sabato 5 luglio 2014

05.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 5-6

5. La questione del digiuno
I farisei non dovettero essere contenti della risposta di Gesù, e dovettero anzi andar propagando con disprezzo la notizia che Egli stava a pranzo coi pubblicani. Certo si seppe di quel banchetto da alcuni discepoli di san Giovanni, i quali, abituati all'austerità del loro maestro, si scandalizzarono, che i discepoli di Gesù partecipassero ad una simile festa. Sembrò ad essi che i farisei dessero un esempio migliore digiunando, e che i discepoli del Signore fossero invece esempio di una vita più rilassata. Presero occasione da quel banchetto per notare quello che ad essi sembrava intollerabile nella vita dei discepoli di Gesù. Gesù diede loro una risposta sublime, dichiarando anche meglio che cosa aveva significato quel banchetto: nelle nozze si solevano fare sontuosi pranzi, ai quali partecipavano gli amici dello sposo; nessuno avrebbe potuto pretendere che gli amici avessero digiunato in quei giorni. Ora il pranzo offerto da san Matteo era un vero pranzo di nozze, poiché Egli, Sposo divino delle anime, aveva sposato a sé quel pubblicano convertendolo a Dio.
Non si trattava, dunque, di un banchetto soltanto, ma della festa nuziale della misericordia che stringeva a Dio un peccatore. Egli era venuto proprio per i peccatori, e tutta la sua dimora in terra era come una continua festa nuziale; perciò permetteva ai discepoli una minore austerità di vita. Il digiuno si fa per tutelare l'anima e per conciliare la misericordia di Dio; ora, essendo Egli coi discepoli, rappresentava la loro tutela più bella, ed era la stessa misericordia discesa in terra. Quando Egli sarebbe ritornato al Padre, allora i suoi discepoli avrebbero digiunato per implorare la misericordia di Dio sulle anime. Del resto un'austerità, come l'avrebbero voluta i discepoli di san Giovanni e i farisei, sarebbe stata fuori luogo per anime principianti, ed avrebbe potuto scoraggiarle ed allontanarle dal bene. Un'austerità in un'anima principiante è come una toppa di panno nuovo posta su di un vestito vecchio, o come vino nuovo posto in un otre vecchio; il panno nuovo non s'innesta bene sul vecchio, e ritirandosi lo strappa di più; il vino nuovo, ancora in fermento, rompe facilmente un otre vecchio, e produce la perdita dell'otre e del vino.


venerdì 4 luglio 2014

04.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 9 par. 3-4

3. La chiamata di san Matteo
Dopo aver guarito il paralitico, Gesù camminando passò vicino al banco di un pubblico esattore di gabelle che si chiamava Matteo ed anche Levi. Lo guardò, lo penetrò con la grazia, gli fece comprendere in un attimo quello che avrebbe dovuto dirgli in molte parole, lo attrasse, e dopo questo lavoro di grazia, che era stato quasi istantaneo, gli disse una sola parola: «Seguimi». Questo bastò perché Matteo, alzatosi dal banco e lasciato tutto, lo seguisse. Non fu un atto impulsivo o irriflessivo il suo, fu il frutto di una liberazione interna, della quale gli altri non poterono accorgersi. Gesù che con un comando aveva liberato il paralitico dal peso della carne, con un comando liberò Matteo dal peso del denaro; due cause di paralisi interna, due malanni veri della vita.
San Matteo doveva essere da un pezzo scontento della sua professione; di animo generoso, come può rilevarsi dal banchetto che fece per i suoi amici, gli ripugnava fare l'ufficio di aguzzino, ed essere esposto al disprezzo dei suoi connazionali, i quali riguardavano i pubblicani come angariatori del paese, a vantaggio di un potere straniero. Gesù lo colpì certamente in un momento di maggiore scoraggiamento interiore, perché la grazia nelle sue mirabili operazioni utilizza anche i nostri stati fisici o morali, e lo attrasse a sé senza altro invito che una sola parola, luminosa come il sole nell'anima di lui, che in un attimo gli additò la via della pace interna e della vera felicità.
Si lascia tutto per seguire Gesù; non si possono avere attacchi, non si possono avere preoccupazioni temporali assillanti lo spirito.
L'attacco alle cose terrene, e soprattutto al denaro, è praticamente una paralisi, perché non si può muovere sia chi ha i nervi inerti sia chi ha le mani inceppate e il corpo sotto un peso gravoso.
San Matteo non si preoccupò del suo banco di esazione, pensò solo a seguire Gesù. È probabile che non fosse solo al banco, perché un esattore pubblico non può essere solo; ma egli non pensò ad altro in quel momento, non pensò a dare la consegna dell'ufficio, s'era distaccato d'un tratto da ogni cosa terrena, correva a Gesù come a sua vita.
Chi tergiversa nel darsi a Dio, difficilmente raggiunge la meta; bisogna pure aver fiducia nel Signore e non pretendere di esaminare troppo minutamente le conseguenze materiali di una risoluzione generosa.

giovedì 3 luglio 2014

03.07.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 20 par. 5

5. Gesù Cristo risana Tommaso dalla sua incredulità
Quando Gesù apparve agli apostoli, Tommaso non era con loro. Di carattere più indipendente, di volontà più ostinata, forse aveva creduto inutile lo starsene rinchiuso nel Cenacolo, o forse anche era andato a sbrigare qualche faccenda. Era colui che meno aveva creduto al messaggio delle pie donne e di Maria Maddalena, e può darsi che, sentendone parlare e discutere, si fosse così disorientato e urtato, da uscirsene. Per lui ormai era certo che Gesù era morto, che le speranze riposte in lui erano fallite, e che ostinarsi ad attendere ancora eventi che gli sembravano ormai impossibili era lo stesso che esporsi alla derisione e dar di volta al cervello. Il suo disorientamento si accrebbe quando al ritorno seppe dagli altri apostoli dell'apparizione di Gesù.
È evidente che gli dovettero raccontare tutto minutamente, e che, al suo ostinarsi nel non credere, dovettero ripetutamente fargli notare ch'essi avevano visto proprio le ferite delle mani dei piedi e del costato, e che non c'era dubbio che fosse proprio Lui. Ma Tommaso credeva di scorgere nella gioia, nell'entusiasmo e nella certezza dei compagni i segni di un esaltamento fantastico, e perciò alle loro insistenti affermazioni
rispose: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
La psicologia di chi ascolta il racconto concitato di un fatto straordinario
Si deve notare la profonda psicologia di questo episodio e della risposta di Tommaso: chi ha veduto un fatto straordinario e se n'è convinto entusiasmandosi ne diventa testimone ardente e si urta contro chi non l'ammette solo perché non l'ha visto. Chi non l'ha visto ha in fondo all'anima sua, inconsciamente magari, il rammarico di non averlo osservato, e si sente in una certa inferiorità di fronte a chi ne rende testimonianza.
L'assistere ad un fatto straordinario diventa sempre un titolo di orgoglio, perché diventa una indiretta testimonianza della bontà e dignità di chi ne è stato spettatore. Questo urta chi non lo è stato, ed il suo orgoglio nascosto svaluta il fatto per non confessare la propria inferiorità. Al suo occhio cattivo tutto sembra una montatura, una esagerazione, un frutto di eccitazione fantastica; rifiuta di ragionare, fa dinieghi energici, alterca, ovvero deride chi si riscalda nell'attestarlo, e rimane ostinatamente nel suo giudizio anche di fronte alla realtà. Per essere troppo ragionevole diventa irragionevole, e per cavillare troppo diventa stolto.
San Tommaso ritornato al cenacolo aveva trovato l'ambiente per lui stranamente cambiato. I suoi compagni gli sembravano esaltati, la loro gioia lo urtava, le loro osservazioni lo turbavano. Sentiva in fondo il rammarico di non essersi trovato, ma voleva persuadersi di essere stato lui un privilegiato a non trovarsi ad una scena che gli sembrava fantastica. Aveva un subcosciente rimorso della sua incredulità, ma tentava soffocarlo nei raggiri di un ragionamento; perciò all'argomento di prova che gli davano i compagni della realtà dell'apparizione, cioè le piaghe delle mani dei piedi e del costato, risponde con un fare altero che rivela la lotta interna del suo spirito: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
L'insistenza della sua risposta mostra l'agitazione nella quale la diede: voleva vedere lui le piaghe, anzi voleva accertarsi del foro fatto nelle mani e nei piedi dai chiodi, e dell'apertura fatta al costato dalla lancia, mettendovi il dito e la mano. Nel dire questo egli mostrava il dito suo e la mano, quasi in tono di sfida, e guardava i compagni con un senso di commiserazione, quasi che egli solo fosse tra loro l'uomo accorto che non se la fa fare.
Gli apostoli non poterono opporgli altro; si mostrarono dispiaciuti, disgustati, afflitti, ma di fronte all'ostinazione di una ragione sconvolta c'è poco da fare. Non la si può conquidere col ragionamento. È proprio l'atteggiamento di quelli che negano la verità e il soprannaturale per partito preso; nulla li convince, e preferiscono al ragionamento il cavillo insensato, all'evidenza la loro ostinazione irragionevole. Si appellano solo e reclamano argomenti e constatazioni materialmente positive, salvo poi a negarne anche l'evidenza se questa non coincide col loro pensiero.
Il cavillo dolorosamente è prolifico; uno ne genera cento, e quando l'anima vi si è inviluppata, è come avvolta da una rete che la stringe sempre più. Solo la luce e la grazia di Dio può vincerla, e Gesù misericordiosamente volle personalmente intervenire per sanare con le sue soavissime piaghe quelle dell'anima di san Tommaso.
Gesù appare di nuovo, presente Tommaso, che è guarito dalla sua incredulità
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo tutti raccolti nella casa, e Tommaso era con loro. Forse pregavano; certo erano in un momento di raccoglimento nel quale era più facile la mozione della grazia.
Crediamo che Maria si trovasse con gli apostoli, e che fu proprio Lei ad implorare la grazia della conversione per Tommaso. Come Madre amorosa che pigliava cura attiva dei figli affidatile da Gesù, conobbe o fu addirittura presente al disorientamento di Tommaso, e supplicò il Figlio suo divino a sanarlo. A Lei dovette far tanto dolore l'incredulità di un apostolo, e vide in essa la rappresentanza dell'incredulità dei diffidenti e presuntuosi nella fede.
Tommaso soprannominato Didimo, dice il Sacro Testo ossia gemello, era veramente come il fratello gemello dei miscredenti futuri, dei razionalisti che non ragionano, e sopratutto di quelli che non credono al soprannaturale, pretendendo di toccarlo con mano. Maria ne era addoloratissima, poiché Essa sapeva per esperienza che non si compiono mai i disegni di Dio se non si crede, e sant'Elisabetta aveva riconosciuto in questo il segreto della sua grandezza: Beata te che hai creduto, poiché così si compirà in te quello che ti è stato detto dal Signore (Le 1,45). Maria dunque che vedeva Tommaso privo allora del dono dello Spirito Santo, della potestà che Gesù aveva data agli apostoli soffiando su di loro, Maria che lo vedeva immeschinito nella incredulità, sterpo sterilissimo ed infecondo che dà solo spine, pregò Gesù che lo sanasse, e Gesù comparve di nuovo a porte chiuse.
Quale gioia per gli apostoli e quale sorpresa per Tommaso! Egli si voltò, lo vide, lo riconobbe; era Lui! Allibì per un momento, temette, si turbò, ma Gesù gli effuse subito nel cuore la serena tranquillità dicendo: La pace sia con voi. La tracotanza di Tommaso fu in un momento fiaccata, e nel suo cuore cominciò a sorgere un tumulto di amore e di umiliazione. Gesù lo chiamò a sé, e lo invitò a mettere il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, dicendogli con infinito amore: Non voler essere incredulo ma fedele.
Il Sacro Testo non dice se Tommaso abbia messo il dito e la mano nelle piaghe di Gesù, ma noi crediamo che il Redentore ve l'abbia costretto. A quella vista, a quel contatto, Tommaso si prostrò, ed adorandolo disse: Signor mio e Dio mio. Non poté dire altro; il cuore gli scoppiava dal dolore e dall'amore, la fede divampava in lui, l'abbandono era pieno nel suo Redentore e nel suo Dio. Ma Gesù soavemente lo rimproverò, per completare la grande lezione che voleva dare ai secoli futuri, dicendo: Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto, beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto. Non è fede il credere perché si vede, ma il credere per l'autorità di Dio che parla per la Chiesa; è solo allora che l'anima riposa nella verità. Ogni propria constatazione può essere fallace, ogni esperienza personale può essere offuscata dalla fantasia, ogni propria persuasione può mutarsi col mutarsi delle circostanze che l'hanno formata; solo la parola di Dio è sicura, solo la voce della Chiesa ce la può accertare e solo credendo ciò che non si vede e non si tocca con mano si può dire di avere fede e di credere in verità veramente divine.
Ciò che si tocca con mano è materiale, ciò che si vede con gli occhi appartiene alla terra; ora la fede ha per oggetto le cose eterne e soprannaturali. Dio può mostrarcele anche sensibilmente, ma Egli in generale lo fa solo con chi ha tanta fede da conversare nei cieli pur vivendo sulla terra.
Le piaghe del Corpo glorioso di Gesù
Con divina disposizione di sapienza, Gesù Cristo volle conservare nel suo Corpo glorioso le sue cinque piaghe, non solo come fiori del suo amore, ma anche per sanare quelle dell'anima nostra. Abbiamo macchiato le mani per le nostre azioni cattive, i piedi per i nostri passi errati, il cuore per le profanazioni dell'amore che dobbiamo a Dio solo, e Gesù ci mostra le sue piaghe per sanarci. Egli volle confitte alla croce le sue mani e i suoi piedi per riparare i disordini della nostra
libertà, e volle che fosse aperto il suo Cuore dopo morte, per riparare gli eccessi ai quali si abbandona il nostro cuore quando muore alla grazia. E allora che esso si lascia ferire da ogni allettamento di male e diventa triste tabernacolo di passioni vergognose. Basta vedere le piaghe di Gesù per sentirsi commuovere il cuore e per ripetere con san Tommaso in un impeto di pentimento e di amore: Signor mio e Dio mio!
La Chiesa perciò ha avuto sempre una speciale devozione alle santissime piaghe del Redentore, essendo questa devozione cominciata, si può dire, proprio quando Gesù le mostrò agli apostoli e le fece toccare a Tommaso. Satana cerca di disorientare la mente dei fedeli in questi tempi di miscredenza; e tenta di confondere il riserbo giusto della Chiesa per una rivelazione privata non ancora da essa vagliata, con la riprovazione della devozione alle piaghe. Come potrebbe la Chiesa riprovare quello che forma l'oggetto d'una sua festa liturgica speciale? Come potrebbe avere l'Ufficio e la Messa delle cinque piaghe e riprovare quelli che ne vivono lo spirito? Essa non vuole che si propaghi come devozione privata quello che è sua devozione pubblica, e che si consideri come devozione incerta quella che è devozione del suo cuore. Satana gioca con l'equivoco, e ride vedendo che aborrono da questa devozione, quasi da cosa illecita, proprio quelli che più hanno bisogno d'essere risanati dalle piaghe di Gesù.
Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto
Siamo in tempi di stolto positivismo, nel quale si vuol tutto vedere e toccare con mano, trascurando le positivissime basi della verità, della sapienza e della vita. Tommaso dolorosamente ha fatto scuola, e i suoi seguaci l'hanno superato; egli voleva toccare con mano Gesù, essi si restringono alla materia e vogliono toccare solo quello che sembra ad essi vita. Si è detto che giovò più san Tommaso alla nostra fede con la sua incredulità che gli apostoli con la loro fede, perché la sua incredulità fù l'occasione di una solenne conferma della risurrezione di Gesù Cristo.
È una frase che bisogna intendere con un granello di sale. L'incredulità non giova mai, neppure quando dà occasione ad una maggiore chiarificazione della verità, certo non per suo merito.
La chiarificazione viene dalla fede della Chiesa, non dalla provocazione della miscredenza. In realtà, se san Tommaso fosse stato fedele ed avesse creduto, la sua fede avrebbe diffuso nei secoli una onda di fede. Egli invece è stato preso quasi come vessillo di quelli che non credono al soprannaturale, e che pretendono di tutto vedere e tutto scrutare.
Chi non ha nella sua vita un momento di stolta titubanza innanzi alla verità della fede? Chi non si lascia qualche volta turlupinare da satana, che presenta come tenebre ciò che è luce? Chi non desidera almeno qualche volta toccare con mano la realtà dei misteri? Umiliamoci, e ricordando le parole di Gesù: Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto, cerchiamo questa santa beatitudine della fede che non vede e crede. Gesù non disse: Beati coloro che non vedono e credono, ma disse: Beati coloro che non hanno veduto ed hanno creduto, indicando così chiaramente che la beatitudine di chi crede senza vedere si riepiloga nel Cielo, dopo la vita presente; allora quelli che in vita non hanno veduto ed hanno creduto, avranno la gioia immensa di vedere tutto nel lume della gloria in Dio stesso. La fede cieca anche sulla terra dà la gioia della pace, poiché l'anima che crede riposa in Dio; ma la gioia della vita vera è riservata nell'eternità, dove tutto è chiaro, e dove si gode contemplando la verità e l'armonia di ciò che si è creduto in terra.
Gesù Cristo disse: Beati quelli che non hanno veduto ed hanno creduto, alludendo forse anche ai santi dell'Antico Testamento che sospirarono a Lui, e soprattutto alla fede di san
Giuseppe e della sua Vergine Madre, ammirabili esemplari di fede profonda, perché lo contemplarono nella fralezza della sua vita mortale, nel nascondimento della sua maestà e nell'umiliazione estrema cui si ridusse per amore. Maria poi lo contemplò sul Calvario e nel sepolcro con vivissima fede, e fu l'unico Cuore nel quale rimase intatta, anzi ingigantita, la fede, quando tutto sembrò fallito, per la tragedia della Passione.
Nelle opere veramente di Dio il cammino non ha altra luce che la guida del sacerdote e una fede umile e grandissima
Dio può chiamare nella Chiesa delle anime privilegiate a qualche opera o missione particolare, manifestandosi o in modo straordinario o per una speciale provvidenza di eventi. L'anima che è eletta a questo deve assicurarsi che è Dio che la elegge e la conduce, e può assicurarsene facilmente per i sacerdoti che la guidano; ma quando se ne è assicurata, il suo cammino è sempre un cammino di fede. Non può intendere mai a pieno il valore e la portata delle divine disposizioni; deve spesso chiudere gli occhi, credere ed attendere, pronta sempre a seguire la divina volontà.
Quante parole di Gesù gli apostoli non intesero?
E di quante contorsero il senso intendendole a rovescio?
Così avviene sempre in ogni opera ed in ogni fatto straordinario, e l'anima che vi è chiamata a fame parte, scorgendovi cose incomprensibili e misteriose, deve pur chiudere gli occhi, credere, sperare, amare ed attendere, sulla parola del sacerdote scelto da Dio a guidarla.
A volte la fede è generatrice di nuove misericordie di Dio, l'anima potrebbe pure avere essa dei sentimenti e dei desideri santi che scambia per disposizioni di Dio o per espressioni della sua volontà; se essa crede semplicemente, il Signore può mutarle lo scherzo fantastico in realtà e, purificandola, può introdurla in vie mirabili di amore. Avviene allora quello che
tante volte si verifica coi fanciulli, che cominciano ad incollare delle cartacce con la speranza di fame un oggetto, o cominciano ad inchiodare rozzamente delle assicelle di legno per fame un carroccio, e trovano il padre che con bontà interviene, prende lui l'iniziativa, rifà il lavoro, e consegna l'oggetto come se fosse stato fatto dai figliuoli. A volte anche i fanciulli credono di poetare, e scarabocchiano dei versi zoppicanti; il maestro apprezza quella buona volontà, aiuta quello sforzo, conserva qualche cosa dei versi infantili, e praticamente compone lui la poesia. Se questo avviene nelle aspirazioni dell'anima quando è animata dalla fede, che cosa non avverrà nelle disposizioni di Dio, quando l'anima le accetta con fede e le segue con fiducioso abbandono?
San Giovanni chiude questo capitolo facendo notare che vi furono molti altri prodigi fatti da Gesù in presenza dei suoi discepoli, che egli non ha registrati; ne ha riportati solo alcuni per provare che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, affinché credendo in Lui si abbia la vita eterna.
Alcuni credono che con questo epilogo san Giovanni abbia voluto chiudere il suo Vangelo, affermando la verità degli altri miracoli di Gesù narrati dai Sinottici, ed accennando anche ai miracoli da lui non raccontati. Secondo questi il capitolo seguente è come un'appendice al Vangelo. A noi sembra, con san Tommaso, il Gaetano ed altri, che san Giovanni abbia voluto dire che Gesù fece molti altri prodigi per confermare la sua risurrezione, e che egli ha accennato al principale per confermare la fede di quelli che credono, e renderli così capaci di conquistare la vita eterna. Questo è tanto vero che l'evangelista solo nell'ultimo versetto del capitolo seguente accenna con un'espressione enfatica alla molteplicità degli eventi e dei miracoli della vita di Gesù, da lui non raccontati. Inoltre san Giovanni con l'epilogo del presente capitolo chiude le manifestazioni di Gesù nella Giudea, per raccontare nel seguente una di quelle avvenute nella Galilea.
Supporre che l'evangelista abbia fatto un'aggiunta al Vangelo, ricordandosi di un nuovo episodio ci sembra inverosimile; è invece logico e bello quello che dice sant'Agostino nel trattato 127, che il capitolo presente chiude gli argomenti relativi alla verità della risurrezione di Gesù Cristo, ed il seguente riguarda i misteri della Chiesa nel suo sviluppo ed il primato di san Pietro e dei suoi successori che dovevano governarla.
Misticamente possiamo dire dell'anima nostra quel che l'evangelista dice nel suo racconto, soprattutto quando l'anima segue un disegno speciale del Signore: molte cose l'anima vede, ma moltissime di quelle che Dio opera non le vede e non le comprende. Il Signore si contenta e vuole che essa gli creda e gli si affidi, appartenendo a Lui lo sviluppo e il compimento dei suoi piani di misericordia e di amore. È inutile illudersi: senza un pieno abbandono di fede non si fa nulla nelle vie di Dio; chi presume voler troppo vedere e scrutare rimane nelle tenebre delle proprie idee, non capisce più nulla e può anche naufragare.
Sac. Dolindo Ruotolo

02.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 8 par. 10-13

10. Gli indemoniati di Gades. Le nostre ossessioni e la psicologia di questi stati dell'anima
Con ogni probabilità la tempesta del lago fu suscitata da satana, il quale temeva o sapeva che Gesù, passando all'altra riva, lo avrebbe cacciato da Gades dove s'era annidato possedendo due poveri infelici, ridotti quasi a belve, nel sepolcreto della città.
Le sepolture presso gli Ebrei erano spesso delle ampie caverne, e il demonio, che ama l'immondezza e la morte, s'era rifugiato nelle sepolture di Gades, dalle quali usciva con tanta furia che nessuno più si arrischiava a passare di là. Gesù si avanzò proprio presso i sepolcri, e da essi sbucarono immediatamente, gridando, i due indemoniati. Erano terribili nell'aspetto, ma innanzi al Redentore tremavano; non osavano avanzarsi e gridarono: Che abbiamo noi in comune con te, o Gesù, Figlio di Dio? Sei venuto qui avanti tempo per tormentarci? Essi, infatti, dovevano sentirsi tormentati dalla maestà divina del Redentore, e per questo lo chiamarono Figlio di Dio; dovevano sentirsi ricacciati nell'abisso come da un turbine di potenza arcana, e non volevano abbandonare la preda senza far sentire la loro nefasta azione almeno per l'ultima volta.
Impotenti innanzi all'infinita potenza, domandarono perciò il permesso di poter invadere una mandria di porci che pascolavano lì presso, su di una spianata che terminava a picco sul lago. Gesù lo permise loro, e subito, la mandria degli animali fu agitata da tale impeto, che precipitò tutta nel lago e perì.
Non c'era dubbio dinanzi a questa rovina, che si trattava proprio di satana, poiché se il possesso diabolico fosse stato un fatto nervoso, come pretendono gli ineffabili razionalisti, senza ragione non avrebbe potuto d'un tratto comunicarsi ad un intero gregge.
I due uomini, liberati da satana, rimasero calmi ai piedi di Gesù; i mandriani fuggirono terrorizzati in città e raccontarono tutto.
I Gadareni sarebbero dovuti andare incontro a Gesù pieni di riconoscenza, per averli liberati dal pericolo dei due indemoniati; invece furono presi da tale spavento, e lo credettero così pericoloso, sol per aver perduto quei maiali, che lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.
E penosissimo! Essi avevano ospitato satana per tanto tempo benché fosse loro di immenso terrore, e ricacciarono Gesù che li aveva liberati! L'interesse materiale li aveva accecati, ed erano caduti nella più nera ingratitudine!

01.07.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 8 par. 8-9

8. La tempesta sul lago. E Gesù dormiva...
Dopo aver esortato il discepolo a seguirlo, Gesù prese posto nella barca insieme con gli altri suoi discepoli.
Era sul far della sera; il lago, che popolarmente si chiamava mare, era calmo. Gesù prese posto a poppa della barca - come nota san Marco - e i discepoli cominciarono a remigare, lasciando la folla sulla riva. A poco a poco si stabilì un grande silenzio; calavano le ombre, e con le ombre cominciarono le prime raffiche di quei venti impetuosi che spesso sollevano paurose tempeste sul lago di Genesaret. Sotto l'impeto del vento le onde cominciarono a sollevarsi, e la barca pareva volesse inabissarsi, giacché l'acqua penetrava già da ogni parte.
Si era al largo, il momento era tragico, la notte si faceva sempre più profonda. E Gesù dormiva. Perché dormiva, e che cosa era questo sonno?
Fisicamente poté essere anche effetto di stanchezza per la giornata passata tutta nel fare del bene; ma misticamente egli dormiva perché la fede dei suoi discepoli era ancora debole. Appariva al di fuori quello che era nell'anima loro, poiché essi, tutti intenti alla barca ed alle manovre atte a salvarla, non pensavano che avevano con loro il Signore di tutto.
La loro fede era assonnata ed Egli dormiva. Quella piccola barca, inoltre, rappresentava la Chiesa nei momenti più difficili del suo pellegrinaggio, nei quali Gesù sembra quasi che dorma e sia assente nel pericolo, mentre egli vuole con la prova eccitare la fede nei cuori. Difficilmente le anime si ricordano di Gesù nella calma; occorre l'angustia dei pericoli che sembrano irreparabili perché si sentano spinte a gridare al loro Redentore. I discepoli, infatti, visto che la barca oramai era invasa dalle onde, lo svegliarono con premura, ed Egli, rimproverata la loro poca fede, si alzò, comandò ai flutti ed al mare, e subito si fece una grande calma. Lo stupore invase tutti, e si domandavano fra loro chi fosse mai il loro Maestro, al quale i venti ed il mare obbedivano.

30.06.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 8 par. 7

7. Disposizioni di chi vuole seguire Gesù
Le numerose guarigioni, operate da Gesù Cristo, avevano radunato intorno a Lui una gran folla di gente. Stava già per farsi notte, ed Egli non voleva che quella gente dimorasse più a lungo all'aperto; perciò, facendo accostare una barca, ordinò di andare all'altra riva del lago di Genesaret.
Uno scriba, entusiasmato più dal prestigio del Maestro che dall'apprezzamento della sua vera divina grandezza, avido di ricchezze, come pensano alcuni padri, e sperando di poter trarre vantaggio materiale dalla intima comunicazione con Gesù, gli disse: Maestro, io ti seguirò dovunque andrai. Ma Gesù lo disingannò subito nei suoi desideri, mostrandogli l'estrema povertà nella quale Egli viveva, non avendo neppure una casa e neppure il più piccolo rifugio, che non manca persino alle volpi ed agli uccelli.
Un altro discepolo, invitato da Gesù a seguirlo, come dice san Luca, credette che Egli si allontanasse per sempre e volesse andare chi sa dove; avendo forse il padre vecchio, e non volendo abbandonarlo, domandò al Redentore in grazia di andarlo prima a seppellire, cioè di aspettare che fosse morto. Non era mosso in questo dalla pietà filiale, com'è evidente dal contesto, ma dalla mancanza di volontà sincera di seguire Gesù; era una scusa che affacciava per giustificare il suo rifiuto, e perciò il Redentore gli rispose: Tu seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Questa risposta era, diciamo così, ad hominem, cioè confutava la scusa con una frase assoluta, per dimostrarne l'insussistenza.
Se tu dici ad uno che t'invita con amore ad un grande beneficio, che non puoi andare perché temi che i tuoi affari vadano a male, che magari perdi il treno, o che avvenga una disgrazia, ecc., egli ti risponderà: “Lascia che avvenga la rovina, lascia perdere il treno, non pensare ad altro, seguimi”, con queste espressioni non vuole dirti di andare incontro alla rovina, ma che la tua preoccupazione non ha fondamento.
Così Gesù dalla scusa medesima del discepolo, da lui amorosamente invitato ad un bene sommo, coglie l'occasione per dirgli quell'espressione proverbiale che significava: “Non ti curare di altro, solo tu seguimi”. Il morto non può seppellire il morto, perché due cadaveri rappresentano solo due corpi inerti; il proverbio popolare, quindi, era una colorita espressione per dire: “curati di questo, come un morto potrebbe curarsi di un morto”.
Non ci sembra, quindi, che Gesù abbia voluto parlare dei morti alla grazia, che erano nella famiglia del discepolo, i quali avrebbero potuto curare fino alla morte ed alla sepoltura il padre, privo anch'egli della grazia di Dio - come dicono alcuni - perché questo è contro l'amorevolissima carità del Signore, figli volle solo premurare il discepolo con amorosa insistenza ed insegnare a tutti che nel seguirlo non ci dobbiamo preoccupare delle cose morte della terra, ma dobbiamo guardare solo a quelle vive e vivificanti del cielo. Gesù non parlò con rudezza, perché questo era proprio fuori dal suo modo dolcissimo di trattare, parlò per amore, e per questo disse prima di tutto: Tu seguimi, invitando il discepolo al suo Cuore divino.
È impossibile seguire Gesù con visuali umane, come lo scriba, ed è impossibile volerlo seguire continuando ad essere preoccupati delle cose terrene; bisogna guardare a Dio solo e staccarsi da tutto. Non è contro la carità o la bontà staccarsi da tutto, perché se quelli che seguono un ideale umano, in una professione o nel matrimonio, non credono di esagerare abbandonando la propria casa e i propri parenti, molto più questo non può credersi di chi segue Dio. È penoso pensare che molto spesso i genitori non fanno una sola obiezione al figlio che va anche incontro al pericoloso alla figlia che maritandosi va in paese lontano e poi diventano furibondi per un figlio e per una figlia che si consacrano a Dio!
È penoso considerare come tante anime facciano riserve su riserve nel dedicarsi al Signore e che vogliano conservare le loro miserie e le loro debolezze, con la scusa di non voler esagerare.
È strano che solo quando si tratta di Dio si creda tutto esagerato, mentre, quando si tratta del mondo, sembri tutto normale.
Per nutrirsi l'anima ed onorare Dio basta una volta ogni tanto, perché non si può lasciare la casa, la parentela, le occupazioni; ma per fare un festino, un pranzo, una gita, non c'è limite di sobrietà, si può lasciare sola la casa e si possono lasciare i parenti! Non ci accorgiamo che il demonio c'illude, e che noi ci facciamo illudere, dando sempre la preponderanza alle cose morte della terra, e trascurando quelle vive del cielo!
Sac. Dolindo Ruotolo

29.06.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 16 par. 4-5

 4. La confessione della divinità di Gesù Cristo
Tra le incertezze che agitavano l'anima degli apostoli a causa della propaganda degli scribi e farisei Gesù volle diffondere un raggio di luce viva, inducendo i suoi cari a risvegliare in loro quella fede che era quasi attutita. Egli andò nei pressi di Cesarea di Filippo, città posta ai piedi dell'Ermon, ed in un momento di maggior pace e solitudine domandò loro che cosa dicessero di Lui gli uomini. Essi gli risposero, accennandogli le varie opinioni che si avevano di Lui. Questa esposizione doveva far loro riflettere che le varie opinioni non erano la verità, giacché questa non poteva essere che una sola.
Subito dopo, illuminandosi di luce divina e fissando con uno sguardo arcano i suoi cari, domandò: E voi chi dite che io sia? All'opinione degli uomini bisognava opporre la parola della verità, ed Egli volle che la pronunziasse decisamente Pietro che doveva essere il maestro della verità, lui e i suoi successori, fino alla consumazione dei secoli.
Una luce interiore gliela rivelò ed egli, acceso d'un tratto d'amore, senza esitare, gridò con sicurezza assoluta: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Fu un momento solenne, una definizione dommatica che si scolpì nel fondamento stesso della Chiesa, una luce di verità che s'accese per illuminare i secoli. Fu come il crisma che consacrò la voce del principe degli apostoli, la luce di una beatitudine nuova, quella della verità che non conosce ombre, che è assoluta ed immutabile, e perciò Gesù, rivolto a Pietro, lo chiamò beato per quella rivelazione che gli era venuta dall'alto e che non gli era stata suggerita dalla carne e dal sangue, cioè dalla debolezza dell'umana natura e dell'umana ragione. Lo chiamò beato anche per quello che voleva annunziargli, e si potrebbe dire che Gesù stesso con questa parola abbia assegnato al primo Papa e ai suoi successori il titolo della loro dignità: la beatitudine, la santità. Il Papa è chiamato santità perché è il vicario del Santo dei Santi, è custode della verità e del bene, i due capisaldi della santità; è Colui che ha come programma del suo regno la santità.