giovedì 17 aprile 2014

17.04.2014 - Commento alla prima lettara ai Corinzi cap. 11, par. 3

3. San Paolo rimprovera ai Corinzi gli abusi che si facevano nelle agapi fraterne che precedevano il Sacrificio eucaristico.
Oltre all’abuso nell’abbigliamento delle donne nelle sacre adunanze, si erano introdotti presso i Corinzi abusi più gravi nella celebrazione dei sacri misteri. In quei tempi l’Eucaristia si celebrava la sera, per ricordare la Cena di Gesù Cristo, ed era preceduta da un pasto comune che si chiamava agape, ossia carità, perché doveva servire a rinsaldare i vincoli della carità tra i fedeli. Il necessario per questi fraterni banchetti veniva fornito dai ricchi, i quali venivano così in soccorso dei poveri. Ben presto, però, questi banchetti diventarono occasione d’intemperanze e di abusi, e furono prima trasportati al mattino, isolandoli dalla celebrazione dei sacri misteri, e poi furono totalmente soppressi, introducendosi anzi il digiuno rigoroso prima della Santa Comunione, per evitare in ogni modo qualunque mancanza di rispetto nella celebrazione dei sacri misteri.
San Paolo espone i vari abusi introdottisi a Corinto nelle agapi, li riprova e dà delle norme pratiche per evitarli. Egli comincia a dichiarare che quelle riunioni fraterne, che avrebbero dovuto rinsaldare nei Corinzi i vincoli della carità, si risolvevano per essi in danno, dando luogo a contrasti e divisioni, delle quali l’eco era giunto fino a lui. San Paolo mostra di stimare i Corinzi credendo esagerate le informazioni avute, ma confessa che in parte almeno deve crederci, sapendo quanto essi fossero facili a discussioni e contese che ledevano in loro la carità.
Egli qui non allude ai vari partiti che avevano diviso i Corinzi, ma a quelle animate e spesso intemperanti discussioni che si facevano a tavola, ed a quelle ostentazioni di lusso e di abbondanza nei più ricchi che erano in contrasto con la carità. San Paolo non drammatizza su queste discussioni, anzi con un argomento dal più al meno, mostra di non stupirsene, perché se è necessario che vi siano delle eresie affinché si manifesti la virtù dei buoni, e se il Signore stesso disse che era necessario, ossia inevitabile che vi fossero scandali (Mt 18,7, Le 17,1), non faceva meraviglia che vi fossero discussioni e divisioni tra i Corinzi.
Queste divisioni, però andavano al di là di una semplice discussione, e si risolvevano in vere e profonde scissure della carità, perché quando si faceva l’adunata, non la si faceva per celebrare la Cena del Signore, ma ognuno presumeva di mangiare la propria cena, consumando con ostentazione quello che aveva portato con sé, senza fame parte agli altri, come sarebbe stato dovere ed esigenza dell’agape. Ne veniva di conseguenza che alcuni rimanevano digiuni, ed altri mangiavano abbondantemente e bevevano sino ad inebriarsi. San Paolo, conoscendo l’indole orgogliosa e attaccabrighe, li prende col dolce, temendo delle gravi ripercussioni tra loro per le sue esortazioni.
Avrebbe voluto, infatti, com’è chiaro dal contesto, stigmatizzare fortemente gli abusi che profanavano la celebrazione del Mistero eucaristico, ma prima non drammatizza, attribuendo quegli abusi quasi ad una fatalità generale a tutte le Chiese: E necessario che tra di voi ci siano anche eresie, e dopo li rimprovera, rammaricandosi quasi di non poterli lodare. Ma non avete delle case per mangiare e bere - egli esclama - ovvero disprezzate la chiesa di Dio ossia l’adunanza dei fedeli, ostentando un lusso di cibi che fa arrossire quelli che non hanno nulla? Che devo io dirvi? Devo lodarvi? No, in questo non vi lodo.
San Paolo ricorda l’istituzione dell’Eucaristia
Per mostrare poi ad essi quanto fossero gravi gli abusi che avevano introdotto nella celebrazione dei sacri misteri, san Paolo ricorda l’istituzione della Santissima Eucaristia, così come egli l’aveva conosciuta per immediata rivelazione dal Signore, e della quale già li aveva istruiti quando aveva loro annunciato il Vangelo. La narrazione che egli fa ha molta rassomiglianza con quella di san Luca {Le 22,19-20), il quale, essendo stato discepolo dell’Apostolo, ricevette dalla bocca di lui la narrazione del grande avvenimento.
San Paolo ricorda prima di tutto il tempo nel quale fu istituita l’Eucaristia: In quella notte nella quale Gesù Cristo fu tradito; sono poche parole di un’efficacia meravigliosa per richiamare l’anima al ricordo della Passione del Signore, e per i Corinzi erano parole atte a far loro capire che in un mistero che rinnovava quello della Passione essi non potevano presumere di fare banchetti di gioia e simposi di lusso.
Nella notte nella quale fu tradito, Gesù diede al mondo questa suprema prova di amore, e quel contrasto drammatico e meraviglioso tra il tradimento di Giuda che per pochi denari consegnava alla morte il suo Maestro, e l’amore di Gesù che per infinito amore tutto si donava, costituiva per le anime un motivo di grande tenerezza e commozione.
In quella notte, con un gesto semplicissimo, senza alcun apparato esterno, Gesù Cristo prese il pane (Mt 26,20, 29; Me 14,17-25; Le 22,10-20), e rendendo grazie cioè pregando e ringraziando Dio, lo spezzò e disse: Questo è il mio Corpo che per voi è dato a morte, fate questo in memoria di me. Similmente, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, fate questo tutte le volte che lo berrete, in memoria di me.
Evidentemente san Paolo accenna al fatto prodigioso, come lo accennano gli evangelisti, e quindi non riporta rigorosamente le parole della consacrazione che furono raccolte dagli apostoli e conservate nella liturgia.
Questo spiega le differenze leggere e accidentali che ci sono tra le parole riportate da ciascun evangelista. San Matteo dice così: E mentre quelli cenavano, Gesù prese il pane e lo benedì e lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo. E preso il calice, rese le grazie e lo diede loro dicendo: Bevete di questo tutti, poiché questo è il Sangue mio del Nuovo Testamento, il quale sarà sparso per molti per la remissione dei peccati (26,26-28). San Marco riporta così le parole della consacrazione: E mentre quelli mangiavano, Gesù prese del pane, e benedettolo lo spezzò e lo diede loro e disse: Prendete, questo è il mio Corpo. E preso il calice rese le grazie, lo diede ad essi e tutti ne bevvero. E disse loro: Questo è il Sangue mio del Nuovo Testamento il quale sarà sparso per molti (14,22-24). San Luca dice così: E preso il pane rese le grazie, e lo spezzò, e lo diede loro dicendo: Questo è il mio Corpo il quale è dato (a morte) per voi, fate questo in memoria di me. Similmente ancora, (prese) il calice, finita che fu la cena dicendo: Questo calice è il Nuovo Testamento nel mio Sangue che per voi si spargerà (22,19-20).
La Chiesa, nella Santa Messa, riporta così le parole di Gesù: Il quale prima di patire prese il pane nelle sante e venerabili sue mani, e levati gli occhi al cielo a te Dio Padre onnipotente, rendendoti grazie lo benedì, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete e mangiate di questo tutti, poiché questo è il mio Corpo. Similmente dopo la cena, prendendo anche questo calice nelle sante e venerabili sue mani, e rendendo grazie allo stesso modo, lo benedì e lo diede ai suoi discepoli dicendo: Questo, infatti, è il calice del mio Sangue del nuovo ed eterno Testamento, mistero di fede, che per voi e per molti sarà sparso per la remissione dei peccati. Le parole, come si vede, sostanzialmente sono le stesse.
Nel testo di san Paolo i quattro codici greci più antichi hanno questo testo: Questo è il mio Corpo che è per voi, sottintendendo il participio derivato dal verbo precedente: spezzò, e quindi che è per voi spezzato, come difatti hanno altri codici. Questo participio, però, mancante nei codici più importanti, potrebbe anche non sottintendersi, e l’espressione: Questo è il mio corpo che è per voi, riprodurrebbe vivamente l’amore col quale Gesù si donava e si dona nell’Eucaristia.
Il tempo presente, usato da Gesù Cristo nella consacrazione del suo Corpo e del suo Sangue, mostra chiaramente che l’Eucaristia è un vero sacrificio, come le parole: Fate questo in memoria di me, mostrano che Gesù diede ai suoi apostoli e a tutti i sacerdoti la potestà di consacrare, e comandò loro di offrire a Dio l’incruento Sacrificio, come dice il Concilio di Trento (Sess. XXII, cap. II). Per la consacrazione del Sangue, tra le parole riferite da san Paolo e da san Luca e quelle riferite da san Matteo e da san Marco v’è questa differenza che, mentre presso san Matteo e san Marco si enuncia ciò che vi è nel calice dopo la consacrazione, cioè il Sangue di Gesù Cristo, e indirettamente l’effetto, cioè la confermazione del Nuovo Testamento, presso san Paolo invece e san Luca, si esprime direttamente l’effetto e indirettamente ciò che è contenuto nel calice dopo la consacrazione.
Le disposizioni con le quali bisogna ricevere Gesù
Da quello che ha detto dell’Eucaristia, san Paolo deduce una conseguenza che sarebbe inutile se le parole riguardanti l’istituzione del grande Sacramento dovessero prendersi in senso figurato e non in senso realissimo. Egli dice: Perciò chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente, si rende reo del Corpo e del Sangue del Signore. Egli pone due atti distinti e disgiunti: chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente, supponendo che si possa ricevere anche o il solo pane o il solo calice, e dice che in ambedue i casi è reo non del solo Corpo nel pane, o del solo Sangue nel vino, ma è reo in ambedue i casi del Corpo e del Sangue del Signore, il che indica chiaramente che sotto ciascuna specie eucaristica c’è il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Ricevere indegnamente il pane e il calice significa riceverlo in peccato mortale; essere, per questo, reo del Corpo e del Sangue del Signore, significa nella frase originale, essere reo di lesa maestà regale contro il Corpo e il Sangue del Signore.
Quindi una conferma di più, se fosse necessaria, che non è lecito accostarsi all’Eucaristia con il peccato grave nell’anima. Sarebbe il bacio di Giuda! Perciò si deve premettere una buona confessione con sincero pentimento e con fermo proposito di conversione e di vita nuova. Non è mai consentito accostarsi all’Eucaristia col peccato. E la norma della Chiesa per rispetto a Gesù Cristo è quella di confessarsi frequentemente, anche ogni otto o quindici giorni per una maggiore purità di coscienza nell’accostarsi al Cristo. Perciò, se qualche sacerdote dice che non è necessario confessarsi per ricevere la Santa Comunione, il suo insegnamento è contro quello della Chiesa e non si deve ascoltare.
Sarebbe assurdo questo peccato di lesa maestà se l’Eucaristia fosse semplicemente un simbolo, e se sotto le sacre specie non ci fosse realmente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, insieme con l’Anima e la Divinità. La conseguenza pratica che san Paolo trae da questo principio di fede ne è la conferma. Egli infatti dice: Ciascuno, dunque esamini se stesso, valutando bene lo stato della sua coscienza per mettersi poi in grazia di Dio, e così esaminato mangi di questo pane e beva di questo calice. Se non fa questo, mangiando e bevendo indegnamente, mangia e beve la sua condanna, perché così commette un sacrilegio gravissimo non discernendo il Corpo del Signore, cioè non pensando e ponderando che il Signore è realmente presente e vivente nelle specie eucaristiche.
Il castigo col quale il Signore punisce quelli che ricevono indegnamente la Santissima Eucaristia, è una conferma della presenza reale Gesù Cristo sotto le sacre specie. Molti tra i Corinzi, infatti, erano stati colpiti da gravi malanni e persino dalla morte per aver profanato il Corpo del Signore, e molti ancora si erano debilitati spiritual- mente sino a morire completamente alla vita cristiana; per questo, dice, infatti, san Paolo, per la profanazione del Corpo e del Sangue del Signore, molti tra voi sono ammalati ed infermi e molti dormono già il sonno della morte.
L’espressione greca indica il malanno e la morte corporale, ma può indicare figuratamente anche il malanno e la morte spirituale. Di fronte ad un così manifesto castigo corporale e spirituale, san Paolo insiste nell’esortare i Corinzi a giudicarsi da se stessi per non essere giudicati e castigati dal Signore insieme col mondo infedele ed ingrato, crapulone e noncurante della gloria di Dio.
Evidentemente la profanazione eucaristica alla quale allude l’Apostolo era quella che si faceva premettendo alla celebrazione dei santi Misteri non l’agape fraterna, ma un simposio che offendeva la carità e manometteva la temperanza, e perciò san Paolo conclude la sua esortazione raccomandando a tutti di non mangiare ciascuno per conto proprio, e di aspettarsi tutti per celebrare insieme, nel raccoglimento e nella grazia di Dio, la cena del Signore. Se qualcuno ha fame - egli soggiunge - mangi a casa sua, per soddisfare la fame corporale, e non muti una riunione di santificazione in una riunione di condanna. Egli, poi, si riserva di dare a viva voce altre disposizioni riguardanti la mensa eucaristica, e di rispondere ad altre questioni che gli erano state proposte.
4. Per la nostra vita spirituale. Noi davanti a Gesù Sacramentato
L’esortazione di san Paolo ai Corinzi è sempre di fresca attualità per tutta la Chiesa e per le anime nostre. Prima di tutto, consideriamo l’atteggiamento dei fedeli nelle chiese, alla presenza di Gesù Sacramentato e nel Santo Sacrificio della Messa. Ad essi può ripetersi quello che l’Apostolo dice: Vi dichiaro, e non per darvene lode, che le vostre riunioni non sono per voi di vantaggio spirituale, ma di danno. Basta entrare in una chiesa, specialmente nei giorni più solenni e di maggiore affollamento, per convincersene. L’educazione e la buona creanza, alla quale tutti dicono di tenere, fino al punto di offendersi seriamente ad ogni più piccolo richiamo in questo campo, sembra esulare completamente o quasi dal luogo santo. Atteggiamenti mondani e molto spesso peccaminosi, nudità obbrobriose per la Casa di Dio, assenza completa o quasi di preghiera, gambe a cavalcioni, chiacchierio, risa, critiche, atti di curiosità, e non raramente convegni di affari, di matrimoni, di amori anche illeciti. Niente preghiere, a meno che non vogliano riguardarsi come preghiera quel negligente segnarsi di croce che si fa qualche volta, o un inchino fatto a qualche immagine santa.
Eppure alla presenza di Gesù Sacramentato tutto il popolo dovrebbe essere in silenziosa adorazione, e dovrebbe rispondere con amore vivissimo all’infinita Carità che ci si dona. È proprio per questo atteggiamento di profanazione che le riunioni del popolo nelle chiese non sono di vantaggio spirituale ma di danno, perché diseducano l’anima dal rispetto dovuto alla maestà di Dio, e dalla preghiera, che è il sostegno e l’alimento della nostra vita.
È da notarsi il gravissimo danno che deriva ai fanciulli ed alla gioventù da questi atteggiamenti ineducati e profanatori nelle chiese. Non raramente, infatti, i ragazzi e i giovani si abituano a profanare il luogo santo, e vi si radunano come ad un convegno sportivo qualunque, soprattutto nelle sagrestie e nei luoghi adiacenti alla Casa di Dio.
Non sarebbe fuori posto il richiamare al rispetto della presenza del Signore con opportuni, manifesti e inviti posti alle porte delle chiese, in modo da essere intelligibili anche agli analfabeti. Per esempio, una bella figura di angeli, con dito sulla bocca per invitare al silenzio, una ri- produzione del tabernacolo eucaristico, con una persona prona davanti in atto di adorazione, e simili richiami, fatti bene anche dal punto di vista artistico, potrebbero indurre molte anime al rispetto e all’adorazione di Gesù Sacramentato. Più che da cartelli indicatori, l’educazione delle anime deve essere fatta poi dal sacerdote, che deve porsi come suo principale dovere quello di condurre ordinatamente le anime ai pascoli della vita. È un dovere il cui compimento è sommamente utile anche alla vita civile, perché il popolo viene principalmente nelle chiese, e in questi santi luoghi impara ad essere rispettoso, ordinato, pulito, ed a riguardare il prossimo suo come fratello ai piedi del Redentore.
Quanti disordini, quanti egoismi nelle famiglie cristiane!
I disordini che san Paolo lamenta nelle agapi fraterne si realizzano dolorosamente nella famiglia cristiana per mancanza di spirito di carità. Ci sono tante divisioni tra i fedeli, tanti egoismi, tante ingiustizie che rendono poco fruttuosa la Mensa del Signore, che è mensa di unità, di carità e di pace. Dovremmo recarci a piè dell’altare come una sola famiglia, e vi ci rechiamo tutti isolatamente, o- gnuno per conto proprio, quasi che Gesù Cristo non ci si donasse per raccoglierci in Lui, nell’unità del suo amore e della carità. È necessario, perciò, ricordarci dell’istituzione dell’Eucaristia come lo ricorda san Paolo, poiché è la fede viva in un mistero tanto sublime che induce in noi sentimenti di profondo amore per Dio e di carità per il prossimo.
Gesù Cristo ci si donò in quella medesima notte nella quale fu tradito, dandoci un attestato di infinita misericordia e d’infinito amore. Lo tradiva Giuda Iscariota, ma in Giuda quanti di noi eravamo presenti per tormentare l’amorosissimo Cuore di Gesù! Non lo barattiamo noi per un misero diletto e un più misero interesse temporale? Non ci troviamo noi sempre pronti a rinnegarlo innanzi al mondo, e con i nostri peccati non gli diamo anche noi il bacio del tradimento?
Nella notte del tradimento, Gesù prese il pane, il nostro cibo quotidiano, il cibo che non manca neppure ai più poveri e, volendosi donare a noi peregrinanti verso la terra promessa del Paradiso, ci si donò come cibo, e transustanziò il pane nella sua sostanza, affinché ci avesse cibati non trasformandosi nella nostra sostanza, come avviene nel nutrirci, ma trasformando noi in Lui. Similmente prese il vino, come il vero Isacco prossimo alla suprema immolazione, e lo donò ai suoi discepoli per darlo al mondo, e per dare la grande benedizione del Nuovo Testamento.
Egli, dunque, ci volle nutrire di sé, e volle donarci la sua benedizione prima di morire, volle essere nostro cibo e nostra bevanda per darci la sua vita, e volle essere la grande vittima del Nuovo Testamento per contrarre Lui, novello Adamo, padre di tutti i credenti, la nuova alleanza con Dio, alleanza che doveva essere stipulata nel sacrificio della croce, e doveva essere rinnovata ogni giorno in tutte e parti del mondo nel Sacrificio eucaristico.
Avviciniamoci con amore e rispetto a Gesù Sacramentato
Un dono così grande non dovrebbe essere ricevuto dall'umanità che in un trasporto di vivissimo amore, e non dovrebbe neppure lontanamente affacciarsi l’idea di un sacrilegio o anche di una semplice ingratitudine nel riceverlo. Eppure, dolorosamente, san Paolo, fin dai suoi tempi, ha dovuto non solo porre come un’ipotesi l’ingratitudine e il sacrilegio, ma come un fatto che si verificava nella sua diletta Chiesa di Corinto. Chiunque - egli esclama - mangia il pane o beve il calice indegnamente, si rende reo del Corpo e del Sangue del Signore. È logico che, essendovi nel Sacramento eucaristico veramente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, chi lo mangia stando in peccato è reo della profanazione del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo.
Il sacrilegio che si commette con questa profanazione è tanto grave ed ha effetti così disastrosi, che san Paolo esorta tutti ad esaminarsi bene, nella propria coscienza, prima di ricevere un Sacramento così eccelso, ammonendo gli indegni che col loro sacrilegio avrebbero mangiato e bevuto la loro condanna. Queste grandi parole hanno dato all’umanità tutta la legge di un controllo della coscienza, che è unica in tutte le genti e in tutte le età.
Salvo rari casi di gente insanita e perciò rozzamente incosciente, non abbiamo alcuno, sia pure tra gli empi, che osi avvicinarsi al Sacramento dell’altare con la coscienza macchiata. C’è anche negli empi un senso di terrore nell’avvicinarsi indegnamente alla Sacra Mensa, un timore dei castighi di Dio, un senso d’incosciente rispetto, che è testimonianza indiretta della fede dell’umanità nella reale presenza di Gesù nell’Eucaristia. Si giunge, in questo, persino allo scrupolo, e ci sono anime superficiali le quali, viceversa sono accorte nel giudicare severamente se stesse quando si tratta di avvicinarsi a Gesù Sacramentato.
Nessun legislatore è stato mai capace di creare una coscienza così profonda e universale della propria responsabilità, e tanto meno è stato capace di crearla con un mezzo apparentemente così semplice, anzi per i sensi compieta- mente vuoto di ogni manifestazione sensibile. Salvo rare eccezioni, nessuno che abbia la più superficiale cognizione del Mistero eucaristico, osa avvicinarsi senza avere la certezza morale di essere puro da ogni peccato grave, da ogni odio, da ogni furto, da ogni prepotenza o sopraffazione e da ogni abito di peccato. Da questo punto di vista, nei riflessi della vita civile e del vero progresso umano la Comunione quotidiana o anche semplicemente frequente, è un grande segreto di onestà e di probità, perché l’unica luce, unica assolutamente in tutto il senso della parola, che illumina e piega la coscienza al bene, è l’adorabile presenza di Gesù Sacramentato. In qualunque altra sanzione opposta alla disonestà e al vizio, l’uomo può trovare modo di eludere la legge, o può formarsi una comoda coscienza che gli consenta la malversazione della giustizia e l’improbità della vita; solo nella presenza adorabile di Gesù l’uomo trova il motivo più forte per non indulgere al male.
E' incalcolabile, perciò, il bene apportato alle famiglie, alla società ed alle singole persone dalla Santa Comunione, e dev’essere incommensurabile la nostra gratitudine a Gesù Cristo che si è degnato di darsi a noi vivo e vero. I grandi rilassamenti sociali sono dovuti al rilassamento nella vita eucaristica delle anime. Lo sfacelo delle coscienze, nella rivolta protestante, fu possibile perché Lutero e i suoi tristi e biechi seguaci trovarono la Chiesa povera di Eucaristia. I grandi sconcerti moderni, che ne sono diretta conseguenza, hanno la medesima radice. La vita religiosa langue dove langue la vita eucaristica. È un fatto positivo che non richiede gran che per essere compreso, giacché è evidente.
Oggi tutti vediamo lo stato deplorevole del mondo, ed auspichiamo una riforma generale che riporti la società e le nazioni alla moralità, all’onestà ed all’ordine. Ebbene, non esitiamo un istante solo ad affermare che la vera e profonda riforma può attuarsi solo nell’intensificazione della vita eucaristica nelle anime e nella società. Questa intensificazione ci dona un tesoro di grazie interne che rinnovano l’anima, e un tesoro immenso di freni morali che sono alla scalmanata umanità come il morso, il morso soavissimo, tutto amore e pace, che la costringe senza costrizioni o sanzioni opprimenti, a ritornare sul retto sentiero.
Occorrerà qualche cosa di nuovo, sempre nella Chiesa e per la Chiesa, perché nessuno può arrogarsi l’arbitrio di dettare leggi in questo campo. Occorrerà una partecipazione più intensa ai Sacri Misteri, una larghezza maggiore nell’elargizione eucaristica, un temperamento equo e salutare della stessa legge del digiuno, in modo da facilitare ai deboli e agli infermi la partecipazione alla Sacra Mensa.
Se il popolo, per esempio, nell’ora dei maggiori suoi bagordi, trovasse modo di assistere e partecipare alla Mensa del Signore, quanti peccati in meno si farebbero, e quale inondazione di grazie e di misericordie ci sarebbe nella Chiesa e nel mondo! Se la mancanza di Gesù Sacramentato produce l’infermità, il debilitamento e la morte spirituale e corporale, e se il giudicare se stessi nel ricevere Gesù ci libera dal Giudizio di Dio e dai suoi castighi, è evidente che per risanare l’umanità, ridonarle la vita e liberarla dai pubblici e privati flagelli occorre un’intensificata vita eucaristica, a tal punto da sembrare addirittura, osiamo dire, una novità, la santa novità per la quale la Chiesa prega il martedì santo. Pensare di poter ricondurre al bene l’umanità dissestata dai disordini che la sconvolgono, unicamente con esortazioni e magari con leggi restrittive o penali, è semplicemente un’illusione come sarebbe illusione il voler ridonare la salute ad un infermo cronico unicamente con ripetute diagnosi del suo male.
Sac. Dolindo Ruotolo

Nessun commento:

Posta un commento