martedì 29 aprile 2014

29.04.2014 - Commento alla prima lettera di San Giovanni cap. 1, par. 1

1. Il significato letterale di questo capitolo.
San Giovanni, senza bisogno di annunziarsi o di qualificarsi come apostolo, comincia enfaticamente la sua esortazione ai fedeli che voleva confermare nella verità loro predicata. Era ben conosciuto ai fedeli ai quali si rivolgeva, perché egli dirigeva e vigilava le comunità cristiane dell’Asia Minore. Aveva scritto per loro il quarto Vangelo; sapeva che in quella comunità già si erano infiltrati falsi dottori e falsi pastori, e comincia con un’espressione enfatica per smentirli con un’affermazione recisa ed assoluta: Non avevano né gli Apostoli né lui annunziato cose fantastiche sul Redentore, ma ne erano testimoni oculari, che non solo avevano visto ed ascoltato quello che avevano predicato, ma lo avevano ponderato, lo avevano toccato con mano, e perciò se ne erano accertati in modo razionale ed accurato: Ciò che era da principio, cioè il Verbo eterno della vita, e, come indica l’espressione greca, ciò che era connesso col Verbo eterno, incarnato e manifestato agli uomini, ecco il soggetto e l’oggetto della nostra predicazione.
Non un’idea nostra, non una immaginazione fantastica, come erano e sono gl’insegnamenti di filosofi o di sognatori, ma ciò che era da principio, cioè una realtà divina ed eterna, che era prima del tempo, che esisteva prima che ogni cosa fosse creata.
Queste parole solenni, che delineano l’eternità di Dio in confronto con le cose create, trovano riscontro e conferma nelle parole con le quali comincia il Libro divino: In principio Dio creò il cielo e la terra; quando, cioè, cominciarono le cose e si delineò il tempo, Dio era già, dall’eternità.
Ciò che era da principio trova riscontro anche nella solenne e grandiosa introduzione dell’Evangelo di S. Giovanni: In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio. Dunque, solennemente e meravigliosamente: Ciò che era da principio il Verbo di Dio, che era ab aeterno presso Dio, generato dal Padre eterno, è manifestato agli uomini nell’incarnazione avvenuta nel tempo; noi abbiamo inteso, o, come indica l’espressione greca, non soltanto udito, quando il Padre lo dichiarò nel Battesimo al Giordano e nel monte della trasfigurazione, ma abbiamo percepito e compreso profondamente con amore e con fede: achiooàmen.
E non abbiamo solo inteso, annunziato e rivelato a noi come il Verbo di Dio, il Figliuolo di Dio, ma lo abbiamo visto con gli occhi nostri, con un’esperienza vissuta e reale, come indica l’espressione greca. Gli occhi nostri non lo hanno visto come si vede una cosa superficialmente e di passaggio, ma lo abbiamo contemplato come spettacolo magnifico, come indica la parola greca, e la radice di questa parola, teatron, che indica uno spettacolo che attrae tutta l’attenzione visiva, e quindi non lo abbiamo visto con una visione spirituale, o con una immaginazione fantastica, ma con vera visione fisica, quindi come testimoni oculari, quali anche oggi la storia e gli storici considerano come testimoni attendibili e sicuri della verità.
Testimoni oculari, che non videro soltanto, ma si accertarono scrupolosamente di quello che videro, che non toccarono, ma palparono come chi vuole accertarsi di una realtà concreta.
Presentazione mirabile dell’Apostolo e con lui degli Apostoli che annunziarono la verità; presentazione che trova conferma nei quattro Vangeli e che dà risalto maggiore, e, diremmo, lapidario, alle parole fondamentali della lettera e dell’insegnamento dell’Apostolo: Del Verbo della vita, ossia del Verbo nel quale era la vita, come dice S. Giovanni al principio del suo Vangelo (1,4).
Non si tratta, dunque, di una parola o di un discorso che dà la vita, ma del Verbo, logos, Persona divina, nella quale era la vita sussistente ed infinita. Per questo Gesù, Verbo umanato, disse con verità assoluta: Io sono la vita (XI, 25; XIV, 6).
Questa verità fondamentale comprende tutta l’anima ed il cuore di San Giovanni, e perciò egli insiste con una parentesi di marcata conferma, che esce spontanea da chi dice la verità: Sì, la vita si manifestò nell’incarnazione del Verbo, vero Dio e vero uomo, e noi abbiamo visto ed attestiamo ed annunziamo a voi la vita eterna, quella che era presso il Padre e si manifestò a noi.
Che cosa è la vita, S. Giovanni dice ai fedeli, ai quali scrive: Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi, intendendo ritornare sul concetto del Verbo di Dio, con un’espressione più comprensibile, per dichiararne la Divinità. Dio, infatti, è la vita infinita, che non ha né principio né fine, e dal quale ha origine ogni vita. Oggi, come in antico, nessuno dei filosofi è stato capace di intendere e spiegare che cosa è la vita. L’umana stoltezza e miseria si manifesta anche in questo: noi siamo a continuo contatto con la vita, dalla cellula che vive alla pianta, all’animale, all’uomo, all’anima, a tutto quello che vive, certamente vive, e non sappiamo determinare e capire che cosa è la vita.
È un mistero che appare inconoscibile, ma è una spinta a riconoscere Dio che è vita. È assurdo intendere e spiegare la vita senza risalire a Dio, eterna vita. Se tutto ci parla di Dio come un riflesso della sua grandezza, della sua sapienza e del suo amore, la vita ci parla di Dio in una maniera più sintetica e più semplice, poiché ci riporta a Dio che è la vita, eterna ed infinita, nella sua Trinità e nella sua Unità: perciò il termine vita è preferito da S. Giovanni; ricorre 13 volte nelle Lettere e 37 volte nel Vangelo, con diversi significati. È considerata in Dio donde ha origine e negli uomini che ne sono partecipi.
L’aggettivo eterna indica una durata senza fine, che si prolunga oltre il tempo nell’eternità, quando è considerata nelle creature spirituali. Se è considerata in Dio, è tutta in atto, sempre presente, mistero ineffabile che ci riporta all’infinita semplicità di Dio, nell’adorabile Trinità.
Nel Vangelo S. Giovanni dice che nel Verbo di Dio c’era la vita (1,4). Si tratta della vita divina, della Divinità posseduta dal Verbo, Dio come il Padre nella natura divina. Perciò Gesù disse: Come il Padre ha la vita in se stesso così ha dato anche al Figlio l’avere la vita in se stesso (V, 2) *.
Qui, nella lettera, il Verbo che possiede questa vita divina è chiamato il Verbo della vita, ed è Lui stesso come vita eterna. Più innanzi dice che il Figlio di Dio è vero Dio, (V, 20) è la vita eterna. E Gesù disse perciò: Io sono la vita (XI, 25; XIV, 6).
Nel Vangelo San Giovanni dice: Il Verbo era presso Dio (I, 1) qui dice che la vita eterna era presso il Padre, e quindi che la Persona divina del Verbo, detto Verbo della vita, era presso il Padre da tutta l’eternità.
L’espressione greca indica mirabilmente le due verità, espresse nei due testi paralleli del Vangelo e della lettera: Il Verbo era presso Dio, pròs ton Teòn, indica la natura divina del Verbo; la vita eterna era presso il Padre, pròs tòn Patéra, indica un movimento, una relazione di comunione attiva, di consostanzialità, ossia che il Verbo sta presso Dio ed è consostanziale al Padre.
Cosa significa la parola « comunione »
Era logico che S. Giovanni, dopo aver enfaticamente detto che lui e gli Apostoli avevano inteso, visto con gli occhi, contemplato con la mente e toccato con le mani, anzi palpato, e quindi con accuratezza di chi non tocca di passaggio ma indaga ed esamina, il Verbo della vita fatto uomo, era logico che insistesse, nella parentesi, sulla realtà della manifestazione del Verbo di Dio nell’umana carne fatta agli Apostoli, e facesse ponderare la grandiosità del mistero del Verbo di Dio, ritornando a confermare la verità constatata minutamente da lui e dagli Apostoli, dicendo: Ciò che abbiamo visto ed inteso l’annunziamo anche a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi.
Facciamo notare questo, perché l’esprimersi di S. Giovanni non è slegato, come potrebbe apparire, da una interruzione, nella parentesi, ma è mirabilmente legato da un nesso logico e psicologico, perché l’Apostolo vuole ben salda la fede nella divinità di Gesù Cristo in quelli ai quali scrive, perché abbiano comunione con lui e con la Chiesa, partecipando ai beni soprannaturali che ci ha dati la Redenzione.
Bisogna approfondire bene questa parola comunione, usata fin dai primi tempi della Chiesa per indicare l’unione delle anime in Gesù Cristo e la comune partecipazione alle grazie della Redenzione. Quando un fedele, un sacerdote e magari un vescovo dissentiva dall’autorità superiore della Chiesa, era eretico o immorale, era dichiarato privo della comunione col centro vitale della Chiesa. Era, in fondo, la dichiarazione di una scomunica, di un anatema che lo divideva dalla Chiesa e dai beni soprannaturali della Chiesa.
Anche oggi questo concetto è vivo nella Chiesa; tanto vivo che noi chiamiamo comunione la partecipazione all’Eucaristia, per la quale veniamo in intima comunione con Gesù Cristo, e siamo partecipi della sua vita e dei tesori delle sue grazie.
Comunione, nel suo significato lessico, si definisce: Unione stretta ed attiva di anime che hanno in comune i beni spirituali o corporali. Da questo concetto si capisce meglio la parola di S. Giovanni: Ciò che abbiamo visto ed inteso l'annunziamo anche a voi, affinché voi pure abbiate comunione con noi.
Gli Apostoli, annunziando ed attestando la dottrina di Gesù Cristo, ddnno origine, per quelli che vi credono e la praticano, a questa misteriosa comunicazione di beni soprannaturali fra loro, i fedeli e Dio. Gli Apostoli sono il tramite per cui i fedeli possono raggiungere la comunione con le Persone divine. Avere comunione con Dio, significa partecipare dei beni divini, anzi di Dio stesso, sommo bene; essere, per la grazia, partecipi della natura divina, come dice S. Pietro nella sua seconda lettera (1,4).
È questa comunione che costituisce la nostra felicità nel Cielo, come la deve costituire fin dalla vita terrena, felicità di pace e di amore che satolla l’anima, e si tocca con mano, allorquando sta in grazia di Dio e, possiamo dire, si controlla e si esperimenta, quando l’anima, pentita e perdonata per l’assoluzione sacramentale, ritorna in grazia di Dio. È un’esperienza che si controlla sempre nei peccatori che si convertono, in qualunque età, dalla fanciullezza alla estrema vecchiaia.
Chi scrive lo ha controllato migliaia di volte nel ministero sacerdotale e l’ha sentito confermare migliaia di volte da altri Sacerdoti. L’anima che, confessandosi bene, ritorna in grazia di Dio, si sente liberata da un peso, si sente leggera leggera, avverte una pace ed una gioia profonda che traspare anche nella luminosità del volto e dello sguardo.
Recentemente, in tempi di astronauti e di voli cosmici, oggi noti anche ai fanciulli per la televisione, un ragazzetto di otto anni diceva, dopo essersi confessato bene la prima volta: Dopo l’assoluzione mi sono sentito leggero leggero, come se avessi perduto il mio peso, proprio come chi vola, ad una grande altezza, perde il suo peso. Mi sono sentito come una piuma.
Autentica testimonianza di un ragazzetto intelligente che era passato dal peccato allo stato di grazia, alla comunione con Dio.
Un vecchio, inveterato nel peccato impuro, aveva creduto impossibile liberarsi delle sue responsabilità, dopo 53 anni, confessandosi; sentì l’anima trasfusa di tanta gioia da sentire il bisogno di dire in Chiesa, innanzi ai fedeli e a chi scrive: Che gioia! Non credevo ci fosse tanta felicità a mettersi in grazia di Dio! Ed il Signore gli confermò la gioia, guarendogli istantaneamente e miracolosamente una sua figlia che era moribonda. Questo avvenne nel 1950 nella Parrocchia di Montesanto a Napoli. E non era un caso sporadico, ma ripetuto cento e mille volte, e chi scrive ne è testimone e lo giura sul Cuore misericordioso di Gesù Cristo.
Una confessione ben fatta, in fondo, è un amoroso ritorno dell’anima peccatrice a Dio, ed una comunione di Dio all’anima; un atto di fede nella parola di Gesù che invita l’anima a penitenza, una corrispondenza amorosa a quell’invito di misericordia, realizzandosi così la parola di Cristo: Se uno mi ama, osserverà la mia parola, ed il Padre mio l’amerà, e verremo a lui e dimoreremo presso di lui (Giov. XIV, 23). È la comunione con Dio per la grazia sacramentale, realizzata per il ministero sacerdotale. È il compimento della preghiera sacerdotale di Gesù Cristo: Padre, conservali nel tuo Nome... Siano una sola cosa con noi, come tu sei in me ed io in Te (Giov. XVII, 21,23).
Considerando questo altissimo mistero della comunione di Dio nelle anime per il ministero apostolico e sacerdotale, S. Giovanni sente il bisogno di confermarlo con una recisa affermazione, spiegando ch’egli scrive ai fedeli perché abbiano comunione con lui e con gli Apostoli ed i Sacerdoti: Sì, la comunione nostra è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo, e queste cose scriviamo noi, affinché la nostra gioia sia completa.
L’Apostolo dice: Scriviamo noi, non per un noi di maestà e neppure per dare al noi il senso personale di io, ma perché scrive non solo riferendosi agli altri Apostoli ed ai Sacerdoti, ma perché ha di mira la Chiesa, nella quale si realizza la comunione con la gerarchia ecclesiastica e per essa tra i fedeli, corpo mistico di Gesù Cristo con Lui capo, e per Lui e la gerarchia ecclesiastica, col Padre e con lo Spirito Santo. Insiste, perciò, su questa verità, perché la nostra gioia sia completa. È logico che nella comunione con Dio, che genera la comunione della carità, la gioia dell’anima è completa.
L’Apostolo, nel testo greco, dice la nostra gioia, non per restringere la gioia nello scrivere una verità tanto bella e consolante, a lui solo, e neppure a lui con gli Apostoli e i Sacerdoti, ma a tutti i fedeli che vivono in comunione con Dio e con la Chiesa; nostra, cioè di tutti.
Non scrivendo egli ad una sola comunità cristiana, ma a quelle dell’Asia Minore, si capisce anche meglio perché usi quel noi, collettivo e non cattedratico, e tanto meno equivalente ad un io letterario, come dicono alcuni moderni, ma usi noi per includere gli Apostoli che avevano fondato le altre comunità cristiane, ed i gerarchi che le governavano continuando il ministero apostolico.
La Volgata determina, poi, la nostra gioia del testo greco, per quello che significa quel nostra gioia, generale e collettivo, traducendo, e più liberamente esprimendo il significato di quella gioia collettiva: Affinché godiate, e la vostra gioia sia piena.
Confermando l’autorità di quello che scrive ai fedeli come testimone oculare, S. Giovanni chiude il prologo della lettera così: È questo l’annunzio che abbiamo ricevuto da Lui, da Gesù Cristo, e che annunziamo a voi.
Dio è luce
Comincia S. Giovanni la prima parte della sua lettera con una espressione bellissima, che di per sé è un’esortazione a camminare nella verità. È un’espressione illuminante, fulgente, come ogni parola del grande Apostolo che fu prediletto da Gesù Cristo e, riposando sul suo Cuore divino, sentì nell’anima sua la luce del Verbo incarnato, generato ab aeterno dalla infinita conoscenza del Padre, luce quindi di conoscenza e glorificazione eterna di Dio, Verbo di Dio che, facendosi uomo, illumina ogni uomo.
Dio è luce, dice S. Giovanni, ed in Lui non v’è oscurità alcuna. Se diciamo di aver comunione con Lui e camminiamo nell’oscurità, mentiamo e non facciamo la verità. Se, invece, camminiamo nella luce, come Lui è nella luce, abbiamo comunione reciproca ed il Sangue dì Gesù Cristo, figlio di Lui, ci purifica da ogni peccato.
Cominciamo ad approfondire queste parole di S. Giovanni: Dio è luce. In che senso lo dice? In senso metaforico, per dire che è splendore di verità, o per indicare lo splendore della sua gloria e della sua santità? Dio, infatti, è somma e semplicissima verità, secondo quello che disse a Mosè: Io sono colui che è. Siccome S. Giovanni usa un parallelismo: luce e verità, tenebra e peccato, è chiaro che se Dio è luce di verità è anche luce e splendore di santità.
Come verità penetra l’anima illuminandola con la fede, rivelazione di verità trascendenti; come santità penetra il cuore con la grazia: luce spirituale di elevazione soprannaturale. Come verità è luce che dissipa l’errore, e per questo la fede non è solo una conoscenza speculativa com’è quella dei filosofi, è una conoscenza reale; non è un’opinione, è luce di verità assoluta.
Nessuna verità umana è luce, nel senso stretto della parola, perché è sempre o imperfetta od oscura alla mente o sterile per il cuore. Neppure le verità matematiche possono dirsi luce, perché più progrediscono nel loro sviluppo e meno appariscono luminose. Sono difficili, si complicano nella mente a misura che si conoscono, come lo è, per esempio., il calcolo infinitesimale.
Qualunque entità vera richiede una riflessione, un esame, una analisi per essere conosciuta; solo la luce, nel manifestarsi, si vede e nel vedersi convince: è luce.
La verità è luce quando si conosce per quello che è, è armonia di quello che è. In Dio la conoscenza è sussistente ed infinita: Il Verbo eterno; l’armonia è l’Amore eterno, spirato dal Padre e dal Figliuolo, che li unisce nell’Amore sussistente, persona infinita.
La conoscenza completa e perfetta è luce; l’amore infinito e sussistente è luce, perché è spirato dall’infinito principio e dalla sua conoscenza infinita; amorosa ed infinita unione, per cui Dio è carità nella sua unità infinita e nella sua Trinità. È luce nella quale non c’è oscurità alcuna; luce nella infinita conoscenza e nell’infinito amore. Non si può dire perciò che Dio ha la luce, ma è luce.
Il Verbo Umanato è  luce, che ci rivela e ci fa conoscere Dio, e perciò Gesù disse: Io sono la luce del mondo e chi mi segue non cammina nelle tenebre: è luce, quindi, nella quale non c’è oscurità alcuna; lo Spirito Santo è luce, fiammeggiante splendore che, coi doni che effonde nelle anime, le illumina e le eleva nel divino amore.
Nell’eternità è unione infinita del Padre e del Figlio, splendore di eterna carità; nella Chiesa è unione delle anime a Dio come Padre che è nei cieli, e delle anime a Gesù Cristo, Figlio di Dio, redentore che salva. Lo Spirito Santo le unisce a Dio con la grazia che illumina, con la Sapienza, che splende nell’intelletto, che guida nel consiglio, luce di soprannaturale prudenza; luce che fortifica i vivi germogli della vigna del Signore; luce che è scienza soprannaturale, che è tenerezza di amore per Dio, comunione con Lui, sospirante colloquio di preghiera, adorante riconoscimento della sua maestà; luce fiammeggiante che fa misurare la grandezza divina in confronto dell’umana piccolezza, e, toccando il cuore, lo rende nell’amore arpa di glorificanti armonie della sua infinita grandezza.
Quale ammirabile splendore in questa sola parola di S. Giovanni: Dio è luce, ed in Lui non v’è oscurità alcuna! Eco sublime della sospirante parola del Salmista che cantava: Il Signore è la mìa luce (Salmo 27). Eco di Isaia che invocava Dio: Luce d’Israele (X, 17), e, nel libro della Sapienza, questa è proclamata irradiazione della luce eterna (VII, 26).
La Luce vera dei credenti
La Chiesa raccoglie nel suo spirito mirabile la parola di S. Giovanni invocando Dio come luce: luce vera dei credenti. Vivente nel terreno esilio, tra le tenebre del mondo, esule e pellegrino, invoca Dio vera luce, e sospira a Lui nella luce dell’eternità.
Alla luce si oppongono le tenebre, e quindi alla verità l’errore, alla santità il peccato, ed è assurdo pretendere di conciliare queste due cose opposte. Perciò S. Giovanni soggiunge: Se diciamo di aver comunione con Dio e camminiamo nell’oscurità, se, come cristiani, ci dichiariamo in comunione, in amicizia con Dio, e comminiamo nella oscurità, ossia nell’errore e nel peccato, mentiamo, siamo bugiardi nella vita, mentre ci dichiariamo nella verità e non la facciamo, cioè non la pratichiamo fedelmente e lealmente, come indica la parola ebraica, e l’ebraismo che ne deriva.
È un’ipotesi che fa S. Giovanni, rivolgendosi non solo alle anime alle quali scrive, ma a tutte le anime, includendo anche se stesso in quel noi. Non è un rimprovero, ma è un ammonimento preventivo, per mettere tutti in guardia contro gli errori che allora già serpeggiavano, e contro i possibili ritorni alle superstizioni pagane. Egli perciò soggiunge, in contrapposizione all’ipotesi fatta in senso generale, la realtà del comportamento che debbono avere i cristiani nella loro vita: Se invece camminiamo nella luce, ossia nella verità, come Lui, Dio, è nella luce, se abbiamo comunione reciproca (e vuol dire comunione di obbedienza e di leale dipendenza dalle autorità ecclesiastiche nella dottrina e nella vita morale, condizione assolutamente necessaria per avere comunione con Dio) il Sangue di Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci purifica da ogni peccato.
Cosa significa «avere comunione reciproca »
Il Sangue di Gesù Cristo ci purifica, non già ci rende impeccabili, diventa Sangue salvifico, proprio per il ministero della Chiesa, per la comunione che abbiamo coi Sacerdoti quando ci confessiamo.
È evidente questa condizione dal contesto della parola di S. Giovanni: avere comunione reciproca, poiché solo confessando al Sacerdote i nostri peccati noi abbiamo una vera e profonda comunione reciproca: noi ci accusiamo dei nostri peccati, ed il Sacerdote ci assolve, comunione reciproca di umiltà da parte nostra e di misericordia da parte del Sacerdote, che rende per noi salvifico il Sangue versato da Gesù Cristo per la remissione dei peccati.
È una parola luminosamente decisiva contro i protestanti, che presumono confessarsi direttamente con Dio, appellandosi diretta- mente al Sangue di Gesù Cristo, senza bisogno di confessarsi col Sacerdote. Né si possono intendere le parole di S. Giovanni nel senso della carità fraterna, poiché di questa virtù l’Apostolo parla nei capitoli seguenti.
Qui è evidentissimo che per camminare nella luce di Dio, che è luce, come Lui è nella luce, ossia nella verità e nella santità, noi dobbiamo avere luce di verità e di santità, non solo verità nelle dottrine della fede, ma verità nel riconoscimento della nostra miseria e delle nostre colpe, riconoscimento spassionato e limpido come la luce; riconoscimento doloroso e penitenziale, in opposizione alle tenebre delle passioni e dei peccati.
Questo riconoscimento di verità si ha soltanto nella confessione, perché nasce da due luci reciproche, esattamente reciproche, perché dove la luce del riconoscimento delle proprie colpe è imperfetta o claudicante, è completata dagli avvertimenti e dalla luce del ministero sacerdotale. Non c’è comunione più reciproca di una buona confessione. È reciproca anche la macchia che si mostra, e il sapone o il bucato che la deterge. La macchia si fa evidente nella luce e così si mostra; il sapone ha contatto con lo sporco che si mostra, e stropiccia dove la luce la rende più evidente. Il sapone, stropicciando, si consuma, diremmo, si piaga, s’immola per cancellarlo. Un’azione reciproca; la sozzura che diventa evidente mostrandosi nella luce; il detersivo che, consumandosi, la cancella e la purifica.
È tanto evidente, dal contesto, che S. Giovanni parla della confessione fatta ai ministri della Chiesa per avere Comunione di grazia con Dio, che senza questo riferimento logico, quella frase: abbiamo comunione reciproca, sembrerebbe una frase appiccicata, quasi... di palo in frasca, senza nesso con la espressione grandiosa: Comunione con Dio, con Dio che è luce, e nella cui luce un Cristiano deve camminare, liberandosi dalle tenebre del peccato e dell’errore volontario, che è un peccato grave, ottenebrante l’anima.
Quello che diciamo è confermato mirabilmente dalle parole che chiudono questo capitolo, giacché il riconoscere i propri peccati può avvenire soltanto confessandoli a chi rappresenta Gesù Cristo, che, come suo ministro, è giudice nella verità.
Fuori della confessione sacramentale, l’orgoglio umano trova sempre scuse e ripieghi per giustificare i propri errori e le proprie colpe, dichiarandosi non solo ragionevole e giusto, ma più ragionevole e giusto degli altri.
L’esperienza dimostra che i più grandi peccatori, esortati a confessarsi, si presentano sempre come giusti... di eccezione, con espressioni più o meno... stereotipate: Io sono più cattolico degli altri, faccio sempre il bene a chi ha bisogno, ecc. e rifiutano di confessarsi, facendo così la elogiativa confessione del Fariseo, che, in contrasto col pubblicano, stando in piedi innanzi all’altare, si elogiava come giusto, e veniva condannato da Dio.
«Se diciamo dì essere senza peccato inganniamo noi stessi»
Per questo S. Giovanni completa e specifica che cosa intende per comunione reciproca, per avere comunione con Dio, dicendo: Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se, invece, confessiamo i nostri peccati, Dio è tanto fedele e giusto, da rimetterci i peccati, e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver commesso peccato, facciamo bugiardo Lui, e parola sua non è in noi.
Queste parole di S. Giovanni, che dal contesto sono chiarissime, hanno bisogno di essere ponderate per la confusione che vi apportano quelli che errano, interpretandole a modo loro, tanto da determinare ima definizione dogmatica del Concilio Milevitano II (Cartaginese XVI), approvato dal Papa Zosimo nell’anno 418, che può apparire oscura, ed una definizione del Concilio di Trento, che ai cavillosi teologi sembra incompleta.
Confessiamo che, se non si considerano le circostanze particolari storiche per cui furono emanate queste definizioni, sembra quasi impossibile che si siano incontrate difficoltà in un testo così semplice e chiaro come questo di S. Giovanni.
Oh, come è labile e confusa la povera mente umana quando si lascia guidare dai propri lumi!
E non temiamo di aggiungere: Quanto può essere cavillosa la mente dei teologi, ahimè, anche oggi, e forse più oggi, quando non veggono con umile semplicità la verità della fede e si smarriscono nelle opinioni della loro mente; e non raramente nelle supposizioni della loro... critica.
Prima di chiarificare una questione che può apparire intricata, ed in realtà non lo è, anzi che potrebbe addirittura omettersi, consideriamo le semplici parole di S. Giovanni: Se diciamo di essere senza peccato, e perciò rifiutiamo di confessarci (proprio come abbiamo accennato più sopra) per un atto di stupido orgoglio, noi inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi.
Solo Gesù potette dire: Chi potrà riprendermi di peccato?
Solo Maria S.S. fu concepita immacolata e non fu mai macchiata di peccato.
Ogni uomo, qualunque sia la sua condizione, nel presentarsi innanzi a Dio, che è luce, può dire senza mentire di essere senza peccato? Se lo dice, cade già in un peccato di superbia e di presunzione, perché al più superficiale esame della propria vita e della propria coscienza non può non riconoscersi peccatore.
S. Giovanni con queste parole non fa distinzione di peccato mortale o veniale, poiché il peccato, anche veniale, è sempre un peccato, e neppure i più grandi Santi hanno avuto un’innocenza assoluta. Si può dire, anzi, che la coscienza del peccato è più viva proprio nelle anime sante, che non credono di mentire, dichiarandosi peccatrici. Non era nei Santi un atto di umiltà il riconoscersi peccatori, ma un riconoscimento di verità, perché si vedevano nella luce di Dio.
San Luigi Gonzaga svenne nel confessare una fanciullata di infanzia e fece aspre penitenze, proprio perché era puro ed innocente.
La definizione del Concilio Milevitano potrebbe sembrare eccessiva, perché confermata dalla scomunica a chi la contrasta, eppure era opportuna contro quelle eresie che negavano l’universalità del peccato ed interpretavano le parole di S. Giovanni come una semplice espressione di umiltà.
È chiara, così, l’importanza dommatica della definizione di quel Concilio, giacché chi dicesse per umiltà di essere peccatore, farebbe più un atto di modestia umana e civile che di interiore convincimento e non porterebbe alla sincera confessione di peccati innanzi al ministro di Gesù Cristo.
La definizione del Concilio di Trento sul Sacramento della Penitenza era avvalorata dalla citazione delle parole di S. Giovanni (1, 9) e di S. Giacomo (V, 16) ed era contro gli eretici, che negavano la confessione sacramentale, dicendo che bastava confessarsi a Dio con un atto interiore soltanto. Il Concilio non definì il senso delle parole dei due Apostoli, è vero, ma non v’era necessità, giacché il senso era evidente dal testo e dal contesto, e ciò che è evidente non ha bisogno di essere definito.
Del resto il dire di dover confessare i propri peccati, suppone un atto esterno e non interno soltanto, suppone, quindi, una persona alla quale si confessano, una persona che possa avere l’autorità di rimetterli. Confessare i peccati, non significa raccontarli, ma dolersene. Confessarli ad un amico qualunque, può avere persino l’aspetto di una vanteria sconveniente o addirittura talvolta scandalosa, il che non sarebbe, com’è chiarissimo, un atto di umiltà.
Le definizioni quindi dei due Concili erano evidenti o non oscure, evidenti ed opportune per i tempi nei quali furono emanate, e sono parte del magistero infallibile della Chiesa.
Nella confessione, il perdono dei peccati
Con poche parole S. Giovanni dichiara l’effetto della confessione dei peccati nell’uomo e dice: Se confessiamo i nostri peccati, Dio è tanto fedele e giusto, sì da rimetterci i peccati, e purificarci da ogni iniquità. Il perdono dei peccati e la purificazione dell’anima sono i frutti non di un atto interno dell’anima, come pretendono i protestanti, atto molto incerto e discutibile, ma di un atto esterno e doloroso che accompagna e segue l’atto interno, ossia della confessione fatta al ministro di Dio.
Questi frutti non sono immaginari, ma sono il realizzarsi della promessa divina, fatta a chi si confessa, e della giustizia divina, giacché con la confessione noi paghiamo il debito che abbiamo con Dio peccando. Gesù stesso nel Pater noster ci fa implorare il perdono, come la remissione di un debito che si paga. Il perdono è un atto di misericordia e non di giustizia. Ma il rimettere il debito a chi lo paga, ed al pagamento aggiunge l’interesse del debito, è un atto di giustizia.
Nella confessione Dio ci accoglie perdonandoci, e con l’assoluzione ci rimette il debito, restituito con maggiorazioni dei meriti di Gesù Cristo.
L’istituzione del Sacramento della penitenza è di per sé una promessa di perdono e di misericordia a chi lo riceve con le dovute disposizioni. L’assoluzione delle colpe diventa allora il compimento della promessa divina. Dio è fedele nella sua provvidenza; i fenomeni fisici non sono combinazioni o effetti che vengono a caso; sarebbe sommamente stolto il dirlo. La stessa costanza matematica, con la quale si compiono, rivela non un fatto della natura, come oggi facilmente si dice, ma rivela una legge, e la legge suppone di necessità il legislatore intelligente che la impone.
Dio, che ha ordinato le sue creature con mirabili leggi, è fedele nel mantenerle, e la sua provvidenza è un atto di divina fedeltà. Gli astri, per esempio, oggi si muovono come si muovevano milioni e miliardi di secoli passati. Ora, la confessione, ed in generale i Sacramenti, sono come un fenomeno soprannaturale, che si realizza come si compie un fenomeno naturale; quindi, è mirabilmente vero il dire che Dio è fedele nel dare il perdono a chi si pente e si confessa, ridonandogli la grazia che lo purifica da ogni iniquità.
Questo atto di fedeltà verso chi si confessa e si pente, ricevendo l’assoluzione, è anche un atto di giustizia, perché la creatura peccatrice, confessandosi, ripara il suo debito, come si è detto, con un’esuberante restituzione, e quindi, essendo i peccati, nella confessione, un debito pagato, non esistono più neppure come una realtà, un fatto passato. Chi era debitore non lo è più; chi riceve il perdono non è più macchiato; è giusto, per la giustizia divina interamente soddisfatta, per l’ordine della coscienza interamente rimesso. Ecco perché è detto che Dio non ricorda più i peccati del peccatore.
Di fronte ad un beneficio così grande, S. Giovanni considera quelli che non riconoscono di essere peccatori e non si confessano, mentendo nella loro coscienza, e chiude con una frase più energica: Se diciamo di non aver commesso peccato rendiamo bugiardo Dio e la parola di Lui non è in noi.
Dio, infatti, nella Scrittura asserisce che ogni uomo è peccatore, non solo per il peccato originale, che è in tutti per la colpa di Adamo, ma per i peccati attuali che facciamo disgraziatamente noi.
Il Sacramento della confessione, istituzione mirabile, universale per quelli che ne fruiscono, è già una testimonianza divina dello stato di peccato nel quale si trovano i peccatori, come è una testimonianza della realtà di un malanno la medicina fatta per sanarlo. Sarebbe bugiardo chi spacciasse un rimedio specifico per un malanno inesistente; il rimedio, di sua stessa natura universale, è già l’affermazione della realtà di un’infezione generale e pericolosa per tutti.
Chi dice di non aver peccato, e non si confessa, non solo disprezza come vano, inutile e quindi bugiardo il rimedio dato dalla misericordia e dalla giustizia di Dio, ma rifiuta il più efficace mezzo di giustificazione e la parola di Dio non è in lui: la parola della misericordia che perdona e della giustizia che offre il mezzo per riparare.
Non dubitiamo di affermare, nella luce e per la luce che viene a noi dalle parole di S. Giovanni, che una delle manifestazioni più grandi della bontà di Dio ed uno dei frutti più belli della Redenzione è proprio la Confessione, Sacramento che vince la più grande menzogna umana che è l’orgoglio ed il peccato, menzogna di libertà e di dominio, illusione di gioia e di felicità nel peccato, che è invece fonte di somma infelicità, temporale ed eterna.
Per conseguenza non c’è forse una manifestazione più evidente della stoltezza e della ingratitudine umana quanto il disprezzare la confessione, né invidia più maligna di satana quanto l’allontanarci dalla Confessione.
Sac. Dolindo Ruotolo

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