venerdì 15 agosto 2014

15.08.2014 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 1, par. 5-13

5. L'incontro con sant'Elisabetta. La fede che dona un linguaggio di vita: Magnificat anima mea Dominum!
Maria si pose in viaggio per le vie deserte dei monti e camminava frettolosamente. Cercava la solitudine, perché aveva un gran bisogno di amare in silenzio, e correva perché era quasi come spirito e non avvertiva il peso del corpo.
Chi ha provato un momento d'intimo amore con Dio sa quanta vita esso trasfonde in tutto il corpo, rendendolo più sottomesso all'anima, più docile strumento dello spirito; questa vita dovette essere immensa in Maria, tutta avvolta dalla fiamma dell'eterno Amore. Non poggiava quasi sul suolo e, come colomba librata al volo, divorava la via. Correva senza affannare, spinta come da un vento, giacché la creazione le faceva quasi riverenza, e l'aria stessa s'apriva innanzi a Lei, per non opporre resistenza ai suoi passi. Correva esultando nel suo spirito, con passo sicuro e senza timore, giacché la gioia pura dell'anima dà anche al corpo un novello vigore ed una maggiore decisione nei suoi movimenti. I suoi sentimenti si arguiscono da quelli espressi a sant'Elisabetta, espressione magnifica dell'anima sua benedetta: glorificava Dio, esultava in Lui Salvatore, vivente nel suo seno, si umiliava e considerava la sua grande missione nei secoli, attribuiva al Signore tutta la propria grandezza, e considerava le conseguenze della misericordia fatta da Dio alla terra, la dispersione dei superbi, l'umiliazione dei grandi e l'elevazione degli umili. Era piena di Dio, conversava con Lui, lo amava d'intenso amore, piena di riconoscenza per il compimento delle promesse fatte da Lui ad Abramo ed alla sua discendenza; cantava nell'esultanza del suo spirito, ed esplose nella pienezza del suo amore innanzi alla santa cugina.
Il saluto di Maria
Giunse presto in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta, dice il Sacro Testo. Non salutò il consorte di lei o per delicatezza, sapendolo muto e non volendolo mortificare parlando, o perché sapeva che era momentaneamente assente. Salutò con le parole allora più in uso. La pace sia con te, o con altra simile espressione, ed al suono della sua voce il bambino di Elisabetta trasalì di gioia nel seno di lei, ed essa fu ripiena di Spirito Santo.
La voce benedetta di Maria era come la voce stessa del Verbo Incarnato in Lei, giacché Egli ne possedeva e ne elevava tutta la vita; era voce santa e santificante che operò quello che diceva come augurio di pace, ed operandolo nello stesso tempo santificò il Battista nel seno materno, e ne santificò la madre riempiendola di Spirito Santo.
Elisabetta vide Maria nello splendore della sua sovrumana bellezza e ne rimase profondamente colpita. Il cammino fatto sollecitamente le aveva anche fisicamente ravvivato il colore del volto: l'espansione con la quale le si rivolse aveva fatto come affiorare tutta l'anima sua nelle linee del corpo purissimo era come un'opera d'arte mirabile, un misto di semplicità e di maestà grande, un insieme di umiltà e di gloria, un'armonia di gioia profonda e di compostezza imperturbabile; era bellissima come non lo fu mai nessuna creatura, e rapiva perché spirava santità e pace da ogni movimento e da ogni parola.
Era ancora fanciulla, aveva poco più di quindici anni, e benché fosse già sviluppata, portava nella sua persona la casta ed affascinante ingenuità propria dell'adolescenza. Era come un fiore aperto alla vita e, perché aperto per virtù dello Spirito Santo, conservava intatto quel candido fulgore di integrità che è proprio delle vergini. Sembrava un angelo del Paradiso, più di un angelo, fulgente nei raggi della divinità che in Lei riposava, e diffondeva intorno una soavissima unzione di grazia che saziava lo spirito e lo inebriava di amore verso di dìo. La sua voce non era voce di umana creatura: aveva qualche cosa di misterioso, penetrava il cuore come grazia, e lo pacificava con una grande soavità; era come una melodia sommamente espressiva tratta da uno strumento dolcissimo.
Il saluto di sant'Elisabetta
Sant'Elisabetta, perciò, al vederla così grande e così bella, esclamò per ispirazione interna dello Spirito Santo: Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno. L'abbracciò, la strinse al cuore quasi con effusione materna, giacché essa era già avanzata di età; ma nello stringerla sentì in lei qualche cosa di divino, capì per grazia il mistero della sua Maternità divina, sentì che abbracciava la Regina del cielo e soggiunse: E da dove a me questa grazia che la Madre del mio Signore, cioè del mio Dio fatto uomo per la salvezza di tutti, venga a me?
Con queste ispirate parole fu come scolpita per i secoli la testimonianza della divina Maternità di Maria e della sua ineffabile grandezza. Essa non è indifferente ai salvati dal Redentore, lo porta loro, lo dona, effonde la sua grazia e la sua misericordia, dona la sua gioia, santifica in suo nome, ed è inseparabile da Lui nell'opera della salvezza.
Se fosse stata solo un canale per il quale passò il Redentore, come dicono stoltamente i poveri protestanti, Elisabetta, ripiena dello Spirito Santo, si sarebbe rivolta non a Lei ma al Figlio divino che le stava nel seno; essa invece la esaltò benedetta fra le donne, e chiamò frutto suo il Redentore, frutto della sua pianta purissima, che, evidentemente, Essa sola poteva dare. La pianta non è un semplice canale del frutto, lo genera, lo nutre; lo matura e lo dona; bisogna andare alla pianta per averlo, e senza la pianta è impossibile coglierlo.
Elisabetta vide in Maria tutto quello splendore di vita, e lo paragonò inconsciamente all'umiliante abbattimento nel quale il suo sposo, muto e sordo era venuto a lei dopo la visione dell'angelo, capì che la fede nella parola dell'angelo aveva in lei realizzato il grande mistero, come l'incredulità del marito aveva cagionato a lui la mutezza e la sordità. Psicologicamente quell'infermità del marito le era stata cagione di non pochi fastidi nel governo della casa, e quindi esclamò: Te beata che hai creduto poiché si adempiranno le cose dette a te dal Signore.
Il cantico sublime di Maria
Maria a quelle parole di lode sentì l'anima sua tutta tratta in Dio; l'umiltà le dava il senso della sua nullità innanzi a Lui; la riconoscenza le faceva attribuire tutto alla sua infinita misericordia; la luce divina che la illuminava le faceva guardare i suoi disegni su di lei ed i trionfi delle sue misericordie nei secoli, fino alla fine del mondo; perciò levando al cielo gli occhi esclamò: L 'anima mia magnifica il Signore.
Mai uscì da labbro umano un cantico più sublime di gioia, mai un cuore si aprì a Dio con tanto riconoscente amore, mai l'umiltà più profonda fu armonizzata così mirabilmente con la verità, in modo da formare una melodia di annientamento e di grandezza, di piccolezza e d'immensità, di bontà e di forza che affascina l'anima e la unisce alla gioia ed ai sentimenti di Maria.
Le reminiscenze scritturali del cantico di Anna, dei salmi e dei profeti che si trovano nel sublimissimo cantico, non mostrano solo la familiarità di Maria con le Sacre Scritture, ma sono come la luce delle profezie e delle figure passate che s'incontrano con la realtà e col compimento delle promesse di Dio e, lungi dall'offuscare l'originalità del canto, lo rendono nella sua concisa semplicità più splendente e più bello. Esso è come il fiore di tutto l'antico patto ed è la gemma feconda del nuovo; è il compimento delle antiche speranze e la speranza nelle nuove misericordie; è la sintesi delle compiute aspirazioni del passato, è un rapido sguardo alla storia del futuro, fino al compimento dei secoli, è il programma della vita di un'anima redenta e la sintesi delle sue elevazioni di amore; è, infine, lo sprazzo fulgente della vita del Verbo Incarnato e della medesima Madre che lo portava nel seno. In tutta la storia del regno di Dio è una voce sempre viva, in tutto lo sviluppo della Chiesa è un programma sempre attuale, in tutte le ascensioni dei santi, è una voce sempre armoniosa, che può raccogliere in un suono di amore le mirabili armonie della grazia in loro; è un cantico fecondo e verginale, come il cuore dal quale sgorgò ricco di significati e semplice nella sua espressione, che la Chiesa canta e ricanta ogni giorno, senza che esso esaurisca la sua gioiosa e fresca scaturigine, è il canto dei pellegrini che vanno verso la Patria eterna, degli apostoli che percorrono la terra diffondendo il lieto messaggio, dei martiri che attestano la verità col loro sangue, dei confessori che la propagano, delle vergini che la vivono, dei contemplativi che la gustano, degli angeli che la esaltano, delle creature tutte nelle quali ha echi di amore, ed è nota squillante del cantico eterno nell'eterna gloria.
Se si recita è una preghiera soave, se si canta è un inno trionfante che lancia lo spirito esultante in Dio, se si medita è come orto fiorito, ricco di profumi celesti. Ha un sapore sempre nuovo, un fascino sempre vivo, una delicatezza sempre verginale, che i secoli non hanno potuto mai invecchiare, perché è un cantico di vita. Che gioia, o Vergine Santa, ricevere la grazia, ricevere Gesù e poter cantare con te: Magnificat anima mea Dominami Che pace il trovarsi sul Calvario della prova e poter ripetere con te anche lacrimando, nella piena rassegnazione del cuore: Magnificat anima mea Dominum! Che dolcezza interiore elevarsi a Dio sprezzando le gioie del mondo, e ripetere nel volo dell'anima al Bene eterno: Magnificat anima mea Dominum! Che poesia d'amore recitare con la Chiesa le grandi preghiere liturgiche, sentirsi sazi di elevazioni interiori, e volgere tutta l'anima a Dio in questo canto deH'anima tua, o Maria: Magnificat anima mea Dominum! Che conforto nelle aridità dello spirito, quando la povera nostra fontana s'è come essiccata e non dà una goccia, ravvivare la scaturigine del cuore con questo tuo canto, e dare la vita alla povera terra inaridita: Magnificat anima mea Dominum!
Anche a costo di dilungarci noi non possiamo passare oltre senza dare almeno uno sguardo fugace a questi aspetti luminosi del cantico di Maria, ed a dilettarci nella molteplice rifrazione di questa gemma preziosissima del Nuovo Patto.
Non possiamo non commentare il profondo significato di questo canto di amore, che c'è stato donato per cantare a Dio la riconoscenza del nostro amore, perché uniti alla voce verginale della Mamma nostra, possiamo essere meno ingrati all'Amore che per noi discese dal cielo, e per amore ci redense col suo preziosissimo Sangue.
San Zaccaria non credette all'angelo e rimase muto e sordo fino al compimento della promessa; Maria credette e parlò, anzi cantò con una melodia che abbracciò tutti i secoli. Noi, figli suoi, cantando con Lei viviamo della sua grande fede, partecipiamo alla beatitudine del suo cuore: Beata quce credidisti, e ci rendiamo meno inetti al compimento dei disegni di Dio in noi.

giovedì 14 agosto 2014

14.08.2014 - Commento al vangelo di S. Luca estratto cap. 11 par. 4

Beato chi ascolta la Parola di Dio
Mentre Gesù parlava così, una donna alzò la voce in mezzo alle turbe e disse: Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai succhiato.
Evidentemente quella donna sentiva nelle parole del Redentore l'accento della verità e lo sentiva per qualche penosa esperienza personale che aveva fatta con quelli che gli si opponevano. Psicologicamente, infatti, l'applauso a chi parla è tanto più spontaneo e caloroso, quanto più le sue parole coincidono vivamente con le nostre esperienze personali. Chi è stato vittima di sopraffazioni da parte di prepotenti senza aver potuto reagire, e sente uno che ha il coraggio di affrontarli e di confonderli, esce in espressioni di plauso e di benedizione, che manifestano tutta la soddisfazione del suo animo, e sono uno sfogo indiretto del proprio risentimento.
L'esclamazione della donna, dopo un discorso piuttosto oscuro di Gesù, non si spiegherebbe senz'ammettere che essa medesima avesse avuto ragioni di risentimento contro gli scribi e i farisei. Perciò Gesù Cristo, senza contrastare la lode che essa dava alla sua santissima Madre, anzi confermandola ed integrandola, rispose: Anzi, beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica. Egli voleva dire: sì, mia Madre è beata perché mi ha generato ed allattato, ma è più beata perché ha ascoltato e praticato la Parola di Dio; tu, perciò, non ti consolare dei rimproveri fatti ai tuoi oppressori, ma ascolta la parola di Dio e mettila in pratica usando carità.
inoltre, quella donna riguardava Maria come madre comune, e Gesù con le sue parole la dichiarò velatamente Madre di Dio. Essa, infatti, aveva ascoltato il messaggio celeste e vi aveva creduto, aveva accolto nel seno il Verbo sostanziale del Padre e 1' aveva custodito col suo amore, aveva ascoltato da Lui la Parola di Dio e l'aveva praticata.
Non l'aveva generato e nutrito come qualunque donna, ma aveva generato il Verbo Incarnato per opera dello Spirito Santo e l'aveva custodito come Uomo-Dio, e non come può custodirsi un qualunque figlio generato dalla carne. La donna esaltava in Maria la Madre di un profeta, e Gesù replicò per esaltare in Lei la Madre del Verbo.
Come si vede, l'interpretazione di questo versetto del Vangelo è tanto, immensamente tanto lontana dall'arbitraria interpretazione protestante, che vi vorrebbe vedere una diminuzione di Maria. Se si riflette poi che san Luca nel suo Vangelo ha voluto far rimarcare in modo particolare quello che esaltava Maria, si vede anche meglio com'è assurda la blasfema ipotesi di alcuni protestanti.
La risposta di Gesù Cristo alla donna che lo esaltava era anche diretta contro l'insinuazione degli scribi e dei farisei, che lo avevano voluto mostrare amico di satana; si direbbe, era un'esplosione dell'amore di Gesù verso il Padre fatta in pubblico, un volere stornare da sé la lode che gli si faceva, per mostrare che si curava solo della gloria di Dio e per convincere meglio le turbe che Egli era contro satana. E psicologico, infatti, anche per noi quando siamo accusati a torto di empietà, il colpire tutte le occasioni per manifestare la nostra pietà e la nostra devozione; certi sentimenti che rimarrebbero celati nel nostro cuore vengono espressi con maggiore energia, e si prospettano come esclusiva nostra preoccupazione.
Gesù Cristo ci tenne a mostrare al popolo quanto Egli apprezzasse la Legge di Dio e quanto fosse lontano da operare prestigi diabolici per raccogliere gloria, e perciò, alla donna che lo esaltò magnificando la beatitudine della Madre di Lui nell'averlo generato ed allattato, rispose con forza magnificando la beatitudine di chi ascolta la Parola di Dio e la custodisce praticandola.
Sac. Dolindo Ruotolo

14.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 18 par. 8

8. La parabola del debitore dei diecimila talenti
Per confermare questa verità Gesù raccontò la bella parabola del debitore dei diecimila talenti e di quello di cento denari. Diecimila talenti, se computati col talento attico di argento, usato in Palestina ai tempi di Gesù, equivalevano a circa 55 milioni, se computati col talento ebraico, equivalevano al doppio.
Il servo infedele dunque era debitore di una somma enorme, impagabile nonostante ogni suo sforzo. Simbolo bello questo del peccato diretto contro Dio, che non può soddisfarsi senza una misericordia infinita. Cento denari equivalevano a circa 86 lire, e stabiliscono nella parabola la proporzione dell'offesa fatta a noi in confronto di quella fatta a Dio.
Se il Signore è tanto misericordioso con noi da perdonarci ad un semplice atto di supplicante penitenza, anche noi dobbiamo essere misericordiosi verso chi è debitore verso la società, verso la Chiesa, o verso di noi di offese, o di danni.
Gesù condanna assolutamente la spietatezza verso i poveri peccatori, anche se questa spietatezza sembrasse giustificata dalla necessità di conservare l'ordine. La spietatezza non produce alcun bene, soffoca, opprime, toglie la libertà di rinsavire, inasprisce, ottenebra.
Bisogna dunque compatire e perdonare, poiché questo è l'esempio che ci dà Dio, e questo è il retaggio che Gesù Cristo ha lasciato alla sua Chiesa, perdonando sulla croce anche ai suoi crocifissori. Abbiamo, sì, orrore del peccato, riproviamolo, condanniamolo, ma abbiamo misericordia per il peccatore, pensando che anche Dio ci ha usato tante misericordie, assai maggiori di ogni nostra valutazione. Certe forme di zelo spietato non piacciono a Dio, e praticamente non giovano a nulla, poiché la durezza inasprisce e incancrenisce le piaghe. Se invece di essere spietati si pregasse per i poveri traviati, quanti frutti di penitenza si raccoglierebbero nella Chiesa!
Sac. Dolindo Ruotolo

mercoledì 13 agosto 2014

13.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 18 par. 7

7. La correzione, la preghiera e la misericordia
Avendo parlato dell'importanza di evitare gli scandali, Gesù parla della necessità di eliminarli dalla sua Chiesa, che è l'arca di salvezza per tutte le anime, esortandoci alla scambievole correzione fraterna. Se uno ha mancato contro di te, cioè se ha commesso un'azione che ti dispiace perché scandalosa, offendendoti in ciò che ti dev'essere più caro di qualunque tesoro, cioè la gloria di Dio, tu va e riprendilo fra te e lui solo. Cerca cioè di fargli capire il male che ha fatto e di esortarlo ad emendarsi.
Se lo scandaloso non ascolta la correzione, è necessario fargli parlare anche da altri, affinché l'autorità di una o più persone lo convinca, come si fa in un giudizio legale. Se neppure così si emenda bisogna avvertirne l'autorità della Chiesa, affinché provveda con le sue esortazioni o con le sue sanzioni. Se non ascolta neppure la Chiesa, allora questa lo recide da se stessa, e lo scandaloso deve essere evitato come un pagano senza fede o come un peccatore pericoloso per gli altri. Gesù ci avverte che ciò che legherà la Chiesa sarà legato nel cielo, e ciò che scioglierà sarà sciolto nel cielo, e quindi non è da pigliarsi alla leggera una sentenza da essa pronunziata. Questo è l'estremo rimedio contro gli scandalosi.
Ma Gesù non vuole che si giunga a questo che in estrema necessità perché si può vincere un'ostinata volontà, con la preghiera in comune e con la misericordia; per questo ci dice che la preghiera ispirata dalla carità è ascoltata dal cielo, e che Egli stesso, Redentore delle anime, sta in mezzo a quelli che si uniscono nel suo Nome per salvarle. Gesù Cristo, dicendo questo, parlava anche dell'efficacia di qualunque preghiera fatta in comune, ma direttamente intendeva parlare della preghiera fatta per gli scandalosi, volendo con questo insinuare maggiormente la necessità di usare misericordia. Perciò san Pietro, come capo già eletto della Chiesa, e come colui al quale dovevano far capo le cause dei fedeli, accostatosi a Gesù gli domandò fino a quante volte dovesse perdonare un peccato, e subito, credendo di proporre un limite di generosità, domandò se doveva farlo fino a sette volte. Ma Gesù gli disse: Fino a settanta volte sette, cioè quasi senza confini, perché la misericordia usata verso i peccatori attrae la misericordia di Dio verso la Chiesa e i suoi membri, avendo tutti dei debiti più o meno gravi, innanzi al cospetto divino.
Sac. Dolindo Ruotolo

martedì 12 agosto 2014

12.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 18 par. 2-6

2. La vera grandezza innanzi a Dio, la piccolezza che sublima
La speciale considerazione di Gesù Cristo verso san Pietro nel pagamento del tributo e molto più le grandi parole con le quali precedentemente gli aveva promesso di farlo fondamento della sua Chiesa, aveva fatto supporre agli apostoli che fosse vicino il trionfo, ed aveva acceso in loro il desiderio di parteciparvi con posti eminenti. Gesù aveva più volte parlato ad essi della sua Passione, ma quelle parole non erano scese nei loro cuori, ed essi non le avevano neppure comprese nel loro profondo significato. Chi si trova in un avvenimento straordinario, infatti, in generale rifugge dall'idea dell'immolazione e sogna sempre trionfi. Guarda il termine e la meta senza guardare la strada che vi conduce e le difficoltà che s'incontrano.
Anche nelle cose comuni della vita avviene così: chi deve fare una gita in montagna, per esempio, si entusiasma della poesia del panorama e non riflette sull'asprezza della salita; una giovane che si sposa si entusiasma dell'abito, della carrozza, della festa, e magari dello sposo; pensa alla casetta propria, al dominio che vi eserciterà, alle dolcezze della vita, e non pensa alle difficoltà terribili del nuovo stato che abbraccia.
Gli apostoli stavano sempre in attesa di trionfi impressionanti, tali da umiliare i nemici del Signore. Seguivano Gesù con amore, ma pensavano pure al quid ergo erit nobis, cioè a quello che avrebbero avuto in seguito.
È probabile anche che l'ascesa dei tre prediletti sul Tabor nella notte della trasfigurazione, e l'emozione che avevano mostrato al loro ritorno, abbia fatto sospettare agli altri apostoli che qualche cosa di grande era avvenuto, o che avessero avuto qualche speciale mandato, quindi per introdursi presso Gesù e sapere di che si trattasse, proposero la domanda: Chi è il maggiore nel regno dei cieli? Gesù Cristo rispose chiamando a sé un pargolo che stava lì presso, un fanciullo dallo sguardo pieno d'ingenuità, che spirava candore, lo pose in mezzo ad essi e disse quelle profonde parole, fondamento di ogni grandezza vera nella Chiesa e nelle anime: In verità vi dico che se non vi cambierete e non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Chiunque pertanto si farà piccolo come questo fanciullo, questi sarà il più grande nel regno dei cieli.
Gli apostoli parlavano del regno dei cieli intendendo alludere al regno del Messia come essi lo sognavano, e Gesù parlò del vero regno dei cieli, della via di Dio e della gloria eterna, unica meta ed unico scopo della redenzione. Tutto quello che è grandezza umana è nulla di fronte all'eternità, e per raggiungere le vette della verità e le altezze della virtù che conducono al Signore, bisogna farsi piccoli ed avere le virtù dei piccoli. I fanciulli, non ancora viziati da cattive inclinazioni, sono semplici, umili, senza invidia, senza pretensioni, senza livore, tutti della mamma e del babbo, abbandonati a loro e pronti ai loro cenni. Non ragionano che col ragionamento dei genitori, non giudicano che col loro giudizio, non confidano negli estranei, non li ascoltano, non li seguono. Rifulge in loro soprattutto la semplicità e l'abbandono, perché essi intendono o meglio sentono che la loro vita dipende da quella dei genitori e massimo da quella della mamma che li alimenta e li cura più direttamente.
Gesù Cristo, invitandoci ad essere come fanciulli, c'invita a questo abbandono filiale ed a questa piena fiducia nel Padre celeste e nella sua adorabile volontà. Per questo abbandono l'anima crede, spera ed ama; crede senza presumere di criticare le eterne verità, spera senza dubitare della divina bontà, ama apprezzando Dio come unica grandezza ed unica meta. Non si entra nella luce ineffabile degli eterni misteri senza avere un'anima semplice e senza prima fare un atto di fede illimitata ed incondizionata.
Non è la propria logica, la propria limitata ragione così piena di tenebre, lo strumento ottico, per così dire, che ci fa scorgere questo firmamento sublime. I ragionatori che, in realtà, ragionano tanto poco, i critici e gli ipercritici che vivono di sciocchezze, e spessissimo di fantasie, tutti ristretti in pochi scartafacci, come tarli che se ne alimentano, quelli che non sanno puntare il cannocchiale verso il cielo, ma verso le valli, non capiranno mai nulla del Signore. La logica, il ragionamento, la ragione, sono luci che si accendono dopo avere acceso la luce della fede con infantile semplicità.
Si vede la logica della fede quando si è creduto per grazia divina, non già si crede dopo aver visto la logica della fede.
Si ragiona quando la mente è piena della verità, ma non la si ricolma di luce ragionando col povero e ingarbugliato criterio umano; pretendere di vedere nel divino senza aver prima elevato l'occhio interiore al divino, per vederlo limpidamente, è lo stesso che pretendere di numerare le stelle nelle profondità dei cieli, senza prima averle affissate col telescopio.
Dio ai cosiddetti grandi del mondo, che viceversa sono infimi nelle loro visuali, non si rivela per delicato rispetto alla loro libertà; non li richiama in alto se essi non vogliono ascendervi; solo all'anima semplice ed infantile che è tutta aperta a Lui quasi corpo diafano, si rivela, perché la sua verità non vi trova ostacoli. Il sole non penetra un corpo opaco, lo illumina solo esternamente; se la sua luce e il suo calore lo volessero penetrare lo dovrebbero bruciare come fa il fuoco quando investe un corpo.

lunedì 11 agosto 2014

11.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 17 par. 6-7

6. La tassa per il tempio
Camminando insieme ai suoi discepoli per la Galilea, Gesù profetizzò ancora una volta la sua Passione, ed essi ne furono grandemente contristati, perché intuirono che annunziava qualche cosa di triste, ma non capirono perché parlasse così. Egli invece volle che incominciasse a penetrare in loro l'idea del sacrificio supremo che voleva consumare per la salvezza di tutti, perché l'ostilità dei suoi nemici si faceva sempre più manifesta e pericolosa. Questa ostilità e la propaganda fatta contro di Lui provocarono la domanda degli esattori del tributo del tempio. Ogni Israelita dall'età di 20 anni doveva pagare ogni anno mezzo siclo per il servizio del tempio. Il mezzo siclo equivaleva a circa 1,75 lire e veniva pagato da una doppia dramma, moneta greca che valeva circa 87 centesimi. La tassa veniva riscossa da appositi impiegati, il 15 del mese di Adar, corrispondente alla seconda metà di febbraio ed alla prima di marzo.
Fino ad allora per il rispetto che avevano di Gesù, i collettori non gliel'avevano domandato, ma data la propaganda a Lui contraria, ne avevano fatta richiesta a san Pietro, come al primo dei suoi discepoli. Pietro rispose che il Maestro l'avrebbe pagato, ed entrò nella casa dove Gesù si trovava per parlargliene. Ma Egli lo prevenne, e pur volendo pagare, mostrò di essere Dio, ed affermò la sua padronanza su tutto. I figli dei re non pagavano né il tributo che si riscuoteva sulle mercanzie, né il censo che era l'imposta che gravava sulle persone, sui campi, ecc. Ora Gesù, prendendo occasione da quest'uso, afferma solennemente che Egli come Figlio di Dio non dovrebbe pagare l'imposta per il tempio. Ma per non scandalizzare gli esattori, ignari della sua divinità e del suo diritto, la paga, pur mostrando con un miracolo il suo supremo e regale dominio su tutte le creature.
Ordina a Pietro di gettare l'amo, e ordina ad un pesce di portare nella bocca uno statere, cioè quattro dramme, per far pagare la tassa sua e quella di Pietro. Il pesce sente il dominio del suo Creatore e obbedisce lasciandosi prendere e, morendo, dona il prezzo dell'imposta per Gesù e per Pietro.
Era un segno della divina potenza del Redentore, e si può dire era una delicata immagine di quello che Egli avrebbe fatto per pagare a Dio il tributo di amore che l'uomo gli aveva negato. Egli obbedì e portò il prezzo dell'espiazione e del riscatto alle sue creature; si fece prendere dalla divina volontà, si donò per donare il prezzo della liberazione dal peccato, e morì donando questo prezzo di amore.
7. Per la nostra vita spirituale
Nella nostra vita spirituale molte volte siamo avvolti da tenebre e la fede vacilla. La natura prende il sopravvento, e l'anima si lascia attrarre dai beni terreni, cercando le soddisfazioni e i trionfi del mondo. Non si può uscire da questi stati di depressione spirituale senza elevarsi con Gesù sui monti della fede e della preghiera.
Credendo e pregando, il mondo ci appare tutto tenebre e Gesù tutto luce di verità e fiamma di amore.
Credendo e pregando ci sentiamo tratti all'osservanza della divina legge, ed intendiamo le vie di Dio che conducono all'eterna salvezza, soprattutto la via della croce.
Dobbiamo ascoltare Gesù, presentato dal Padre sul monte come il Legislatore della nuova alleanza, dobbiamo credergli ed obbedirgli. Qualunque altra voce che non sia eco fedele della sua è menzogna ed inganno.
La nostra natura può chiamarsi veramente lunatica: quanti capricci, quante passioni e quante miserie la rendono epilettica nel più stretto senso della parola! Siamo agitati quando diamo libertà ai sensi, e siamo preda di satana quando cadiamo nei peccati, e soprattutto in quelli d'impurità. Siamo trascinati allora nell'acqua e nel fuoco, nel gelo di ogni sentimento santo e nel triste ardore delle passioni ed abbiamo come retaggio il dolore irrequieto, che non ci fa trovare pace. Non basta ricorrere allora a rimedi umani, che non valgono nulla, bisogna andare a Gesù, perché Egli solo può liberarci, a Gesù vivente nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Il padre dell'epilettico
andò dai discepoli di Gesù, quando essi avevano poca fede, avevano quasi naufragato, e la loro azione non valse a nulla. Chi non fa parte della Chiesa cattolica è interamente naufragato e non può né far bene all'anima inferma né scacciare da essa il demonio.
Ci lamentiamo spesso del dominio della corrotta natura e di satana, e cadiamo in tante colpe degradanti, disperando di poterci emendare. Per vincere occorre fede, orazione e digiuno, fede per andare a Dio, orazione per parlargli filialmente, digiuno per dominare noi stessi. Digiuno di cibo e di mortificazione.
Una piccola rinunzia può determinare in noi un rinnovamento radicale e può darci in mano il primo anello di una lunga catena di grazie.
Si trasfigurò Gesù Cristo e parlò con Mosè ed Elia della sua passione; scese dal monte e l'annunzio ai suoi cari, guarì il lunatico e ne parlò ancora. Oh, quanta vita c'è nella meditazione della Passione, quanta luce di verità, quanta forza di sanità spirituale, quanta consolazione nelle afflizioni dell'anima!
Uniamoci alla Passione di Gesù Cristo con l'unione alla divina volontà nelle prove della vita, e paghiamo anche noi questo tributo di amore a Dio nel tempio dell'infinita sua gloria.
Non ci illudiamo con falsi miraggi d'infeconde aspirazioni alle povere cose della terra. La vita è una prova ed è un tributo di amore a Dio! Se non siamo capaci di dargli questo tributo, domandiamolo a Gesù Cristo nostro Salvatore, e cerchiamolo nel mare delle sue misericordie.
Dobbiamo anche noi trasfigurarci con una nuova vita, tutta orientata a Dio nella meditazione della sua parola e nell'unione con Gesù Cristo; dobbiamo guarire delle nostre miserie, e darci a Dio interamente. Solo così cammineremo dall'esilio alla Patria eterna.
Sac. Dolindo Ruotolo

domenica 10 agosto 2014

10.08.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 14 par. 4-8

4. La tempesta del lago e la presenza di Cristo Gesù
Al miracolo grandioso della moltiplicazione dei pani, come si rileva da san Giovanni (6,15), il popolo fu preso da tale entusiasmo, che pensò di proclamare Re Gesù Cristo. L'idea di un Messia politicamente potente, radicata nella mente di tutti, e il pensiero di un Re che avrebbe potuto provvedere alle necessità temporali della vita senza sforzo, eccitarono il popolo a voler senza indugio inaugurare un regno di benessere materiale.
Il popolo in quel momento faceva capo agli apostoli, che allora non erano immuni dal comune pregiudizio di un Messia glorioso, e perciò Gesù ordinò loro di passare all'altra riva del lago, mentre Egli licenziava le turbe. L'amor suo non poteva non rispondere agli atti di fiducia e di riconoscenza delle turbe, e chi sa quante parole dolcissime dovette dire, e quante benedizioni dovette dare a ciascuno di quelli che gli tendevano le mani. Egli doveva anche sentire compassione per quella gente che si entusiasmava tanto per un beneficio temporale. Mai come in quel momento avevano avuto una manifestazione di fede più clamorosa, e mai questa fede era stata più meschina, tutta ristretta nelle cose fugaci della terra!
Licenziato il popolo, Gesù salì sopra di un monte per pregare, mentre annottava; era la seconda sera. Gli apostoli erano lontani nel lago e, poiché il vento era contrario, la loro barca, sbattuta dai flutti, non riusciva a prendere terra. Era la quarta vigilia della notte, cioè erano le tre del mattino.
Gli apostoli erano stati quasi tutta la notte alle prese con la tempesta, e forse avevano rivolto il pensiero a Gesù, per implorarne il soccorso. Gesù ascoltò il loro gemito e venne in loro soccorso camminando sulle acque. Discendeva dal monte dove aveva pregato tutta la notte e, in quella sublimissima orazione il suo corpo attratto dall'estasi dell'anima, s'era fatto leggerissimo, molto più di quello che non avvenga nei santi rapiti in alto. Scese dal monte dunque come in volo, e camminò sulle acque non già rendendole solide con un miracolo, ma sorvolandovi sopra per l'altissima estasi della sua orazione. La sua andatura veloce, quasi come nube che passa, giustificò l'impressione degli apostoli che lo credettero un fantasma. Essi gridarono per lo spavento, ma Gesù li rassicurò dicendo: «Abbiate fiducia, sono io, non temete». Era distante dalla barca, com'è chiaro dal contesto, e forse il medesimo vento contrario sospingeva lontano il suo corpo fatto leggero.