'onnipotenza dell'amore per permettere all'odio insano di andargli contro e sopraffarlo; si direbbe anzi che l'amore abbia volto contro di sé quella malignità, che in caso opposto sarebbe stata meno di un fiotto d'acqua contro il sole, di un atomo contro la roccia, o di insettuccio contro un gigante. Che meraviglia è l'amore di Gesù che s'immola!
Nella vita cristiana anche noi, immagine di Gesù Cristo, ci sentiamo annunziare le angustie che ci purificano; il futuro ci serba sempre sorprese d'immolazioni penose, necessarie al conseguimento dell'eterna gloria. Dio ci prova per amore; la malignità umana ci perseguita per odio, e la carità dei buoni tempera le nostre pene con le sue delicatezze, che sono come unguento preziosissimo sulle nostre piaghe.
E necessario accogliere le prove di Dio col fìat della rassegnazione amorosa a Lui che è Padre e non può volere che il nostro bene; è indispensabile accogliere perdonando le pene che ci vengono dall'umana malizia, e ricevere con molta riconoscenza il sollievo che ci dona la carità.
La vita è un cammino di dolorosa passione, ma è breve; dopo un po' di combattimento si raggiunge la meta, e la meta è l'eterna felicità. Consideriamo con gioia questa brevità: di qui a poco meneremo albana, per così dire, come vecchi indumenti sdruciti, quello che ci tormentargli occhi, il cuore, il fegato, lo stomaco, le membra che ci danno pena non ci serviranno più; ce ne libereremo come si libera li bruco e la crisalide della sua forma per mettere le ali; voleremo per la croce alla luce!
Si avvicinava la Pasqua solenne, nella quale dovevano compirsi i simboli, le figure e le profezie del passato, la Pasqua nella quale doveva essere immolato il vero Agnello, e proclamarsi la nuova alleanza tra Dio e l'uomo. Gesù stesso volle darne avviso ai suoi apostoli perché si fossero predisposti al momento solenne, che doveva essere per loro di suprema prova; il suo avviso era profetico, perché riguardava un futuro che umanamente non poteva sapersi, ed Egli nel darlo mostrava non solo di conoscerlo ma di dominarlo.
La Passione e la Morte non lo colpirono all'improvviso, ma Egli che tutto prevedeva, liberamente l'accoglieva per compiere la volontà del Padre e i disegni ammirabili della sua misericordia.
La Pasqua era la principale solennità degli Ebrei, la quale ricordava la liberazione dall'Egitto, figura a sua volta della liberazione dal peccato. Le si dava principio la sera del 14 di Nisan, cioè verso i primi giorni di aprile, con la cena dell'agnello, e durava otto giorni. Quando il 14 cadeva di venerdì, la sera della cena veniva a coincidere col principio del sabato, ed allora si anticipava l'immolazione e la cottura dell'agnello al giorno 13, non potendosi fare questo in giorno di sabato.
Gesù Cristo annunziò la sua imminente morte due giorni prima della grande solennità, e quasi contemporaneamente al suo annunzio si adunò il sinedrio per decidere come catturarlo con inganno ed ucciderlo. Per mantenere il segreto fu scelto come luogo dell'adunanza non la solita sala dei consigli, ma l'atrio della casa di Caifa, principe dei sacerdoti. Data poi l'affluenza dei pellegrini, si stabilì di catturarlo dopo i giorni di festa, per evitare una possibile sollevazione popolare.
Due annunzi della Passione del Signore, uno dato da Lui stesso che volontariamente si offriva come vittima, un altro dato dal sinedrio che malignamente ne tramava la morte; uno dato dall'amore l'altro dall'odio implacabile.
L'evangelista aggiunge a questi annunzi quello dato misticamente da una donna in casa di Simone il lebbroso, quasi inconsciamente. Questa donna, identificata generalmente per Maria Maddalena, entrò nella stanza dove si tratteneva Gesù, e gli versò sul capo un prezioso unguento di nardo, in segno di rispetto e di amore. Era costume di ungere con unguenti il capo e la barba degli ospiti, per testimoniare loro rispetto e deferenza, ma l'atto della Maddalena trascendeva quello di una semplice considerazione, era fatto per una particolare mozione di grazia che la spinse, per delicatezza, ad anticipare al Corpo del Redentore quegli uffici di rispetto e di venerazione che non potè rendergli dopo la morte. Lo disse Gesù Cristo medesimo, difendendola contro le mormorazioni degli apostoli, i quali videro in quella effusione un vano sciupio di denaro; Egli anzi affermò categoricamente che quell'atto sarebbe stato ricordato in tutti i secoli, nella predicazione del Vangelo.
Gesù Cristo annunziò la sua Passione e Morte per stabilire implicitamente questa verità fondamentale nel grande dramma che stava per svolgersi, e proclamare che nessuno avrebbe potuto togliergli la vita, senza che Egli l'avesse voluto. Il sinedrio manifestò tutta la propria malignità nel congiurare, e la Maddalena l'amore immenso che le ardeva nel cuore. Erano i tre capisaldi della Passione: l'amore che si dona, la perversità che lo immola, l'amore che risponde all'amore.
Quale potenza avrebbe potuto sopraffare l'Onnipotente?
Potrebbe mai un fiotto di acqua spegnere il sole? Se per ipotesi potesse raggiungerlo, sarebbe all'istante svaporizzato dall'immensa fiamma. L'atomo non potrebbe neppure lontanamente pensare di poter abbattere la salda roccia, né l'insettuccio di conquidere il gigante.
Ci volle tutta l'onnipotenza dell'amore per permettere all'odio insano di andargli contro e sopraffarlo; si direbbe anzi che l'amore abbia volto contro di sé quella malignità, che in caso opposto sarebbe stata meno di un fiotto d'acqua contro il sole, di un atomo contro la roccia, o di insettuccio contro un gigante. Che meraviglia è l'amore di Gesù che s'immola!
Nella vita cristiana anche noi, immagine di Gesù Cristo, ci sentiamo annunziare le angustie che ci purificano; il futuro ci serba sempre sorprese d'immolazioni penose, necessarie al conseguimento dell'eterna gloria. Dio ci prova per amore; la malignità umana ci perseguita per odio, e la carità dei buoni tempera le nostre pene con le sue delicatezze, che sono come unguento preziosissimo sulle nostre piaghe.
E necessario accogliere le prove di Dio col fìat della rassegnazione amorosa a Lui che è Padre e non può volere che il nostro bene; è indispensabile accogliere perdonando le pene che ci vengono dall'umana malizia, e ricevere con molta riconoscenza il sollievo che ci dona la carità.
La vita è un cammino di dolorosa passione, ma è breve; dopo un po' di combattimento si raggiunge la meta, e la meta è l'eterna felicità. Consideriamo con gioia questa brevità: di qui a poco meneremo albana, per così dire, come vecchi indumenti sdruciti, quello che ci tormentargli occhi, il cuore, il fegato, lo stomaco, le membra che ci danno pena non ci serviranno più; ce ne libereremo come si libera li bruco e la crisalide della sua forma per mettere le ali; voleremo per la croce alla luce!
sabato 1 aprile 2017
02.04.2017 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. XI par. 2
2. Il mirabile racconto della risurrezione di Lazzaro nelle sue circostanze storiche e psicologiche
Pochi racconti nella medesima Sacra Scrittura hanno la vivezza storica e psicologica del miracolo che meditiamo. San Giovanni ne fu certamente testimone oculare, e la commozione grandissima che provò innanzi ad un prodigio così grande, glielo impresse indimenticabilmente nell'anima.
Non si può leggere questo racconto senza sentirsi presenti al fatto e senza piangere. La tenerezza di Gesù commuove, il dolore delle sorelle del defunto fa fremere, l'atteggiamento della folla dei visitatori ci fa vivere nella casa di Marta e di Maria, desolata dalla morte e movimentata dalle premure della carità. Tutto nel racconto è naturale e spontaneo come avvenne, e tutto è vivo come se il fatto si rinnovasse innanzi a chi lo legge.
Lazzaro, abbreviativo di Eleazaro, abitava con due sue sorelle, nel villaggio e castello di Betania, distante circa tre chilometri da Gerusalemme. Era un benestante, come appare dal contesto, ed era, con le sue sorelle, devotissimo a Gesù, che lo amava con particolare predilezione. Forse questa sua devozione dovette avere origine o per lo meno intensificarsi per la conversione di sua sorella Maria. Il Sacro Testo ricorda infatti non senza ragione la circostanza più bella di questa conversione, e cioè l'unzione che la povera peccatrice fece ai piedi di Gesù, quando in casa di Simone andò a domandargli perdono e misericordia.
Per una famiglia onorata e benestante Maria Maddalena era stata una vergogna grandissima, e la sua conversione aveva stabilito col Redentore dei rapporti di grande, amorosa gratitudine da parte di tutti, ed in particolare forse di Lazzaro, che, come uomo e come capo di casa, aveva dovuto essere il più sdegnato dall'indegna condotta della sorella. In Betania, da non confondersi con la Betania della Perea, la famiglia di Lazzaro per la sua signorilità era tenuta in deferente considerazione, come appare dal concorso di gente che affluì nell'occasione del lutto sofferto; il modo stesso come mandarono a pregare Gesù quando il fratello si ammalò, e il modo come si lamentarono della mancata visita confermano questa signorilità, che nel pregare si contentò di un accenno, e nel lamentarsi usò un'espressione piena di rispettosa deferenza. Da queste circostanze poi si deduce anche la fede che tutta la famiglia aveva in Gesù Cristo, vero Figlio di Dio. Nella preghiera, infatti, che gli fecero non gli dissero di andare subito dall'infermo, non lo premurarono a guarirlo in distanza, non lo pressarono con espressioni accorate, ma gli esposero solo il caso doloroso, e fecero appello al suo Cuore: Ecco, colui che ami è infermo.
Pochi racconti nella medesima Sacra Scrittura hanno la vivezza storica e psicologica del miracolo che meditiamo. San Giovanni ne fu certamente testimone oculare, e la commozione grandissima che provò innanzi ad un prodigio così grande, glielo impresse indimenticabilmente nell'anima.
Non si può leggere questo racconto senza sentirsi presenti al fatto e senza piangere. La tenerezza di Gesù commuove, il dolore delle sorelle del defunto fa fremere, l'atteggiamento della folla dei visitatori ci fa vivere nella casa di Marta e di Maria, desolata dalla morte e movimentata dalle premure della carità. Tutto nel racconto è naturale e spontaneo come avvenne, e tutto è vivo come se il fatto si rinnovasse innanzi a chi lo legge.
Lazzaro, abbreviativo di Eleazaro, abitava con due sue sorelle, nel villaggio e castello di Betania, distante circa tre chilometri da Gerusalemme. Era un benestante, come appare dal contesto, ed era, con le sue sorelle, devotissimo a Gesù, che lo amava con particolare predilezione. Forse questa sua devozione dovette avere origine o per lo meno intensificarsi per la conversione di sua sorella Maria. Il Sacro Testo ricorda infatti non senza ragione la circostanza più bella di questa conversione, e cioè l'unzione che la povera peccatrice fece ai piedi di Gesù, quando in casa di Simone andò a domandargli perdono e misericordia.
Per una famiglia onorata e benestante Maria Maddalena era stata una vergogna grandissima, e la sua conversione aveva stabilito col Redentore dei rapporti di grande, amorosa gratitudine da parte di tutti, ed in particolare forse di Lazzaro, che, come uomo e come capo di casa, aveva dovuto essere il più sdegnato dall'indegna condotta della sorella. In Betania, da non confondersi con la Betania della Perea, la famiglia di Lazzaro per la sua signorilità era tenuta in deferente considerazione, come appare dal concorso di gente che affluì nell'occasione del lutto sofferto; il modo stesso come mandarono a pregare Gesù quando il fratello si ammalò, e il modo come si lamentarono della mancata visita confermano questa signorilità, che nel pregare si contentò di un accenno, e nel lamentarsi usò un'espressione piena di rispettosa deferenza. Da queste circostanze poi si deduce anche la fede che tutta la famiglia aveva in Gesù Cristo, vero Figlio di Dio. Nella preghiera, infatti, che gli fecero non gli dissero di andare subito dall'infermo, non lo premurarono a guarirlo in distanza, non lo pressarono con espressioni accorate, ma gli esposero solo il caso doloroso, e fecero appello al suo Cuore: Ecco, colui che ami è infermo.
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