giovedì 26 giugno 2014

26.06.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 7 par. 7

7. La casa fondata sulla pietra: la Chiesa
L'anima cristiana dev'essere come casa fondata sulla pietra, cioè sulla Chiesa, pietra incrollabile che non può essere travolta dalle tempeste. Qualunque altra setta, anche se avesse apparenze lusinghiere, è arena senza fondamento, che trascina nella rovina chi vi si appoggia, appena si scatena la tempesta. Cade la pioggia, quando si oscura la fede nell'anima; straripano i fiumi, quando le passioni insorgono; soffiano i venti, quando infuriano le persecuzioni; l'anima non resiste agli errori, non sa domare le passioni, non sa vincere le persecuzioni, se non vive della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.
In questi tempi nei quali i falsi profeti pullulano da ogni parte, e nei quali l'errore inonda la terra, è più che mai necessario fondarsi sulla Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Cominciano a riconoscerlo anche quelle nazioni che, staccatesi da Lei, non trovano più un punto sicuro di appoggio, e volgono gli occhi a Roma, come ad ultima estrema salvezza. Di fronte all'oscura e minacciosa inondazione bolscevica che tutto trascina alla rovina, il mondo comincia a capire che solo la Chiesa ha la forza di resistere e di vincere, e volge di nuovo lo sguardo alla roccia incrollabile che ha vinto l'urto dei secoli.
Guardiamo anche noi alla Chiesa, a questa madre tenerissima che genera le anime a Gesù Cristo e le nutre di Lui, e facciamoci guidare da Lei alle altezze eterne. Deve terminare qualunque iniziativa privata di pietà, e dobbiamo vivere della vita della Chiesa; le iniziative private sono come fioriture di licheni, dovute più alla sterilità che alla fecondità della terra, mentre la vita della Chiesa, vissuta in pieno, è ricchissima di frutti e produce la santità. Non sembri esagerato ciò che diciamo.
In certi tempi nei quali le anime non vivevano più, e una profonda ignoranza celava i tesori della Chiesa, fu necessario ricorrere alle iniziative private, ed anche i santi se ne fecero propagatori. In tempi di asfissia si ricorreva alla respirazione artificiale. Ma oggi, grazie a Dio, si comincia a respirare l'aura della casa fondata sulla roccia, e non si può continuare ad educare il popolo quasi staccandolo dalle fonti pure della pietà della Chiesa; a poco a poco bisogna formare dei fedeli un corpo vivo che viva della Chiesa, dei suoi pensieri, dei suoi canti, della sua preghiera, del suo Sacrificio eucaristico, tutto affidato a Maria Santissima, Madre soavissima che lo conduca al Redentore.
Fondiamoci sulla roccia, perché non ci sorprendano le tempeste diaboliche che agitano il mondo. Siamo sempre più divisi in due campi: noi e il mondo; una volta ci si poteva illudere ed era facile presumere di servire due padroni. Oggi non più; il male è così spaventoso che non si può confondere col bene, è così diabolico che non ci può lasciare perplessi sulla scelta; dobbiamo chiuderci nell'ovile di Gesù Cristo, nell'unico e solo suo ovile, e lasciarci pascolare dal Papa, supremo Pastore della Chiesa che ci conduce ai pascoli eterni.
Sac. Dolindo Ruotolo

26.06.2014 - Commento al secondo libro dei Re cap. 24, par. 2

2. Il significato letterale di questo capitolo.
Il misterioso amore di Dio nella deportazione del popolo suo.

Oli avvenimenti del mondo dovrebbero raccoglierci in profonda meditazione, pensando che al di sopra di essi, Dio regna con la sua provvidenza e con la sua sapienza. Le nazioni sembrano abbandonate a loro stesse, e su di esse sembra che si compia un destino quasi cieco. Noi spieghiamo gli avvenimenti della storia con tante trovate più o meno ingegnose, con le parabole ascendenti e di
scendenti, con i corsi e ricorsi storici, con la gioventù o la vecchiezza dei popoli, con i fattori demografici, e simili cose che dicono tutto e non dicono nulla. Ci fermiamo nell'atmosfera terrestre e non ci eleviamo al di sopra di essa; eppure al di sopra degli eventi umani c’è Dio che tutto dispone e che tutto utilizza per i suoi alti fini. Ecco il regno di Babilonia che assorge ad un grande fastigio, eclissando l’impero degli Assiri e dei Faraoni ; Nabucodonosor diventa un potente conquistatore, innanzi al quale nulla resiste, eppure egli non era che strumento della divina giustizia. Come l'acqua dilaga là dove trova il pendio e ristagna nelle fosse, come un corpo più duro diventa il martello di uno più molle, così, il regno di Babilonia si allargava là dove l’iniquità era più grande, e diventava il martello della divina giustizia.
Nabucodonosor assalì il Re d'Egitto e gli tolse tutti i possedimenti che aveva, dal torrente d'Egitto che divideva la Palestina da quella nazione, fino all'Eufrate. Il Re di Giuda che parteggiava per il Faraone, venne fatto tributario, e rimase soggetto al Re Babilonese per tre anni. Poi si ribellò sperando probabilmente che il Re d'Egitto avesse rialzata la testa ed avesse scosso il giogo di Nabucodonosor. Questi gli mandò contro delle bande armate di Caldei, di Siri, di Moabiti e di Ammoniti per molestarlo. Sembrava un evento qualunque, eppure il Sacro Testo dice espressamente che tutto questo avveniva per castigo di Dio ed in punizione del sangue innocente sparso da Manasse in Gerusalemme. Il Signore, è detto al vers. 4, non volle usare misericordia, ovvero non volle essere propizio ; Egli era la diga che avrebbe potuto arginare quel torrente invasore, ma l'iniquità di Giuda lo aveva allontanato, anzi lo aveva scacciato, sostituendo a Lui degl'idoli; il Signore dunque non volle usare misericordia perché l'umana libertà traviata non glielo consentiva ; Giuda si era dato volontariamente in mano ai nemici abbandonando Dio, l'unica sua forza e l’unica sua speranza; gl'idoli non potevano salvarlo, e Nabucodonosor trovò la porta aperta ed indifesa.
Joachim morì probabilmente di morte violenta; nel Sacro Testo non si parla della sua sepoltura, e poiché Geremia aveva predetto che avrebbe avuto la sepoltura di un asino, senza alcun onore (Gerem. XXII, 19; XXXVI, 30), si suppone che sia rimasto insepolto, almeno per un certo tempo. A lui successe nell'età di diciotto anni il figlio Joachin ; nel II dei Paralipomeni (XXXVI, 9) si dice che aveva otto anni ; si può supporre che il padre fin da quella tenera età l'avesse associato a sé nel regno, forse per as
sicurargli la successione in tempi così torbidi. Alcuni suppongono che nei Paralipomeni vi sia un errore di copista.
Joachin fece il male nel cospetto del Signore, e questo attrasse su di lui il castigo eia tribolazione. Nella linea delle vicende umane il cambiamento di Re in Giuda insospettì Nabucodonosor, il quale, temendo una nuova ribellione, spedì di urgenza un esercito contro Gerusalemme, e poi vi andò personalmente per espugnarla. Joachin, non essendo abbastanza forte per resistergli, gli uscì incontro insieme con la madre, con i principi della corte, e con i suoi ministri, sperando così di ottenere un trattamento più umano. Ma Nabucodonosor non era uomo da lasciarsi intenerire da coreografie più o meno sentimentali; egli saccheggiò il Tempio e la casa reale, spezzando ed asportando anche quei vasi d'oro fatti da Salomone che erano stati salvati nei precedenti saccheggi. Era giustizia di Dio, come nota il Sacro Testo, giustizia logica, poiché a che cosa dovevano servire quei vasi sacri, profanati dall'idolatria più nefanda ? Non erano essi già dissacrati, e non erano moralmente in potere degl'idolatri?
Dio è verità, ed alcuni atti della sua giustizia sono lampi di verità e smascheramento d’ipocrisie. Quando permette che gli empi profanino la sua Casa, lo fa perché già l'hanno profanata i suoi ministri ; Egli preferisce che vi sia l'empietà manifesta, anziché l'ipocrisia palliata da pietà, per i propri interessi. Anche la deportazione dei Giudei in Babilonia era una chiarificazione, poiché da tempo l'anima loro s'era deportata volontariamente tra gl’idolatri accomunandosi alla loro vita. Era un non senso, una menzogna storica che il popolo di Dio rimanesse in Gerusalemme quando con lo spirito stava a Babilonia; Dio, facendolo deportare, gli faceva toccare con mano in quale stato s' era ridotto. Psicologicamente infatti, noi avversiamo quelli che ci opprimono, e troviamo ripugnante tutto quello che essi fanno ; questo sentimento naturale era maggiormente accentuato in un popolo attaccatissimo alla sua terra, come era il popolo ebreo. Dio dunque permise che fosse deportato, affinché gli fosse apparsa più odiosa e ripugnante l'idolatria che ricopiava dai popoli pagani; lo permise per un atto di materno amore, perché Egli è sempre Amore.
In fondo che cosa reclamava il Signore dal suo popolo? Non reclamava che l’osservanza della legge per gli stessi interessi della sua prosperità. Da padre, Dio tutelava la dignità dei suoi figli, poiché la sua legge era legge di libertà e di amore. Quel popolo .si era abbrutito nella schiavitù più opprimente, era ritornato moralmente in Egitto, s' era reso servo delle nazioni, poiché accettando l’idolatria, aveva rinnegata l’essenza stessa del suo spirito nazionale. Non ci voleva di meno per fargli toccare con mano che cosa era quella schiavitù morale, per farlo rinsavire, e però la deportazione era la logica conseguenza dello stato nel quale s’era ridotta la nazione.
Dio rigettava dal suo cospetto il popolo, come una mamma rigetta il figliuolo ribelle, per fargli sentire il peso della propria stoltezza e per farlo ritornare nelle braccia materne. Se il figlio potesse vedere il cuore materno quando gli mostra il volto severo, lo vedrebbe tutto stillante lagrime di sangue, tutto angosciato e torturato, e vedrebbe se stesso in quel cuore, nel posto più privilegiato, come tesoro della sua mamma. Oh, se noi considerassimo l'infinito abisso dell'amore di Dio, vedremmo uno spettacolo mille volte più tenero e più commovente, ed intenderemmo perché Egli fa festa quando un peccatore ritorna a Lui! Fa festa; dunque non era adirato, perché l'ira quando è placata porta alla maestosa indulgenza, non alla festa.
La donna che ha perduto la dramma, si affanna a ricercarla, e fa festa quando la ritrova. Essa spazza la casa perché tintinni sul pavimento la sua moneta, e quasi dia il suo gemito perché possa essere raccolta da quelle mani nelle quali ha tutto il suo valore. Il pastore insegue la pecorella smarrita, ha la faccia turbata ed il passo concitato, perché l'ama di più; per questo nel raccoglierla la pone sulle sue spalle, e la carezza. Come può raccoglierla egli, se non sospingendola verso l'abisso dove il timido animale non ha altra alternativa che o darsi al pastore o morire? Il padre del figliuol prodigo permise al figlio di andare in terra straniera, perché sentendo il vuoto, la solitudine, la miseria e l'oppressione, fosse tornato a lui. Il ritorno del prodigo fu cosi festoso per il padre, perché rispondeva al piano del suo amore.
Dio dunque, gemendo, spazzò la sua casa, per ritrovare il suo popolo, e gemendo lo rincorse fin sull'abisso, e permise che fosse deportato perché avesse sentito il peso del giogo idolatrico, e gli fosse rinata la nostalgia del suo Tempio e della sua Legge. Rimasero solo i poveri nella Giudea, perché i poveri ancora Lo amavano ed erano i meno rei; rimasero soli, come sentinelle avanzate nella loro terra, alla quale dovevano riattrarre i fratelli esiliati con le loro preghiere.
Dio ama l’anima nostra come può amarla Lui solo che l’ha creata. Chi può intendere la forza dell'amore creante? Solo nella maternità ne vediamo una scintilla, ed è piena d'ineffabile bellezza ; solo la madre ci dà una pallida idea di quella che può essere, diremmo quasi, l’angustia di Dio nel vedersi sfuggire un’anima. Chi più di Lui conosce la felicità che le ha riserbata e l'infelicità tremenda del distacco di lei dal suo cuore? Chi più di Lui può valutare l'ineffabile bellezza della quale la grazia l'adorna e l’orrida turpitudine nella quale il peccato la soffoca ? Se potessimo usare un’espressione ardita, diremmo che Dio con la creazione dell’anima e degli Spiriti Intelligenti, s'è posto quasi in angustia. La libertà è il sommo dono di una creatura intelligente e ragionevole, ed esige per necessità la prova, perché diventi elevazione e merito; la prova importa la piena libertà della creatura intelligente, importa quindi anche il pericolo di una caduta. Se la mamma lascia il bimbo suo perché dia i primi passi, con quale ansia, con quale sguardo lo segue ! Si tendono verso di lui le mani, il cuore che palpita trepidante, l'occhio che vorrebbe sostenerlo con i raggi della sua luce; è uno spettacolo meraviglioso di bellezza. Dio non può avere ansie, perché è impassibile ed immutabile, non può avere sorprese perché conosce tutto, ma con quale amore ha seguita la vita degli Angeli e la vita degli uomini durante il tempo • della loro prova ! La sua Provvidenza accurata, e più la Provvidenza della sua grazia, è come l’ansia del suo Amore che segue le sue fragili creature. Di quante delicatezze le circonda, in quanta bontà le sommerge perché non le sfuggano !
O inesplorato amore di Dio, o dolcezze della tua tenerezza materna, o delicatezze della tua bontà, chi può intenderti? Se un verme che striscia nella terra l’hai circondato di tante cure e se segui il volo di un passero, e numeri persino i capelli del nostro capo, con quale carità segui lo sviluppo della vita di un’anima?
Dio non può tollerare che una creatura libera e ragionevole si perda, prima di averla assediata in tutti i modi. Or quando l'anima non sente più le voci della sua legge, le esortazioni della sua carità, le insistenze del suo amore, Egli le manda colui che la deporta, Nabucodonosor, l'angustia, il pianto, il gemito e la tristezza del giudizio; le manda colui che la deporta in Babilonia, la confusione. Il dolore è il conquistatore dell’anima ; l'angustia, il pianto,
il gemito, frutto del giusto giudizio divino, la deportano nella terra della confusione, in Babilonia, dove le rinasce a poco a poco, insensibilmente la nostalgia del bene e la sete di Dio.
Nabucodonosor mandò contro Giuda i predoni dei Caldei, i demoni, i depredatori; i predoni della Siria, il godimento, la felicità, il cammino ; i predoni dei Moabiti, il figlio del padre; ed i predoni degli Ammoniti, il popolo suo. Questi predoni furono mandati dal Re di Babilonia, eppure nel Sacro Testo è detto che li mandò il Signore. Era come l'avanguardia della deportazione. Così fa Dio con l’anima infedele : le manda i demoni che la tormentano, che la depredano della sua gioia, della sua felicità, e le rendono aspro il cammino; le manda i predoni di Moab, che le tolgono la familiarità col Redentore, il Figlio del Padre divino, e i predoni di Ammon, che la rendono estranea al suo popolo. Il peccato non distacca l’anima da Dio senza depredarla di tutto, senza toglierle ogni felicità, ogni lume, ogni vita, ogni unione col Redentore; e tutto questo è provvidenziale, poiché nel vuoto di ogni bene l'anima sente il bisogno del Sommo Bene. Sembra quasi strano che Dio privi della grazia l’anima che si distacca da Lui, ed invece è un segreto di amore, perché Egli vuole che liberamente essa si dia a Lui. Peccando, l’anima si abbandona alla propria libertà, ed è logico che Dio non, la forzi, ma che le mandi i ladroni che la depredano, affinché senta il vuoto dell’abisso nel quale è caduta.
È detto che il Signore mandò i predoni contro Giuda per i peccati fatti da Manasse, ai quali il popolo aveva cooperato e partecipato, e per il sangue innocente sparso in Gerusalemme. Or proprio per questo Dio manda i ladroni nell'anima, per i peccati di Manasse, il dimenticato, la dimenticanza, cioè per la noncuranza che l'anima ha del divino amore, e per il sangue innocente sparsa in Gerusalemme, cioè per la profanazione del Sangue Preziosissimo della Redenzione.
Dopo la depredazione viene l'assedio di Nabucodonosor, l'angustia, il pianto, il gemito, la tristezza del giudizio, poiché Dio assedia l’anima col dolore, affinché intenda quale gran male sia per lei la colpa. Vengono poi le sventure, e come il Re di Babilonia depredò i tesori del Tempio e della casa reale, così l'anima viene privata delle consolazioni della grazia soprannaturale e della ricchezza della sua dignità è della sua regalità. Infine essa viene deportata in Babilonia, nella confusione, lontana dal bene vero del suo cuore, schiava del mondo, schiava delle angustie, senza conforto, priva di fortezza, di attività, d'iniziative soprannaturali.
Come in Giuda, sui miseri avanzi rimasti, Nabucodonosor pose come Re Mattania, il dono di Dio, V espettazione, la speranza di Dio, ma gli cambiò il nome in quello di Sedecia, la giustizia del Signore; così nell’anima deportata dal dolore nella, confusione e nell'angustia, regna ancora la speranza di Dio, il dono suo, la sua espettazione, perché il castigo terribile è sempre misericordia, è pressione dell'amore di Dio, ma vi regna sotto altro nome, sotto il nome di giustizia divina, Sedecia, affinché il pensiero di essere colpita da Dio, susciti in essa il salutare timore che la faccia ritornare a Lui.
Non si sfugge all’infinito Amore che assedia ; tutte le angustie della vita, tutte le pene interne, l'orribile vuoto che ci tormenta, la povertà estrema che ci opprime, la confusione nelle aspirazioni, il disinganno dei nostri ideali, le spine che troviamo nelle creature, tutto è assedio dell’infinito Amore che vuole ad ogni costo salvarci e renderci eternamente felici. Chi oserebbe tacciare di crudeltà un Re che insegue il suo vassallo, lo chiama, gli toglie ogni rendita, gli strappa ogni gioia, perché non vuole che vada errando nelle mefitiche paludi, ma lo vuole con sé nei fulgori del trono? Chi può chiamare severa la madre che permette che un figlio lontano dalla casa paterna sia angustiato, perché vi ritorni? Se vedessimo dall'alto il mondo, ci apparirebbe come un campo trincerato dove stanno di fronte l'umana libertà e l'infinito Amore. Vedremmo in esso un epico combattimento, fatto con tutte le armi, meravigliosamente.
La tattica dell'Amore è il ritirarsi bruciando tutto, come facevano i Russi di fronte a Napoleone ; la strategia dell'Amore sta nel chiudere le fonti, nel bruciare le messi, nel rendere desolato il campo dove il nemico si attenda. Lo chiude nelle gole dei monti, lo ricaccia nelle paludi senza guado, lo incalza nei burroni senza fondo, finché non levi la bandiera bianca e non s'arrenda volontariamente. E la bandiera bianca è la coscienza fatta pura nel Sacramento della Penitenza che si leva in alto sulle desolate dune del deserto, ed implora la vita. Allora la scena si cambia, l'Amore discende dai monti con infinite ricchezze, si fa incontro all'anima, la inonda di gioia, l'abbraccia, la bacia, la consola, l'arricchisce, e si fa festa nei cieli perché ha vinto l’Amore, ha vinto per amore, ha diffuso amore, ha raccolto amore, ha coronato l’amore !
Chi sarà così stolto da rifiutarsi di consolare le angustie dell'Amore? E chi vorrà rimanere ancora nel lezzo delle sue colpe, deportato in terra straniera, con gli strumenti della gioia sospesi ai salici piangenti, senza dire al suo Creatore : Ecce anelila Domini, fiat mihi secundum verbum tuum ? Chi rifiuterà a Dio la propria volontà e la propria libertà, senza attendere che tuoni il mirabile furore del suo incalzante amore ?
Sono peccatore, o mio Dio, sono peccatore ! Volgimi lo sguardo, tendimi la mano, distilla su me la tua rugiada, inondami con la tua luce, sollevami con la tua forza, vincimi Tu, vincimi; ti cedo tutte le mie armi ! Nella placida pace della tua eternità mi hai guardato; come aquila sei disceso su dì me, mi hai preso negli artigli per portarmi in alto; hai vinto! Vincimi ancora! Quel tuo sguardo severo è amore, quel tuo percuotere spietato è amore, quel tuo incalzarmi ruggendo è amore ! Vincimi ancora ! Non ti contentar che io mi ti dia ferito e piagato ; sanami, anche bruciando la mia carne ; rischiarami la vista, anche tormentando i miei occhi ; dilatami il cuore anche gonfiandolo di pena ! Vincimi ancora, finché io non sia favilla pura che mi unisca al tuo incendio d'amore, e ti canti in eterno l’amore!...
Sac. Dolindo Ruotolo

mercoledì 25 giugno 2014

25.06.2014 - Commento al vangelo di S. Matteo cap. 7 par. 6

6. La via e la porta del cielo. I falsi profeti e la falsa religione
Gl'insegnamenti, che Gesù Cristo dà, possono sembrare ardui alla natura, disorientata dalle passioni; ma Egli non ci fa illudere con prospettive di effimera felicità, non ci inganna perché è la stessa verità, e ci addita chiaramente la porta e la via del cielo, dicendo: Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!
Gl'ingannatori e i mestatori della povera umanità si presentano con programmi altisonanti di benessere materiale o di illusorio benessere spirituale, e trascinano alla morte; Gesù Cristo ci dice chiaro la verità e ci conduce alla vita.
La via e la porta stretta, che ci addita, sono tali innanzi al mondo, ma innanzi a Dio sono piene di pace e d'ineffabili grazie. Spira una soave dolcezza dalle stesse parole del Vangelo, e quella via sembra quasi un solitario sentiero di montagna, che nella sua stessa asprezza è pieno dì attrattive. La vita è una prova, ed è logico che sia penosa; ma nella stessa pena è dolce quando guardiamo a Dio solo, perché è proprio il dolore che ci dona la libertà dello spirito sciogliendoci da ogni legame di terra, e ci sospinge a Dio con maggiore ardore. Gesù ci mette perciò in guardia contro i falsi profeti, che si fingono agnelli di pace e di bontà, predicano il benessere, e sono lupi rapaci, che strappano le anime al Signore ed alla vera felicità. Questi falsi profeti sono i sobillatori dei popoli e gli eretici; gli uni ingannano promettendo la brutale soddisfazione delle passioni, e materializzando la vita, gli altri ingannano fingendo pietà e religione e aprendo una via allo spirito, che sembra più comoda e conduce invece alla morte eterna.
A questa categoria appartengono gli eretici e specialmente i protestanti; all'altra appartengono i massoni, i settari e specialmente i comunisti bestiali.
Gesù Cristo ci dà il criterio infallibile per conoscerli, dicendoci che i frutti che essi producono li manifestano. Le sette hanno un tristissimo retaggio d'iniquità, di soprusi, di delitti e di spaventose degradazioni; gli eretici, pur fingendo di predicare la virtù e la fede, devastano la coscienza e riducono le anime ad un cumulo di rovine. Basta vedere lo stato di corruzione nel quale sono cadute le nazioni protestanti per convincercene. Si può dire senza esagerazione perché è un fatto storico innegabile che tutta l'apostasia moderna da Dio è dovuta al protestantesimo, degenerato prima nel razionalismo e poi nell'ateismo. Se la Russia è diventata la tristissima fucina della barbaria comunista, questo lo si deve alla sua lunga divisione  dalla Chiesa cattolica. Dove vi sono i falsi profeti, c'è la morte con tutte le sue conseguenze di corruzione.
Che importa che essi fingano pietà, e s'illudano di averla? Non è l'apparenza che vale innanzi a Dio; né il dire: Signore, Signore, e fare poi il comodo proprio, che può far entrare nel regno dei cieli. La caratteristica degli eretici non potrebbe essere più precisa: essi dicono Signore, Signore, con le apparenze della loro pietà, si vantano anche di profetare nel nome di Dio, cioè di annunziare e propagare le parole della Bibbia; credono di essere i propagatori del regno di Dio, e i nemici di satana, mentre dolorosamente, ne sono gli amici e i coadiutori; rigettano i miracoli della Chiesa, e credono alle loro stoltezze nelle riunioni specialmente di alcune sette, come quelle dei pentecostali, nelle quali le convulsioni epilettiche e gli ubriacamenti della fantasia, fanno loro credere di rinnovare il miracolo della Pentecoste. Gesù Cristo non lascia luogo ad equivoci, afferma solennemente che simile gente è così estranea a Lui, che Egli non la conosce, e protesterà Lui nel giorno del giudizio.
Falsi profeti sono anche quelli che si ammantano di pietà, e poi vengono meno ai loro doveri, contentandosi di una devozione superficiale, tutta a base di apparenza e vuota di sostanza. Queste anime sono come terre abbandonate che danno fiori selvatici e producono solo paglia isterilita.
Il cristiano dev'essere integro e totalitario; deve istruirsi nella fede e vivere nell'infallibile luce della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana; deve unirsi alla vita della Chiesa per unirsi a Gesù Cristo, deve avere grande vita interiore, e tendere alla santità.
Sac. Dolindo Ruotolo

25.06.2014 - Commento al secondo libro dei Re cap. 22, par. 2-4

2. Il significato letterale di questo capitolo.
Giosia fu preannunziato col suo stesso nome da un Profeta di Dio, trecento quarantun anni prima che nascesse (III Re XIII, 2). II padre suo fu Amon, uomo empio, scellerato ed idolatra ; quest'uomo non potette ricordare in nessun modo la profezia antichissima quando impose al figlio il nome di Giosia ; dedito ai vizi più turpi ed al culto degl'idoli non potette neppure lontanamente pensare d’imporre al figliuolo quel nome perché in lui si realizzasse la profezia. Giosia dunque fu scelto ed eletto solo per una particolare provvidenza di
Dio, e nessun concorso umano fece realizzare in lui ciò che era stato predetto trecento quarantun anni prima. Il suo nome era scritto nei Cieli prima che egli nascesse in terra, ed in tal modo figurava il Redentore che venne in terra dalle eterne e regali sedi, e compì le profezie che lo avevano annunziato.
Giosia fu proclamato Re all'età di otto anni, e dovette avere nei primi anni un consiglio di reggenza che governava in suo nome. Sua madre Idida, l’amabile, la diletta, dovette curare la sua educazione e dovette scegliere uomini retti e buoni per il governo. Si disse già infatti quanta fosse l'autorità della Regina madre nelle corti dei Re di Giuda, e questo ci fa supporre che l'influenza benefica d’idida abbia concorso a dare a Giuda un Re veramente giusto.
Nel diciottesimo anno del suo regno, cioè quando aveva ventisei anni, Giosia preoccupato di ristabilire il culto del vero Dio, ordinò che fosse restaurato il Tempio profanato e manomesso dai suoi predecessori. Imitando Joas (XII, 14, 15) fece raccogliere l’argento offerto dai fedeli al Tempio, lo fece fondere, cioè Io ridusse in pezzi monetati, e ordinò al Sommo Sacerdote Elcia di presiedere ai lavori di restaurazione e d'incaricare i sopraintendenti alla casa di Dio di distribuire la moneta ai vari operai. Non volle che si fosse lesinato sul danaro, ma che si fosse dato ai prefetti del Tempio, perché lo avessero distribuito con larghezza, affinché gli operai avessero lavorato con maggiore precisione e coscienza.
Nel raccogliere l’argento ammassato nel tesoro del Tempio, Elcia ritrovò il libro della Legge, cioè, secondo l'opinione più comune, l'originale del Pentateuco, scritto dallo stesso Mosè. Esso avrebbe dovuto essere custodito presso l’Arca, ma nelle manomissioni fatte alla Casa di Dio era stato posto in disparte e dimenticato. Si deve supporre che almeno qualche persona pia conservasse ancora qualche esemplare della Legge ; ma essa era talmente dimenticata dalla massa del popolo che il suo ritrovamento suscitò una grande emozione. Giosia si fece leggere il Librò, almeno nelle sue parti principali, da Safan, che era lo Scriba, ossia il suo segretario, ed ascoltando le minacce terribili fatte da Dio ai trasgressori della Legge, si lacerò le vesti per il dolore, pensando che quelle maledizioni dovevano infallibilmente colpire una nazione così degenere.
Spaventato da quelle minacce che dovevano realizzarsi sul popolo infedele, Giosia mandò una commissione a consultare una Profetessa chiamata Olda la quale custodiva i paramenti del Tempio ed abitava in Gerusalemme nella Seconda, cioè nella seconda Gerusalemme, negli edifizi più recenti o, secondo altri, nella parte bassa della città. Isaia, il grande Profeta, era stato ucciso da Manasse, segato a metà, secondo la tradizione, da una sega di legno. Nel Martirologio Romano ai 6 di luglio infatti, così viene commemorato : " In Giudea 5. Isaia Profeta, il quale fu segato in due sotto il Re Manasse, e seppellito sotto la quercia di Rogel presso la corrente delle acque. „ Geremia fioriva in questi tempi, avendo cominciata la sua missione l’anno tredicesimo di Giosia, ma o era assente da Gerusalemme o era riguardato inferiore alla Profetessa che doveva godere maggiore rinomanza di lui. Certo il Re non si rivolse ad un Profeta ma ad una donna dotata dello spirito profetico. Olda confermò pienamente i timori del Re, ed annunziò gravi castighi da parte di Dio sul popolo; per confortare il sovrano però gli annunziò eh' egli sarebbe morto prima che quei castighi avessero colpito il popolo di Dio, e che sarebbe stato raccolto in pace nel suo sepolcro. Queste ultime parole sembrerebbero in contrasto con la realtà, giacché Giosia morì in guerra, come si vedrà ; ma la Profetessa non gli parlò che della sepoltura, e volle dirgli solo eh' egli sarebbe stato sepolto in pace come uomo che riposa dopo le sue fatiche, per non amareggiarlo maggiormente.
3. Nel Regno del Re d’Amore. La donna e l’apostolato, Maria SS., il rifugio della Chiesa.
Dopo il quadro fosco del regno della dimenticanza di Dio, ossia dopo la figura dell’apostasia universale, il Sacro Testo ci presenta la figura della restaurazione del regno del Re d' Amore. Anche in questa figura profetica emergono un gran Re ed un grande Sacerdote, figura del monarca e del Papa che restaureranno nel mondo il regno di Gesù Cristo. Il gran Re abbatte gli altari idolatrici, il gran Papa restaura il Tempio di Dio, non tanto il Tempio materiale, quanto quello eretto nelle anime. L'argento raccolto dal popolo si rifonde, cioè la pietà dei fedeli viene come rifusa nel fuoco dell’amore, affinché diventi ricchezza vera delle anime, ed elemento di una novella vita. Come Giosia volle che il danaro non fosse contato a quelli che lo ricevevano, ma che l’avessero avuta
in loro potere e sulla loro fede, per rendere più solleciti e più decorosi i restauri del Tempio, così in un'epoca eccezionale di apostolato e di grazie, i ministri di Dio avranno facoltà più ampie, e, diremmo quasi, ci sarà meno burocrazia, ed una maggiore diffusione delle ricchezze soprannaturali della Chiesa.
Elcia ritrovò il Libro della Legge e lo mandò al Re il quale si lacerò le vesti. La Legge di Dio dimenticata dalla maggior parte degli uomini, la parola viva delle Scritture sconosciuta dai Cristiani e massacrata dagli eretici, sarà ritrovata, cioè sarà tratta dai tesori della Chiesa e sarà conosciuta, approfondita, meditata, suscitando nel popolo una grande allegrezza, riformando i costumi, rinnovando la vita cristiana, e spingendo i governanti delle nazioni alla penitenza.
In questo periodo di rinnovazione non compariscono i Profeti ma una Profetessa, Olda, la pura, simbolo di quel coro di vergini che coopereranno alla rinnovazione della vita cristiana e sacerdotale con la loro preghiera, e quasi custodendo, come Olda, i paramenti del Tempio, cioè come umili ancelle del Sacerdozio. Olda fu moglie di Sellum, il pacifico, il perfetto, colui che retribuisce, figlio di Tecua, la visione, la speranza, figlio di Araas, Vira della misericordia., e della bontà. In pochi tratti sono figurate le apostole del Re d’Amore, sposate a Lui, che è il il pacifico, il perfetto, il giusto giudice che retribuisce a ciascuno secondo quello che ha meritato; piene della visione di Dio e della 'speranza immortale, piene dell’ira della misericordia e della bontà, cioè di quella santa immolazione che le rende quasi oggetto dell'ira divina, e che tramuta le loro pene nella misericordia e nella bontà; nella misericordia perché attraggono sugli uomini il perdono di Dio,, nella bontà perché attraggono sulla terra anche le benedizioni temporali, diventando esse stesse angeli di bontà e di carità in mezzo ai sofferenti.
Certo un grande apostolato è riservato alla donna nel mondo, e la Chiesa stessa la chiama come cooperatrice in questi periodi di rinnovazione interiore delle anime. Non c’è una stoltezza più grande quanto quella di porre una pregiudiziale all’apostolato femminile, quasi che la donna non fosse creatura di Dio, o quasi che fosse destinata ad essere povera serva dell'uomo. Tutte le grandi opere della Chiesa hanno avuto come sostegno le donne; l’apostolato dei grandi Santi, dei grandi rinnovatori della vita cristiana, non è stato mai disgiunto dalla cooperazione di qualche santa donna. Una creatura pura, dedicata a Dio, immolata silenziosamente nelle
sue sofferenze, è il tesoro più bello che abbia la Chiesa ed il mondo. Nessuno può intendere quale fucina di anime sia una donna ripiena dello spirito di Dio, immolata come vittima, raccolta nell’umiltà e nella preghiera ; in lei si compie spiritualmente la legge della Provvidenza Divina che ha voluto come vita del mondo la madre. Quando si vede che il Verbo di Dio non ha voluto compire l'opera della Redenzione senza Maria SS., la benedetta fra tutte le donneschi può ardire di guardare con diffidenza o con ostilità l'apostolato a cui la Chiesa ha chiamato le donne, per affrettare i momenti del trionfo del Re d'Amore ?
La commissione che si recò a casa di Olda era formata da Elcia, Dio mia parte, il Sommo Sacerdote; da Aicam, il fratello che risorge; da Acobor, chi stritola, chi chiude il pozzo; da Safan, le labbra, la contrizione; e da Asaia, il principe, la creatura del Signore. Ecco quelle categorie che trovano cooperazione ed aiuto nella donna consacrata a Dio: il Papa, che fa appello alla sua pietà e la chiama all’apostolato; il peccatore, che è il fratello che risorge ; l'apostolo, che stritola il male e chiude il pozzo dell’eterno abisso ; il dotto (Safan, lo scriba), colui che parla e che compunge ; e gli stessi Principi della casa di Dio, cioè i Pastori delle anime.
Ma più che alle donne sante, la Chiesa si rivolge alla Benedetta fra le donne, alla vera Olda, la pura, a Maria SS. A Lei ricorre il Pontefice stesso, Elcia, ed Essa lo rende trionfante nella difficile lotta contro il male ; a Lei ricorrono i peccatori, i fratelli che risorgono, Aicam, ed Essa ridona loro la vita; a Lei ricorrono i Sacerdoti, i ministri del Signore, Acobor, ed Essa li fortifica; a Lei ricorrono i Dottori, Safan, ed Essa li illumina; a Lei i Principi della Casa di Dio, Asaia, ed Essa li guida e li soccorre nelle loro attività pastorali.
È mirabile che in un regno santo nel quale si abbatte l'idolatria, si ritrova il Libro della Legge, e rifiorisce la pietà, appare fra tanti Profeti una donna, Olda. Così avviene nella Chiesa Cattolica: Maria è l'ultima speranza della desolata Sposa del Redentore, Maria è il vero e grande segreto della rinnovazione della vita cristiana, Maria è il rifugio dei poveri peccatori, è il rifugio della Chiesa. Per rinnovare la vita cristiana bisogna rinnovare la devozione a Maria, poiché dov'è Maria ivi è la vita. Essa schiaccia il capo al dragone infernale, Essa abbatte e stritola le eresie, Essa ridona al cuore traviato la misericordia e la grazia. Per Maria rifiorisce la pietà, per
Maria i Dottori della Chiesa sono illuminati, per Maria la misericordia di Dio abbraccia novellamente l’umanità traviata, impazzita appresso agl’idoli dell’impurità e del piacere.
4. Nel regno dell’anima.
Giosia cominciò a regnare ad otto anni e regnò da santo perché ebbe una santa madre Idida, la diletta, l'amabile, figlia di Adaia, chi gode, di Besecat, l’angustia. Può dirsi che nell’età dei discernimento noi cominciamo a regnare :-ad otto anni, cioè nella età nella quale la ragione è sviluppata/cominciamo già a governare noi stessi, a dovere cioè infrenare le nostre passioni. In questa età ci sia madre Maria SS., la diletta di Dio, l’amabile nostra Regina, figliuola dell'eterno gaudio, ma che come noi è venuta dal dolore e dall’angustia, Besecat. Quale regno trionfante s'inaugura in un fanciullo, in una fanciulla che s' apre alla vita del discernimento sotto lo sguardo di Maria! Quale segreto di formazione e di educazione è per i piccoli la devozione alla Vergine Immacolata! Chi ha in custodia le anime dei piccoli deve affidarle a Maria e deve spingerle nelle materne braccia di Lei per vederle prosperare come profumati fiori del campo di Dio.
Giosia a ventisei anni restaura il Tempio; ed affida l’opera al Sommo Sacerdote Elcia, Dio è mia parte. Quando la nostra vita si sviluppa, nell’età della virilità, ahimè, troviamo tante volte manomesso il Tèmpio di Dio, che è l'anima nostra! È necessario restaurarlo, considerando Dio solo come nostra parte e nostra eredità, raccogliendo accuratamente tutte le ricchezze di questo Tempio vivo, tutti i ricordi del passato, tutti i buoni sentimenti che ci sono stati istillati, e rifondendoli in una vita novella di fervore e di pietà. Dobbiamo ritrovare il Libro della Legge, cioè dobbiamo alimentare l’anima nostra con la parola viva della Sacra Scrittura, che tante volte rimane abbandonata e negletta nei tesori della Chiesa, senza che l'anima nostra se ne alimenti.
Quando ci accorgiamo di avere manomessa la legge di Dio, dobbiamo lacerarci le vesti, come fece Giosia, cioè dobbiamo distruggere in noi gli abiti cattivi contratti col peccai, per ispirare la nostra vita alla legge ed alla parola di Dio. Sotto lo sguardo della Madre Celeste deve aprirsi la nostra vita, e sotto lo sguardo suo deve rinnovarsi : nell’infanzia Maria è l’amabile nostra guida, Idida, nell'età matura è l'ideale più bello, Olda, la pura.
Giosia leggendo le parole della Legge comprese per quale ragione la vita del popolo era tanto tribolata, e capì che novelli castighi stavano preparati alla nazione infedele ; nell’angustia del suo cuore fece interrogare Olda, per avere luce e conforto. Quante volte nella vita non ci sappiamo spiegare le tribolazioni che ci colpiscono, e rimaniamo oppressi dalla più cupa tristezza ! Eppure se meditassimo la Legge di Dio, se a quella luce esaminassimo la nostra coscienza, ci riconosceremmo non solo meritevoli dei castighi che soffriamo, ma presi dal salutare timore delle conseguenze della nostra iniquità, faremmo appello alla misericordia di Dio, ricorrendo alla Benedetta fra tutte le donne, a Maria SS. che è la madre dei poveri peccatori. Noi crediamo sempre di non meritare le angustie che ci opprimono, perché ci giudichiamo assai benevolmente, paragonandoci a chi è peggiore di noi; ma non sono i peccatori lo specchio della nostra vita, è la legge di Dio, ed alla luce sua dobbiamo ponderare quante sono le nostre responsabilità e quanti sono i debiti da pagare alla divina giustizia !
Il Signore fece dire a Giosia che gli risparmiava il dolore di vedere con i suoi occhi i mali che sarebbero venuti sul popolo, perché egli aveva ascoltato le parole della Legge, si era sbigottito, cioè era stato preso da un salutare timore, si era umiliato, aveva lacerato le sue vesti ed aveva pianto in segno di penitenza. Invece, dunque di lamentarci ingiustamente con Dio, quasi che noi fossimo sempre gl’innocenti maltrattati a torto, umiliamoci profondamente, piangiamo i nostri peccati, laceriamoci le vesti, cioè mutiamo vita, ed imploriamo la divina misericordia, perché questo solo è il mezzo per attenuare le conseguenze dei nostri peccati.
Si raccolse il danaro per restaurare il Tempio e si ritrovò il libro della Legge. Ecco quello che avviene negli Esercizi Spirituali e nelle Missioni: le anime si raccolgono innanzi a Dio, il Sacerdote cava dai tesori della Chiesa le ricchezze dimenticate o trascurate, le rifonde, le proporziona alle necessità spirituali delle anime che gli sono affidate, ed esse ritrovano la Legge di Dio, cioè si ricordano novellamente dei precetti della Legge, dei doveri del loro stato, dei precetti della Chiesa, e piangendo, nel dolore e nella penitenza, rinnovano la loro vita. È necessario di tanto in tanto raccogliere l’anima in una vita più intensa di pietà e di preghiera, per rinnovare in noi il pensiero della divina Legge, e per fare penitenza dei nostri peccati; La Chiesa ogni anno ci dona il tempo
quaresimale per restaurare le rovine dell’anima ; in quel tempo di salvezza non è scusato da peccato chi si dà ai divertimenti e trascura gl'interessi supremi del cuore. Il mondo, impazzito, spesso riserva proprio nel tempo di quaresima, e nei venerdì consacrati alla Passione di Gesù Cristo, i suoi balli e le sue aberrazioni, ma un cristiano non partecipa a simili profanazioni, non può parteciparvi, perché non può mutare il tempo della penitenza e della salvezza, in un carnevale di peccati e di abbrutimenti.
Sac. Dolindo Ruotolo

martedì 24 giugno 2014

24.06.2014 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 1 par. 14

14. La nascita del Battista
Maria si trattenne con sant'Elisabetta circa tre mesi, fino al compimento cioè della gravidanza di lei. Durante questo tempo aiutò la santa cugina nelle faccende di casa, e la continuò soprattutto a santificare per preparare il Precursore di Gesù alla missione che doveva compiere. La sua voce immacolata lo aveva fatto esultare nel seno materno e lo aveva santificato liberandolo per Gesù Cristo dalla macchia originale, e la sua voce di continua preghiera gli trasfuse il dono della solitudine interiore e quello della più alta orazione.
Furono tre mesi di grazie per la casa di Zaccaria, poiché Maria era come un fuoco acceso da Dio, che diffondeva calore di vita interiore. La sua presenza incantava, e non era possibile conversare con Lei, senza sentirsi come immersi in una soave unzione di grazie.
Quando la Vergine Santissima vide che era imminente il tempo del parto della cugina, andò via, sia per pudore verginale, sia perché non volle trovarsi nei momenti di grande concorso di gente che prevedeva sarebbe avvenuto alla nascita d'un bambino avuto per miracolo da una donna avanzata di età. Il suo aiuto materiale sarebbe stato inutile, del resto, fra tanta affluenza di gente.
Andata via Maria, dopo poco si compì il tempo del parto di sant'Elisabetta, la quale diede felicemente alla luce un bambino.
La gente del vicinato lo seppe ed accorse per congratularsi con lei non solo per il figlio avuto, ma molto più perché quel frutto miracoloso era segno evidente della singolare benevolenza di Dio per lei.
Il vicinato, infatti, aveva fino allora considerato sant'Elisabetta come una rigettata da Dio. Il concorso di gente fu anche maggiore quando, otto giorni dopo, secondo le prescrizioni della Legge, il bambino fu circonciso. La circoncisione si fece in casa, com'è evidente dal fatto che sant'Elisabetta era presente, giacché essa per quaranta giorni non poteva uscire. Essendo poi in una città ed in una casa sacerdotale, si fece intorno a lei una corona di persone importanti, le quali credettero di prendere l'iniziativa dell'imposizione del nome al neonato, e lo chiamavano Zaccaria, dal nome di suo padre. Psicologicamente forse scelsero questo nome, perché Zaccaria era vecchio; e sembrò loro opportuno perpetuarne la memoria, essendo ormai vicina la sua morte.
Il suo nome è Giovanni
Sant'Elisabetta, però, udito quello che si stabiliva, intervenne e disse che doveva chiamarsi Giovanni. Era uso presso gli Ebrei dare il nome di qualche parente vicino o lontano al neonato, e sembrò a tutti una stranezza imporgli un nome estraneo alla famiglia; perciò fecero segno a san Zaccaria che avesse lui deciso la questione. Egli domandò una tavoletta spalmata di cera, sulla quale allora si scriveva, e scrisse: Il suo nome è Giovanni. Tutti se ne meravigliarono, e più si stupirono e furono presi da emozione quando egli improvvisamente riacquistò la parola e l'udito e cominciò a benedire Dio.
Aveva perduto la parola per una mancanza di fede, e la riacquistò quando in un atto di fede impose al figlio il nome che gli era stato annunziato dall'angelo.
Quel nome non era indifferente, e nei fini di Dio significava il compimento prossimo delle promesse di Dio nel Messia; Giovanni, infatti, significa grazia che si ha ed il Precursore col suo nome stesso doveva annunziare la grazia che il mondo tutto riceveva; si completava così nella piccola famiglia l'annunzio della benedizione espressa dai loro nomi: Elisabetta: Dio che giura, Zaccaria: Dio che si ricorda, Giovanni: grazia che si ha. Dio giurò la sua promessa ai patriarchi; se ne ricordò nella pienezza dei tempi, e nella nascita miracolosa di Giovanni annunziò la grazia che già si donava al mondo nel Redentore. Era uno di quei delicati ricami della divina bontà coi quali il Signore manifesta la sua misericordia; Giovanni figlio di Elisabetta e di Zaccaria era così nel suo nome un ricordo del mistero che si compiva, ne era come un annunzio luminoso nella sua grande santità e diceva col nome: la grazia si dà al mondo secondo il giuramento fatto ai nostri padri, perché Egli si è ricordato della sua misericordia. Mettere un altro nome a Giovanni sarebbe stato lo stesso che alterare la delicata armonia di quei tre nomi.
Le circostanze della nascita di Giovanni rivelavano chiaro a quanti vi assistettero che si compiva un disegno di Dio, e perciò furono presi da timore riverenziale verso il Signore, cioè da un sentimento di adorazione e di attesa; e, divulgando il fatto in tutta la regione di bocca in bocca, tutti pensavano che quel fanciullino era destinato a grandi cose, pur non sapendo intravederle. Infatti, dice il Sacro Testo la mano del Signore era con lui, cioè egli era veramente prevenuto e sostenuto da una grazia singolare, e prima ancora dell'uso di ragione, annunziava con la sua nascita il compimento di qualche cosa di straordinario, e preparava i cuori alTimminente venuta del Redentore.
Il cantico di Zaccaria
San Zaccaria suo padre raccolse questo annunzio, e ripieno di Spirito Santo, cioè per una particolare ispirazione profetica, lo sviluppò in un cantico di riconoscenza esclamando: Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo. La redenzione non era ancora compiuta, ma era compiuta la promessa di Dio, che passò di generazione in generazione e si fermò sulla casa di David; il Verbo eterno era già disceso in terra, nel seno immacolato di Maria, della famiglia di David, e quindi già la potenza che doveva redimere il mondo era eretta sul suo trono, secondo quello che avevano detto i profeti. Questa potenza regale veniva per salvare gli uomini dai loro nemici, i demoni, e da tutti quelli che li odiano, cioè dai disseminatori del male, che sono veramente i più fieri insidiatori del nostro bene.
San Zaccaria continuò il suo cantico senza interrompersi e senza sostare, intrecciando un concetto all'altro, perché era tutto infiammato di amore, e perché dopo un lungo periodo di mutezza la lingua non aveva quasi più freno per la gioia di essersi sciolta.
Dio aveva mantenuto la promessa fattagli dall'angelo, ed aveva compiuto le misericordie annunziate fin dai tempi remoti ad Abramo, e Zaccaria, illuminato da Dio, determinava subito la vera natura di queste misericordie ed il frutto che dovevano dare al suo popolo rinnovellato; non si trattava di un beneficio temporale o di una liberazione politica, ma di un beneficio spirituale e della liberazione soprattutto dai nemici dell'anima per poter servire il Signore nella santità e nella giustizia, cioè con una vita perfetta: la santità, e con un regime di ordine e di onestà: la giustizia. Zaccaria intravide la Chiesa cattolica, regno vero di santità e di giustizia, e la considerò nel suo trionfo sulla terra, quando, dopo le lotte mosse a Lei dai perversi, avrebbe finalmente ottenuto il trionfo e la pace.
Nella seconda parte del cantico Zaccaria si rivolse al piccolo figlio suo e ne preconizzò la missione, secondo quello che gli aveva detto l'angelo nell'annunziarglielo: egli sarebbe stato chiamato profeta dell'Altissimo, perché avrebbe preparato al Redentore le vie, insegnando al popolo la penitenza, e disponendolo a ricevere la grande misericordia promessa, che, come sole dall'alto, lo avrebbe illuminato, guidandolo nella via dell'eterna pace.
Il Battista si ritirò nel deserto
Dopo questa solenne dichiarazione del compimento delle divine promesse, ritornò il silenzio nella casa di Zaccaria, ed il fanciullo, fortificato dalla grazia, si ritirò nel deserto, dove visse in preghiera e penitenze fino al giorno nel quale cominciò il suo ministero pubblico.
Forse l'occasione naturale che determinò i genitori a condurlo nel deserto fu la persecuzione di Erode contro i primogeniti, perché, avendone avuto sentore, dovettero temere che anche quel bimbo fosse coinvolto nell'odio del tiranno contro il Redentore, ma in qualunque modo fu sempre per una particolare ispirazione che nella tenera età poté condurre una vita tutta raccolta in Dio, nella più severa penitenza.
La grazia di Dio non ci si comunica senza un'accurata preparazione, perché Egli non la concede a chi conduce una vita dissipata nel mondo. Precursori di questa grazia sono i santi pensieri che Dio ci dà, e che noi dobbiamo accogliere con viva fede, perché producano in noi un frutto abbondante. Chi riceve queste ispirazioni e le crede illusioni della fantasia rimane sordo alle voci di Dio e muto alle espansioni dell'amore. La grazia allora non lo feconda e non lo rinnova.
Precursori della divina misericordia sono i dolori della vita, sopportati pazientemente in unione alla divina volontà; sono essi che preparano in noi le vie di grandi effusioni della divina bontà.
Rispondiamo alle chiamate di Dio e non siamo sordi alla sua voce, affinché possiamo essere ancora noi, con l'apostolato di Azione Cattolica, i preparatori del regno di Gesù Cristo.
Il mondo giace nelle tenebre e nelle ombre della morte, ha bisogno della luce del Redentore, e questa deve giungere alle anime già predisposte, perché non sia vana. Raccogliamoci prima nel deserto della vita interiore, e poi nell'attività dell'apostolato, annunziando il regno di Gesù Cristo, e cooperando alla salvezza che Egli viene a portare alle anime; senza una profonda vita interiore la nostra attività sarebbe solo apparente e la nostra missione sarebbe vana. Camminare innanzi al Signore dunque e preparare le sue vie, insegnando al popolo a riconoscere la salvezza per la remissione dei suoi peccati, ecco il programma dell'Azione Cattolica in questi tempi di confusione spirituale. Oh venga presto il giorno del grande trionfo di Dio nel quale possiamo anche noi cantare con san Zaccaria il compimento delle divine misericordie: Benedetto il Signore Dio d'Israele perché ha visitato e redento il suo popolo, elevando nella Chiesa la potenza della salvezza, e dandole il trionfo su tutti i regni del mondo. Amen.
Sac. Dolinda Ruotolo

lunedì 23 giugno 2014

23.06.2014 - Commento al vangelo di S. Luca cap. 1 par. 3

3. L'annunzio della miracolosa concezione del Battista. La mancanza di fede che rende senza parola
Al tempo di Erode re della Giudea, dice san Luca, vivevano due santi personaggi, giusti innanzi a Dio ed irreprensibili in tutti i comandamenti ed i precetti del Signore. Erode, detto il grande per i lavori pubblici compiuti nella Giudea, soprattutto restaurando il tempio, era figlio di Antipatro, che, sotto il pontificato d'Ircano, fu nominato da Giulio Cesare procuratore della Giudea. A forza d'intrighi, Erode, succeduto al padre, ottenne dal senato romano il titolo di re, e regnò dal 714 al 750 di Roma.
Sanguinario criminale fino al delirio, regnò fra stragi ed oppressioni di ogni genere, e fu il terrore dei suoi sudditi. La sua vita fu un obbrobrio per i vizi, e sul trono fu più una belva che un uomo; fece uccidere tre dei suoi figli ed un suo fratello, e per i più piccoli sospetti condannò a morte i migliori suoi amici. Ad un tale mostro coronato fa contrasto nel Sacro Testo la pacifica coppia di due santi: Zaccaria ed Elisabetta.
Davide, nell'organizzare il servizio religioso del tempio, aveva diviso i sacerdoti in 24 classi denominate ciascuna dal suo capo. Ogni classe serviva da un sabato all'altro, ed in questo ministero ebdomadario4 offriva l'incenso ed immolava le vittime, trovando nel fabbricato del tempio medesimo l'alloggio.
Zaccaria era sacerdote dell'ottava classe, chiamata di Abia; Elisabetta sua moglie era anch'essa di stirpe sacerdotale. Vivevano santamente, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile. In quei tempi la sterilità era un obbrobrio grandissimo, perché ogni donna sperava di poter essere madre dell'aspettato Messia. Essendo già vecchi ambedue, nonostante le preghiere che avevano fatte per ottenere da Dio un figlio, avevano oramai perduto ogni speranza. Eppure quelle preghiere non erano state vane, e raggiunsero il loro effetto, superando qualunque speranza. Erano giusti innanzi a Dio ed irreprensibili anche innanzi agli uomini, e questo ci fa capire quanto era profonda la loro santità interiore, e quanto era edificante per tutti la loro vita. Non facevano lamento con Dio del loro stato di sterilità, che costituiva per essi una minorazione, ma avevano nella vita una nota di tristezza, essendo come piante senza fiori.
La loro casa era desolata e silenziosa, con la prospettiva della morte che l'avrebbe estinta per sempre, e le sue stanze avevano quasi la caligine di ciò che passa inesorabilmente, senza la luce gioiosa di novelle aspirazioni. Ormai era certo per essi che la luce del Messia non avrebbe potuto rischiararla.
Ma quale preghiera è vana innanzi a Dio? Anche quando sembra inesaudita, anche quando sembra oramai assurdo che possa essere esaudita, essa ottiene il suo effetto in una maniera superiore alla nostra aspettativa, e sboccia come albero fecondo nella primavera. San Zaccaria e santa Elisabetta avevano a lungo pregato per avere un figlio e, quando oramai non avevano più speranza perché vecchi, avevano pregato perché si affrettasse l'ora della venuta del Messia. La loro preghiera fu doppiamente esaudita, perché ebbero il figlio e videro il Messia, anzi lo ebbero congiunto alla loro parentela.
Per evitare questioni tra i sacerdoti di turno al servizio del tempio, gli uffici erano tirati a sorte ogni mattina. A Zaccaria era toccato quello di offrire l'incenso. L'incenso si bruciava sull'altare dei profumi, che stava innanzi al Santo dei Santi, nelle ore della pubblica preghiera, cioè alle nove del mattino ed alle tre di sera. Il sacerdote designato entrava solo nel santuario, ed il popolo, pregando, si tratteneva fuori, cioè negli atri o nei cortili degl'israeliti e delle donne. Probabilmente era l'ora del vespro, e Zaccaria entrò nel santuario per offrire l'incenso. Il popolo numeroso elevava a Dio i suoi ardenti sospiri, giacché era angariato dal dominio straniero in tutti i modi, e ne domandava la liberazione. La gloria d'Israele era tramontata, e non c'era giorno che non si assistesse a qualche sopruso del tiranno che governava; forse in quel giorno l'afflizione era stata maggiore, giacché, in generale, sono proprio le tribolazioni che rendono più fervide le preghiere ed affrettano l'ora di Dio.
Zaccaria, ascoltando i sospiri del popolo, elevò al Signore con più ardore l'anima propria e, considerando la sua stessa afflizione, si umiliò profondamente. Si riguardò come indegno di compiere quel sacro ministero, si credette come riprovato da Dio, si stimò l'ultimo ed il più spregevole dei sacerdoti. Certo stava in un momento di interiore annientamento, perché il Signore sceglie questi momenti per svelarsi ad un'anima. Il timore stesso che ebbe nel vedere l'angelo poté essere causato anche da questo stato di interiore umiltà, stimando che venisse a rimproverarlo.
Si raccolse, pose l'incenso sul fuoco, e nella solennità del momento pregò ardentemente. Era quasi sopra pensiero; la solennità del luogo gli dava un senso di profondo rispetto, la fede con la quale ministrava l'incenso gli faceva rivolgere tutto il cuore a Dio; non badava a quello che lo circondava, ed univa il suo cuore al crepitare tranquillo della fiamma che ardeva e la sua preghiera alle volute di profumato incenso che si elevavano in alto. Era come assorto, tutto in Dio e tutto nel suo ministero e pregava. Quand'ecco trasalì per un terrore misterioso che lo invase: a destra dell'altare, improvvisamente si era delineata una figura umana, bellissima, immobile, maestosa, fulgente, adorante Dio con un raccoglimento così profondo, da sembrare l'arresto improvviso di tutta la creazione. Non parlava in quel momento, ma tutta la sua persona era come una parola vivente: era come tratto in alto, quasi nube luminosa, aveva gli occhi scintillanti, del colore del cielo, ed in essi non si rifletteva la luce della terra, perché erano profondamente misteriosi, avevano i riflessi dell'eterna gloria. La luce l'avvolgeva tutto, e sembrava alle sue spalle come manto regale, che si spiegava in due ali potenti. Ma non erano ali; erano l'espressione vivente della sua natura veloce come folgore e pronta ai comandi di Dio. Le mani erano levate in alto, congiunte in un gesto d'amore immenso, ma non erano mani; erano l'espressione di una potenza placida ed irresistibile, che ordina e ricama, ed i cieli sembravano muti al loro cenno. Il corpo era tutto luce e fulgore che manifestava lo spirito, alone candido che avvolgeva una vita tutta attiva nella divina volontà. Zaccaria rimase come inebetito, s'arrestò, temette ma non si turbò che superficialmente. Ma profondamente lo inondava la pace, la pace di Dio.
L'angelo gli parlò; la sua parola era placida e penetrante, poiché non era un articolare di sillabe che esprimevano un concetto, ma un concetto luminoso, una vita che sembrava parole ed era verità.
La nostra parola è il vibrare della materia mossa dallo spirito; la parola dell'angelo era il fulgore dello spirito che manifestava la luce della divina volontà. Il fulgido sguardo del messaggero di Dio era pieno di bontà, di quella bontà che l'uomo non immagina neppure, ed i cui barlumi sono nelle espansioni della cristiana carità. Rassicurò Zaccaria con una parola: Non temere; lo trasse in alto con una grande novella; la sua preghiera era stata esaudita, ed Elisabetta avrebbe avuto un figlio che sarebbe stato la sua gioia e la sua allegrezza. Con poche parole tratteggiò la grandezza del figlio che Dio gli donava, una grandezza sconosciuta al mondo che si diletta di miserie, e crede altezze gli abissi.
Sarebbe stato grande innanzi a Dio, quindi avrebbe avuto l'anima piena di doni soprannaturali, e per necessità sarebbe stato in contrasto col mondo. Non avrebbe bevuto né vino, né sicera, ossia nulla di inebriante e di fortificante, perché sarebbe stato ripieno di Spirito Santo fin dal seno materno. La sicera era un liquore inebriante che si otteneva con la fermentazione del grano, dell'orzo, del miglio, dei datteri, ecc. una specie di birra che si beveva per prendere forza nel lavoro; ora, la forza del Battista sarebbe stato lo Spirito Santo, ebbrezza meravigliosa dell'anima. Le bevande alcoliche, prese moderatamente, sostengono le forze dell'organismo, gli danno calore e vigore, ne scuotono il torpore, e lo rendono così più atto a servire all'anima. Il materialismo balordo ha creduto che l'ebbrezza dei sensi possa diventare azione, e che la sovraeccitazione possa mutarsi in pensiero brillante, è un errore, perché l'anima operando nel corpo e per il corpo, può solo trovare negli organi fortificati, e per così dire sgranchiti, una maggior facilità di azioni, sempre nei poveri limiti delle cose umane. L'ubriachezza od anche semplicemente l'eccesso del vino abbrutisce, il vigore invece rende l'organismo più pronto e gli fa considerare più facile l'agire. Lo Spirito Santo è tutt'altra cosa, ed è per l'anima come una meravigliosa ebbrezza.
Esso non fortifica il corpo rendendolo strumento dell'anima, ma fortifica l'anima, rendendola dominatrice del corpo e della materia; accende una gran luce interiore, infonde un immenso amore nel cuore. Non la scuote semplicemente ma l'arricchisce, e dona alle sue potenze un vigore spirituale che le trasforma, e le rende capaci di azioni grandi, secondo i particolari disegni di Dio.
Nelle azioni materiali od umane il corpo fortificato è uno strumento più pronto; in quelle spirituali e soprannaturali il corpo dominato dalla penitenza e dalla sobrietà rende l'anima più docile strumento dello Spirito Santo, poiché rende minima la sua tensione verso la vita materiale. È questa la ragione profondissima per la quale l'angelo, dopo aver detto che il Battista non avrebbe bevuto né vino né bevande inebrianti, soggiunse che sarebbe stato ripieno di Spirito Santo. Egli sarebbe stato tanto penitente da essere come una creatura di puro spirito, tutta fortificata ed inebriata dalla grazia di Dio.
La pienezza della grazia gli avrebbe dato potere sulle anime, e sarebbe stato un dominatore di spiriti, convertendo a Dio molti peccatori. E questa, infatti, l'espressione più grande della potenza spirituale, poiché qualunque forza e qualunque dominio sono vani di fronte all'ostinazione di un cuore, e soggiogarlo non opprimendolo ma mutandolo è il sommo della fortezza.
Ripieno di Spirito Santo, il Battista avrebbe compunto e dominato i cuori; convertendoli a Dio, li avrebbe predisposti alla venuta del Messia, ed avrebbe ricondotto i cuori dei padri verso i loro figli, e gli increduli alla sapienza dei giusti, facendo rivivere, nella sua generazione degenere, smidollata ed incredula, i grandi desideri e le grandi aspirazioni dei primi padri, e la fede nelle divine promesse.
I  patriarchi, infatti, erano tanto lontani dalla vita dei loro discendenti che potevano riguardarsi come distaccati da loro; il rilassamento dei costumi aveva reso quasi irriconoscibile il popolo d'Israele, ed era necessaria una rinascita per renderlo capace di accogliere il Redentore che stava per venire.
Zaccaria diventa muto
Il programma era magnifico, ma Zaccaria ne comprese ben poco, come si rileva dalla sua risposta; egli era tutto concentrato nella promessa di un figlio, e la credeva assurda, giacché egli e la moglie oramai erano vecchi; perciò, invece di esultare e ringraziare Dio, disse con grande diffidenza ed incredulità: Come comprenderò io questo? Anche la Vergine Santissima all'annunzio del medesimo angelo oppose una interrogazione, ma c'è un abisso tra la risposta di Zaccaria e quella di Maria: Zaccaria era concentrato in se stesso: Come comprenderò io questo? Maria Santissima era concentrata nella divina volontà: Come avverrà questo? Zaccaria rifiutava l'annunzio come assurdo, Maria domandava che cosa Dio voleva da Lei, ed in qual modo avrebbe compiuto la sua volontà.
Come comprenderò io questo? Era l'espressione dell'io, di quell'io che pretende erigersi a giudice dei disegni di Dio, di quell'io che soffoca i più delicati germi di grazia presumendo di voler tutto valutare col proprio criterio; era il verbo della propria mente opposto al verbo di Dio; era la parola umana meschinissima che osava sostituirsi a quella di Dio; perciò giustamente Zaccaria fu privato della propria parola e divenne muto. L'angelo si fece severo, e la sua maestà rifulse come una folgore. Zaccaria nel rispondergli non aveva riflettuto che parlava con un spirito eccelso, ed era stato imprudente; ora, l'angelo lo richiamò alla realtà dicendo: Io sono Gabriele, (che significa il forte di Dio) e sto innanzi a Dio.
Nel dire queste parole, rifulse in lui quello che il suo nome significava, e lo avvolse un raggio della divina Maestà; egli era il forte, l'espressione della vera fortezza, qualche cosa d'immenso, di profondo, di largo, di alto, qualche cosa di gigantesco e di potente, capace di scuotere i cardini del mondo... Io sono Gabriele, era una parola celeste che esprimeva ciò che significava e che esprimendolo lo faceva vivere, e perciò dovette colpire Zaccaria come una folgore di straordinaria potenza, che gli contrasse i nervi e lo rese muto prima ancora che l'angelo glielo dicesse. Non aveva creduto, era rimasto muto nelPanima, prima di esserlo nel corpo, e la sua mutezza diventava un segno di verità: egli manifestava con un castigo visibile che quello che aveva ascoltato non era illusione.
Nel miscredente lo spirito diventa muto e la preghiera tace
Quale lezione per noi, abituati con tanta facilità ad opporre ai disegni di Dio quelli del nostro io, ed a far capo sempre alla nostra stoltezza nell'apprezzare le vie del Signore! Come comprenderò io questo? Ecco il programma nostro di fronte alla grazia che ci penetra e ci trasporta; arrestiamo il passo e vorremmo tutto valutare alla luce del nostro io, per questo langue lo spirito e la preghiera diventa muta in noi.
Oh, se ci sapessimo abbandonare alla divina volontà ed alla divina azione! Come comprenderò io questo? Ecco la parola dell'umana stoltezza di fronte ai misteri dell'eterna verità; ecco l'atteggiamento di chi vede nell'abisso della propria impotenza, e non sa credere alla potenza di Dio!
Zaccaria guardò alla propria vecchiaia ed alla sterilità della moglie, e pretese di valutare a questa morta luce la promessa del Signore; per questo si smarrì e divenne muto.
Chi non crede guarda alla materia ed alle leggi della carne, e per questo è incapace di assentire alle verità della fede. Non crede e rimane muto spiritualmente, non avendo più in sé una parola di verità. Non c'è un muto più desolante di un miscredente; egli non parla con la parola della verità, ma, diremmo quasi, parla a segni, come Zaccaria, e la sua parola è tutta materiale, manca del verbo interno della verità ed è un segno troppo evidente del castigo di Dio.
Noi crediamo che sia una nostra condiscendenza ed una nostra degnazione il credere ed il pregare, mentre è un dono di Dio; quando siamo indegni del Signore per la nostra superbia, non crediamo e non parliamo a Dio. È una verità che dobbiamo ponderare profondamente.
Le nostre parole di fede e le voci della nostra preghiera sono il termometro della nostra anima; appena questa si disorienta nelle miserie orgogliose dell'io o nelle degradazioni dei sensi, perde la parola, il verbo interno che le fa dire credo, ed il verbo esterno che la fa parlare a Dio.
Un sacerdote potrebbe misurare la sua vita da questo, e potrebbe constatare a tal segno la sua vicinanza a Dio. Quando stenta a prendere il suo Breviario in mano e non sa parlare, allora è segno che la sua fede è in ribasso, e che il suo cuore è immeschinito nella vita del mondo.
Quando un fedele non sa parlare a Dio, ha bisogno di purificarsi e rinnovarsi, perché la sua mutezza spirituale è segno di paralisi interiore.
Il popolo attese invano che Zaccaria comparisse e si meravigliò che tardasse ad uscire dal santuario, segno che dovette rimanere a lungo dopo l'annunzio dell'angelo. L'essere rimasto effettivamente muto era per lui un segno troppo chiaro che la visione non era stata un'illusione; perciò rimase pieno di rammarico per la sua poca fede, e sostò in intima preghiera innanzi al Signore per domandargli perdono.
Quando uscì fuori portava evidenti i segni dell'interna emozione, e da questo il popolo capì che gli era avvenuto qualche cosa di soprannaturale. Molti cercarono di interrogarlo, poiché una visione avuta nel santuario poteva essere un annunzio di cose future od un ammonimento di Dio al popolo; ma Zaccaria non poté rispondere che a segni. Forse fece segni di pentimento percuotendosi il petto, forse esortò il popolo semplicemente a pregare per lui, forse cercò di imporre silenzio al popolo per calmarne l'ansia; non può dirsi con precisione; certo rimase in profondo raccoglimento in tutto il resto della sua settimana.
Elisabetta attende un figlio
Tornato Zaccaria a casa manifestò alla moglie, forse per iscritto, la visione avuta, ed essa dopo poco si accorse di avere veramente concepito. La sua gioia fu immensa, perché l'ignominia della sterilità, che l'escludeva quasi dalla benedizione data da Dio ad Abramo (Gen 22,17; 30,23), le era tolta, ed il Signore mostrava di non averla ricacciata da sé, com'essa tante volte aveva temuto. Stette cinque mesi in casa senza mostrarsi, forse per assicurarsi prima della realtà della sua gravidanza, ed anche per evitare domande indiscrete sulla infermità del marito. Si tratteneva in preghiera, e si direbbe che con quella volontaria solitudine, comunicava in certo modo al figlio quell'amore al deserto ed al silenzio che doveva prepararlo un giorno alla sua grande missione. Elisabetta era santa, fedele al Signore ed irreprensibile, e con tutto ciò era stata colpita dalla sterilità. Ma questa serviva nei fini di Dio a farla esercitare nell'umiltà e nella preghiera, per prepararsi, poi, ad una grazia più grande. Il suo claustro materno fu così preparato come una cella profumata di annientamenti, e quando accolse il Precursore lo avvolse nella nube dell'umiltà.
Quante anime spirituali sembrano colpite dalla sterilità, quando Dio prepara in loro una più grande fecondità! A volte esse debbono formare una generazione di anime capaci di glorificare Dio e di annunziarne il regno, ed hanno necessità di sospirare al Signore coi gemiti di quell'ardente amore che cerca Lui solo e la sua gloria; in questi ardori che sembrano inappagati, l'anima invece si addestra ai desideri del cielo, e si forma a quella spirituale maternità che un giorno dovrà allietare la sua vita.
Come si combatte la sterilità spirituale
Non si combatte la sterilità spirituale sfiduciandosi o disperandosi, ma la si combatte umiliandosi e pregando; è così che si raggiunge il fine per il quale Dio la permette o la manda. Credere impossibile il liberarsene significa cadere nella poca fiducia che ebbe san Zaccaria per le parole dell'angelo, e rimanere muti nella preghiera.
San Zaccaria, offrendo l'incenso, ebbe il grande annunzio, ed il Signore lo consolò quando esercitava le funzioni sacerdotali; così deve fare l'anima inaridita: pregare ed esercitarsi nelle opere di zelo, che hanno un grande segreto di interiore fecondità. Satana invece la tenta di sfiducia e d'inerzia, e le fa credere persino di essere sull'orlo della perdizione; egli così perfidamente vuol renderle impossibile quella sincera fede e quell'umile abbandono in Dio, che fa sperare anche contro la speranza. L'angelo che parla all'anima è il sacerdote, e bisogna che essa presti fede alle sue assicurazioni, se non vuol cadere in un abisso di tenebre fitte che le rendono impossibile il rialzarsi ed il rifiorire. Il pessimismo è sempre mortale nelle vie dello spirito, mentre la speranza e l'abbandono nella divina misericordia è un segreto di grande vita.
Non si pota la pianta per farla fiorire più riccamente? Dio pota le anime con l'aridità, le sprofonda nell'umiltà, le rende consce della loro debolezza, e poi al momento opportuno le inonda di grazia e compie in loro i suoi grandi disegni.
Non si ripara alla sterilità di una pianta scerpandola ma concimandola; ora l'umiltà è il concime più proprio delle nostre interiori potenze, e quando ha raggiunto il grado di profondità proporzionato all'altezza del disegno di Dio, allora esse rifioriscono inaspettatamente, e danno un frutto vero di vita santa.
Sac. Dolindo Ruotolo

23.06.2014 - Commento a Geremia cap. 1 par. 2-4

2. Il significato letterale di questo capitolo
Geremia nella sua genealogia

Le parole con le quali comincia questo capitolo sono il titolo di tutto il libro: Parole di Geremia, cioè profezie dette da Geremia. Al titolo si unisce la presentazione del Profeta: Figliuolo di Chelkia; non del Sommo Sacerdote omonimo, che nell’anno 18 di Giosia trovò nel Tempio il libro della Legge (IV Re, XXII, 8), ma di uno dei ventiquattro Sacerdoti preposti al ministero del Tempio che abitavano in Ananot, piccola città a Nord-Est di Gerusalemme, nella tribù di Beniamino, poco distante dalla santa città.
Il Testo determina meglio la natura delle par oh di Geremìa, perché non si confondano con un linguaggio umano qualunque, e soggiunge: Parola del Signore, cioè rivelazione, fattagli da Dio stesso nei giorni di Giosia, ossia negli anni del regno di questo monarca, a cominciare dall’anno decimoterzo, e negli anni dei suoi successori fino alla distruzione di Gerusalemme ed al conseguente esilio del popolo, che avvenne nel quinto mese dell’anno undicesimo del regno di Sedecia.
A Giosia nel regno successe Joacaz, che regnò tre mesi e fu detronizzato dal Re di Egitto che elesse in suo luogo il fratello Eliacim, a cui cambiò il nome in quello di Joachim; a questi successe Joachin (IV Re, 24, 8), detronizzato poi da Nabucodonosor, il quale pose in suo luogo Sedecia, figlio di Giosia. Il Sacro Testo non parla dei regni di Joacaz e di Joachin, perché di brevissima durata (II Parai. XXXVI).
Geremia, Profeta del Signore
Presentato il Profeta nella sua genealogia e nella cronologia principale, il Sacro Testo lo presenta nella sua predestinazione e santificazione, e nella sua vocazione. È Dio stesso, che parla al suo servo, facendogli conoscere questo mistero di amore: prima di formar
lo nel seno materno con l’ordinaria provvidenza della generazione, Egli lo conobbe, cioè lo elesse e lo predestinò all’ufficio di Profeta, e prima della nascita lo santificò nel seno stesso della madre, arricchendolo di grazie proporzionate all’ufficio cui lo eleggeva, e liberandolo anche dal peccato originale, come credono molti e come si legge in S. Agostino (libro IV op. imperf. cont. Julian Cap. XXXIV). Rivelandogli questa predestinazione amorosa, il Signore gli manifestò la vocazione che gli dava, nominandolo non solo Profeta del suo popolo, ma anche delle genti.
L’ufficio di Profeta non era lusinghiero, perché si trattava di annunziare agli uomini non solo i misteri dell’avvenire, ma di rimproverarli dei loro delitti e di minacciare loro i castighi del Signore. L’uomo è orgoglioso, rifugge da ogni rimprovero, riguarda come molesti quelli che gli parlano di castighi; e quando è costituito in dignità, irrompe contro di loro. Geremia veniva eletto a tale ufficio in un’epoca tristissima, ed in giovanissima età; perciò, preso da sgomento, esclamò: Ah, ah, ah, Signore Dio, ecco che io non so parlare perché sono giovane.
Il pensiero di dover passare dalla semplice vita di figlio di famiglia a quella movimentata di Profeta, e di dover affrontare i grandi ed il popolo, e soprattutto il profondo sentimento della propria insufficienza, erano per Geremia un argomento di grande pena, ma per Dio erano il fondamento stesso della sua elezione, giacché Egli sceglie proprio ciò che è povero e spregevole per confondere i grandi del mondo. D’altra parte il sentimento di umiltà del giovane eletto era proprio quello che ci voleva per diventare strumento nelle mani di Dio e per manifestarne la gloria; perciò il Signore gli soggiunse: Non dire: Io sono un giovane, poiché tu andrai a fare tutto quello per cui io ti manderò, e tutto quello che ti comanderò tu lo dirai.
Non poteva, infatti, chiamarsi giovane chi veniva arricchito di grazie speciali che lo rendevano adulto di spirito, né poteva dirsi sproporzionato all’ufficio suo innanzi ai grandi colui che doveva parlare loro in nome di Dio. Egli non poteva temere nulla, ma doveva solo confidare nella divina bontà e nel divino aiuto.
Il Signore con una visione sensibile gli mostrò che l’avrebbe aiutato, e stendendo la mano gli toccò la bocca, come per porgli sulle
labbra le parole che avrebbe dovuto dire, e per costituirlo in dignità di Profeta. Le parole che gli disse esprimevano l’elezione ad una dignità regale, che il Profeta non ebbe, e che significava la regalità del futuro Redentore.
Il Verbo Eterno un giorno si sarebbe unito all’umana natura, avrebbe parlato agli uomini, e per la sua Passione sarebbe stato costituito Re di tutti i popoli, Re di tutti i Re, vincitore del peccato, che avrebbe dovuto svellere dall’uomo; distruttore del regno di satana, del quale avrebbe disperso e dissipato la potenza, per edificare, e piantare la Chiesa.
Geremia dunque per il contatto della mano di Dio venne costituito figura del Redentore, ed espresse in sé l’immagine della sua regalità universale. Come poteva temere più, e come poteva chiamarsi inetto all’ufficio cui veniva eletto, se veniva avvolto dai raggi della gloria del futuro Redentore, e se doveva compire la missione assegnatagli per annunziare al vivo quella missione di espiazione dolorosa che avrebbe salvato il mondo?
3. La prima visione del Profeta: un simbolo.
Geremia non ebbe bisogno di dare il suo assenso formale alla Volontà di Dio su di lui. Il contatto della mano divina lo rese tutto abbandonato a quella suprema Volontà, e il suo stesso atteggiamento era tutta una dedizione al Signore. L’estrema piccolezza, che si riconosceva nullità estrema, non poteva avere iniziative; rimaneva abbandonata a Dio, attendeva i suoi comandi e la sua guida. Il Signore con la visione di due simboli volle vincere in lui la titubanza subcosciente che ancora provava per il successo della sua missione, conoscendo fin d’allora la durezza del popolo suo, e l’ardua difficoltà dei divini presagi, e volle infiammarne lo zelo.
È subcosciente, infatti, in ogni Profeta il timore d’illudersi o di non vedere avverato il proprio vaticinio. Le rivelazioni che riceve, benché certissime, a volte sono condizionate, a volte esprimono un mistero difficile a decifrarsi a primo colpo; e perciò nella pratica realizzazione possono anche dar luogo a qualche sorpresa che può sembrare una smentita al vaticinio fatto. Per quanto un Profeta possa
essere tutto abbandonato a Dio, non riesce a sottrarsi a questo timore; e poiché parlando assume una responsabilità che potrebbe avere anche delle penose conseguenze, vive sempre in trepidazione di fronte a ciò che annunzia.
Il timore d’ingannarsi o di apparire un falso Profeta, era più forte in Geremia, perché ancora giovane; e perciò il Signore volle rassicurarlo, con un simbolo, che le sue parole si sarebbero infallibilmente compite. Gli mostrò una verga vigilante, cioè una verga levata come per percuotere. Il testo ebraico può significare anche che gli mostrò una verga di mandorlo, chiamato vigilante perché è il primo a fiorire dopo l’inverno. In tutti e due i casi Dio gli mostrò il simbolo di una vigilanza, e gli domandò che cosa vedesse. Era la prima volta che il giovane Profeta aveva una visione, e la sua sorpresa lo faceva rimanere perplesso. Perciò Dio gli domandò che cosa vedesse, concentrando così maggiormente la sua attenzione sull’oggetto della visione, e gliene spiegò il significato: Egli stesso si faceva garante della verità dei messaggi profetici che gli avrebbe affidati, ed Egli stesso li avrebbe compiti.
A questa prima visione, che rassicurava Geremia sullo sviluppo della sua missione, ne seguì un’altra che doveva eccitare il suo zelo nel compirla, giacché solo un grande zelo del bene del suo popolo avrebbe potuto fargli superare le grandi difficoltà che doveva incontrare, date le tribolazioni che dovevano colpire e purificare la nazione.
Il Signore mostrò al giovane una caldaia che bolliva e che veniva dalla parte del Settentrione, simbolo delle tribolazioni di guerra che si sarebbero rovesciate sul regno di Giuda dal Nord, per l’invasione caldea che, sconvolgendolo, avrebbero punito i peccati del popolo e le profanazioni religiose, le prevaricazioni sociali e gli atti d’idolatria e di apostasia.
Come in tutte le cose che vengono da Dio, l’immagine della caldaia bollente aveva come un’espressione penetrante il fondo del cuore. Non era semplicemente una caldaia; era una sintesi emozionante di mali e di sventure che commosse l’ingenuo cuore di Geremia, e gli fece concepire desideri di carità e di zelo per il suo popolo.
Dio, che non forza mai l’umana libertà, lo colpì in quel momento per fargli accettare la missione che gli assegnava, e gli disse:
Tu dunque cìngi i tuoi fianchi e sorgi, cioè: fatti coraggio, armati di fortezza, preparati a camminare per lunghi viaggi, succingendo ai fianchi le tue vesti e parla liberamente a costoro, cioè a quelli che peccano e sono causa di castighi; ai perversi ed agl’idolatri dei quali ti ho fatto cenno; di’ loro tutto quello che io ti comanderò di dire, senza timore, perché tu sei fortificato da me anche contro le minacce dei Re ed essi, pur combattendoti, non prevarranno contro di te, perché io sono con te per liberarti.
È evidente che il Signore non dichiarò invulnerabile il suo servo, il quale anzi morì martire; ma lo rassicurò e gli promise aiuto nei pericoli e nelle insidie che gli avrebbero attraversato il cammino. È evidente pure che i suoi nemici non prevalsero contro di lui, perché potettero ucciderne il corpo, ma non sopraffarne lo spirito né troncarne la missione. Dio rassicurò il suo servo per dargli coraggio e promettendogli aiuto, non per renderlo incapace di sofferenza. Del resto, anche quando lo uccisero sotto una grandine di pietre, anche allora non prevalsero, perché le pietre e la sopraffazione non ne scossero l’animo, ed il martirio gli fu di merito per conquistare l’eterna felicità.
Il Martire non è mai tanto vittorioso dei suoi nemici temporali ed eterni che quando cade sotto i loro colpi, sciogliendosi dai ceppi della materia e conquistando l’eterna vita. È proprio allora che prende nelle mani la palma della vittoria, e vince i suoi nemici.
4. La missione del cristiano e lo zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
La vocazione di Geremia deve richiamarci sulla nostra missione di amore e di zelo nel mondo, perché ogni Cristiano ha il dovere di essere apostolo nei limiti della propria condizione. Ogni Cristiano, porta, per così dire, nel suo carattere stesso il nome del Profeta Geremia ': colui che esalta e glorifica il Signore. Ogni Cristiano ha Dio
per sua parte, Elcia; ed è figlio di questo ideale di amore; ogni Cristiano è regale sacerdozio, cantico vivo di amore e di fede, preghiera elevata innanzi a Dio, Anatot, e parte della Chiesa vera terra di predilezione, e vero figliuolo della destra, perché aspira e tende all’eterna salvezza, Beniamino.
Il Cristiano comincia la sua missione di zelo e di combattimento spirituale quando il Signore quasi pilastro Giosia, con la grazia dello Spirito Santo, lo sostiene e lo fortifica; la compie quando è figlio della Madre, Amon, figlio di Maria e figlio della Chiesa, nel vero regno dell’amore dove Dio è lodato, Giuda; la compie risorgendo nel Signore e vivendo nella giustizia e nella santità. Joachim, Sedecia. Diremmo quasi che la sua posizione genealogica e cronologica è la stessa di quella del Profeta, e che come lui egli deve essere vittima e martire.
È un’abitudine molto comune fra i Cristiani quella di credersi inetti alle opere dello zelo; molti di essi vi si rifiutano, molti affermano di non saper parlare. Eppure, come per Geremia, la nostra forza sta in Dio, ed in Lui solo dobbiamo confidare. Egli porrà sulla nostra bocca le sue parole, e ci darà la grazia di svellere gli errori, di distruggere il male, di disperdere le insidie diaboliche, di dissipare le illusioni del mondo, di edificare il bene e di piantare i santi germi della virtù negli altri, con la parola e con l’esempio.
Lo zelo è indispensabile in ogni tempo, ma in modo particolare ora che i castighi divini piombano sul mondo, quasi verga vigilante che lo percuote, ora che veramente la pentola europea, come S. Giovanni Bosco chiamava le nazioni europee, bolle per tanti angustiami problemi e per tanti sconvolgimenti. In mezzo a tante miserie ed a tante viltà, il Cristiano deve cingere i suoi fianchi con la fortezza del Signore, deve sorgere da coraggioso senza rispetti umani, dev’essere città forte di fede, colonna di ferro per virtù, e muraglia di bronzo innanzi alle illusioni della carne e del mondo.
Nessuno può esimersi dal dovere di glorificare Dio e di salvare le anime; ed in mezzo al mondo scellerato, il Cristiano deve rappresentare la luce, la virtù, la fortezza, il fermento del bene e la pace, non solo per la propria salvezza ma ancora per quella degli altri.
Sac. Dolindo Ruotolo