venerdì 6 giugno 2014

06.06.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 21 par. 3

3. Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi?
Dopo che gli apostoli si furono rifocillati insieme a Gesù sulla riva deserta, Gesù rivolto a Pietro lo interrogò dicendo: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi?
Pietro rispose umilmente rimettendosi questa volta al giudizio stesso del Maestro divino: Certamente, Signore tu sai che io ti amo.
Prima della Passione nella notte della cena, aveva spavaldamente affermato che, anche se tutti l'avessero abbandonato, egli non l'avrebbe rinnegato, ma, posto nell'occasione, aveva invece per tre volte protestato di non conoscerlo e di non essere suo discepolo.
Ora che Gesù vuol fargli riparare la triplice negazione con una triplice protesta di amore, egli risponde con umiltà che lo ama, ma non fa alcun confronto coi suoi compagni, e si rimette al giudizio del Maestro.
Gesù Cristo gli domandò se lo amava più degli altri, per farlo salutarmente umiliare, ricordando la presunzione con la quale s'era creduto più forte e più fedele degli altri; per questo lo interrogò in questa forma solo la prima volta, bastandogli ch'egli si fosse internamente umiliato. Gesù, come è chiaro dal contesto, non volle mettere a confronto l'amore di Pietro con quello di Giovanni, che era un amore più tenero, ma solo volle con delicatezza raccogliere Pietro in un sentimento di umile penitenza, ricordando che aveva preteso di amarlo più di tutti e poi l'aveva rinnegato. Gesù interrogandolo non lo chiamò Pietro, ma Simone, figlio di Giovanni, per mostrargli che per il suo rinnegamento non aveva più meritato quel nome di fiducia che Egli gli aveva dato, e che doveva riconquistarlo con una protesta di amore e di fedeltà.
Alla risposta di Pietro: Signore, tu sai che io ti amo, Gesù soggiunse: Pascola i miei agnelli. Il testo greco ha il diminutivo: Pascola i miei piccoli agnelli, quelli cioè che ora nascono alla fede.
Simone, figlio di Giovanni mi ami tu?
Per la seconda volta Gesù domandò a Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu? Questa volta non disse: Mi ami tu
più di questi? perché non volle ricordare nuovamente a Pietro il suo peccato, ma volle un'esplicita testimonianza di amore per dargli il governo delle anime radunate in ovile, cioè della Chiesa costituita come vera società. Pietro rispose di nuovo: Certamente, Signore, Tu sai che io ti amo. Gesù soggiunse: Pascola i miei agnelli, o come dice molto espressivamente il testo greco: Prenditi cura del mio gregge.
Per la terza volta: Simone, mi ami tu?
Per la terza volta Gesù disse a Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu? Pietro allora si contristò, pensando che Gesù glielo domandasse perché non vedeva in lui l'amore, e perché ricordava ancora il peccato che aveva fatto rinnegandolo, e rispose: Signore, tu sai tutto, tu conosci che io ti amo. E voleva dirgli: tu sai quello che io sono, tu conosci il mio cuore, tu lo scruti nel fondo, e tu sai che, nonostante la mia infedeltà, io ti amo. Gesù soggiunse: Pascola le mie pecorelle, ossia, secondo il testo greco: le pecore madri, fatte adulte e capaci di procrearne delle altre.
In poche parole Gesù tracciava tutto il cammino della Chiesa, e dava a Pietro e ai suoi successori il primato di giurisdizione su tutto il suo gregge, fino al termine dei secoli. Egli affidava a Pietro le anime che aveva redente col Sangue suo sulla croce, in un amore infinito, e richiese da lui una triplice confessione di amore, perché doveva governarle per amore e con amore. Chiamò Pietro col nome di nascita, Simone, sia perché egli nella Passione del Maestro aveva smesso quel nome come compromettente e Gesù volle ricordarglielo, e sia principalmente perché volle allora compiere ciò che gli aveva detto nell'eleggerlo: Tu ti chiamerai Pietro (Mt 26,18). Nell'eleggerlo gli aveva annunziato che si sarebbe chiamato Pietro, cioè pietra fondamentale e rupe sulla quale avrebbe edificato la Chiesa; ora compiva ciò che aveva annunziato, e chiamava Pietro col nome di origine: Simone, per renderlo di fatto
Pietro, capo visibile e fondamento della Chiesa. Se l'avesse chiamato Pietro, Egli avrebbe supposto già in lui quello che stava per dirgli. Richiestagli la triplice confessione di amore, Gesù gli assegnò su quella base l'ufficio di formare il gregge con l'apostolato, di governarlo con la suprema autorità, e di perpetuarlo formando le pecore madri, cioè governando i pastori delle anime che le generano a Lui in tutto il mondo e in tutti i secoli.
Egli gli dette un triplice regno, e può dirsi quasi che con le sue divine parole cesellò Egli la tiara del pontefice: gli dette il regno delle anime: Pascola i miei piccoli agnelli', gli dette il governo dei popoli cristiani: Prenditi cura del mio gregge', gli dette la giurisdizione suprema su tutti i pastori: Pascola le mie pecore madri che generano gli agnelli. Gesù Cristo è il Re di tutto l'universo e di tutte le genti, e per il suo Sangue ha, di pieno diritto, in eredità le nazioni.
Il potere del Papa è potere d'amore
Gesù costituì Pietro e i suoi successori vicari e rappresentanti di questa sua potestà, e per conseguenza i Papi sono di diritto divino rappresentanti della sua suprema autorità sulle anime, sulle nazioni e sui capi, tanto spirituali che temporali, dei popoli.
Presumere di relegare il Papa in una cerchia ristretta, riguardandolo come semplice capo di una professione religiosa, e pretendere che a Lui non interessi il governo dei popoli, è contrastare direttamente lo spirito e la lettera della parola di Gesù. La teoria delle due parallele che non s'incontrano e stanno ben separate e distinte, il potere civile e quello religioso, è errata dalle fondamenta poiché nessun potere civile può sottrarsi a quello divino ed al Papa che lo rappresenta.
Il Papa, sì, è Re di amore, ma è Re dei Re veramente per diritto divino; qualunque limitazione posta alla sua autorità è essenzialmente contraria alla maniera illimitata con la quale Gesù Cristo l'ha costituita. È un fatto poi confermato dalla storia che i regni che si sottraggono alla Chiesa vanno in rovina presto o tardi, e che i popoli che non riconoscono più nel Papa il Padre universale e il moderatore delle umane potestà, cadono sotto l'esosa schiavitù dei tiranni.
Certo il potere del Papa è potere di amore, non è potere di armi; è anzi potenza di triplice amore, che cura il corpo, l'anima e la vita dei suoi figli, che s'estende alla terra, al Purgatorio ed al Cielo, e riguarda tutte le creature per renderle inno di amore a Dio. Certo il potere del Papa non può ridursi ad un potere politico, nel senso umano e sporco di questa parola, ma il negare che sia una reale potestà su tutte le genti in tutta la loro vita, spirituale e corporale, temporale ed eterna, è lo stesso che negare la potestà di Dio su di ogni creatura.
Gesù velatamente predice a Pietro il martirio
Gesù Cristo, dopo avere dato a Pietro la potestà di pascolare e reggere la Chiesa, gli disse: In verità, in verità ti dico che quando eri più giovane ti cingevi la veste e andavi dove volevi, ma quando sarai invecchiato stenderai le mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai. L'evangelista aggiunge che disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. San Giovanni scrisse il Vangelo dopo la morte di san Pietro, e poté controllare meglio la verità dell'analogia e del paragone del quale Gesù si servì per predirgliela. Chi è giovane ha maggiore elasticità nei movimenti, può cingersi la veste da se, e può andare dove gli piace. Chi è vecchio, invece, ha bisogno di un altro che lo cinga e, per farglielo fare più agevolmente, stende le braccia, come se le stendesse in croce; egli poi non può andare dove desidera, ma dove lo accompagnano gli altri ai quali è soggetto.
Pietro doveva terminare la vita con un glorioso martirio, simile a quello del suo Maestro, e doveva glorificare Dio con questa ultima grandiosa testimonianza di amore. Egli fu crocifisso, fu cinto di funi, stese le mani per farsele configgere, ed andò dove non voleva, andò alla morte che ripugna sommamente alla natura. Egli anzi, condannato in Roma alla crocifissione sotto Nerone, nell'anno 67, per rispetto al suo Maestro, e perché i fedeli non avessero confuso la sua croce con quella di Gesù, domandò in grazia ai carnefici ed ottenne di essere crocifisso col capo in giù. In tal modo glorificò veramente Dio con una fedeltà eroica di amore, mostrò la potenza della sua grazia nel sostenere la debole natura, suggellò col sangue i suoi insegnamenti, e consolidò col martirio il santo fondamento della Chiesa. Per questo Gesù, dopo avergli predetto la morte velatamente per non turbarlo, gli soggiunse: Seguimi. Non ebbe quasi il cuore di dirgli: sarai crocifisso come me, ma gli ricordò la seconda parte di quel suo precetto col quale comandava di prendere la croce e seguirlo, e lo esortò a percorrere il suo stesso cammino.
Egli non parlò più esplicitamente, perché era inutile, sapendo che, giunta l'ora del cimento, l'avrebbe sostenuto con la sua grazia. Gli aveva dato un immenso potere, non già perché fosse stato come un re della terra, ma perché si fosse immolato come un buon pastore per le pecorelle che gli aveva affidate; aveva tracciato il programma della vita dei Pontefici, che è vita di rinunzia e di immolazione, anche in mezzo agli onori dai quali sono circondati per rispetto della loro dignità.
Il Papa è un crocifisso
Chi vede il Papa è come affascinato dallo splendore che lo ammanta, dalla corte e dagli ossequi che gli si tributano, e non immagina neppure lontanamente il sacrificio che comporta quella dignità. Il Papa può dire veramente che stende le mani, un altro lo cinge, ed è condotto dove non vorrebbe. Egli perde
ogni libertà personale, ed è stretto da un continuo cerimoniale ed è spesso trasportato dalle persone e dagli eventi dove non vorrebbe. È la caratteristica più spiccata della crocifissione del Papa, poiché Egli per prudenza deve tante volte subire le situazioni del mondo, e non può fare tutto il bene che vorrebbe. Il Papa è un perenne crocifisso, sempre con le mani aperte per benedire, sempre con le mani inchiodate dalla perfidia umana, sempre sanguinante di angoscia.
Dobbiamo pregare per il Papa, affinché venga il giorno del grande trionfo, nel quale Egli possa stendere le mani all'umanità, e farle sentire nella piena libertà tutta la grandezza del suo benefico potere, luce di verità, fiamma di amore, e fonte vera di pace per la terra.
Sac. Dolindo Ruotolo

giovedì 5 giugno 2014

05.06.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 17 par. 4

4. Sulla scorta dei discorsi di Gesù dopo la cena: ringraziamento eucaristico
I discorsi di Gesù dopo la cena tendevano a rendere vivo nel cuore degli apostoli il frutto dell'immenso dono eucaristico che aveva fatto ad essi ed alla Chiesa, e perciò crediamo salutare per l'anima nostra raccogliere le sue idee e la sua preghiera per renderle ringraziamento della Comunione eucaristica. Certo non potremo ringraziare Gesù ed unirci a Lui in una maniera più degna né potremo partecipare alla sua vita in una maniera più efficace che rendendo nostra vita i suoi pensieri, le sue aspirazioni e la sua preghiera. Noi parafrasiamo le sue parole, rendendo le nostre e domandiamo in Lui e per Lui quello che Egli domandò per noi.
Che io ami, Gesù mio, il prossimo come tu mi hai amato
Sei venuto in me, Gesù mio, vivi in me, e per Te Dio è glorificato in me. Eccomi, mi dono a te, glorificati in me,immolami come vittima di amore, come t'immolasti Tu sulla croce glorificando il Padre (13,31-32).
Mi hai unito a Te, vivo e vero, perché io sia una sola cosa con Te, e perché tutti in Te siamo una sola cosa; accendimi il cuore nella tua carità e fa' che io ami il prossimo come Tu mi hai amato: illuminandolo, aiutandolo, compatendolo, e sacrificandomi per lui, perché abbia egli pure la vita eterna. Ecco, depongo ai tuoi piedi ogni risentimento, ogni urto, ogni inimicizia, ogni antipatia, e ti domando che Tu riempia il mio cuore di carità (13,34-35).
La vita è una prova ed una croce continua, ma io non mi turbo, poiché credo in Te, e so che Tu mi hai preparato il posto nell'eterna vita, affinché anch'io sia dove sei Tu. Sei in me, pegno di questa tua promessa, via per farmela conseguire, verità che m'illumina, vita che mi vivifica (14,1-6).
Per Te vado a Dio degnamente, per Te lo conosco, per Te lo amo. Io credo che Tu sei nel Padre e il Padre è in Te, e credo che Tu mi doni la tua vita perché io operi in Te. Donami questa grande grazia, affinché Dio sia glorificato in me.
Mandami lo Spirito Santo che mi vivifichi tutto, mi riempia del tuo amore, mi faccia osservare i tuoi comandamenti e rimanga in me come vita della mia vita, affinché io compia ciò che tu vuoi, e ti ami con le opere sante della mia vita (14,6-21).
Non sono capace di pregare, e Tu sii voce della mia preghiera, o Verbo eterno, affinché Dio sia glorificato per Te. Non sono capace di mantenere ciò che ti prometto, perché vengo meno alla prima occasione, e Tu per il tuo Nome, per la tua gloria, ed affinché io non sia degenere da Te, che mi hai incorporato a Te, concedimi di esserti fedele e di amarti (14,13-15).
Ti conosco tanto poco, o Gesù, e per questo ti sono infedele, e ritorno con tanta facilità alle mie miserie. Manifestati a me, fa' che io ti ami apprezzandoti, e ti ami osservando la tua parola, affinché amandoti diventi tempio vivo della Santissima Trinità (14,20-23).
Donami la pace, non la pace del mondo ma la pace tua, la pace del cuore che ti possiede e che confida in Te, senza turbarsi o impaurirsi delle contrarietà e delle lotte della vita. Placa le mie passioni disordinate, dominami, regna in me, e donami aspirazioni celesti (14,27-28).
* * *
Che io non abbia tanta paura delle contrarietà della vita...
Sei in me, fonte di vita, ed io mi attacco a Te come il tralcio alla vite per darti il mio frutto. Che mi gioverebbe riceverti se non fruttifico in Te? Non permettere che io diventi tralcio inaridito e reciso, e che, reso sterile per mia colpa, sia gettato ad ardere nell'inferno (15,1-6).
Fa' che io ti doni frutti di amore a Dio e di carità verso il prossimo; riempimi del tuo gaudio, ch'è quello di fare la divina volontà, e fa' che io Ti doni tutta la mia vita in un continuo sacrificio di amore, poiché questa è la vera mia amicizia con Te (15, 8-16).
Separami dallo spirito del mondo, e fa' che io segua le tue orme per la via della croce (15,18-21). Accetto per tuo amore anche la persecuzione e il disprezzo dei cattivi (16,2). Che importa che io pianga e gema qui per un poco, se la mia tristezza deve mutarsi poi nel gaudio eterno? (16,20). Gioirò in Te, e nessuno potrà togliermi più la felicità che la tua misericordia mi darà (16,22). Sostieni la mia debolezza, l'estrema mia fragilità, affinché io non mi allontani da Te, lasciandoti solo in questo Sacramento di amore; donami la fortezza per sapermi vincere, donami la piena fiducia in Te, vincitore del mondo, affinché io non sia vinto dal suo spirito, e non mi renda schiavo delle sue suggestioni (16,31-33).
Io levo gli occhi al cielo o Gesù, e mi unisco alla tua grande preghiera: Padre, l'ora è venuta, glorifica il tuo Figlio e dilata il suo regno in tutte le anime, affinché Egli ti glorifichi, regnando su tutti gli uomini e donando la vita eterna a quelli che ti conoscono e lo amano (17,1-3). Glorifica il tuo Figlio nella Chiesa, e dona a questa sua Sposa il trionfo nel mondo, affinché si conosca ch'Egli solo è il Re universale di tutte le genti, e la sua gloria è eterna, perché vero Dio (17,5-6).
Donaci la verità, Gesù, la tua Verità!
Fa' che termini per sempre il crudele spirito del mondo, umilia salutarmente i superbi, distacca gli uomini dalle cose della terra, rendili puri, calmi, sobri, caritatevoli, solleciti della tua gloria, e salvali eternamente (17,9-12). Custodisci l'anima nostra in mezzo alle persecuzioni del mondo e liberaci dalle insidie del male, e dagl'inganni degli errori. Donaci la verità, la tua verità, e rendici luce degli altri nella verità; rendici santi, e fa che si formi delle anime tutte un solo ovile sotto un solo pastore (17,13-22). Tu in noi, o Gesù, e noi in Te, in questo Sacramento di amore, uniti tutti dall'infinita carità di Dio, vivificati da Te, e per Te fatti partecipi dell'eterna gloria. Amen (17,23-26).
Sac. Dolindo Ruotolo

mercoledì 4 giugno 2014

04.06.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 17 par. 3

3. Le grazie che Gesù domanda per sostenere gli apostoli e la Chiesa nelle lotte. Le note della Chiesa
Ecco la prima grazia che Gesù Cristo domanda per la salvezza degli apostoli e della sua Chiesa: l'unità dell'amore di Dio: Siano una sola cosa come lo siamo noi. Abbiano la stessa natura santificata dalla grazia, la stessa sapienza illuminata dalla fede, lo stesso amore e la stessa carità, uniti tutti a Dio per la grazia dello Spirito Santo, e uniti fra loro dalla carità. Questa incrollabile unità di fede e di amore li sosterrà contro le forze della distruzione, e saranno immortali.
Fra il Padre e il Figlio c'è la più perfetta unità di natura, di sapienza, di volontà; questa unità è eterna, tutta in atto, tutta presente ed inseparabile; ora per la Chiesa l'unità della fede e della carità è qualche cosa che somiglia all'infinita immutabilità di Dio stesso, e che le dà una vita immortale, che nessuna forza umana o diabolica è capace di distruggere. Questa unità la Chiesa e le anime la salvano nell'unione con Gesù Cristo; Egli conserva la Chiesa e le anime come conservò gli apostoli dalle insidie dei nemici, mentre era con loro, e perciò soggiunge: Quando io ero con loro li custodivo nel Nome tuo, tenendoli uniti a Te nella verità e nell'amore, ed, ora che me ne vado, io li affido a Te perché essi rimangano uniti a me nella fede, ed amandosi mi facciano vivere in mezzo a loro con la grazia e col Sacramento dell'amore.
Col Cuore pieno di patema carità Egli si compiacque di averli custoditi, ad eccezione di Giuda, figlio della perdizione perché egli volle perdersi per sua malizia e per sua colpa, compiendo così quanto era stato già predetto nella Scrittura. Lungi dall'ammettere un fatalismo nella perdita di Giuda, Gesù vuol dire che Egli conservò quelli che si unirono a Lui con l'amore, e che l'unico che si perdette fu colui che non lo amò e lo ricevette sacrilegamente nell'Eucaristia.
Nel Sacramento eucaristico siamo una sola cosa con Gesù
Gesù quindi dicendo questo, domanda di nuovo che le anime siano una sola cosa in Lui, nel Sacramento dell'Eucaristia, vivendo così in sua compagnia, custoditi da Lui invisibilmente com'Egli custodì visibilmente gli apostoli quando era ancora con loro. Egli infatti soggiunge: Adesso io vengo a Te, e dico queste cose mentre sono nel mondo, affinché abbiano in loro la pienezza del mio gaudio. La pienezza del suo gaudio nelle angustie della lotta terrena è proprio l'Eucaristia, poiché in questo Sacramento ammirabile si gode la gioia di vivere di Lui e con Lui, e si riceve il pegno dell'eterno gaudio del Paradiso.
Gesù parla perché gli apostoli intendano il grande segreto della loro gioia nell'esilio, e perché lo intendano tutte le anime. Egli ha comunicato loro la parola di Dio, e li ha resi sapienti, separandoli così dal pensiero stesso del mondo, ed unendoli ai pensieri eterni di Dio. Il mondo li odia perché essi non sono del mondo, come non lo è Lui, li odia perché la sapienza ch'Egli ha loro comunicato contrasta coi suoi pensieri tenebrosi, ma essi vivono di verità, e sono una cosa sola con Lui nel Sacramento dell'amore, e questo li rende invincibili dal male, trionfatori sulla terra e beati comprensori nel cielo. Per questo Gesù non domanda che siano tolti dal mondo, dovendo ancora compiervi la missione loro assegnata, ma domanda che siano liberati dal male, e che non vivano dello spirito del mondo, che è menzogna ed empietà, ma dello spirito di Dio che è verità e santità, modelli di santità per la Chiesa com'Egli è stato per loro modello di santità, consacrati alla divulgazione della divina Parola, e vittime di amore per la verità, com'Egli santifica se stesso, cioè offre se stesso come vittima, perché essi siano apostoli della verità.
«Santificare» significa consacrare, immolare, offrire
Questo tratto della preghiera di Gesù è sublime, e rivela tutto l'amore del suo Cuore divino per gli apostoli suoi e per il mondo tutto ch'essi dovevano evangelizzare. Qui, come in tanti luoghi paralleli della Scrittura, santificare significa consacrare, immolare, offrire. Si santificava la vittima uccidendola ed offrendola, perché si donava a Dio quella vita. La santità poi non è, in fondo che un'offerta del cuore, dell'anima a Dio, nella morte interiore di se stessi. È un'offerta di amore e una morte che riempie di gioia perché è fonte di novella vita.
Gesù Cristo, col Cuore riboccante di amore per i suoi cari nella sicurezza di averli conservati a Dio, si sentì tutto intenerito per loro, perché non erano del mondo. Essi anzi ne erano odiati proprio per questo, com'era odiato Lui stesso.
Eppure dovevano rimanere nel mondo ancora per lungo tempo, tra gli urti della menzogna e della perversità, dovevano affrontare una lotta formidabile, e vincere la menzogna e l'errore con la verità. Egli perciò, offrendoli al Padre, lo supplica a consacrarli come vittoriosi banditori della verità: Santificali nella verità, ed a concedere loro di poter vincere non con le armi, ma con la divina Parola ch'è verità. Il Padre mandò Lui per riportare questa vittoria, ed essi continueranno la sua missione; Egli santifica se stesso immolandosi, ed essi santificheranno se stessi nel supremo sacrificio del martirio.
«Santificali, Padre, nella verità...»
Santificali nella verità, rendendoli non solo messaggeri di verità, ma messaggeri di santità vera, secondo i dettami della divina Parola, poiché solo la divina Parola è verità. Tu mi hai mandato nel mondo per immolarmi a Te e per santificarlo, ed io li mando con la stessa missione, perché coltivino nelle anime la santità. Io santifico me stesso immolandomi e rendendomi modello di santità, perché essi siano santi, ed essi ancora si santifichino per immolarsi e per santificare le anime nella verità.
Con queste parole sublimi dense di significato, Gesù parla a tutti i sacerdoti dei secoli, e domanda per essi e per le anime la santità nella verità, la vera santità che trasumana le anime,  vero eroismo soprannaturale, che culmina nel sacrificio di sé per amore, e nel martirio. Egli impone ai suoi sacerdoti di santificarsi così per santificare i fedeli, e di essere per il mondo modelli di superiore virtù.
Inizia con la sua grande preghiera la serie dei santi della Chiesa, mirabili capolavori di grazia, veri ed unici eroi, che sono nel mondo come se non vi fossero, che hanno in loro la pienezza del gaudio interiore della grazia, pur essendo odiati dal mondo, che posseggono la verità, e sono vittoriosi del male, che propagano la verità e ne diventano testimoni fino all'eroismo del sangue. Gesù Cristo domanda per tutti la santità, e la domanda specialmente per i sacerdoti, la santità e non la virtù naturale o civile, la santità che è frutto soprannaturale dello Spirito Santo, e ch'è nota caratteristica della sua Chiesa insieme all'unità, all'universalità ed all'apostolicità.
Io non prego solo per i miei apostoli
Se si riflette infatti, Gesù domanda proprio per i suoi apostoli, per i sacerdoti e per le anime tutte, quelle virtù fondamentali che formano in loro la santità, e danno alla Chiesa le sue note caratteristiche; Egli perciò soggiunge: Io non prego solo per i miei apostoli, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, affinché siano tutti una sola cosa. Ma quest'unità non dovrà essere semplicemente l'unità di un corpo organizzato, bensì l'unità nell'unità di Dio stesso, unità di fede, di sapienza e di amore, che è unità di vera santità: Come Tu, Padre, sei in me ed io in Te, affinché essi siano una sola cosa in noi. Quest'unità soprannaturale e santa non può restringersi a pochi proseliti, deve estendersi a tutto il mondo, dev'essere cattolica; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato. Gesù parla agli apostoli e allude alla loro missione, pregando per quelli che per la loro parola e per quella dei loro successori crederanno in Lui; dunque l'unione soprannaturale di tutti i fedeli nella Chiesa è scaturigine apostolica, e la vera Chiesa per conseguenza è apostolica.
Le note caratteristiche dell'anima cristiana, unita alla Chiesa nell'unità della verità, santificata dalla verità, cattolica nella universale fratellanza della redenzione e della grazia, apostolica perché unita all'unica Chiesa derivata dagli apostoli per Gesù Cristo, si conservano per l'Eucaristia, e rendono il popolo cristiano una sola cosa con Dio; per questo Gesù soggiunse: La gloria che Tu desti a me io ho dato loro, affinché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in essi e Tu in me, affinché la loro unità sia perfetta, ed affinché conosca il mondo che Tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Nel linguaggio scritturale la gloria è la vita; la gloria del corpo è l'anima che lo informa, formando una sola cosa col corpo e col sangue, benché ne sia distinta. Gesù ci ha dato la sua gloria dandoci la sua vita e dandoci se stesso nell'Eucaristia, in Anima, Corpo, Sangue e Divinità. In Lui e per Lui noi siamo una sola cosa, e come il Padre è nel Figlio, così noi siamo in Lui, la nostra unità è perfetta, ed il mondo ne è vivificato per l'apostolato dell'amore che tenta diffondere in tutti i benefici della redenzione.
Padre, siano anch'essi come me, dove sono Io e vedano la gloria che tu m'hai data
La vita che Gesù domanda per la Chiesa e per le anime non si restringe ai pochi anni nei quali viviamo in terra, Gesù Cristo non ci si dona nell'Eucaristia per darci un'unità esterna, ma per unirci eternamente a Dio nell'eterna felicità; Egli perciò conchiude la sua mirabile preghiera domandando per gli apostoli e per i suoi fedeli l'eterna felicità: Padre, io voglio che quelli che Tu mi hai dato siano anch'essi con me, dove sono io, e vedano la gloria che Tu mi hai data, poiché Tu mi hai amato prima della creazione del mondo. Si è dato loro perché godano il premio eterno, e perché in Lui e per Lui vedano e contemplino la gloria infinita di Dio, il suo Verbo ed il suo Amore eterno. E questo il riepilogo grandioso della vita della Chiesa e della vita eucaristica: unirsi al Verbo Incarnato per godere della sua gloria, e per contemplare nella sua gloria il Padre e l'eterno Amore.
È un riepilogo non solo di misericordia ma anche di giustizia, premio della fede e delle opere della fede. Per questo Gesù soggiunge: Padre giusto, che sai remunerare quelli che ti conoscono e ti amano, il mondo non ti ha conosciuto, ed è riprovato da Te, ma io ti ho conosciuto e ti ho glorificato, e Tu mi glorifichi, e questi hanno riconosciuto che Tu mi hai mandato, e Tu glorificali nella mia stessa gloria. Io ho fatto loro conoscere il tuo Nome, cioè la tua natura, le tue perfezioni e la tua bontà, e glielo farò conoscere ancora dopo la venuta dello Spirito Santo, affinché l'amore col quale Tu mi hai amato sia in loro ed io in essi, cioè affinché essi godano nell'amor tuo eternamente, dopo essersi uniti a me nell'Eucaristia.
Sac. Dolindo Ruotolo

martedì 3 giugno 2014

03.06.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 17 par. 2

2. La sublimità della preghiera di Gesù Cristo al Padre
Dopo aver parlato agli apostoli per consolarli nelle future angustie che li attendevano, e dopo averli prevenuti della loro debolezza, per la quale lo avrebbero abbandonato lasciandolo solo nella sua imminente passione e Morte, Gesù, come sommo ed eterno Sacerdote, pregò il Padre suo per sostenerli, e per meritare e domandare la forza e l'aiuto per quelli che avrebbero creduto in Lui, ed avrebbero fatto parte della sua Chiesa. Il momento era solenne.
Gesù si considerava già fuori del mondo; non doveva fare altro che consumare il suo sacrificio, e prima di consumarlo si raccolse nella preghiera, esprimendone l'intenzione principale: glorificare Dio e salvare le anime. Egli volle insegnare anche ai suoi apostoli ed a tutte le anime, che, incombendo la tribolazione, è necessario ricorrere alla preghiera, e come padre amorosissimo volle con la preghiera manifestare ai suoi cari l'amore che gli ardeva nel cuore per essi, suggellando così i suoi insegnamenti con un atto di carità immensa. Pregò e completò così, diremmo quasi, il ringraziamento che fece fare ai suoi cari dopo essersi dato loro vivo e vero nell'Eucaristia. Se si riflette bene, infatti, i suoi discorsi dopo la cena tendevano proprio a questo, e la sua preghiera ne fa il riepilogo ed il suggello.
Gesù si donò agli apostoli per unirli a sé e renderli in sé una cosa sola, e comandò loro di amarsi com'Egli li aveva amati (13,34-35).
Si donò per non lasciarli orfani e privi di aiuto, e raccomandò loro di non turbarsi, anzi di aspirare alla vita eterna, riguardando Lui come la via, la verità e la vita (14,1-6).
Si donò perché avessero pregato in Lui e per Lui (14,13) e promise loro lo Spirito Santo, perché, ricevendo Lui sacramentato, fossero stati accesi di amore per Lui, ed avessero goduto la pace interiore, (14,16 e 27) fatti tempio vivo di Dio per l'amore (14,23).
Si donò per vivificarli, come la vite vivifica i tralci (15,1-5), e per renderli pieni di carità, uniti tutti come i tralci di una stessa vite (15,12), separati dal mondo (15,18) e pieni di fiducia nelle medesime persecuzioni (16,2-4), perché dall'angustia sarebbe venuto loro il gaudio eterno, frutto di tribolazioni (16,20).
Si donò ed annunziò loro una fioritura magnifica del suo dono, promettendo un tempo di luce e di trionfo (16,22-24), li prevenne della loro debolezza, ma li consolò proclamando la vittoria Ch'Egli aveva già riportata sul mondo (16,31-33).
Ed infine pregò per renderli capaci dei frutti dell'Eucaristia, e per suggellare l'unità alla quale li aveva chiamati, donandosi loro vivo e vero. Si può dire, senza timore di cadere nell'arbitrario, che Gesù Cristo coi suoi discorsi tracciò le linee fondamentali dell'atteggiamento delle anime dopo la Comunione, e con la sua preghiera insegnò loro a pregare in quei momenti solenni di intima unione con Lui. A quelli che considerano la preghiera solo come un affetto ed una sensibilità questo potrà anche non apparire, ma è un fatto che Gesù, pregando dopo l'istituzione dell'Eucaristia e prima della Passione, ci guidò nella preghiera che dobbiamo fare dopo averlo ricevuto nel cuore.
II terribile problema della prosperità degli empi e della sopraffazione dei giusti trova sul Calvario il massimo cimento
Gesù Cristo alzò gli occhi al cielo, per indicare che l'anima deve astrarsi dalla terra, e volgersi tutta a Dio. Non aveva bisogno di fare questo gesto per raccogliersi, ma volle insegnare ai suoi cari il raccoglimento profondo dell'anima con Dio. Era bellissimo; alla fioca luce delle lampade del Cenacolo, appariva in tutta la soave maestà del suo volto, e la stessa penombra dell'ambiente ne faceva spiccare il fulgore. Era tutto un'ostia di offerta, e nei suoi grandi occhi azzurri pareva splendesse il firmamento. Non era un uomo soltanto; anche visto superficialmente da persone rozze, appariva nel fulgore della sua divinità. Volse gli occhi al cielo perché il cielo si aprì su di Lui, e guardò nella profondità dei misteri divini, esclamando: Padre, l'ora è venuta, glorifica il tuo Figliolo, affinché il tuo Figlio ti glorifichi, avendogli Tu dato potere su ogni essere umano, perché dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato, Gesù Cristo andava verso la morte, e quella era l'ora venuta per Lui; ma per la sua morte doveva venire la vita a tutti gli uomini, doveva annientarsi il regno di satana, ed inaugurarsi il regno di Dio, ed Egli domandò che quella morte non fosse solo obbrobriosa, ma rifulgesse di splendori divini, e traesse tutti gli uomini all'eterna salvezza.
Egli sapeva bene che non sarebbe morto come una vittima, ma come un malfattore; i suoi uccisori non sarebbero stati dei sacrificatori, ma dei manigoldi d'infima risma, ed Egli sarebbe stato riguardato come un maledetto, pendente dal legno d'infamia. Questo ripugnava grandemente all'amore ch'Egli sentiva per la gloria del Padre, poiché, lungi dall'apparire immolato per le colpe altrui, Egli appariva come un reo vilissimo per tutti quelli che lo ignoravano, e un sopraffatto ingiustamente per quelli che ancora l'apprezzavano e l'amavano. Ora Egli non voleva che un sacrificio di tanto amore da parte sua fosse apparso semplicemente l'epilogo di un giudizio vendicativo della legge penale e che un disegno d'infinita carità da parte del Padre fosse apparso come un'ingiustizia fatta a Lui. Il terribile problema della prosperità degli empi e della sopraffazione dei giusti, trovava sul Calvario il massimo cimento, e Gesù domandò al Padre che lo avesse glorificato, perché fosse apparso ch'Egli non era sopraffatto dall'ingiustizia.
Egli si preoccupò principalmente, per tenerezza di amore, dei suoi apostoli, i quali più di tutti potevano disorientarsi in quella immane tragedia. Al suo Cuore era penosissimo il pensare che lo avrebbero riguardato come un illuso, perché questo si opponeva alla loro eterna salvezza, e che con essi moltissimi l'avrebbero giudicato alla stessa maniera, con loro immenso danno spirituale, e per questo espresse il motivo della sua domanda, ricordando al Padre che gli aveva dato dominio su tutte le creature, per dare loro la vita eterna.
Gesù voleva morire nell'obbrobrio della croce, e si umiliava fino a quel termine, ma per la gloria stessa del Padre e per la salvezza delle anime domandò che la sua morte fosse accompagnata da segni prodigiosi che avessero diradato, almeno nelle anime rette e di buona volontà, le tenebre di quel tremendo mistero.
Egli era venuto per dare la vita eterna agli uomini; ora la vita eterna è questa, che gli uomini conoscano Dio e Gesù Cristo. La vita eterna riguarda due tappe, per così dire: quella della prova e quella della conquista. Sulla terra si tende alla vita eterna, e nell'eternità la si conquista; per tendervi bisogna credere nell'unico Dio, in tre Persone e, perché questa fede sia operativa e pratica, bisogna credere in Gesù Cristo Redentore. Credendo in Gesù Cristo Verbo Incarnato, si crede anche nello Spirito Santo, poiché l'Incarnazione fu compiuta per opera dello Spirito Santo. Nel Cielo la vita eterna consiste nella visione di Dio, e poiché non ci si arriva che per Gesù Cristo, consiste in un'eterna unione con Lui, come parte del suo Corpo mistico. Si contempla Dio vivendo in Gesù e per Gesù, si ama, si adora, si ringrazia, si gode Dio in Gesù e per Gesù.
Se questa è la vita eterna, sul Calvario non poteva apparire Dio come ingiusto e il Figlio suo come colpevole; era necessario che apparisse la gloria di Dio e l'innocenza della Vittima divina, e questo fu possibile solo per i prodigi che avvennero nella morte del Redentore, e il grandioso trionfo della sua risurrezione. Gesù Cristo domandò il compimento della glorificazione della sua stessa umanità nel cielo e lo domandò per il merito della sua obbedienza, e per ciò che aveva fatto per glorificare il Padre dicendo: Io ti ho glorificato sulla terra; ho compiuto l'opera che mi desti da fare, ed ora glorificami, o Padre, presso Te stesso con quella gloria che io ebbi presso di Te prima che il mondo fosse. La gloria che doveva venirgli dai prodigi del Calvario e da quello della risurrezione doveva culminare nella gloria eterna, dove la natura umana da Lui assunta doveva ascendere e sedere alla destra del Padre, resa figliola di Dio, e partecipe della gloria medesima del Verbo che l'aveva terminata. Era il sommo della gloria, e Gesù la domandò non solo per sé, ma per trasportarvi tutti gli uomini, fatti per Lui figli di Dio per adozione.
Che cosa era la gloria che il Verbo di Dio ebbe presso il Padre prima che il mondo fosse? Era la gloria divina di essere conoscenza sussistente del Padre, era la chiarezza ed il fulgore di eterna Sapienza, che conoscendo il Padre spirava col Padre l'eterno Amore; era l'eterna ed immutabile felicità di Dio stesso, che conoscendosi si apprezzava e si amava, infinitamente in atto ed infinitamente sazio di sé, per così dire. Innanzi a questo splendore di gloria la mente si perde e non sa dire nulla, e qualunque umana glorificazione appare tenebre.
Il Verbo eterno è glorificazione del Padre perché ne è conoscenza ed apprezzamento eterno; il Verbo Incarnato è glorificazione del Padre fra gli uomini, perché lo fa conoscere ed amare degnamente, nonostante la limitazione dell'umana creatura; il Verbo eterno è eterno inno di gloria e di lode, il Verbo Incarnato è olocausto di amore e, manifestando agli uomini le eterne grandezze di Dio, rende l'anima loro, in Lui e per Lui, olocausto di lode e di amore. Per questo Gesù, passando a pregare per i suoi cari, soggiunse: Ho manifestato il tuo Nome agli uomini che mi hai dati dal mondo, cioè li ho resi partecipi della tua conoscenza, e prego anche per essi, che in me sono una sola cosa perché hanno creduto alla tua parola: Erano tuoi e li hai dati a me, ed hanno conservato la tua parola. Avevano creduto alla testimonianza del Padre che lo aveva proclamato suo Figliolo, oggetto della sua compiacenza; avevano ammesso che Egli era una sola cosa col Padre, e che tutto quello che aveva veniva a Lui dal Padre, e questa fede li aveva congiunti a Lui; Egli perciò li presentava al Padre come figli veri di adozione, e lo supplicava a riguardarli come parte della sua stessa vita, ed a tutelarli per amor suo nei gravi pericoli che avrebbero incontrati nel mondo.
Gesù disse: Non prego per il mondo
Io prego per loro - soggiunse Gesù - non prego per il mondo, ma per coloro che Tu mi hai dato perché sono tuoi, e tutto ciò eh ' è mio è tuo, e tutto ciò eh 'è tuo è mio, e in essi sono stato glorificato.
Sarebbe errato il dire che Gesù non abbia pregato per il mondo, escludendolo così da ogni sua preghiera, riparazione ed espiazione. Gesù pregò per tutti e si offrì per tutti, anzi, specialmente per i peccatori, e quindi specialmente per il mondo che è tutto peccatore. Egli non pregò per il mondo in questa sua particolare preghiera, perché presentò ai Padre i suoi cari, e quelli che avrebbero fatto una sola cosa con Lui, uniti a Lui nel suo Corpo mistico. Egli pregava per la Chiesa sua, che sta agli antipodi del mondo, e logicamente pregando perché il Padre l'avesse conservata, accogliendo in essa gli uomini come sua porzione e sua eredità, non poteva pregare per il mondo. Era venuto a combatterlo ed a distruggerne lo spirito, e sarebbe stato un anacronismo se avesse pregato per esso quando pregava per la conservazione dello spirito dei suoi fedeli.
Il mondo è servo di satana, ne segue le massime, vive del suo spirito, ed è suo strumento nella lotta per la conservazione del suo regno tenebroso, e nella sua lotta contro la Chiesa. Con molta superficialità e leggerezza noi giudichiamo la vita del mondo come un'evoluzione storica di popolo e nazioni; mentre essa è solo, diciamo solo con sicura coscienza, una manifestazione del satanismo, tendente alla lotta contro la Chiesa e contro le anime. I grandi eventi storici contemporanei specialmente, e quelli immediatamente passati sono congiure diaboliche per distruggere lo spirito, il prestigio e la vita stessa della Chiesa. La rivoluzione francese, per esempio, non fu una rivolta di popolo anelante alla libertà, fu una congiura satanica per togliere la libertà alla Chiesa e impedirle di salvare. La rivoluzione bolscevica non è stata e non è l'aspirazione del popolo verso una più alta giustizia sociale come si blaterò, ma è stata ed è la base e il fondamento per la cristianizzazione del mondo.
La spaventosa guerra nazista, alla quale assistemmo, non è la rivincita di un popolo umiliato dalla guerra mondiale, ma un movimento avvolgente per isolare la Chiesa dai popoli e darle il colpo finale. Nella prima guerra mondiale si disse apertamente che si voleva togliere alla Chiesa ogni prestigio diplomatico, e si cercò di distruggere le nazioni cattoliche, che ancora avevano per lei una venerazione, per quanto solo politica e sterile. Non ci si riuscì, perché Dio deride i popoli coalizzati contro di Lui e il suo Cristo; anzi il prestigio diplomatico della Chiesa si accrebbe, ma a questo tendeva quel movimento, come risulta da documenti storici irrefragabili.
Ora il pericolo è più grande, immensamente più grande: satana ha mobilitato tutte le sue forze, dentro e fuori la Chiesa, ha scelto la tattica, così cara agli eserciti moderni, dell'accerchiamento a tenaglia, ha adottato un sistema di lotta che dovrebbe portare alla completa distruzione della Chiesa.
Satana fa dell'hitlerismo e del nazismo in piena regola, fa del fascismo e del comunismo per conto suo, mentre le sue forze tenebrose avanzano.
È la guerra moderna che deriva da lui, ed è lui che muove questa spaventosa macchina della guerra moderna per i suoi fini: egli ha ordinato la sua quinta colonna hitleriana, cercando di prendere in mano i centri vitali della Chiesa. Il modernismo, quello biblico specialmente, che toglie praticamente ogni vita ed ogni valore alla Sacra Scrittura, e scrolla con i dubbi le basi della stessa teologia, è la colonna interna che cerca di disorientare la Chiesa. Esso ha anche i suoi paracadutisti, quelli che scendono dal cielo, armati come nemici, e sotto veste di angeli, o veste di zelanti, per distruggere ponti, vie, ferrovie e campi di aviazione. Questi disgraziati “paracadutisti” sono quelli che combattono il bene nel seno della Chiesa, dissimulati come zelanti contro le superstizioni e la falsa pietà.
I tedeschi usano potentissimi riflettori nel combattimento, per abbagliare ed accecare i nemici; è la luce che diventa fonte di tenebre, di disorientamento, di sfinimento e di morte. Alla luce uniscono l'offensiva degli urli meccanici: gli aeroplani che si precipitano ruggendo spaventosamente, e le bombe che urlano tutte insieme a migliaia. Satana acceca coi riflettori della cosiddetta civiltà58, con la falsa scienza, con le tentazioni, col far ripudiare il soprannaturale accecando con luci abbaglianti, che producono tenebre fitte. Urla poi col movimento stesso della vita sociale e nazionale, disorientando tutta la vita interiore, e rendendole impossibile orientarsi a Dio. La tremenda schiavitù nella quale vivono i popoli, il lavoro forzato, la mobilitazione civile, la rinunzia alla vita individuale, nell'idea di satana non sono mezzi per rendere tutta la nazione combattente, ma per annientarne la vita dello spirito. Avanzano i tedeschi con le divisioni blindate e motorizzate, con i carri armati che si arrampicano per le colline, scendono nelle valli, superano ostacoli, saltano come cavallette, travolgono tutto, e ad essi seguono i lanciafiamme, tra il rombare spaventoso dei cannoni e il crepitare assordante delle mitragliatrici.
Satana avanza nel trionfo della materia che travolge la vita dello spirito, lancia le fiamme delle passioni, le fomenta in tutti i modi, e fulmina tutte le energie dello spirito sgominandole. Egli ha come i nazisti, i comunisti e i fascisti l'offensiva dei nervi, la guerra degl'inganni e delle menzogne, per disorientare le anime, e tutto tende alla rovina della Chiesa e delle anime, come vi tendono questi immani eserciti che avanzano. I turchi con le loro guerre spariscono come pigmei innanzi ai giganti. Le grandi guerre della storia sono come giochi di fanciulli, le passate rivoluzioni sono come baruffe d'infanti.
E questo il mondo per il quale Gesù non pregò, quando pregò per i suoi cari e per la sua Chiesa; Egli si preoccupò logicamente non della fiumana di fango, ma della liberazione di quelli che potevano esserne travolti; Egli pregò per l'annientamento del regno e delle forze di satana. Per questo, con accoramento paterno, guardando i secoli futuri, e guardando questo nostro secolo satanico, compatendo le condizioni di quelli che si sarebbero trovati a contatto, alle prese ed in lotta col mondo satanico, esclamò: Io già non sono più nel mondo, poiché la mia morte dolorosa è imminente, è sopraggiunta già, ed io vengo a Te, o Padre, ma i miei sono nel mondo, e si troveranno sconquassati dalle sue lotte. Padre santo, santità per essenza, mèta ultima della santificazione delle anime, felicità eterna di quelle che si santificano nella Chiesa e per la Chiesa, conserva nel tuo Nome quelli che mi hai dato; affinché siano una sola cosa come lo siamo noi.
Sac. Dolindo Ruotolo

lunedì 2 giugno 2014

02.06.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 16 par. 4

4. Nelle grandi pene e prove della Chiesa e dell'anima
La vita della Chiesa nel mondo è un combattimento continuo. A volte si spostano i suoi campi di guerra, a volta cambia la tattica nemica, ma Essa ch'è cattolica e riguarda il mondo tutto come suo campo di lotta, può dire di non conoscere la pace. Non dobbiamo scandalizzarci di questa sua condizione mortale, ma attaccarci più fortemente a Lei e combattere insieme con Lei per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Gesù Cristo, dopo avere annunziato agli apostoli le lotte future, esclamò lamentandosi: Vado a Colui che mi ha mandato, e nessuno mi domanda: dove vai tu? Avrebbe voluto i loro pensieri rivolti verso l'eterna Patria, e li vuole in noi, poiché le angustie che soffriamo hanno proprio il fine di allontanarci dalla terra. Non ci confondiamo perciò in noi stessi quando vediamo la Chiesa in amarissime prove, ma abbandoniamoci in Dio, e pensiamo che tutto passa e ci attende il Cielo. Ora subiamo le ingiustizie del mondo, ma poi verrà il giudizio di Dio, e le ingiustizie saranno riparate. Ora tutto è oscuro, e tutto appare capovolto in questa oscurità, però se abbiamo fede in Dio, siamo sicuri del risultato finale della lotta, e andiamo avanti con coraggio e con pace.
Ma viene l'ora in cui lo Spirito Santo riprenderà il mondo
Lo Spirito Santo venne sugli apostoli, insegnò loro tutta la verità, e glorificò Gesù Cristo con la stessa vita ammirabile della Chiesa. Egli però non ha ancora completato la sua azione vivificante, e continua ad effondersi nella Chiesa non solo per la Cresima, ma anche per i doni speciali dei quali l'arricchisce. La Pentecoste si rinnova, e più si rinnoverà nel trionfo della Chiesa su tutte le lotte che le fa il mondo. E implicita questa promessa nelle parole di Gesù: viene l'ora nella quale lo Spirito Santo riprenderà nuovamente il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio, e lo riprenderà per la Chiesa rinnovata dall'Amore. Lo riprenderà di peccato, perché non ha creduto in Gesù Cristo] dunque lo riprenderà in un'epoca di miscredenza e di apostasia universale, e lo riprenderà con una novella illuminazione delle eterne verità, tale da costringere i miscredenti a confessare la loro stoltezza e la loro empietà. Sorgeranno nella Chiesa Dottori nuovi, illuminati con particolarissimi doni, e convinceranno il mondo di stoltezza in tutte le sue negazioni, riempiendo di gioiosa fede i cuori che si risveglieranno a Dio.
Lo Spirito Santo riprenderà il mondo di giustizia, mostrandogli, sempre per la Chiesa, la divina grandezza di Gesù Cristo, e costringendolo ad adorarlo nel Sacramento eucaristico.
11 mondo riconoscerà in Lui il Verbo di Dio, e lo adorerà Invisibile nell'Ostia santa, Re di amore e di pace. Gesù disse che lo Spirito Santo avrebbe ripreso il mondo di giustizia perché se ne andava dal Padre e non lo avrebbero visto più, proprio per indicare che l'avrebbero riconosciuto come Figlio eterno di Dio Padre, e l'avrebbero adorato invisibile, senza vederlo, nell'Ostia Santissima. Infine lo Spirito Santo riprenderà il mondo di giudizio, sconfiggendo satana, ed annientandone il regno tenebroso.
Non parlerà da se stesso - soggiunse Gesù - cioè non verrà per compiere una nuova economia di grazia, ma prenderà ciò eh 'è mio e ve lo annunzierà, manifestando in una luce smagliante la provvidenza divina nell'Incarnazione, nella Chiesa e nella grazia, e glorificando così Gesù Cristo in tutto il mondo.
Noi siamo già agli albori di questa grande glorificazione del Redentore e della sua Chiesa, e forse la spaventosa guerra che insanguina la terra, è la purificazione che prepara questa glorificazione. Certo il mondo non potrà continuare nella vita tenebrosa nella quale s'è ingolfato, poiché in mezzo al dilagare di errori esiziali, e di corruzione spaventosa, non si vive più. Anche nella vita materiale siamo ridotti come schiavi, misero zimbello di pochi facinorosi, senza più avere né personalità né libertà, ingranaggi di una macchina mostruosa, che in realtà si muove solo per secondare il pensiero e le esigenze di pochi, avidi essi soli di dominio, di gloria e di potenza, senza alcuna meta veramente superiore.
Questo stato di violenza non può durare, come non può durare l'inondazione spaventosa degli errori e delle immoralità che tentano di scrollare la stessa suprema Legge di Dio. Verrà l'ora, ed è già, nella quale tutti i cuori si rivolgeranno nuovamente al Redentore, e da Lui richiederanno la verità, la pace e la vita. Allora apparirà che cosa sono gl'idoli eretti ora dal mondo, ed il loro obbrobrio ne sfaterà per sempre l'effimera gloria!
Gesù disse: Ancora un poco e non mi vedrete, e di nuovo un altro poco e mi vedrete [...] Voi piangerete e gemerete, e il mondo godrà, voi sarete in tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gaudio [...] Vi vedrò di nuovo e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi toglierà il vostro gaudio [...] Viene il tempo nel quale vi parlerò apertamente del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome. Ecco le vicende della vita della Chiesa nelle sue prove dolorose, e di quella delle anime: Gesù si eclissa e sembra assente, e questo avviene nell'ora della Passione; poi di nuovo si mostra, e questo avviene nella risurrezione.
Confidate, dice Gesù: io ho vinto il mondo
Piange la Chiesa nelle sue grandi tribolazioni, e piange l'anima nelle sue prove, mentre il mondo e i cattivi appaiono trionfanti; ma poi si muta la scena, non solo nell'eternità ma anche in questa terra: Gesù mostra di nuovo la sua potenza, confonde i nemici, trionfa del male, e consola le anime con effusioni di particolarissime grazie. Egli parla apertamente del Padre nella fulgida luce che spande attraverso la Chiesa, e parla così all'anima quando le svela i segreti del suo amore e della sua divina provvidenza.
Non ci scoraggiamo perciò quando siamo nell'angustia, e confidando in Gesù, nostra vita nell'Eucaristia, aspettiamo da Lui l'ora del trionfo e della pace. La sua grande parola ci consoli: Nel mondo sarete angustiati, ma confidate: Io ho vinto il mondo. Egli ha già vinto tutto ciò che si oppone alla volontà di Dio, tutto ciò che cerca di allontanare gli uomini da Dio, l'ha vinto unendosi alla volontà del Padre, e riconciliando in sé le anime col Signore; il mondo non potrà rendere vana l'opera sua, né potrà perdere le anime a Lui incorporate e viventi in Lui e per Lui. Le persecuzioni contro la Chiesa e contro le anime non potranno avere un esito vittorioso; saranno miseri sforzi, passeranno come una tempesta, e si dilegueranno. Perirà il mondo, non la Chiesa, periranno i perversi non le anime da essi oppresse, e la vittoria sarà sempre della croce!
O Gesù, Redentore nostro dolcissimo, ecco, noi siamo in un momento di prova...
O Gesù, Redentore nostro dolcissimo, ecco noi siamo in un momento di prova veramente penosa, poiché passa sulla terra l'uragano di ferro e di sangue, e tenta di sommergere la Chiesa per sempre. A questo mirano gli eserciti che come valanga scendono sulle nazioni, ultima espressione dell'ira di satana. Il mondo s'illude che quegli eserciti mirino solo alla conquista di un dominio politico; essi, nel disegno di satana, mirano invece all'annientamento della Chiesa e all'inaugurazione di novelle idolatrie nel mondo.
Ricordati della tua promessa, o Gesù, mandaci lo Spirito Santo in una grande effusione di luce e di misericordia, rinnova la faccia della terra, converti gli empi che l'hanno insanguinata e sconvolta, e forma di tutte le genti l'unico tuo ovile, sotto l'unico Pastore che ti rappresenta nel mondo.
Venga il tuo regno eucaristico, o Gesù; siamo avidi del tuo comando amoroso, e come pecorelle del tuo gregge vogliamo essere guidati solo da Te ai pascoli della vita. Vieni, non vogliamo più i mestatori di popoli che si atteggiano a salvatori, e seminano la strage e la morte, che acuiscono la loro mente per trovare nuovi raffinati modi di distruzione e di rovina; essi rappresentano le tenebre, l'infelicità e la morte, e Tu solo sei invece luce, pace e vita.
Suscita la spada della giustizia, annienta le insidie dei tuoi nemici, umilia l'orgoglio di quelli che confidano nella loro forza; vinci, come sempre Hai fatto, con mezzi in apparenza umili e spregevoli, confondi il mondo, e ridonaci la pace per la tua Chiesa e nella tua Chiesa. Amen.
Sac. Dolindo Ruotolo

domenica 1 giugno 2014

01.06.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 28, par. 5

5. Gli apostoli mandati da Gesù ad evangelizzare il mondo
Mentre i sacerdoti, gli scribi e i farisei cercavano con la più stupida calunnia di impedire il propagarsi della buona novella, Gesù Cristo con la sua divina autorità, investiva gli apostoli della loro missione e solennemente li mandava ad annunziare la verità a tutte le genti di buona volontà, battezzandole nel nome della Santissima Trinità, ed incorporandole al suo Corpo mistico. Egli mandandoli non li fece ministri di una vana eloquenza, ma ordinò loro di istruire le genti e di insegnare ad osservare tutto ciò che aveva loro comandato. La predicazione evangelica è perciò eminentemente didascalica, e non può perdersi in vane parlate, che servirebbero più a magnificare l'oratore che a dilatare il regno di Dio. L'esposizione delle verità, del resto, è l'eloquenza più bella che possa desiderarsi, poiché è luce che illumina la mente, ed è calore che riscalda il cuore e la vita. L'oratoria non è mai apostolato, anzi molte volte diventa vera causa dell'ignoranza che affligge l'anima cristiana. Bisogna darle definitivamente il bando, e ritornare alle forme di omelia e di catechesi che avevano le prediche nella Chiesa primitiva.
Mandando gli apostoli in tutto il mondo, Gesù Cristo, fece ad essi ed ai fedeli di tutti i secoli la consolante promessa di essere con la Chiesa e con loro fino alla consumazione dei secoli. Egli difatti è con noi vivo e vero, nella Santissima Eucaristia, ed è con l'autorità che regge la Chiesa, di modo che non può mai avvenire che la verità e la vita della Chiesa possano venir meno nel corso dei secoli. La promessa dell'indefettibilità del Corpo mistico del Re divino esclude nella maniera più categorica la fandonia di quelli, i quali affermano con tracotanza che la Chiesa ha deviato dal suo cammino. E un assurdo che contrasta con l'essenza della promessa del Redentore e con la testimonianza della storia. Se la Chiesa avesse deviato, Gesù non sarebbe stato con Lei e non l'avrebbe assistita; se avesse smarrito la verità, sarebbe perita, perché la sua vita sta tutta nella verità e nel bene. Ringraziamo Dio che Essa è invece più rigogliosa che mai, e cantiamo al Signore un inno di amore riconoscente, perché si è degnato di conservarci nel suo seno.
Per la presenza di Gesù Cristo, la vita della Chiesa è una meraviglia di luce, di fecondità e di forza spirituale, che trascende ogni umana immaginazione; per la presenza eucaristica, fiorisce nel suo seno l'eroismo più puro, ed Essa ascende sempre dalla povera valle dove peregrina fino al godimento eterno.
Nel suo mortale cammino è sempre assalita e combattuta, perché segue il suo Re appassionato, ma il sapere che Egli è con Lei, il constatarlo, il viverne è tale conforto, che muta tutte le sue battaglie in trionfi, e le fa godere nelle stesse angustie la pace più profonda. La frase del poeta venosino che il sole non ha visto mai nulla di più grande di Roma può applicarsi solo nella Chiesa se si vuol dare ad essa il valore del vaticinio. Roma pagana infatti in mezzo alle grandezze militari offrì uno spettacolo di tale miseria morale, da potersi dire che il sole non abbia visto nulla di più turpe; Roma pagana oggi è solo un insieme di rovine, che sono archeologicamente interessanti e rivelano una grandezza passata, ma che in fondo sono ruderi informi. Solo la Chiesa ha reso Roma il centro dell'impero del Re divino; solo la Chiesa, nonostante le inevitabili debolezze degli uomini che ne fanno parte, offre lo spettacolo di un impero di verità, di bene e di amore, dove la potestà che comanda non cerca la gloria ma il bene, non opprime ma guida, non sfrutta ma dona, e dona le ineffabili ricchezze spirituali che Essa possiede.
Quale società e quale istituzione può avere vivo in lei il suo fondatore? I mausolei e i monumenti più grandiosi non sono che pietre, e i resti mortali degli uomini illustri sono putredine e cenere. Solo la Chiesa possiede il suo Re risorto e immortale, lo possiede vivo e vero, l'adora, gli parla, gli si unisce, ne beve la vita, e si consola in Lui. Il sacro Tabernacolo eucaristico è più che un monumento; è l'Arca dov'Egli vive, ci si dona, e regna.
Per l'Eucaristia il dono della sua Parola diventa vita, immaginare il Vangelo senza il Tabernacolo eucaristico è come immaginare una statua senza movimento e senza respiro, o come il pretendere che un erbario possa essere lo stesso che la feconda campagna. Gesù Cristo è sempre con la Chiesa, e vi continua la sua vita ammirabile, riproducendola nel suo Corpo mistico, e comunicandola attraverso i Sacramenti; Egli è veramente con noi, perché ci genera, ci alimenta, ci istruisce, ci guida, ci sostiene, e ci porta alla vita eterna.
Sac. Dolindo Ruotolo

01.06.2014 - Commento alla prima lettera agli Efesini cap. 1, par. 2

2. San Paolo si annuncia apostolo per volontà di Dio, saluta gli Efesini e benedice Dio per la fede e i doni loro concessi per la gloria sua.
San Paolo comincia la sua lettera annunciandosi apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, per poter insinuare nei fedeli ai quali scrive il dovuto rispetto alla sua parola, rivolta loro in nome e per autorità di Dio. Egli non parla da privato ma da apostolo, ed è tale non per missione avuta dagli uomini ma da Dio. Si rivolge a tutti i santi e fedeli in Gesù Cristo che sono in Efeso, cioè a tutti i cristiani consacrati a Dio in forza della loro vocazione, fedeli al Signore per Gesù Cristo che è la loro santificazione, e in Lui e per Lui li rende graditi a Dio.
Nel Testo della Volgata è detto: a tutti i santi, nel testo greco manca la parola tutti, come in alcuni codici mancano le altre: che sono in Efeso; ma è evidente che l’Apostolo si rivolgeva a tutti indistintamente i cristiani, e determinatamente a quelli di Efeso, ai quali indirizzava la lettera. Egli augura loro e invoca su di loro la grazia di Dio, che è il primo e indispensabile dono del Signore che ci rende partecipi della divina natura, fratelli di Gesù Cristo e coeredi della gloria del Padre, ed augura loro la pace
che è conseguenza della grazia, perché ci dà la tranquillità interiore e l’equilibrio che viene dalla pratica della virtù.
La grazia e la pace vengono a noi da Dio Padre nostro che ce la dona per sua infinita misericordia, e dal Signore Gesù Cristo che ce la merita. Senza di Lui e della sua redenzione per il suo preziosissimo Sangue, non potremmo avere né grazia né pace. Egli ci riconcilia con Dio, Egli ci attrae nell’anima la sua grazia, Egli ci dona la pace, unendoci a Dio con la grazia.
Pieno di riconoscenza per questi doni della divina misericordia, san Paolo esclama: Benedetto il Dio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti in Cristo con ogni sorta di benedizione spirituale nei cieli. Queste benedizioni provengono dai cieli, cioè dalla bontà di Dio, e sono attuate per gli eterni disegni e decreti del suo amore. Sono quelle benedizioni con le quali il Signore ci prescelse prima della creazione del mondo, cioè dall’eternità, fra tante creature possibili, ci predestinò, eleggendoci con la sua libera volontà e per puro e gratuito amore fra tutte le creature che per loro colpa si perdono, e ci giustificò per questo in Gesù Cristo e per Gesù Cristo, affinché fossimo santi ed immacolati al suo cospetto, e potessimo comparire innanzi a Lui come suoi figli adottivi per Gesù Cristo suo eterno Figlio.
L’elezione, la predestinazione e la giustificazione non sono un capriccio o una scelta fatta senza profondissima e arcana ragione: il Signore vuole che sia glorificata e si e- salti la sua grazia trionfante, mediante la quale ci rese accetti nel suo diletto Figlio. E la causa finale di ogni opera di Dio: la sua gloria; è la causa finale dell’elezione, predestinazione e adozione dei figli suoi, opera più grande e più bella della stessa creazione, opera di potenza, di sapienza e di amore, che manifesta più di qualunque opera la gloria di Dio.
La gloria di Dio è come un ritorno delle creature in Lui, ed è per esse uno splendore che lo rivela ad esse come Creatore, infinita potenza, infinita sapienza ed infinito Amore. Dio non ha bisogno evidentemente di una gloria ad extra, perché la sua infinita gloria è il suo Verbo eterno, ma Egli non può operare che per la sua gloria, perché è il primo principio di tutto e l’ultimo fine, e perché la sua gloria giova alle sue creature e le sostenta nell’essere e nella vita. Esse sono come lampade accese intorno al suo trono, rifornite ad ogni istante di vita come si rifornisce una lampada perché arda. Senza la gloria di Dio non avrebbero ragione di essere e si dileguerebbero nel nulla, quasi come si spegne una lampada che non deve far luce. Glorificando Dio, si elevano innanzi a Lui come si eleva in alto un cantico potente, sapientemente armonizzato e soavemente amoroso.
Le creature ragionevoli sono elevate a Dio come sua gloria dalla grazia e la grazia è trionfante in esse per il Figlio di Dio che col suo Sangue le redense, donò loro la remissione dei peccati e le arricchì dei suoi meriti. Eravamo schiavi del peccato e del demonio, e con satana eravamo peccato e dannazione. Gesù Cristo ci redense, pagò il prezzo del nostro riscatto col suo Sangue, e noi, uniti a Lui, Verbo di Dio ed eterna glorificazione del Padre, diventiamo anche noi glorificazione di Dio per la trionfante sua grazia. Questa grazia, Gesù Cristo l’ha effusa in noi sovrabbondantemente con ogni sorta di sapienza, facendoci conoscere i grandi misteri della fede, per i quali ci uniamo a Dio con l’intelletto che lo contempla, e l’ha effusa con ogni sorta di prudenza, insegnandoci a vivere santamente secondo i precetti della divina volontà.
La rivelazione dei grandi misteri della fede si attua in noi per la conoscenza dell’Incarnazione del Verbo, mistero della divina volontà, secondo il disegno benevolo della sua misericordia che Egli prestabilì ab aetemo, perché fosse compiuto nella pienezza dei tempi. Evidentemente il suo disegno era in beneficio delle creature e doveva compiersi nel tempo; il suo compimento esigeva una preparazione lunga per predisporre gli uomini a ricevere la misericordia divina; il compimento di questa preparazione rappresenta la pienezza dei tempi, come il tempo della maturazione di un frutto, lentamente formato dalla pianta e dal fiore, ne rappresenta la pienezza.
Il testo greco ha una frase che manca nella Volgata, e che tradotta letteralmente suona così: La grazia di Dio l’ha effusa in noi... avendoci fatto conoscere il mistero della sua volontà che aveva seco stabilito PER L’ORGANIZZAZIONE della SUA CASA, cioè di tutta la famiglia delle sue creature, e prima di tutte della Chiesa, per essere compiuto nella pienezza dei tempi. Questo disegno per l’organizzazione della sua casa era costituito dalla riunione di tutte le cose in Cristo come sotto un solo capo, come indica chiaramente l’espressione greca tradotta nella Volgata con la parola restaurare.
Questa parola non è mal tradotta, e tanto meno fu usata male dal Papa Pio X quando lanciò il suo programma di voler tutto restaurare in Cristo, come insinua qualche moderno; questa parola esprime invece mirabilmente, e come in sintesi comprensiva, il modo in cui Dio voleva riunire tutte le cose in Cristo, restaurando quelle che erano decadute per il peccato o in conseguenza del peccato. È questo il grande mistero della divina volontà, mistero la cui estensione noi non possiamo misurare su questa terra, perché Dio ce ne ha rivelato solo quello che riguarda noi.
Le creature del Cielo e della terra restaurate in Cristo
San Paolo parla certamente di un’opera che Gesù Cristo compie anche nei cieli e, stando alla Volgata e al senso che scaturisce anche dal greco, parla di una restaurazione che per volere di Dio doveva attuarsi nei cieli. In quale senso dice queste parole? Certamente nel senso che Gesù Cristo, nel quale dovevano riunirsi tutte le cose, doveva essere ed è, anche in quanto uomo, il capo degli angeli. Ma anche tra questi spiriti celesti ci fu una ribellione e una caduta tristissima, e la caduta degli angeli ribelli ebbe una ripercussione in tutta la creazione, come l’ebbe sulla terra la caduta dell’uomo. Ora, Gesù Cristo che morendo per gli uomini li redense e li restaurò, restaurando anche la terra, gradatamente fino al compimento dell’opera sua nel giorno del giudizio, operò anche per restaurare i cieli, riparandovi i disordini causati dalla ribellione angelica? Operò per dar modo persino agli angeli ribelli di potersi rinnovare in Lui?
È un mistero che Dio non ci ha rivelato e del quale non conosciamo l’estensione.
Gesù Cristo, salvando gli uomini col suo Sangue preziosissimo, e scegliendo tra essi gli eletti, riparò la caduta degli angeli, compiendo con i salvati il loro numero, sminuito dalla caduta; ma la potenza del suo Sangue prezioso
può estendersi ancora di più, ed assolutamente parlando, può dare anche agli angeli caduti il principio della restaurazione, sol che si uniscano a Lui come a loro capo divino. Essi, che caddero per non voler adorare il Verbo incarnato che fu loro presentato in visione lontana, perché crederono di essergli superiori nella natura, potranno ritrovare la via della salvezza sottomettendosi a Lui già venuto e già incarnato sulla terra, riconoscendone la superiorità su tutte le creature? Come potrebbe attuarsi questo primo passo verso la redenzione? Si attuerà?
Sono tutte domande alle quali non possiamo rispondere, perché Dio non ce l’ha rivelato.
Il desiderio dei santi nel mistero della misericordia di Dio
Potremmo affacciare solo un’ipotesi ardita, che potrebbe trovare una certa conferma sia nel desiderio che hanno avuto tanti santi di spegnere l’inferno dove sono gli angeli caduti, sia guardando quello che Gesù Cristo ha fatto per restaurare l’uomo. Il desiderio dei santi, ispirato dal più puro amore verso Dio e dalla più sublime carità, fu certamente ispirato loro dalla grazia, e non poté essere un frutto di fantastica esaltazione. Fu esso un’esuberanza di eroico amore, che in loro e solo in loro si accese, o fu un riflesso della misericordia di Dio che li illuminava e accendeva l’anima loro dal desiderio di ricondurre a Dio le legioni degli angeli perduti?
Noi non lo sappiamo, perché Dio non ci ha mai rivelato i limiti della sua misericordia. Quando l’ha effusa sugli uomini per il Papa e il sacerdozio, ha voluto che qualunque cosa avessero sciolta sulla terra fosse sciolta nei cieli,
ed ha voluto che il perdono non fosse dato solo sette volte ma settanta volte sette, cioè un numero illimitato. In questo ci ha fatto capire che la sua misericordia non ha limiti. Ora, questa misericordia che Egli effuse sugli uomini ingratissimi dando loro il suo stesso Figlio, si è arrestata, ha avuto o ha i suoi limiti alle porte della perdizione angelica? Dio che ha imposto al sacerdozio di perdonare settanta volte sette i peccati degli uomini caduti dopo la redenzione, ha negato solo agli angeli caduti, spiriti più nobili degli uomini una misericordia?
E se i meriti del prezioso Sangue di Gesù Cristo sono infiniti, non hanno essi trovato, diremmo, lo sfogo e l’espansione di questa infinità effondendosi su nobili creature cadute, e su quelle tra esse che liberamente avessero riconosciuto la superiorità del Verbo incarnato su di loro, unendosi a Lui, e cancellando per Lui l’orgoglio della loro ribellione? Noi non lo sappiamo, ma certamente non ripugna a Dio e ai suoi attributi una tale misericordia, anzi è tanto conveniente alla sua infinita bontà.
Se mettiamo come ipotesi la restaurazione di quegli angeli caduti, che liberamente, per impulso di grazia, riconoscono Gesù Cristo come capo, e si uniscono a Lui per i meriti del suo stesso Sangue, in quale modo potrebbe attuarsi in loro, ostinati nell’orgoglio e nel male, il primo passo verso la restaurazione? E un problema arduo assai, sul quale possiamo formare solo una vaga ipotesi, guardando per analogia quello che il Signore ha compiuto redimendo gli uomini.
16 Sono interrogativi interessanti, che riguardano più Dio che noi. Non è facile per noi sondare l’abisso infinito della divina misericordia anche se dobbiamo necessariamente ricordare... che in Dio anche la giustizia è infinita.
Gesù capo della Chiesa, suo Corpo mistico
Per avere contatto immediato con gli uomini, il Verbo di Dio si fece uomo, si sottopose a tutte le miserie umane, eccetto il peccato, perché era proprio il peccato che Egli voleva espiare e distruggere. L’uomo peccatore trovò in Lui e trova in Lui la via per ritornare a Dio, si congiunge a Lui come membro del suo Corpo mistico, partecipa alla sua vita nei Sacramenti, e soprattutto in quello dell’Eucaristia, si eleva in Lui e riprende il suo cammino soprannaturale, diventando per Gesù Cristo figlio adottivo di Dio.
Per noi che eravamo maledetti, Gesù si fece maledetto, e morì sulla croce che era l’espressione più brutta della maledizione, essendo scritto: Maledetto colui che pende dal legno. La nostra maledizione ci portava all’eterna maledizione, e quindi noi, viventi, eravamo come nell’anticamera dell’inferno, senza speranza di remissione. C’era anche su di noi, senza la redenzione, il suggello dell’eternità. Gesù Cristo si caricò di questa maledizione e fu per noi il maledetto sulla croce; ma lo fu non per ribellione bensì per obbedienza, non per orgoglio ma per estrema umiliazione, non per odio ma per amore, tanto verso Dio che verso gli uomini, e noi fummo salvati dalle sue piaghe per la sua obbedienza, per la sua umiliazione e per il suo amore. Egli ci ha dato il prezzo del riscatto, ma dobbiamo noi accettarlo e usufruirne unendoci a Lui, di modo che non si salvano quelli che non lo vogliono e resistono al suo amore.
Egli ci ha restaurati in Lui, e noi in Lui troviamo la restaurazione e la salvezza, ma le troviamo nella Chiesa e per il sacerdozio, perché nella Chiesa e per il sacerdozio ci
uniamo a Lui. È, dunque, il sacerdote, un uomo pieno della sua potestà che ci applica i meriti del suo Sangue.
Gli angeli perduti, per i quali nessuno potrebbe negare che sarebbero sufficienti alla salvezza i meriti infiniti di Gesù Cristo, potrebbero ritrovare la via della redenzione, se Egli mandasse loro un’anima piena di Lui, che raccogliesse anche la loro maledizione e la consumasse nella pienezza dei suoi meriti infiniti. Quest’anima dovrebbe raccogliere essa la loro perdizione immolandosi, ed essi, attaccandosi a lei, troverebbero Gesù Cristo, Verbo incarnato, ne riconoscerebbero la superiorità, lo adorerebbero, e si troverebbero fuori di quella pervicace ostinazione che ora li mantiene nell’eterna caligine.
Nessuno potrebbe negare questa possibilità, e san Tommaso afferma che Dio di potenza assoluta potrebbe salvare anche i dannati, conciliando però anche per essi le esigenze della giustizia con l’esuberanza della sua misericordia. Se è vero che Dio potrebbe liberare i dannati che ebbero la redenzione e non vollero usufruirne, potrebbe dare anche agli angeli caduti la possibilità della restaurazione in Gesù Cristo nel quale debbono riunirsi e restaurarsi tutte le cose, sia quelle che sono in cielo che quelle che sono in terra.
San Paolo, pur accennando ad una misericordia fuori della nostra terra, parla di quella che abbiamo di fatto ricevuta noi, e in particolare parla dei Giudei e degli Efesini. In Cristo - egli esclama - anche noi per sorte siamo stati fatti eredi, senza alcun nostro merito, poiché fummo predestinati ed eletti secondo il disegno di Lui, che opera secondo il consiglio della sua volontà. L’ultima ragione della scelta è da ricercarsi nella volontà di Dio, e l’ultimo fine della predestinazione e della vocazione alla fede è la gloria di Dio, e perciò san Paolo soggiunge: Affinché siamo argomento di lode alla sua gloria. I primi a sperare in Cristo furono i Giudei, i quali aspettavano la sua venuta e speravano in Lui, a differenza dei pagani che non avevano questa speranza. Ma, compiuta la redenzione per tutti gli uomini, anche i pagani furono chiamati alla fede, e san Paolo rivolgendosi agli Efesini in particolare, esclama: Anche voi, avendo ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo della nostra salvezza, ed avendo ad esso creduto, siete stati improntati del sigillo dello Spirito Santo promesso già da Gesù Cristo in varie occasioni (Le 11,3; Gv 7,39; 14,16, 26 ecc.).
Questo sigillo è il carattere impresso nei Sacramenti del Battesimo e della Confermazione, per il quale carattere chi è chiamato alla fede è riconosciuto autenticamente come figlio di Dio. Questo sigillo che porta nell’anima lo unisce a Gesù Cristo che ha pagato per lui il prezzo del riscatto, e quindi esso è come caparra dell’eredità eterna nella gloria, che sarà piena e completa alla fine dei tempi con la risurrezione finale; cioè fino alla redenzione di tutti coloro che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.
Noi, per la fede e il sigillo della fede nel Battesimo e nella Cresima, siamo già eredi nel regno eterno, e ne abbiamo come la caparra. Il possesso di questo regno sarà completo per l’anima e per il corpo, allorché, compiuto il numero degli eletti, sarà compiuto il popolo santo che Gesù Cristo ha acquistato col suo Sangue per la gloria di Dio. Questo popolo è la Chiesa trionfante, e di essa faranno parte tutti quelli che si saranno salvati e si troveranno completamente purificati nel giorno del Giudizio universale.
Riflettendo a questi incommensurabili benefici della redenzione, san Paolo ringrazia Dio che ne ha fatto partecipi gli Efesini, i quali non solo hanno avuto fede in Gesù Cristo, ma hanno avuto anche la carità, inseparabile dalla fede: Perciò io pure - egli esclama - udita la vostra fede nel Signore Gesù e la vostra carità verso tutti i santi, cioè verso tutti i cristiani, non cesso di ringraziare Dio per voi, facendo memoria di voi nelle mie orazioni. Ringraziando Dio della fede e della carità degli Efesini, san Paolo prega per loro, affinché questa fede si accresca con i doni particolari dello Spirito Santo; egli supplica Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, Padre della sua gloria sostanziale che è il Verbo eterno generato da Lui, lo supplica a concedere loro spirito di sapienza e di rivelazione per conoscerlo sempre più, e lo supplica ad illuminare gli occhi del loro cuore, affinché possano sapere qual è la speranza della loro vocazione, ossia quanti beni possono sperare coloro che ebbero il dono della fede, quali le ricchezze della sua gloriosa eredità per i santi, cioè quanta gloria è riservata ai cristiani nel Cielo, del quale sono eredi come figli di Dio, e quale sia la sopraeminente grandezza della virtù di Dio verso i credenti, attestata dalle operazioni della sua vigorosa potenza. Egli con la virtù della sua grazia li sostiene perché raggiungano l’oggetto della loro speranza, cioè la gloria del Cielo, e mostra la sua vigorosa potenza vincendo gli ostacoli che si frappongono all’eterna salvezza che essi sperano ed alla quale tendono.
Questa vigorosa potenza Dio la mostrò in Gesù Cristo efficacemente, risuscitandolo dalla morte e facendolo sedere alla sua destra nei cieli, al disopra dei cori angelici, dei quali san Paolo nomina solo quelli nei cui nomi c’è un’espressione di potenza: Principati, Potestà, Virtù e Dominazioni, e al di sopra di qualsiasi altra creatura che abbia dignità non solo nel secolo presente ma anche nel futuro. Elevando la Santissima Umanità di Gesù Cristo a tale altezza, Dio sottopose tutto ai suoi piedi come a re universale, e lo costituì come capo supremo della Chiesa, la quale è il suo Corpo mistico, il compimento di Lui che si compie tutto in tutti.
La Chiesa, ossia la riunione di tutti i fedeli che costituisce il popolo di Dio, è come un solo corpo, del quale il capo invisibile è Gesù Cristo, e il capo visibile è il Papa che ne è il vicario. Come il corpo umano è quasi il compimento del capo, perché senza di esso il capo non potrebbe esercitare le sue diverse azioni, e come il corpo senza il capo non avrebbe né vita né movimento, così la Chiesa è il Corpo di Gesù Cristo, che per essa esercita le sue funzioni di redentore e di santificatore.
Egli si compie tutto in tutti, ovvero, come può anche tradursi in senso attivo il participio greco plerouménou, compie tutto in tutti. Si compie, quasi che l’umanità da Lui assunta trovasse il compimento nelle membra della Chiesa, quasi che Egli, oltre all’umanità assunta in Maria, abbia voluto assumere tutta l’umanità, formando da essa il suo Corpo mistico. Egli COMPIE tutto in tutti, cioè riempie dei suoi beni coloro che gli sono legati, e compie il suo
divino disegno in tutti, cioè nella sua Chiesa, nonostante tutti gli ostacoli che vi frappongono gli empi. Il corpo reale assunto da Gesù Cristo in Maria, visse su questa terra trentatré anni, e poi fu crocifisso e risorse; il Corpo mistico segue la sua stessa vita, soffre la sua medesima passione, apparirà come morto nelle ultime persecuzioni, e risorgerà nella gloria, quando sarà trionfante nel Cielo.
Sac. Dolindo Ruotolo