mercoledì 9 aprile 2014

09.04.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 8, par. 5

5. L'unica verità che ci fa liberi. Non fede superficiale, ma operativa!
Quelli che avevano creduto in Gesù, per le grandi e luminose parole dette da Lui, non erano interamente rassodati nella fede e correvano pericolo di farsi di nuovo abbindolare dai suoi nemici; per questo Gesù rivolto ad essi disse: Sarete veramente miei discepoli se rimarrete fedeli alla mia parola, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.
Egli voleva dire: non basta in voi un entusiasmo ed un assentimento generale a quello che vi dico, ma dovete rimanere fedeli alla mia parola praticandola, e dovete santificarvi, diventando così veramente sapienti. Conoscere la verità, essere sapienti, coltivare la sapienza significa nel linguaggio scritturale santificarsi, esercitare la virtù e vivere secondo i dettami della divina Legge.
A questa sapienza vera che non divide mai la teoria dalla pratica, la Scrittura oppone la vita dei peccatori, che sono chiamati stolti per eccellenza.
Per questo Gesù, esortando i suoi nuovi seguaci a rimanere fedeli alla sua parola, soggiunse: Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Che sia proprio questo il senso della parola di Gesù appare chiaro dalla sua risposta al risentimento di alcuni tra i suoi avversari. Sentendo essi parlare di affrancamento da una servitù, fieri come erano della loro qualità di figli del popolo eletto, risposero risentiti: Noi siamo della stirpe di Abramo e non abbiamo mai servito a nessuno; come tu dici: Sarete liberi?
Gesù rispose: In verità, in verità vi dico che chiunque fa il peccato è servo del peccato.
È questa la triste servitù dalla quale la sua parola, messa in pratica e non semplicemente creduta, avrebbe affrancato i suoi seguaci fedeli. Col suo parlare mirabilmente sintetico, che penetrava come un lampo nel fondo dell'anima, Gesù soggiunse: Il servo non rimane per sempre nella casa, il figlio invece vi rimane per sempre. Se dunque il Figlio vi avrà liberati, sarete veramente liberi. Egli voleva dire: voi vi gloriate di essere della stirpe di Abramo, e credete che sia un vostro diritto l'aver parte alla redenzione; ma quando peccate voi siete asserviti al peccato, non vi giova l'essere discendenti di Abramo, e potete essere messi fuori dal nuovo popolo eletto che Dio si forma, come è messo fuori della casa un servo che non è più capace di cooperare alla sua manutenzione ed alla sua amministrazione.
Per far parte del vero popolo di Dio, voi dovete essere non già servi del peccato, ma figli del Padre celeste nella fedeltà e nell'amore, e lo sarete quando il Figlio vi avrà liberati, redimendovi dal peccato, e quando uniti e fedeli al Figlio, come parte del suo Corpo mistico, voi, in Lui e per Lui, sarete figli nella casa del Padre celeste.
Gesù si rivolgeva ai suoi nuovi fedeli e si rivolgeva ai suoi nemici; ai fedeli raccomandò non una fede vaga, poggiata su di un entusiasmo momentaneo, ma una fede operativa, che li doveva rendere fedeli ai suoi precetti nella vita; ai suoi nemici poi, che si erano offesi nel sentir parlare di affrancamento dalla schiavitù, mostrò quanto fossero veramente schiavi delle loro passioni soggiungendo: lo so che siete figli di Abramo, ma siete tanto lontani dalla sua virtù e dall'ardente sospiro che Egli ebbe al Messia, che voi cercate di uccidermi, e mi volete sopprimere perché la mia parola non è capita da voi. Non è capita perché non siete di Dio; Gesù lo disse subito dopo (versetto 47); non è capita perché non siete in grazia di Dio e vi rende schiavi di satana; io vi parlo secondo quello che ho veduto presso il Padre mio, cioè io vi rivelo l'eterna verità, e voi non solo non mi ascoltate, ma vi fate abbindolare da satana, trasgredite la Legge di Dio, ed avete pensieri simili a quelli di satana, pensieri omicidi ch'egli stesso vi suggerisce, vivendo così secondo quello che avete veduto presso il padre vostro, cioè a sua imitazione, disonorando Dio, e mostrandovi indegni di essere parte del suo popolo.
Sentendosi apostrofare così, i Giudei protestarono dicendo: Il nostro padre è Abramo. Capirono che Gesù chiamava satana il loro padre, e protestarono debolmente, con una frase timida, perché la parola di Gesù era luminosa, penetrante, forte come parola del Giudice eterno. Se non fosse stato così, essi avrebbero dovuto adirarsi al sommo, e l'avrebbero colmato di vituperi. Avevano la coscienza troppo lesa, e si contentarono di dire: Il nostro padre è Abramo. Gesù soggiunse: Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo. Invece voi cercate ora di uccidere me che vi ho detto la verità da me udita da Dio. Questo Abramo non lo fece. Voi fate le opere del padre vostro, cioè di satana, dal quale vi fate ispirare e muovere.
Essi non potevano negare di avere avuto l'intenzione di ucciderlo, e che, se non l'avevano ancora fatto, era perché non ne avevano avuto l'opportunità; investiti in pieno da Gesù che sapeva tutto, non ebbero, neppure questa volta, il coraggio di reagire a Lui violentemente, e risposero: Noi non siamo figli di prostituzione, abbiamo un solo padre, Dio. C'è in questa loro risposta, come nella precedente, una subcosciente rivelazione della loro coscienza lesa, e del disorientamento che quelle chiare parole di verità portavano nell'anima loro. Questa medesima timidezza nel rispondere, poi, mostrava che agivano per malizia, che la loro coscienza li rimordeva, e che, divisi dalla grazia di Dio, non faceva loro soverchia impressione e pena l'essere chiamati figli del diavolo. Se fossero stati in grazia di Dio ed avessero amato il Signore, avrebbero dovuto ribellarsi con ira e con impeto grande.
Gesù Cristo non parlava per offenderli ma per convertirli, e per impedire loro il rendersi rei dell'enorme delitto della sua uccisione; parlava chiaro perché si fossero rivolti almeno a Dio, per impetrare la grazia della verità e dell'eterna salvezza. Perciò soggiunse pieno di angosciarle Dio fosse il vostro Padre certamente amereste anche me, poiché da Dio io procedetti e sono venuto. Non sono infatti venuto da me stesso, ma Egli mi ha mandato. Perché non intendete il mio linguaggio? Perché non potete soffrire le mie parole.
Se gli Ebrei avessero amato veramente e praticamente, con una vita santa, avrebbero avuto la grazia d'intendere il suo disegno di amorosa redenzione, ed avrebbero amato il Redentore inviato loro per amore. Se fossero stati in grazia di Dio avrebbero capito subito il linguaggio di Gesù, e se avessero amato la verità avrebbero capito che era linguaggio di verità. Essi invece non potevano sopportarlo, lo avversavano, si adiravano nell'ascoltarlo, perché amavano la vanità, la menzogna ed il proprio tornaconto a scapito della giustizia; amavano soprattutto l'impurità ed il proprio esaltamento, pretendendo di asservire gl'interessi della gloria di Dio ai propri interessi, e per questo non erano figli di Dio ma figli del diavolo e cercavano di soddisfare i suoi interessi, facendo male alle anime e rinnegando la verità.
Voi avete per padre il diavolo!
Gesù lo disse con estremo dolore: Voi avete per padre il diavolo, e volete soddisfare i desideri del padre vostro. Egli fu omicida fin da principio e non stette nella verità, perché in lui non è verità. Quando dice menzogna parla da suo pari perché è bugiardo e padre della bugia.
Egli non parlava solo ai farisei che intralciavano il suo amore e l'opera sua, parlava anche a quelli che in tutti i secoli, sotto ipocrite pretesto di bene, di ordine e di pietà, avrebbero perseguitato e ostacolato il bene; la sua parola era terribile perché il male che fulminava era spaventoso.
Satana fu il primo che sotto aspetto di bene ingannò i nostri progenitori, e fu omicida, dando la morte all'anima loro; precipitò dal cielo e non rimase nella verità, perché non riconoscendo i doni che Dio gli aveva fatto fu tutto una menzogna; tentò di ingannare Adamo ed Èva con una menzogna, e tenta di farlo continuamente ingannando le anime e spingendole alla perdizione; egli quindi è spirito di menzogna e parla da suo pari ogni volta che dice menzogne; è bugiardo lui ed è padre di tutte le bugie, perché da lui cominciò la falsità nelle creature ragionevoli, a scapito della gloria di Dio e della loro salvezza.
Malfattori in veste di benefattori...
Quelli che ostacolano il bene e le opere di gloria di Dio con un pretesto di verità, di pietà o di giustizia sono figli del diavolo e soddisfano i desideri del loro padre, ne ereditano la malvagità, né imitano l'ipocrisia e sono i suoi più validi cooperatori.
È maggiore il male fatto da questi màlfattori in veste di benefattori, che da tutti i malvagi che apertamente si dichiarano tali. Gesù che vedeva col suo sguardo divino tutto il bene guastato, diminuito, interrotto, sopraffatto e distrutto dalle insidie dei cosiddetti buoni, nei secoli, pur avendo Egli un Cuore pieno di misericordia, non esitò a chiamarli figli del diavolo e figli della menzogna.
È un'espressione terribile che equivale ad una sentenza di eterna perdizione, e deve far pensare seriamente quanti ostacolano il bene facendosi illudere da satana e da reconditi sentimenti d'invidia, di gelosia, d'orgoglio e di miserabile interesse. È vero: tutte le opere veramente di Dio incontrano la contraddizione e la persecuzione, ed hanno come suggello la croce, ma guai a quelli che diventano strumenti di satana nel contrastarle, e si pigliano gratuitamente il compito di giudicarle in quello che può giudicare solo l'autorità della Chiesa!
Guai ai monopolizzatori del bene che pretendono averne la privativa e non permettono ad altri di accrescerne la fecondità e la vitalità!
Guai agl'invidiosi, mormoratori e calunniatori, che hanno sempre una parola cattiva e mordente da dire a chi stenta per coltivare le sue piccole pianticelle, pretendendo che il grano debba essere di una sola qualità. Ci sono tante opere simili, che sono come le diverse specie dei frutti; ognuna ha la sua specialità e la sua caratteristica, ed ognuno può rendere feconda una parte del terreno della Chiesa; stroncare questi piccoli vivai sol perché magari si possiede una grande coltivazione significa distruggere quel germoglio di bene che poteva salvare un'anima, anche un'anima sola, e portarla alla perfezione. Quando vediamo in altri il bene dobbiamo goderne e incoraggiarlo, anche se crediamo che non possa equipararsi a quello che facciamo noi. Dobbiamo godere che molti glorificano Dio, e riguardarci sempre inferiori agli altri, ringraziando il Signore che sorgano accanto a noi quelli che possono supplire la nostra insufficienza.
Gesù parlava a quei farisei che non intendevano il suo linguaggio perché non potevano soffrire le sue parole', erano già prevenuti contro di Lui e non avrebbero voluto che Egli avesse parlato ed insegnato; perciò interpretavano in malo modo ogni sua parola, e si prestavano così al gioco malvagio di satana che per conservare il proprio regno voleva impedire il diffondersi di quella parola di vita. Per questo Gesù soggiunse: Se io vi dico la verità voi non mi credete', siete persuasi che io parli da me stesso e tenda a fare delle innovazioni, e non riconoscete la verità di quel che dico, mi credete un violatore del sabato e un peccatore, e con questo giustificate la vostra avversione. Ma io posso solennemente sfidarvi e vi dico:
Chi di voi potrà riprendermi di peccato?
Con questa interrogazione Egli li mise alle strette; se veramente avessero trovato in Lui un sol neo di colpa glielo avrebbero rinfacciato, tanto più che proprio a questo tendevano, e volevano diffamarlo innanzi al popolo; ma la sua santità era così grande e luminosa, che non poterono opporgli nulla e tacquero.
Egli dunque, a loro stesso riconoscimento, era inattaccabile, e quindi era degno di fede; perciò ripetè: Se io vi dico la verità perché non mi credete?
Chi non crede alla Parola di Dio non è da Dìo
Essi però non gli credevano non perché trovassero in Lui una colpa ma perché erano pieni di peccati e in disgrazia di Dio; erano in tenebre fitte, accecati dai loro delitti, e non distinguevano più la luce che il Signore loro donava; Gesù perciò confondendoli disse: Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dìo.
Era questo il criterio per giudicare quelli che rifiutano la Parola di Dio in tutti i secoli; ci si ribellano e non la intendono quelli che non sono da Dio, quelli che vivono per la loro gloria e per il loro tornaconto materiale, quelli che vivono nel peccato e quindi sono incapaci di scorgere la luce di Dio.
Gesù guardava lontano lontano nei secoli; vedeva tutta la ricchezza della sua parola che sarebbe fiorita nella Chiesa, e vedeva quelli che non l'avrebbero ricevuta per mancanza di grazia e di unione con Dio. Quanti tesori di verità sono venuti alla Chiesa dai suoi Padri e Dottori, e quanta è stata grande l'ingratitudine del mondo accettando le parole che vengono da satana, e non quelle dei santi che attingono dal Signore!
Che cosa sono stati e sono i modernisti e i neocritici che hanno rifiutato le parole dei Padri della Chiesa accettando come oro di coppella quelle dei suoi più fieri nemici? Sono persone che non vengono da Dio, tutte concentrate nei loro pensieri, serve cecuzienti di tutte le panzane dette dai critici e dagli ipercritici, avvelenatrici delle anime!
Ogni volta che sorge nella Chiesa una nuova luce che glorifica e diffonde la Parola di Dio, essi cercano di spegnerla, ed ogni volta che lo Spirito Santo fa scaturire nella Chiesa una polla di acqua viva, essi la deviano nei canali di scarico, perché non fecondi. Ciechi e guide di ciechi odiano la luce, idrofobi odiano l'acqua viva, schiavi delle loro idee non sanno concepirne altre, e muovono in guerra con ogni arte subdola contro la Parola di Dio per sostituirvi quella umana e diabolica!
Gesù Cristo ha chiamato figli del diavolo questi nemici della verità e del bene, che agiscono per soddisfare i suoi desideri, disorientano le anime, le uccidono mentendo loro in ogni modo, e cercano la propria gloria a scapito di quella di Dio.
Quando i Giudei sentirono dirsi che non erano da Dio, credendo di esserlo come parte del popolo eletto, si adirarono e risposero: Non diciamo noi con ragione che tu sei un Samaritano e un indemoniato? Un Samaritano, cioè un nemico della Legge di Mosè e del popolo ebreo, e un indemoniato, cioè uno ispirato da satana, che vai contro il Signore andando contro di noi. Gesù Cristo rispose con infinita mansuetudine che Egli non aveva il diavolo ma onorava il Padre suo; per questo non cercava la propria gloria ma quella del Padre.
Egli non ribattè l'ingiuria che gli avevano fatto chiamandolo Samaritano, per non offendere quel popolo e perché Egli era il Redentore di tutti, anche dei Samaritani. San Gregorio aggiunge che Egli non poteva rifiutare il titolo di Samaritano, perché samaritano significa custode, ed Egli era veramente custode del suo gregge.
Forse gli Ebrei seppero che Egli era stato nella Samaria, e l'entusiasmo suscitato da Lui in quella regione sembrò loro un pretesto buono per ingiuriarlo come uno che andava cercando proseliti in una terra che riguardavano come maledetta; per questo Gesù disse: Io non cerco la mia gloria, c'è chi la cerca e giudica. Non ho bisogno d'andar raccattando chi mi esalti, poiché alla mia glorificazione ci penserà Dio, ed Egli giudica con quali intenzioni io sono andato nella Samaria. Io poi vi dico che l'appartenere a questo popolo o ai Samaritani non rappresenta nessun titolo o di privilegio o di biasimo per avere la vita eterna che io sono venuto a dare; vi dico in verità che colui che custodirà i miei insegnamenti questi non vedrà morte in eterno.
I Giudei presero queste parole in senso letterale, e credettero che Egli promettesse una cosa assurda ai suoi discepoli, cioè l'immortalità corporale. Sembrò ad essi una pretesa simile a quella che ebbe satana nell'Eden, quando disse ai nostri progenitori che non sarebbero morti mangiando del frutto; perciò schernendolo e vituperandolo gli dissero: Ora conosciamo che sei indemoniato: Abramo è morto ed anche i profeti, e tu dici: Chi custodirà le mie parole non gusterà la morte in eterno? Sei forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? Ma anche i profeti sono morti. Chi pretendi di essere? Gesù rispose cominciando a ribattere l'ùltima loro invettiva: Chi pretendi di essere? E disse che Egli non parlava per vanità di essere esaltato, perché la ricerca di questa gloria sarebbe stata un niente, cioè una cosa vana ed insulsa; Egli parlava perché il Padre voleva che avesse proclamato la sua divinità, il sommo in Lui della gloria, perché gloria infinita; il Padre suo, poi, era precisamente quegli che essi chiamavano loro Dio. Lo chiamavano ma non lo conoscevano, perché se veramente l'avessero conosciuto ed amato, avrebbero anche riconosciuto il suo Figlio Incarnato, proprio dalle stesse opere meravigliose che gli faceva compiere. Io invece lo conosco, soggiunse Gesù, io che ne sono l'eterna conoscenza e l'eterno apprezzamento; ora se negassi d'essere la sua conoscenza sussistente, io negherei la mia stessa persona e la sua infinita fecondità, e sarei bugiardo come voi. Lo conosco come suo Figlio e suo Verbo, e lo glorifico; lo conosco anche nell'assunta mia umanità, ed osservo la sua parola, glorificandolo così nella piena unione alla sua volontà.
Prima che Abramo fosse, Io sono
Passando a confutare la difficoltà che riguardava Abramo, Gesù soggiunse: voi parlate di Abramo e vi chiamate suoi figli; ebbene proprio Abramo vi condanna, poiché egli esultò quando seppe che dalla sua stirpe sarebbe nato il Messia (Gen 12,2-3; 18,18; 22,16-18), trasalì di gioia nella speranza di vedere il mio giorno cioè il compimento della promessa che gli era stata fatta, e che in me si è compiuta. Egli anzi contemplò in spirito questo giorno che voi disprezzate, lo contemplò e ne tripudiò.
A queste parole i Giudei andarono su tutte le furie, e disprezzandolo come un demente gli dissero: Tu non hai ancora cinquant'anni ed hai veduto Abramo? Gesù non aveva detto di averlo veduto, ma essi volevano dirgli: come puoi conoscere che Abramo esultò? Sei stato forse suo contemporaneo, tu che non hai ancora cinquanf anni? Gesù dovette parlare con tale accento di certa sicurezza, da mostrare di aver veduto Abramo; essi scambiarono l'accento divino della verità uscita da Colui che aveva presenti tutti i secoli con la presunzione di mostrarsi familiare con Abramo; perciò, a mostrargli l'assurdo di questa pretesa, gli ricordarono l'età che aveva. Gesù Cristo aveva poco meno di 33 anni, ma l'aspetto suo maestoso e soprattutto le sofferenze arcane del suo Cuore lo facevano apparire di età superiore, come può constatarsi anche oggi nell'immagine della sacra Sindone. I Giudei non conoscendo la sua età precisa, gliene attribuirono una approssimativa, e credettero che si avvicinasse ai cinquant'anni.
Alla loro risposta sprezzante Gesù prese un tono di maestà fulgente e, concludendo tutto il suo discorso, non esitò a proclamarsi solennemente Dio: In verità, in verità vi dico, esclamò quasi scandendo le sillabe, prima che A bramo fosse fatto, Io sono. Nel testo greco l'espressione è limpidamente chiara, poiché prima che Abramo fosse fatto, indica il passaggio dal non essere all'essere, ed Io sono indica Colui che è, escludendo ogni passaggio dal non essere all'essere.
A quelle parole gli angeli del cielo esultarono, poiché esse furono luce che illuminò il loro spirito di nuovo fulgore di felicità. Il sommo della gioia nel cielo, infatti, dev'essere la contemplazione dell'eterna aseità di Dio, come lo è per noi sulla terra la constatazione della sua realtà. Ogni fulgore di quell'aseità misteriosa accresce nei beati la coscienza del godimento che fluisce in loro da quell'eterna fonte di essere, di sapienza e di amore, e ravviva, per così dire, la loro fiamma di carità, quasi olocausto sul quale distilli un liquido infiammabile.
E non solo esultarono gli angeli, ma su tutte le creature rifulse come un fascio di allietante luce, poiché esse esistono per Colui che è.
Solo gli Ebrei, figli di satana perché negatori della verità, fremettero e si sentirono pieni dell'ira che ha satana quando pensa nel suo orgoglio insano a Colui che è. Egli che l'odia e lo ha fuggito per avere in sé la felicità e non in Lui, egli che ha perduto la felicità nella folle pretesa di essere da sé e non ha trovato in sé che orride tenebre, menzogna, ira, impurità spaventosa ed odio, si sente sempre legato a Colui che essendo da sé gli sostenta l'essere e arde di odio ogni volta che gli si rinnova' la coscienza di questa inevitabile e necessaria servitù.
E una pena spaventosa di odio, che si sfoga follemente cercando che almeno le creature viatrici lo rinneghino, e forma gl'insensati eserciti dei senza Dio, affinché in essi almeno s'illuda, dilettandosi di stolti che si presumono indipendenti da Dio, anzi demolitori di Dio!
Da questo spirito e da quest'odio furono invasi i Giudei alla proclamazione della divinità di Gesù Cristo, e non credettero fare di meglio che raccogliere pietre per lanciargliele contro, e lapidarlo come un bestemmiatore.
È terribile e spaventoso che essi pensassero di togliergli la vita, proprio quando Egli proclamava di avere la vita da sé! Non si può dire che Gesù li cimentasse con quell'espressione solenne di verità, poiché Egli lo disse dopo tante prove della sua divinità, e la pronunziò in un grande folgore di verità; se essi non la capirono, anzi la riguardarono come una bestemmia degna della lapidazione, secondo la Legge (Lv 24,16); questo fo causato dalla loro volontaria cecità, e dallo spirito diabolico che li dominava in pieno.
Alla loro irruzione Gesù non reagì con nessuna parola; avrebbe potuto pronunziare una sentenza di condanna e con un cenno solo fulminarli, ma non lo fece; si nascose, si sottrasse al loro furore diabolico per lasciare ad essi ancora tempo di penitenza, e perché la morte che voleva accettare per la salvezza di tutti era quella di croce, e l'ora sua non era ancora giunta. Si nascose con un miracolo, eclissandosi ai loro sguardi, quasi una improvvisa nube lo avesse coperto. Alcuni pensano che si sia nascosto rifugiandosi in qualche locale del tempio o mescolandosi alla folla; ma questo non era possibile naturalmente, perché Egli era circondato dal popolo, e i farisei lo avrebbero inseguito. Solo con un miracolo poté nascondersi. Mentre i Giudei si curvarono per raccattare le pietre che erano là numerose, perché la fabbrica del tempio ancora continuava, nel levarsi per scagliargliele contro non lo videro più.
Rimasero con le pietre in mano, esplorarono invano lo spazio circostante, Egli non c'era più.
Così sfuggono alle furie degli uomini i disegni e le opere di Dio. Quando tutti vi si accaniscono contro e, presi da una furia diabolica, irrompono per travolgerli sotto le pietre della calunnia, della sopraffazione e delle congiure, Dio interviene da padrone e li sottrae miracolosamente alle mene ed alle insidie degli uomini. Può sembrare per un momento che il disegno di Dio sia travolto dalla malizia umana, ma quando pare si sia raggiunto l'abisso, allora il Signore opera mirabilmente, confonde gli uomini, li deride, e le pietre preparate già per la morte dell'opera di Dio non servono più, cadono di mano ai maligni, che Egli fa dileguare in silenzio con grande loro confusione.
O Gesù, vero Figlio di Dio, alla tua solenne proclamazione noi rispondiamo prostrandoci nel nostro nulla, e adorandoti profondamente, diciamo: Signor nostro e Dio nostro!
Sac. Dolindo Ruotolo

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