martedì 8 luglio 2014

08.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 11-13

11. I due ciechi, il muto indemoniato
Il miracolo della risurrezione della figlia di Giairo fece grande rumore in tutta la regione, come nota il Vangelo e, perciò, mentre Gesù, uscito dalla casa della risorta, camminava, due ciechi lo seguirono gridando: Figlio di Davide, abbi pietà di noi. La conoscenza avuta dei miracoli operati da Lui suggeriva loro questa invocazione di fede, che confessava e riconosceva in Lui il promesso Redentore, discendente di Davide.
Gesù continuò a camminare e non rispose loro che quando giunse a casa di san Pietro; là gli si avvicinarono, là li accolse con amorosa bontà, e ricercò da loro in quella casa un atto di fede nella sua potenza. Dopo di questo, toccò loro gli occhi, ed a quel contatto ricevettero la vista. E mirabile, è sempre lo stesso cammino che ci si traccia: La casa dì Pietro, la Chiesa, il contatto di Gesù, l'unione con lui. Nella Chiesa si crede veramente, perché la fede fuori della Chiesa non è fede, ma è l'ostinazione nel proprio giudizio e nella propria volontà; nella Chiesa si ha contatto con la salvifica carne di Gesù Cristo, e nel suo contatto si riceve la luce interiore che apre gli occhi alla visione di Dio e delle eterne verità.
Gesù comandò ai ciechi in tono risoluto di non dire nulla a nessuno del miracolo ricevuto, per non determinare un novello affollamento alla casa di san Pietro. Fu un atto di delicatezza verso chi l'ospitava. Ma quelli non seppero contenersi, perché la loro riconoscenza era immensa, e sparsero dovunque la notizia.
Forse fu il grido di riconoscenza dei ciechi che indusse alcuni a condurre a Gesù un uomo posseduto dal demonio, e che in conseguenza era rimasto muto. Non parlava, ma si dimenava e certamente ringhiava con furore, come fanno gli indemoniati. Ma Gesù con un atto di comando cacciò il demonio, e subito il muto parlò. A questo nuovo miracolo le turbe rimasero stupite, mentre i farisei, per screditare Gesù, attribuirono il miracolo alla virtù del diavolo.
Un altro prodigio che ci fa conoscere dove e per chi l'anima può acquistare la parola per rivolgersi a Dio. Nella casa di Pietro fugge satana, e fugge alla parola di Gesù.
12. Quando siamo muti nella preghiera
Solo la Chiesa ha la parola che penetra l'anima e la rende lode di Dio, e solo Gesù con la sua vita eucaristica può sciogliere la nostra lingua ad un inno di vera lode, di profonda adorazione, di riconoscente ringraziamento e di ardente preghiera.
Quando satana insidia un'anima e l'allontana da Dio, la rende muta perché le toglie la preghiera. Diciamo senza tema di esagerare che l'impotenza che certe anime sentono a pregare, e specialmente a pregare con le voci della Chiesa, è una vera ossessione diabolica.
Non si può spiegare diversamente quel torpore, quella noia, quell'inceppamento della lingua e delle labbra, quel disprezzo che l'anima sente per la preghiera, pur perdendo ore ed ore nella giornata in parole inutili, in letture frivole, in passatempi vani e peccaminosi. È un'ossessione che deve farci tremare quell'ostinato rifiuto dell'anima a recitare il Breviario, a dire il Rosario, ad ascoltare la Santa Messa, e quella contrarietà alla preghiera, quasi fosse un incubo. Possiamo illuderci che non sia così, possiamo credere che sia esagerato il dire così, ma il fatto è che le anime ossessionate contro la preghiera sono prese dal demonio muto. Bisogna tremare quando si nota in noi un simile stato e correre a Gesù in Chiesa, innanzi al Santissimo Sacramento, recitando le preghiere della Chiesa, per ottenere che vada via il demonio muto e ritorni la dolcissima favella della preghiera.
Quello che facevano i farisei, attribuendo i miracoli di Gesù al principe dei demoni, lo fanno oggi i miscredenti, attribuendoli alle forze naturali od alle forze occulte. La triste storia della miscredenza è sempre la stessa; cambia nelle espressioni e non nella sostanza, perché è sempre figlia del demonio. La miscredenza è illogica, poiché attribuisce alla materia forze sproporzionate ma pur di negare la verità, non esita a ricorrere alle più antiche fandonie.
13. La preghiera per ottenere operai nella messe del Signore
La compassione di Gesù per le turbe, stanche e sfinite, come pecore senza pastore, riguardava proprio le anime prive del beneficio della verità e della santità, che vanno alla rovina senza che alcuno le guidi ai pascoli eterni. È per queste anime che Egli vuole che si preghi, affinché abbiano sacerdoti santi, guide illuminate e governanti timorati di Dio. Non sono pastori di anime i poveri eretici, i quali non danno loro la luce della verità, non sono guide dei popoli gli uomini scellerati che tentano con tutte le loro forze di trascinarli negli abissi dell'apostasia!
Forse non c'è stato un tempo nel quale più è necessario pregare perché Dio mandi operai nella sua messe, quanto il nostro, povero di sacerdoti e più povero di veri capi di stato. È tanto difficile trovare oggi una vera guida dell'anima, un uomo di Dio, illuminato soprannaturalmente, e capace di apprezzare e valutare le vie del Signore; la stessa fretta che si ha nel guidare le anime, conseguenza del poco numero dei sacerdoti, rende difficile una direzione accurata; perciò bisogna pregare incessantemente che si moltiplichino i sacerdoti e che siano veramente santi. Un popolo privo di santi sacerdoti è come un gregge sbandato, preda dei lupi, dei mestatori, dei servi del diavolo, poiché l'unico argine al dilagare del male sta proprio e solo nel sacerdozio fedele.
Sac. Dolindo Ruotolo

lunedì 7 luglio 2014

07.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 7-10

7. La risurrezione della figlia di Giairo
Mentre Gesù parlava, gli si avvicinò tutto mesto e commosso un principe della sinagoga, che da san Marco sappiamo che si chiamava Giairo, il quale lo supplicò per una sua figlia allora defunta. Dal Vangelo di san Marco e di san Luca sappiamo che Giairo supplicò Gesù, quando la figlia era in fin di vita e, mentre gli parlava, fu avvertito che era morta.
Egli nell'orgasmo del dolore paterno aveva detto a Gesù: Mia figlia or ora è morta, come dice san Matteo, o per dire che era spacciata senza speranza, o perché san Matteo riporta la supplica che gli rifece quando seppe che era morta.
8. La guarigione dell'emorroissa
Gesù non esitò e seguì il povero padre desolato. Mentre si avviava, una donna, che pativa un flusso emorragico da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle per toccargli almeno il lembo o la frangia della veste, sicura di guarire a quel semplice contatto. Essa, come nota san Marco, aveva molto sofferto a causa dei medici, ed aveva speso tutto il suo senza guarire, e senza vantaggio alcuno; perciò ricorse al Redentore con fede ferma.
E mirabile che mentre il ricorso ai medici le era costato pene grandi e dispendio totale, senza ricavarne nulla, mentre cioè aveva fatto ricorso al massimo degli sforzi rivolgendosi ai medici, aveva poi avuto fede e sicurezza di riuscire nel suo intento per un semplice contatto con la frangia delle vesti di Gesù.
E sempre così: le speranze umane costano sacrifici immani e falliscono, la fiducia riposta nel Redentore esige un semplice atto di fede e raggiunge lo scopo. Oh, se invece di riporre la fiducia negli uomini la riponessimo in Dio, quanto più facile sarebbero le vie del nostro mortale cammino! Gesù, dopo avere indagato chi l'avesse toccato, rivolto alla donna, la confortò e la rimandò in pace.
9. A casa di Giairo: la fanciulla dorme, non è morta!
L'indugio causato dall'emorroissa dovette essere penoso al povero Giairo, il quale sperava che Gesù potesse giungere in tempo per salvargli la figlia moribonda; egli fu addirittura costernato quando seppe ch'era già morta, ma Gesù lo esortò a credere e si avviò a casa sua per consolarlo. Forse, prevedendo la morte imminente della fanciulla, aveva permesso l'indugio causato dall'emorroissa, per fare accertare la morte dell'inferma, e per far rifulgere meglio la sua risurrezione.
Il cammino doveva essere parecchio, perché la famiglia della defunta ebbe il tempo di chiamare i suonatori funebri di rito e le donne piangenti, alle quali si unì grande folla, per curiosità e per compassione, come avviene in simile circostanze. Gesù trovò la casa piena di gente che tumultava per la ressa e, volendo stabilire un po' di calma, gridò: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Tutti però si fecero beffe di Lui, sapendo che la giovinetta era morta realmente, e non intendendo che Egli riguardasse la morte come un sonno, dovendo l'uomo risorgere nella medesima sua carne.
Fu necessario forzare la moltitudine ad uscire dalla stanza, nella quale entrò solo Gesù, tre suoi apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni, e i genitori della morta. Con grande bontà e con divina maestà Egli prese la mano della fanciulla e le comandò di risorgere. Immediatamente essa ebbe come un fremito di vita, l'anima ritornò nel suo corpo ed essa aprì gli occhi volgendosi attorno come stordita. Con delicatezza patema Gesù aveva fatto sgombrare la stanza per non spaventarla, e con amorevolezza patema volle che le si desse da mangiare, com'è detto in san Marco e san Luca, sia per sostenere la debolezza sia forse per farle supporre che quel vociare fosse per l'animazione di un pranzo.
10. Nel contatto con la Chiesa, la salvezza
Due miracoli, due contatti con Gesù: uno con la sua veste, per la quale la potenza divina raggiunse l'emorroissa, ed uno con la sua mano, per la quale la sua potenza risuscitò la morta. Nella veste di Gesù è figurata la Chiesa, veste inconsutile che ammanta il suo Corpo mistico; nella sua mano vivificante è figurata la potenza, che ci fa risorgere dal peccato nella penitenza ed il contatto eucaristico col suo Corpo divino. La Chiesa fa passare a noi la virtù dei meriti del Redentore ed arresta il flusso delle nostre miserie; Gesù Cristo ci ridona la vita e ci nutre col suo cibo. La Chiesa ha un segreto di ineffabile fecondità nella sua vita, e si guadagna più in un contatto spirituale con le sue ricchezze liturgiche che con tutti gli sforzi delle nostre energie e con tutti i ritrovati della nostra particolare pietà. L'emorroissa, infatti, non ricavò nulla né dal denaro speso, né dai rimedi dei medici; occorse e bastò un contatto di fede con la veste di Gesù.
È deplorevole che le anime intendano così poco la grande fecondità dei più piccoli mezzi di santificazione che ci vengono dalla Chiesa, e l'immensa, l'incommensurabile vita che ci viene dal contatto con Gesù misericordioso nella Penitenza e con Gesù vita nell'Eucaristia. I suonatori funebri e la turba tumultuante intorno alla morta non ridonavano la vita, ma rendevano più straziante il dolore della perdita della fanciulla; così sono i tanti blaterati atti di dolore interno dei poveri protestanti, che presumono avere la remissione senza il contatto sacramentale con Gesù: nenie di morti che non risorgono. Così sono le preghiere e gli ostentati falsi fervori di pietà di questi poveretti che non si nutrono di Gesù: tumulto di voci che non danno la vita! Se sapessero veramente attingere da Gesù, caccerebbero via tutti i ritrovati delle proprie iniziative, e ricorrerebbero davvero al Redentore vivente! Quando non si ha contatto con la veste di Gesù, con la Chiesa, l'anima si dissangua, e quando non si è presi da Lui l'anima rimane nella morte. La fanciulla risorse, camminò e mangiò, come si rileva da san Marco: tre momenti della sua risurrezione. L'anima, rimessa in grazia dalla misericordia di Dio, non può fermarsi in se stessa, deve camminare e mangiare.
Mangiare: non si vive che cibandosi, poiché senza il cibo di vita non c'è in noi né santità né forza. Bisogna cercare i più frequenti contatti possibili con la Chiesa e con l'Eucaristia; lo ripetiamo, non ci stanchiamo di ripeterlo, perché in questo sta la salvezza delle anime e del mondo. Vorremmo gridarlo con la forza del nostro sangue e della nostra vita, perché troppo si è sperperato in private iniziative e in specifici che non ci hanno affatto vivificati. La Chiesa, la Chiesa, la Chiesa, i Sacramenti, l'Eucaristia: questo dà la vita! Occorre il tuo contatto, o Gesù, la tua vita, il tuo Corpo e il tuo Sangue per essere veramente tue creature!
Sac. Dolindo Ruotolo

domenica 6 luglio 2014

06.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 11 par. 8-9

8. Imparate da me, che sono mansueto e umile di cuore
Per ricevere la luce di Dio bisogna appartenere al Redentore, e sottoporsi al suo giogo, cioè al suo dominio, che è soave e dolcissimo, e bisogna imparare da Lui come da Maestro. Non basta ascoltare i suoi precetti per intenderli, bisogna prima sottomettervisi ed accettarne la pratica perché i precetti di Gesù non sono teorie filosofiche ma sono via, verità e vita. Bisogna imparare da Lui che è mansueto ed umile di cuore, nella mansuetudine che si sottomette al giogo; e nell'umiltà che sa rinunziare ai propri pensieri; bisogna imparare dal Maestro divino la mansuetudine e l'umiltà del suo Cuore, che sono i segreti della sua intimità col Padre, poiché Egli si sottomette alla sua volontà che lo immola ed, umiliandosi fino alla croce, ne glorifica la grandezza e la maestà.
I moderni esegeti sostengono che Gesù Cristo nel dirci: Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore, non abbia voluto proporsi come maestro di queste due virtù ma abbia voluto dire che Egli è un maestro che non fa paura, che è mansueto ed umile nell'insegnare, e lo è non a fior di labbra ma profondamente nel cuore (vedi Sales, pag. 51). A noi questa spiegazione sembra non solo monca nel contesto, ma contraria allo spirito stesso della Chiesa. Gesù, infatti, ci esorta a prendere il suo giogo e ci mostra il Cuore suo per mostrarci che cosa è questo giogo, tutto amore, tutto pace, e tutto bontà. Se il Re è amore, mansuetudine ed umiltà, è logico che anche i sudditi lo siano, poiché i sudditi debbono imparare da Lui. Gesù vuole, precisamente perciò, com'è chiaro dal contesto, che s'impari da Lui la mansuetudine e l'umiltà del suo Cuore.
La vita eterna sta nel conoscere il Padre ed il Figlio, come il Figlio Incarnato conosce il Padre e lo glorifica; Egli si sottomette alla sua volontà e si umilia fino alla croce, accetta con mansuetudine il giogo come vittima e si offre alla croce. I suoi seguaci debbono fare lo stesso e poiché l'amore di Dio include quello del prossimo, debbono essere mansueti ed umili anche nelle relazioni coi propri fratelli.
9. Il Cuore di Gesù, il segreto di una pace internazionale
Gesù Cristo volle precisamente mostrare il suo Cuore e volle additarlo come rimedio supremo all'umanità che rifiuta il suo giogo nell'apostasia universale; il versetto del Vangelo è come il primo annunzio della rivelazione fatta a santa Margherita Alacoque, rivelazione che la Chiesa ha solennemente riconosciuta. Egli è il Maestro, e l'umanità apostata non vuole riconoscerlo, e rifiutando Lui rinnega il Padre, rinnega Dio. L'orgoglio umano scuote il giogo della sapienza e dell'amore, e si dà con pazza violenza alla conquista dei beni terreni; Gesù sfata questa pazzia, affermando che, per raggiungere la pace e la felicità interna, bisogna umiliarsi, farsi piccoli, essere docili e mansueti innanzi a Dio e agli uomini, come Egli lo è stato. Non c'è altra via per mantenersi fedeli alla misericordia che Egli è venuto a portare in terra, e per sfuggire all'ingratitudine che Egli rimprovera a Corazin, a Betsaida ed a Cafarnao.
In un mondo senza pace e senza amore, fondato ormai sulla violenza del più forte, e potremmo dire sul massacro del più debole, non c'è altra via di salvezza che la mansuetudine e l'umiltà imparata dal Cuore Sacratissimo di Gesù.
Bisogna sapersi vincere nelle irruenze del carattere e nella prepotenza dell'orgoglio, e bisogna persuadersi che queste virtù non sono necessarie solo all'individuo, ma anche alla società. Non si può instaurare il dominio della forza brutale e dell'orgoglio che tutto vuole accentrare a sé e tutto vuol dominare, e pretendere che non ci sia altra via per conservare la preponderanza di una nazione sull'altra. Solo a questa condizione è possibile conservare nel mondo la pace.
La pace dell'anima è frutto dell'armonia con tutti e della placida moderazione delle proprie aspirazioni; la pace delle nazioni sta nell'armonia interna ed esterna di uno stato e nel mantenere la propria fisionomia, per così dire, di fronte alle altre nazioni senza presumere di volersi ingrandire a spese delle altre. È necessario sottomettersi a Gesù Cristo, poiché questo è il vero segreto dell'internazionalismo sapiente che diventa cattolico, apostolico, romano. L'internazionalismo che non è fondato sulla piena accettazione del giogo soavissimo del Vangelo non è unione di tutti i popoli, ma è massacro e barbarie, come si è visto dolorosamente nell'internazionalismo comunista, che è passato come un uragano di ferro, di fuoco e di rovine in tutte le nazioni che ha infestate.
Sac. Dolindo Ruotolo

sabato 5 luglio 2014

05.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 5-6

5. La questione del digiuno
I farisei non dovettero essere contenti della risposta di Gesù, e dovettero anzi andar propagando con disprezzo la notizia che Egli stava a pranzo coi pubblicani. Certo si seppe di quel banchetto da alcuni discepoli di san Giovanni, i quali, abituati all'austerità del loro maestro, si scandalizzarono, che i discepoli di Gesù partecipassero ad una simile festa. Sembrò ad essi che i farisei dessero un esempio migliore digiunando, e che i discepoli del Signore fossero invece esempio di una vita più rilassata. Presero occasione da quel banchetto per notare quello che ad essi sembrava intollerabile nella vita dei discepoli di Gesù. Gesù diede loro una risposta sublime, dichiarando anche meglio che cosa aveva significato quel banchetto: nelle nozze si solevano fare sontuosi pranzi, ai quali partecipavano gli amici dello sposo; nessuno avrebbe potuto pretendere che gli amici avessero digiunato in quei giorni. Ora il pranzo offerto da san Matteo era un vero pranzo di nozze, poiché Egli, Sposo divino delle anime, aveva sposato a sé quel pubblicano convertendolo a Dio.
Non si trattava, dunque, di un banchetto soltanto, ma della festa nuziale della misericordia che stringeva a Dio un peccatore. Egli era venuto proprio per i peccatori, e tutta la sua dimora in terra era come una continua festa nuziale; perciò permetteva ai discepoli una minore austerità di vita. Il digiuno si fa per tutelare l'anima e per conciliare la misericordia di Dio; ora, essendo Egli coi discepoli, rappresentava la loro tutela più bella, ed era la stessa misericordia discesa in terra. Quando Egli sarebbe ritornato al Padre, allora i suoi discepoli avrebbero digiunato per implorare la misericordia di Dio sulle anime. Del resto un'austerità, come l'avrebbero voluta i discepoli di san Giovanni e i farisei, sarebbe stata fuori luogo per anime principianti, ed avrebbe potuto scoraggiarle ed allontanarle dal bene. Un'austerità in un'anima principiante è come una toppa di panno nuovo posta su di un vestito vecchio, o come vino nuovo posto in un otre vecchio; il panno nuovo non s'innesta bene sul vecchio, e ritirandosi lo strappa di più; il vino nuovo, ancora in fermento, rompe facilmente un otre vecchio, e produce la perdita dell'otre e del vino.


venerdì 4 luglio 2014

04.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 3-4

3. La chiamata di san Matteo
Dopo aver guarito il paralitico, Gesù camminando passò vicino al banco di un pubblico esattore di gabelle che si chiamava Matteo ed anche Levi. Lo guardò, lo penetrò con la grazia, gli fece comprendere in un attimo quello che avrebbe dovuto dirgli in molte parole, lo attrasse, e dopo questo lavoro di grazia, che era stato quasi istantaneo, gli disse una sola parola: «Seguimi». Questo bastò perché Matteo, alzatosi dal banco e lasciato tutto, lo seguisse. Non fu un atto impulsivo o irriflessivo il suo, fu il frutto di una liberazione interna, della quale gli altri non poterono accorgersi. Gesù che con un comando aveva liberato il paralitico dal peso della carne, con un comando liberò Matteo dal peso del denaro; due cause di paralisi interna, due malanni veri della vita.
San Matteo doveva essere da un pezzo scontento della sua professione; di animo generoso, come può rilevarsi dal banchetto che fece per i suoi amici, gli ripugnava fare l'ufficio di aguzzino, ed essere esposto al disprezzo dei suoi connazionali, i quali riguardavano i pubblicani come angariatori del paese, a vantaggio di un potere straniero. Gesù lo colpì certamente in un momento di maggiore scoraggiamento interiore, perché la grazia nelle sue mirabili operazioni utilizza anche i nostri stati fisici o morali, e lo attrasse a sé senza altro invito che una sola parola, luminosa come il sole nell'anima di lui, che in un attimo gli additò la via della pace interna e della vera felicità.
Si lascia tutto per seguire Gesù; non si possono avere attacchi, non si possono avere preoccupazioni temporali assillanti lo spirito.
L'attacco alle cose terrene, e soprattutto al denaro, è praticamente una paralisi, perché non si può muovere sia chi ha i nervi inerti sia chi ha le mani inceppate e il corpo sotto un peso gravoso.
San Matteo non si preoccupò del suo banco di esazione, pensò solo a seguire Gesù. È probabile che non fosse solo al banco, perché un esattore pubblico non può essere solo; ma egli non pensò ad altro in quel momento, non pensò a dare la consegna dell'ufficio, s'era distaccato d'un tratto da ogni cosa terrena, correva a Gesù come a sua vita.
Chi tergiversa nel darsi a Dio, difficilmente raggiunge la meta; bisogna pure aver fiducia nel Signore e non pretendere di esaminare troppo minutamente le conseguenze materiali di una risoluzione generosa.

giovedì 3 luglio 2014

03.07.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 20 par. 5

5. Gesù Cristo risana Tommaso dalla sua incredulità
Quando Gesù apparve agli apostoli, Tommaso non era con loro. Di carattere più indipendente, di volontà più ostinata, forse aveva creduto inutile lo starsene rinchiuso nel Cenacolo, o forse anche era andato a sbrigare qualche faccenda. Era colui che meno aveva creduto al messaggio delle pie donne e di Maria Maddalena, e può darsi che, sentendone parlare e discutere, si fosse così disorientato e urtato, da uscirsene. Per lui ormai era certo che Gesù era morto, che le speranze riposte in lui erano fallite, e che ostinarsi ad attendere ancora eventi che gli sembravano ormai impossibili era lo stesso che esporsi alla derisione e dar di volta al cervello. Il suo disorientamento si accrebbe quando al ritorno seppe dagli altri apostoli dell'apparizione di Gesù.
È evidente che gli dovettero raccontare tutto minutamente, e che, al suo ostinarsi nel non credere, dovettero ripetutamente fargli notare ch'essi avevano visto proprio le ferite delle mani dei piedi e del costato, e che non c'era dubbio che fosse proprio Lui. Ma Tommaso credeva di scorgere nella gioia, nell'entusiasmo e nella certezza dei compagni i segni di un esaltamento fantastico, e perciò alle loro insistenti affermazioni
rispose: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
La psicologia di chi ascolta il racconto concitato di un fatto straordinario
Si deve notare la profonda psicologia di questo episodio e della risposta di Tommaso: chi ha veduto un fatto straordinario e se n'è convinto entusiasmandosi ne diventa testimone ardente e si urta contro chi non l'ammette solo perché non l'ha visto. Chi non l'ha visto ha in fondo all'anima sua, inconsciamente magari, il rammarico di non averlo osservato, e si sente in una certa inferiorità di fronte a chi ne rende testimonianza.
L'assistere ad un fatto straordinario diventa sempre un titolo di orgoglio, perché diventa una indiretta testimonianza della bontà e dignità di chi ne è stato spettatore. Questo urta chi non lo è stato, ed il suo orgoglio nascosto svaluta il fatto per non confessare la propria inferiorità. Al suo occhio cattivo tutto sembra una montatura, una esagerazione, un frutto di eccitazione fantastica; rifiuta di ragionare, fa dinieghi energici, alterca, ovvero deride chi si riscalda nell'attestarlo, e rimane ostinatamente nel suo giudizio anche di fronte alla realtà. Per essere troppo ragionevole diventa irragionevole, e per cavillare troppo diventa stolto.
San Tommaso ritornato al cenacolo aveva trovato l'ambiente per lui stranamente cambiato. I suoi compagni gli sembravano esaltati, la loro gioia lo urtava, le loro osservazioni lo turbavano. Sentiva in fondo il rammarico di non essersi trovato, ma voleva persuadersi di essere stato lui un privilegiato a non trovarsi ad una scena che gli sembrava fantastica. Aveva un subcosciente rimorso della sua incredulità, ma tentava soffocarlo nei raggiri di un ragionamento; perciò all'argomento di prova che gli davano i compagni della realtà dell'apparizione, cioè le piaghe delle mani dei piedi e del costato, risponde con un fare altero che rivela la lotta interna del suo spirito: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
L'insistenza della sua risposta mostra l'agitazione nella quale la diede: voleva vedere lui le piaghe, anzi voleva accertarsi del foro fatto nelle mani e nei piedi dai chiodi, e dell'apertura fatta al costato dalla lancia, mettendovi il dito e la mano. Nel dire questo egli mostrava il dito suo e la mano, quasi in tono di sfida, e guardava i compagni con un senso di commiserazione, quasi che egli solo fosse tra loro l'uomo accorto che non se la fa fare.
Gli apostoli non poterono opporgli altro; si mostrarono dispiaciuti, disgustati, afflitti, ma di fronte all'ostinazione di una ragione sconvolta c'è poco da fare. Non la si può conquidere col ragionamento. È proprio l'atteggiamento di quelli che negano la verità e il soprannaturale per partito preso; nulla li convince, e preferiscono al ragionamento il cavillo insensato, all'evidenza la loro ostinazione irragionevole. Si appellano solo e reclamano argomenti e constatazioni materialmente positive, salvo poi a negarne anche l'evidenza se questa non coincide col loro pensiero.
Il cavillo dolorosamente è prolifico; uno ne genera cento, e quando l'anima vi si è inviluppata, è come avvolta da una rete che la stringe sempre più. Solo la luce e la grazia di Dio può vincerla, e Gesù misericordiosamente volle personalmente intervenire per sanare con le sue soavissime piaghe quelle dell'anima di san Tommaso.
Gesù appare di nuovo, presente Tommaso, che è guarito dalla sua incredulità
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo tutti raccolti nella casa, e Tommaso era con loro. Forse pregavano; certo erano in un momento di raccoglimento nel quale era più facile la mozione della grazia.
Crediamo che Maria si trovasse con gli apostoli, e che fu proprio Lei ad implorare la grazia della conversione per Tommaso. Come Madre amorosa che pigliava cura attiva dei figli affidatile da Gesù, conobbe o fu addirittura presente al disorientamento di Tommaso, e supplicò il Figlio suo divino a sanarlo. A Lei dovette far tanto dolore l'incredulità di un apostolo, e vide in essa la rappresentanza dell'incredulità dei diffidenti e presuntuosi nella fede.
Tommaso soprannominato Didimo, dice il Sacro Testo ossia gemello, era veramente come il fratello gemello dei miscredenti futuri, dei razionalisti che non ragionano, e sopratutto di quelli che non credono al soprannaturale, pretendendo di toccarlo con mano. Maria ne era addoloratissima, poiché Essa sapeva per esperienza che non si compiono mai i disegni di Dio se non si crede, e sant'Elisabetta aveva riconosciuto in questo il segreto della sua grandezza: Beata te che hai creduto, poiché così si compirà in te quello che ti è stato detto dal Signore (Le 1,45). Maria dunque che vedeva Tommaso privo allora del dono dello Spirito Santo, della potestà che Gesù aveva data agli apostoli soffiando su di loro, Maria che lo vedeva immeschinito nella incredulità, sterpo sterilissimo ed infecondo che dà solo spine, pregò Gesù che lo sanasse, e Gesù comparve di nuovo a porte chiuse.
Quale gioia per gli apostoli e quale sorpresa per Tommaso! Egli si voltò, lo vide, lo riconobbe; era Lui! Allibì per un momento, temette, si turbò, ma Gesù gli effuse subito nel cuore la serena tranquillità dicendo: La pace sia con voi. La tracotanza di Tommaso fu in un momento fiaccata, e nel suo cuore cominciò a sorgere un tumulto di amore e di umiliazione. Gesù lo chiamò a sé, e lo invitò a mettere il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, dicendogli con infinito amore: Non voler essere incredulo ma fedele.
Il Sacro Testo non dice se Tommaso abbia messo il dito e la mano nelle piaghe di Gesù, ma noi crediamo che il Redentore ve l'abbia costretto. A quella vista, a quel contatto, Tommaso si prostrò, ed adorandolo disse: Signor mio e Dio mio. Non poté dire altro; il cuore gli scoppiava dal dolore e dall'amore, la fede divampava in lui, l'abbandono era pieno nel suo Redentore e nel suo Dio. Ma Gesù soavemente lo rimproverò, per completare la grande lezione che voleva dare ai secoli futuri, dicendo: Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto, beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto. Non è fede il credere perché si vede, ma il credere per l'autorità di Dio che parla per la Chiesa; è solo allora che l'anima riposa nella verità. Ogni propria constatazione può essere fallace, ogni esperienza personale può essere offuscata dalla fantasia, ogni propria persuasione può mutarsi col mutarsi delle circostanze che l'hanno formata; solo la parola di Dio è sicura, solo la voce della Chiesa ce la può accertare e solo credendo ciò che non si vede e non si tocca con mano si può dire di avere fede e di credere in verità veramente divine.
Ciò che si tocca con mano è materiale, ciò che si vede con gli occhi appartiene alla terra; ora la fede ha per oggetto le cose eterne e soprannaturali. Dio può mostrarcele anche sensibilmente, ma Egli in generale lo fa solo con chi ha tanta fede da conversare nei cieli pur vivendo sulla terra.
Le piaghe del Corpo glorioso di Gesù
Con divina disposizione di sapienza, Gesù Cristo volle conservare nel suo Corpo glorioso le sue cinque piaghe, non solo come fiori del suo amore, ma anche per sanare quelle dell'anima nostra. Abbiamo macchiato le mani per le nostre azioni cattive, i piedi per i nostri passi errati, il cuore per le profanazioni dell'amore che dobbiamo a Dio solo, e Gesù ci mostra le sue piaghe per sanarci. Egli volle confitte alla croce le sue mani e i suoi piedi per riparare i disordini della nostra
libertà, e volle che fosse aperto il suo Cuore dopo morte, per riparare gli eccessi ai quali si abbandona il nostro cuore quando muore alla grazia. E allora che esso si lascia ferire da ogni allettamento di male e diventa triste tabernacolo di passioni vergognose. Basta vedere le piaghe di Gesù per sentirsi commuovere il cuore e per ripetere con san Tommaso in un impeto di pentimento e di amore: Signor mio e Dio mio!
La Chiesa perciò ha avuto sempre una speciale devozione alle santissime piaghe del Redentore, essendo questa devozione cominciata, si può dire, proprio quando Gesù le mostrò agli apostoli e le fece toccare a Tommaso. Satana cerca di disorientare la mente dei fedeli in questi tempi di miscredenza; e tenta di confondere il riserbo giusto della Chiesa per una rivelazione privata non ancora da essa vagliata, con la riprovazione della devozione alle piaghe. Come potrebbe la Chiesa riprovare quello che forma l'oggetto d'una sua festa liturgica speciale? Come potrebbe avere l'Ufficio e la Messa delle cinque piaghe e riprovare quelli che ne vivono lo spirito? Essa non vuole che si propaghi come devozione privata quello che è sua devozione pubblica, e che si consideri come devozione incerta quella che è devozione del suo cuore. Satana gioca con l'equivoco, e ride vedendo che aborrono da questa devozione, quasi da cosa illecita, proprio quelli che più hanno bisogno d'essere risanati dalle piaghe di Gesù.
Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto
Siamo in tempi di stolto positivismo, nel quale si vuol tutto vedere e toccare con mano, trascurando le positivissime basi della verità, della sapienza e della vita. Tommaso dolorosamente ha fatto scuola, e i suoi seguaci l'hanno superato; egli voleva toccare con mano Gesù, essi si restringono alla materia e vogliono toccare solo quello che sembra ad essi vita. Si è detto che giovò più san Tommaso alla nostra fede con la sua incredulità che gli apostoli con la loro fede, perché la sua incredulità fù l'occasione di una solenne conferma della risurrezione di Gesù Cristo.
È una frase che bisogna intendere con un granello di sale. L'incredulità non giova mai, neppure quando dà occasione ad una maggiore chiarificazione della verità, certo non per suo merito.
La chiarificazione viene dalla fede della Chiesa, non dalla provocazione della miscredenza. In realtà, se san Tommaso fosse stato fedele ed avesse creduto, la sua fede avrebbe diffuso nei secoli una onda di fede. Egli invece è stato preso quasi come vessillo di quelli che non credono al soprannaturale, e che pretendono di tutto vedere e tutto scrutare.
Chi non ha nella sua vita un momento di stolta titubanza innanzi alla verità della fede? Chi non si lascia qualche volta turlupinare da satana, che presenta come tenebre ciò che è luce? Chi non desidera almeno qualche volta toccare con mano la realtà dei misteri? Umiliamoci, e ricordando le parole di Gesù: Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto, cerchiamo questa santa beatitudine della fede che non vede e crede. Gesù non disse: Beati coloro che non vedono e credono, ma disse: Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto, indicando così chiaramente che la beatitudine di chi crede senza vedere si riepiloga nel Cielo, dopo la vita presente; allora quelli che in vita non hanno veduto ed hanno creduto, avranno la gioia immensa di vedere tutto nel lume della gloria in Dio stesso. La fede cieca anche sulla terra dà la gioia della pace, poiché l'anima che crede riposa in Dio; ma la gioia della vita vera è riservata nell'eternità, dove tutto è chiaro, e dove si gode contemplando la verità e l'armonia di ciò che si è creduto in terra.
Gesù Cristo disse: Beati quelli che non hanno veduto ed hanno creduto, alludendo forse anche ai santi dell'Antico Testamento che sospirarono a Lui, e soprattutto alla fede di san
Giuseppe e della sua Vergine Madre, ammirabili esemplari di fede profonda, perché lo contemplarono nella fralezza della sua vita mortale, nel nascondimento della sua maestà e nell'umiliazione estrema cui si ridusse per amore. Maria poi lo contemplò sul Calvario e nel sepolcro con vivissima fede, e fu l'unico Cuore nel quale rimase intatta, anzi ingigantita, la fede, quando tutto sembrò fallito, per la tragedia della Passione.
Nelle opere veramente di Dio il cammino non ha altra luce che la guida del sacerdote e una fede umile e grandissima
Dio può chiamare nella Chiesa delle anime privilegiate a qualche opera o missione particolare, manifestandosi o in modo straordinario o per una speciale provvidenza di eventi. L'anima che è eletta a questo deve assicurarsi che è Dio che la elegge e la conduce, e può assicurarsene facilmente per i sacerdoti che la guidano; ma quando se ne è assicurata, il suo cammino è sempre un cammino di fede. Non può intendere mai a pieno il valore e la portata delle divine disposizioni; deve spesso chiudere gli occhi, credere ed attendere, pronta sempre a seguire la divina volontà.
Quante parole di Gesù gli apostoli non intesero?
E di quante contorsero il senso intendendole a rovescio?
Così avviene sempre in ogni opera ed in ogni fatto straordinario, e l'anima che vi è chiamata a fame parte, scorgendovi cose incomprensibili e misteriose, deve pur chiudere gli occhi, credere, sperare, amare ed attendere, sulla parola del sacerdote scelto da Dio a guidarla.
A volte la fede è generatrice di nuove misericordie di Dio, l'anima potrebbe pure avere essa dei sentimenti e dei desideri santi che scambia per disposizioni di Dio o per espressioni della sua volontà; se essa crede semplicemente, il Signore può mutarle lo scherzo fantastico in realtà e, purificandola, può introdurla in vie mirabili di amore. Avviene allora quello che
tante volte si verifica coi fanciulli, che cominciano ad incollare delle cartacce con la speranza di fame un oggetto, o cominciano ad inchiodare rozzamente delle assicelle di legno per fame un carroccio, e trovano il padre che con bontà interviene, prende lui l'iniziativa, rifà il lavoro, e consegna l'oggetto come se fosse stato fatto dai figliuoli. A volte anche i fanciulli credono di poetare, e scarabocchiano dei versi zoppicanti; il maestro apprezza quella buona volontà, aiuta quello sforzo, conserva qualche cosa dei versi infantili, e praticamente compone lui la poesia. Se questo avviene nelle aspirazioni dell'anima quando è animata dalla fede, che cosa non avverrà nelle disposizioni di Dio, quando l'anima le accetta con fede e le segue con fiducioso abbandono?
San Giovanni chiude questo capitolo facendo notare che vi furono molti altri prodigi fatti da Gesù in presenza dei suoi discepoli, che egli non ha registrati; ne ha riportati solo alcuni per provare che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, affinché credendo in Lui si abbia la vita eterna.
Alcuni credono che con questo epilogo san Giovanni abbia voluto chiudere il suo Vangelo, affermando la verità degli altri miracoli di Gesù narrati dai Sinottici, ed accennando anche ai miracoli da lui non raccontati. Secondo questi il capitolo seguente è come un'appendice al Vangelo. A noi sembra, con san Tommaso, il Gaetano ed altri, che san Giovanni abbia voluto dire che Gesù fece molti altri prodigi per confermare la sua risurrezione, e che egli ha accennato al principale per confermare la fede di quelli che credono, e renderli così capaci di conquistare la vita eterna. Questo è tanto vero che l'evangelista solo nell'ultimo versetto del capitolo seguente accenna con un'espressione enfatica alla molteplicità degli eventi e dei miracoli della vita di Gesù, da lui non raccontati. Inoltre san Giovanni con l'epilogo del presente capitolo chiude le manifestazioni di Gesù nella Giudea, per raccontare nel seguente una di quelle avvenute nella Galilea.
Supporre che l'evangelista abbia fatto un'aggiunta al Vangelo, ricordandosi di un nuovo episodio ci sembra inverosimile; è invece logico e bello quello che dice sant'Agostino nel trattato 127, che il capitolo presente chiude gli argomenti relativi alla verità della risurrezione di Gesù Cristo, ed il seguente riguarda i misteri della Chiesa nel suo sviluppo ed il primato di san Pietro e dei suoi successori che dovevano governarla.
Misticamente possiamo dire dell'anima nostra quel che l'evangelista dice nel suo racconto, soprattutto quando l'anima segue un disegno speciale del Signore: molte cose l'anima vede, ma moltissime di quelle che Dio opera non le vede e non le comprende. Il Signore si contenta e vuole che essa gli creda e gli si affidi, appartenendo a Lui lo sviluppo e il compimento dei suoi piani di misericordia e di amore. È inutile illudersi: senza un pieno abbandono di fede non si fa nulla nelle vie di Dio; chi presume voler troppo vedere e scrutare rimane nelle tenebre delle proprie idee, non capisce più nulla e può anche naufragare.
Sac. Dolindo Ruotolo

02.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 8 par. 10-13

10. Gli indemoniati di Gades. Le nostre ossessioni e la psicologia di questi stati dell'anima
Con ogni probabilità la tempesta del lago fu suscitata da satana, il quale temeva o sapeva che Gesù, passando all'altra riva, lo avrebbe cacciato da Gades dove s'era annidato possedendo due poveri infelici, ridotti quasi a belve, nel sepolcreto della città.
Le sepolture presso gli Ebrei erano spesso delle ampie caverne, e il demonio, che ama l'immondezza e la morte, s'era rifugiato nelle sepolture di Gades, dalle quali usciva con tanta furia che nessuno più si arrischiava a passare di là. Gesù si avanzò proprio presso i sepolcri, e da essi sbucarono immediatamente, gridando, i due indemoniati. Erano terribili nell'aspetto, ma innanzi al Redentore tremavano; non osavano avanzarsi e gridarono: Che abbiamo noi in comune con te, o Gesù, Figlio di Dio? Sei venuto qui avanti tempo per tormentarci? Essi, infatti, dovevano sentirsi tormentati dalla maestà divina del Redentore, e per questo lo chiamarono Figlio di Dio; dovevano sentirsi ricacciati nell'abisso come da un turbine di potenza arcana, e non volevano abbandonare la preda senza far sentire la loro nefasta azione almeno per l'ultima volta.
Impotenti innanzi all'infinita potenza, domandarono perciò il permesso di poter invadere una mandria di porci che pascolavano lì presso, su di una spianata che terminava a picco sul lago. Gesù lo permise loro, e subito, la mandria degli animali fu agitata da tale impeto, che precipitò tutta nel lago e perì.
Non c'era dubbio dinanzi a questa rovina, che si trattava proprio di satana, poiché se il possesso diabolico fosse stato un fatto nervoso, come pretendono gli ineffabili razionalisti, senza ragione non avrebbe potuto d'un tratto comunicarsi ad un intero gregge.
I due uomini, liberati da satana, rimasero calmi ai piedi di Gesù; i mandriani fuggirono terrorizzati in città e raccontarono tutto.
I Gadareni sarebbero dovuti andare incontro a Gesù pieni di riconoscenza, per averli liberati dal pericolo dei due indemoniati; invece furono presi da tale spavento, e lo credettero così pericoloso, sol per aver perduto quei maiali, che lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.
E penosissimo! Essi avevano ospitato satana per tanto tempo benché fosse loro di immenso terrore, e ricacciarono Gesù che li aveva liberati! L'interesse materiale li aveva accecati, ed erano caduti nella più nera ingratitudine!