sabato 12 aprile 2014

12.04.2014 - Commento al vangelo di S. Giovanni cap. 11, par. 4

4. L'incredibile conclusione che trasse il sinedrio dal miracolo di Gesù e l'ingratitudine umana
Certe forme dell'ingratitudine umana fanno veramente spavento! Il miracolo della risurrezione di Lazzaro, compiuto innanzi a tanti testimoni e con tante garanzie di verità, avrebbe dovuto essere un argomento definitivo per riconoscere in Gesù il Messia ed il Figlio di Dio; gli scribi e farisei ne furono essi stessi testimoni, ne riferirono al sinedrio, lo riconobbero come una palpitante realtà, e quale fu la conclusione che ne trassero? È incredibile! Radunarono il consiglio per deliberare definitivamente la morte di Gesù!
La ragione che affacciarono era estremamente ipocrita: Che facciamo noi se quest'uomo fa molti miracoli? Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui, e verranno i Romani e distruggeranno il nostro paese e la nazione. Riconoscevano
i miracoli che operava, e la loro forza dimostrativa per il popolo, e riconoscevano che non avevano alcun potere di impedirli; per essi l'unico rimedio era ucciderlo; così solo speravano, anzi erano certi che non avrebbe potuto più operare.
Erano mossi dall'invidia e dall'odio, ma fingevano di agire per salvare la nazione da un pericolo.
Sapevano bene che Gesù non si proclamava re terreno, e non promoveva un movimento politico, ma fingevano di temere che il popolo, che in Lui credeva, avesse potuto ribellarsi ai Romani, e provocare la distruzione del paese o, come indica il testo greco, di Gerusalemme e del tempio e dell'intera nazione. Era un pretesto ipocrita in realtà, poiché essi non aspiravano che a ribellarsi ai Romani, e se Gesù avesse promosso un movimento politico rivoluzionario, sarebbero stati i primi ad assecondarlo. Dicevano di volere il bene della nazione, ed invece volevano solo la morte di Gesù, e tentavano giustificare il delitto che meditavano. Uno di essi, Caifa, pontefice in quell'anno, si levò, e col parlare asprigno e violento che lo distingueva, forse notando l'indecisione di alcuni innanzi alla proposta di uccidere il Redentore, disse: Voi non capite nulla né riflettete che torna conto a noi che un uomo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione. Il Sacro Testo fa notare che egli, essendo pontefice di quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per tutta la nazione, e non solo per la nazione, ma per raccogliere in un sol corpo i figli di Dio che erano dispersi. Il pontificato era a vita, ma i romani spesso o per loro vedute politiche, o per intrighi di chi aspirava a quella dignità e li pagava, deponevano il pontefice legittimo e ne nominavano un altro.
Il Signore nella sua misericordia comunicava il suo potere all'eletto, per non fare rimanere il popolo senza guida. Gli atti del pontefice in quanto tale avevano dunque l'impronta del lume di Dio, e rappresentavano la divina volontà, benché il pontefice non lo intendesse o, peggio, intendesse l'opposto.
Caifa, acerrimo nemico di Gesù per odio suo privato e personale, volle dire chiaramente quello che gli altri accennavano ma non esprimevano apertamente, cioè che bisognava uccidere Gesù Cristo; ma lo Spirito Santo, essendo egli capo della Chiesa giudaica, gli pose suo malgrado, sulle labbra parole che dicessero il contrario, e confermassero e definissero che era espediente che il Redentore morisse per la salvezza del popolo. Questo infatti significavano le parole di Caifa nel piano della provvidenza redentrice di Dio. Evidentemente poi Caifa profetizzò, ma non fu un profeta, giacché non capì quello che profetizzò, anzi volle dire il contrario.
Il Signore parlò per lui, come l'angelo parlò a Balam per bocca dell'asina, e gli mosse la lingua ma non il cuore, quasi deridendolo, e costringendolo ad esprimere, con le parole dell'odio che aveva nell'anima, il disegno del misericordioso amore che voleva redimere il mondo. Caifa poi, dicendo che Gesù Cristo doveva morire per il popolo, annunziò che la sua morte era inevitabile per la salvezza del popolo, ed anche in questo profetò, giacché in realtà, se non fosse morto, tutti saremmo periti.
L'avere egli profetato pur essendo un empio ci fa pensare a quelli che rappresentano Dio sulla terra, in generale, ed in particolare al Papa, i cui atti e le cui parole rivelano a noi la divina volontà, o annunziano i divini disegni. Il Signore non abbandona le anime nostre alle passioni dei ministri infedeli, ma utilizza le loro stesse perversità, a volte per guidarci nelle ardue vie dei suoi disegni, e li costringe loro malgrado ad essere luce nel cammino, quando essi, magari, hanno la cattiva volontà solo di farci del male o di ostacolarci la via. Dobbiamo vivere di fede e tenere lo sguardo al Signore per non smarrirci, soprattutto quando siamo oggetto di persecuzioni o di contrarietà da parte di quelli che stanno in alto e, lungi dall'adirarci con loro, dobbiamo guardare più in alto,
abbandonarci a Dio, nostro amorosissimo padre, e riposare nella sua volontà.
Caifa significa colui che rovescia con la bocca, vomito, colui che cerca sollecitamente, la pietra, ce/as; adombrava nel suo stesso nome quello che era e quello che figurava; era un miserabile che rovesciava dalla sua bocca, quasi vomito, il suo odio e la sua iniquità, ma come pontefice adombrava i veri Pontefici che dovevano succedere a quelli ebrei, che cercano sollecitamente non di spargere, ma di applicare per la salvezza di tutti il Sangue di Gesù Cristo, e rappresentano la pietra fondamentale sulla quale il Redentore edificò la sua Chiesa. Caifa, vomitando il suo odio contro Gesù Cristo, non si accorse che rappresentava l'ultimo sacerdote ebraico, e che a lui sarebbe successo Pietro nel governo della vera Chiesa di Dio. Egli sentenziando la morte di Gesù sentenziò la propria morte. Così avviene a quelli che presumono distruggere i disegni di Dio; ne diventano strumenti incoscienti, vi cooperano senza volerlo, e poi raccolgono il triste frutto della loro malignità e perfidia nell'eterna rovina che li aspetta.
Come l'uomo è ingrato ed ingiusto!
Dal giorno nel quale il sinedrio si radunò decise di uccidere Gesù; a Colui che aveva ridonato la vita al morto quatriduano diede come risposta una sentenza di morte!
E Gesù, che avrebbe dovuto raccogliere la fede, la benedizione e l'applauso del suo popolo, fu costretto invece a non mostrarsi più in pubblico, e se ne andò nella regione vicina al deserto, soggiornando in Efrem coi suoi discepoli. Non andò neppure alla Pasqua, con meraviglia di tutti, perché lo cercavano a morte, e i pontefici e i farisei avevano dato ordine, se fosse andato, di denunziarne la presenza per poterlo catturare!
Ci fa tanta pena e tanto sdegno questa ingratitudine nera, eppure ne siamo colpevoli dolorosamente anche noi.
Gesù Cristo ci ha colmati di benefici, e ci ha redenti col suo Sangue preziosissimo, e noi, invece di proclamarlo nostro Re, lo cerchiamo a morte peccando. Rifiutiamo la sua luce, rifiutiamo le sue parole, mormoriamo della sua provvidenza, cadiamo in profondi abissi di male, e rendiamo per noi inutile la sua redenzione. Quanti ingrati peccatori credono espediente che Gesù muoia in loro, per non vedere attraversati i loro tristi disegni, e lo cacciano dal loro cuore, preferendo a Lui la schiavitù delle più turpi passioni! Quanti rendono vani i disegni dell'amore di Gesù che li chiama ad altissima perfezione e, per non rinunziare alle loro vane, stupide e persino perverse aspirazioni, preferiscono abbandonarlo, si consumano in perverse attività, e ne feriscono il Cuore con ogni sorta d'ingratitudini. Che dire poi dei regni e delle nazioni, oggi specialmente, che rifiutano il regno del Redentore, ne decretano la fine, e dicono con questo di volere la salvezza della loro razza?
Il Signore ci intenerisca, e nella sua bontà ci renda grati al suo amore, facendoci corrispondere ai suoi inviti e alle sue grazie.
Sac. Dolindo Ruotolo

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